| Camillo Benso di Cavour | |
|---|---|
| Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia Ministro degli affari esteri | |
| Durata mandato | 23 marzo 1861 – 6 giugno 1861 |
| Monarca | Vittorio Emanuele II |
| Predecessore | carica creata |
| Successore | Bettino Ricasoli |
| Presidente del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna | |
| Durata mandato | 4 novembre 1852 – 19 luglio 1859 |
| Monarca | Vittorio Emanuele II |
| Predecessore | Massimo d'Azeglio |
| Successore | Alfonso Ferrero La Marmora |
| Durata mandato | 21 gennaio 1860 – 23 marzo 1861 |
| Predecessore | Alfonso Ferrero La Marmora |
| Successore | Sé stesso come Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia |
| Ministro dell'agricoltura e commercio del Regno di Sardegna | |
| Durata mandato | 11 ottobre 1850 – 11 maggio 1852 |
| Monarca | Vittorio Emanuele II |
| Capo del governo | Massimo d'Azeglio |
| Predecessore | Pietro De Rossi Di Santarosa |
| Ministro delle finanze del Regno di Sardegna | |
| Durata mandato | 19 aprile 1851 – 11 maggio 1852 |
| Monarca | Vittorio Emanuele II |
| Capo del governo | Massimo d'Azeglio |
| Predecessore | Giovanni Nigra |
| Successore | Luigi Cibrario |
| Sindaco di Grinzane | |
| Durata mandato | febbraio 1832 – maggio 1849 |
| Deputato del Regno di Sardegna | |
| Durata mandato | 8 maggio 1848 – 30 dicembre 1848 |
| Durata mandato | 30 luglio 1849 – 17 dicembre 1860 |
| Legislatura | I, III, IV, V, VI, VII |
| Sito istituzionale | |
| Deputato del Regno d'Italia | |
| Durata mandato | 18 febbraio 1861 – 6 giugno 1861 |
| Legislatura | VIII |
| Sito istituzionale | |
| Dati generali | |
| Suffisso onorifico | Conte di Cavour |
| Partito politico | Destra storica (1849) |
| Professione | Politico, imprenditore |
| Firma | |
Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861), è stato un politico, patriota e imprenditore italiano. Fu ministro del Regno di Sardegna dal 1850 al 1852, presidente del Consiglio dei ministri dal 1852 al 1859 e dal 1860 al 1861. Nello stesso 1861, con la proclamazione del Regno d'Italia, divenne il primo presidente del Consiglio dei ministri del nuovo Stato e morì ricoprendo tale carica.
Fu protagonista del Risorgimento come sostenitore delle idee liberali, del progresso civile ed economico, della separazione tra Stato e Chiesa, dei movimenti nazionali e dell'espansionismo del Regno di Sardegna ai danni dell'Austria e degli stati italiani preunitari.
In economia promosse il libero scambio, i grandi investimenti industriali (soprattutto in campo ferroviario) e la cooperazione fra pubblico e privato. In politica sostenne la promulgazione e la difesa dello Statuto albertino. Capo della cosiddetta Destra storica, siglò un accordo ("Connubio") con la Sinistra, con la quale realizzò diverse riforme. Contrastò apertamente le idee repubblicane di Giuseppe Mazzini e spesso si trovò in urto con Giuseppe Garibaldi, della cui azione temeva il potenziale rivoluzionario.
In politica estera coltivò con abilità l'alleanza con la Francia, grazie alla quale, con la seconda guerra di indipendenza, ottenne l'espansione territoriale del Regno di Sardegna in Lombardia. Riuscì a gestire gli eventi politici (sommosse nel Granducato di Toscana, nei ducati di Modena e Parma e nel Regno delle Due Sicilie) che, assieme all'impresa dei Mille, portarono alla formazione del Regno d'Italia.


Camillo nacque il 10 agosto 1810 nella Torino napoleonica. Suo padre, il marchese Michele Benso di Cavour, era collaboratore e amico del governatore principe Camillo Borghese (marito di Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone I) che fu padrino di battesimo del piccolo Benso al quale trasmise il nome. La madre del piccolo Camillo, Adèle de Sellon, sorella del conte Jean-Jacques de Sellon, scrittore, filantropo, collezionista d'arte, mecenate e pacifista svizzero, apparteneva invece ad una ricca e nobile famiglia calvinista di Ginevra, che aveva raggiunto un'ottima posizione negli ambienti borghesi della città svizzera.
Aristocratico, Cavour in gioventù frequentò il 5º corso della Regia Accademia Militare di Torino (conclusosi nel 1825) e nell'inverno 1826-1827, grazie ai corsi della Scuola di Applicazione del Corpo Reale del Genio, diventò ufficiale del Genio.
Il giovane si dedicò ben presto, per interessi personali e per educazione familiare, alla causa del progresso europeo. Fra i suoi ispiratori fu il filosofo inglese Jeremy Bentham, alle cui dottrine si accostò nel 1829, nonché Jean-Jacques Rousseau. Di Bentham quell'anno lesse il Traité de législation civile et pénale, in cui il filosofo inglese sostiene la dottrina dell'utilitarismo, espressa concisamente dal principio: «Misura del giusto e dell'ingiusto è soltanto la massima felicità del maggior numero». Il giovane e razionalista Cavour fu inoltre colpito dalla tesi di Bentham secondo cui ogni problema poteva ricondursi a fatti misurabili.
Trasferito nel 1830 a Genova, l'ufficiale Camillo Benso ebbe modo di conoscere la marchesa Anna Giustiniani Schiaffino, con la quale avvierà un'importante amicizia intrattenendo con lei un lungo rapporto epistolare.
All'età di ventidue anni Cavour venne nominato sindaco di Grinzane, dove la famiglia aveva dei possedimenti, e ricoprì tale carica fino al 1848. Dal dicembre 1834 iniziò a viaggiare all'estero studiando lo sviluppo economico di paesi largamente industrializzati come Francia e Gran Bretagna. In questo contesto culturale, già a ventidue anni, Cavour era influenzato dagli ideali risorgimentali e manifestava nelle sue lettere private il sogno di diventare "primo ministro del Regno d'Italia".


Accompagnato dall'amico Pietro De Rossi di Santarosa, Cavour nel febbraio del 1835 raggiunse Parigi, dove si fermò per quasi due mesi e mezzo: visitò istituzioni pubbliche di ogni genere e frequentò gli ambienti politici della Monarchia di Luglio. Partito dalla capitale francese, il 14 maggio 1835 arrivò a Londra dove si interessò di questioni sociali. Durante questo periodo il giovane Conte sviluppò quella propensione conservatrice che lo accompagnerà per tutta la vita, ma al tempo stesso sentì fortemente crescere l'interesse e l'entusiasmo per il progresso dell'industria, per l'economia politica e per il libero scambio. Di nuovo a Parigi, fra il 1837 e il 1840 frequentò assiduamente la Sorbona e incontrò, oltre a vari intellettuali, gli esponenti della monarchia di Luigi Filippo della quale conservava una viva ammirazione.
Nel marzo 1841 fondò con degli amici la Società del Whist, club prestigioso costituito dalla più alta aristocrazia torinese.
Fra il ritorno dai viaggi all'estero nel giugno del 1843 e l'ingresso al governo nell'ottobre del 1850, Cavour si dedicò ad una nutrita serie di iniziative nel campo dell'agricoltura, dell'industria, della finanza e della politica.
Importante possidente terriero, Cavour contribuì, già nel maggio 1842, alla costituzione dell'Associazione agraria che si proponeva di promuovere le migliori tecniche e politiche agrarie, per mezzo anche di una Gazzetta che fin dall'agosto 1843 pubblicava un articolo di Cavour.
Impegnatissimo nell'attività di gestione soprattutto della sua tenuta di Leri, Cavour nell'autunno 1843, grazie alla collaborazione di Giacinto Corio, iniziò un'attività di miglioramenti nei settori dell'allevamento del bestiame, dei concimi e delle macchine agricole. In sette anni (dal 1843 al 1850) la sua produzione di riso, frumento e latte crebbe sensibilmente, e quella di mais addirittura risultò triplicata.
Ad integrare le innovazioni della produzione agricola, Camillo Benso intraprese anche delle iniziative di carattere industriale con risultati più o meno buoni. Fra le iniziative più importanti, la partecipazione alla costituzione della Società anonima dei molini anglo-americani di Collegno nel 1850, di cui Cavour divenne successivamente il maggiore azionista e che ebbe dopo l'unità d'Italia una posizione di primo piano nel Paese.
Le estese relazioni d'affari a Torino, Chivasso e Genova e soprattutto l'amicizia dei banchieri De La Rüe, consentirono inoltre a Cavour di operare in un mercato più ampio rispetto a quello usuale degli agricoltori piemontesi e di guadagnare di più. Nell'anno 1847, ad esempio, realizzò introiti assai cospicui approfittando del pessimo raccolto di cereali in Europa, che diede luogo ad un aumento della richiesta e dei prezzi.


Oltre ai suoi interventi sulla Gazzetta della Associazione agraria, Cavour in quegli anni scrisse alcuni saggi sull'industrializzazione e il libero mercato in Gran Bretagna, e sugli effetti che ne sarebbero derivati sull'Italia. Principalmente Cavour esaltava le ferrovie come esempio di quel progresso civile al quale era affidata l'idea dell'unità d'Italia. Egli a tale proposito mise in rilievo l'importanza che avrebbero avuto due linee ferroviarie: una Torino-Venezia e una Torino-Ancona.
Senza alcun bisogno di una rivoluzione, il progresso della civiltà cristiana e quello inarrestabile dei lumi sarebbero sfociati, secondo Cavour, in una crisi politica che l'Italia era chiamata a sfruttare. Cavour credeva infatti nel progresso etico come risorsa del valore e del talento umano. A tale convinzione si accompagnava l'altra che la libertà di mercato favorisce il benessere collettivo di tutte le classi sociali. Sullo sfondo di questi due principi emergeva il valore della nazionalità:
.

Nel 1847 Cavour fece la sua comparsa ufficiale sulla scena politica come fondatore, assieme al cattolico liberale Cesare Balbo, del periodico Il Risorgimento, di cui assunse la direzione. Il giornale, costituitosi grazie ad un ammorbidimento della censura di re Carlo Alberto, si schierò più apertamente di tutti gli altri, nel gennaio del 1848, a favore di una costituzione.
La presa di posizione, che era anche di Cavour, si rimarcò con la caduta in Francia (24 febbraio 1848) della cosiddetta Monarchia di luglio, con la quale crollava il riferimento politico del Conte in Europa.
In questa atmosfera, il 4 marzo 1848, Carlo Alberto promulgò lo Statuto albertino. Questa "costituzione breve" deluse gran parte dell'opinione pubblica liberale, ma non Cavour che annunciò un'importante legge elettorale per la quale era stata nominata una commissione, presieduta da Cesare Balbo, e della quale anche lui faceva parte. Tale legge, approvata con qualche modifica, rimase in vigore per 34 anni, ovvero fino alla riforma elettorale del Regno d'Italia del 1882.
Con la Repubblica in Francia, la rivoluzione a Vienna, Berlino e Milano, nonché il risevegliarsi del patriottismo in Piemonte e Liguria, Cavour affermò che se non voleva cadere vittima dei rivoltosi, la monarchia sabauda doveva prendere il controllo delle istanze rivoluzionarie e patriottiche. Egli infatti incitò re Carlo Alberto ad entrare in guerra contro l'Austria e, così facendo, ricompattare l'opinione pubblica.
Il 23 marzo 1848, Carlo Alberto dichiarò guerra all'Austria. Dopo i successi iniziali, l'andamento del conflitto mutò e la vecchia aristocrazia militare del regno fu esposta a dure critiche. Alle prime sconfitte piemontesi Cavour chiese che si risalisse ai colpevoli altolocati, a coloro che avevano tradito il valore dei semplici soldati. La deprecata condotta della guerra spinse allora alla convinzione che il Piemonte non sarebbe stato al sicuro fino a quando i poteri dello Stato non fossero passati dall'aristocrazia conservatrice a uomini di idee liberali.


Il 27 aprile 1848 ci furono le prime elezioni del nuovo regime costituzionale. Cavour, forte della sua attività di giornalista politico, si candidò alla Camera dei deputati e fu eletto nelle elezioni suppletive del 26 giugno. il 30 entrò nell'emiciclo della Camera di Palazzo Carignano e si sedette fra i banchi di destra.
Fedele agli interessi piemontesi, che egli vedeva minacciati dalle forze radicali genovesi e lombarde, Cavour fu oppositore sia del governo di Cesare Balbo, sia di quello successivo del milanese Gabrio Casati. Tuttavia, quando, a seguito della sconfitta di Custoza, il governo Casati chiese i pieni poteri, Cavour si pronunciò a favore. Ciò non evitò però l'abbandono di Milano agli austriaci e l'armistizio Salasco del 9 agosto 1848.
Al termine di questa prima fase della guerra, il governo di Cesare di Sostegno e il successivo di Ettore di San Martino imboccarono la strada della diplomazia. Entrambi furono appoggiati da Cavour che criticò aspramente Vincenzo Gioberti ancora risoluto a combattere l'Austria. Nel suo primo grande discorso parlamentare, Cavour, il 20 ottobre 1848, si pronunciò per il rinvio delle ostilità, confidando nella mediazione diplomatica della Gran Bretagna. Quest'ultima diffidava infatti della crescente potenza dell'area germanica, e sosteneva l'indipendenza italiana. Con l'appoggio di Cavour la linea moderata del governo San Martino passò, anche se il debole esecutivo cadde su un argomento minore il 3 dicembre 1848.
Nell'impossibilità di formare una diversa compagine ministeriale, re Carlo Alberto diede l'incarico a Gioberti, il cui governo (insediatosi il 15 dicembre 1848) Cavour considerò di "pura sinistra". A discapito del Conte arrivarono anche le elezioni del 22 gennaio 1849, al cui ballottaggio fu sconfitto da Giovanni Ignazio Pansoya. Lo schieramento politico vincitore era tuttavia troppo diviso per affrontare la difficile situazione del Paese, sospeso ancora fra pace e guerra, e Gioberti dovette dimettersi il 21 febbraio 1849.
Cambiando radicalmente politica di fronte alla crisi rivoluzionaria di cui ravvisava ancora il pericolo, Cavour si pronunciò per una ripresa delle ostilità contro l'Austria. La sconfitta di Novara (23 marzo 1849) dovette precipitarlo nuovamente nello sconforto.


La grave sconfitta piemontese portò, il 23 marzo 1849, all'abdicazione di Carlo Alberto a favore del figlio Vittorio Emanuele. Costui, aperto avversario della politica paterna di alleanze con la sinistra, sostituì il governo dei democratici (che chiedevano la guerra a oltranza) con un esecutivo presieduto dal generale Gabriele de Launay. Tale governo, salutato con favore da Cavour, riprese il controllo di Genova insorta a seguito della sconfitta militare. Anche il giornale Risorgimento sostenne il governo e fece sua la visione di Massimo D'Azeglio del Piemonte come caposaldo dell'indipendenza italiana.
Le elezioni del 15 luglio 1849, però, videro una vittoria, anche se di misura, dei democratici favorevoli alla guerra. Cavour fu rieletto, ma D'Azeglio convinse Vittorio Emanuele II a sciogliere la Camera dei deputati e il 20 novembre 1849 il Re emanò il proclama di Moncalieri, con cui invitava il suo popolo ad eleggere candidati moderati che non fossero a favore della guerra. Il 9 dicembre fu rieletta l'assemblea che, questa volta, espresse un voto decisivo a favore della pace. Fra gli eletti figurava di nuovo Cavour che, nel collegio di Torino I, ottenne 307 voti contro i 98 dell'avversario.
In quel periodo Camillo Benso si mise in evidenza anche per le sue doti di abile operatore finanziario. Ebbe infatti una parte di primo piano nella fusione della Banca di Genova e della nascente Banca di Torino, che diede vita alla Banca Nazionale degli Stati Sardi.
Dopo il successo elettorale del dicembre 1849 Cavour divenne una delle figure dominanti dell'ambiente politico piemontese e gli venne riconosciuta la funzione di guida della maggioranza moderata che si era costituita.
Forte di questa posizione sostenne che fosse arrivato il tempo delle riforme, favorite dallo Statuto albertino che aveva creato reali prospettive di progresso. Si sarebbe potuto innanzitutto staccare il Piemonte dal fronte cattolico-reazionario che trionfava nel resto d'Italia. A tale scopo il primo passo fu la promulgazione delle cosiddette leggi Siccardi del 9 aprile e del 5 giugno 1850. Tale normativa abolì vari privilegi del clero e aprì una fase di scontri con la Santa Sede. Il più grave vide l'arcivescovo di Torino Luigi Fransoni vietare di impartire l'estrema unzione all'amico di Cavour, Pietro di Santarosa, morto il 5 agosto 1850. A seguito di questo rifiuto, Cavour fece espellere da Torino l'Ordine dei Servi di Maria, del quale apparteneva il sacerdote che non aveva impartito il sacramento, e probabilmente determinò l'arresto di Fransoni.


Con la morte dell'amico Santarosa, che ricopriva la carica di ministro dell'Agricoltura e del Commercio, Cavour, forte della parte di primo piano assunta nella battaglia anticlericale e della sua riconosciuta competenza tecnica, fu designato come naturale successore del ministro scomparso.
La decisione di nominare Cavour ministro dell'Agricoltura e del Commercio fu presa dal presidente del Consiglio D'Azeglio, convinto da alcuni deputati. Vittorio Emanuele II, tuttavia, aveva qualche riserva, poiché temeva la forte personalità di Cavour. Solo Alfonso La Marmora riuscì a persuadere il Re e Cavour prestò giuramento l'11 ottobre 1850.
Fra i primi incarichi sostenuti da Camillo Benso ci fu il rinnovo del trattato commerciale con la Francia, improntato all'insegna del libero commercio. L'accordo, che non fu particolarmente vantaggioso per il Piemonte, dovette essere sostenuto da motivazioni politiche per essere approvato, benché Cavour ribadisse che ogni riduzione doganale fosse di per sé un beneficio. In quello stesso periodo Cavour avviò negoziati analoghi con il Belgio e la Gran Bretagna, con i quali ottenne e concesse estese facilitazioni doganali. I due trattati, conclusi il 24 gennaio e il 27 febbraio 1851 rispettivamente, costituirono il primo manifesto delle teorie sul libero scambio di Cavour.
Questi due accordi, per i quali Cavour ottenne un largo successo parlamentare, anticiparono una riforma più vasta sui dazi, la cui normativa fu promulgata il 14 luglio 1851. Intanto nuovi trattati commerciali erano stati firmati, fra marzo e giugno, con la Grecia, le città anseatiche, l'Unione doganale tedesca, la Svizzera e i Paesi Bassi. Con 114 voti favorevoli e 23 contrari, la Camera approvò perfino un trattato commerciale con l'Austria. Con queste iniziative il Piemonte passava da una politica di dazi a una di libera concorrenza.
Nello stesso periodo a Cavour fu affidato anche l'incarico di ministro della Marina e, come in situazioni analoghe, egli si distinse per le sue idee innovative entrando in contrasto con gli alti ufficiali di tendenze reazionarie che si opponevano finanche all'introduzione della navigazione a vapore. D'altro canto la truppa era molto indisciplinata e l'intenzione di Cavour sarebbe stata quella di far diventare la Marina sarda un corpo di professionisti come quella del Regno delle Due Sicilie.


Cavour, durante la delicata fase del dibattito parlamentare per l'approvazione dei trattati commerciali con Gran Bretagna e Belgio, aveva annunciato di lasciare il governo se non si fosse abbandonata l'abitudine del ministro delle finanze Giovanni Nigra di affidare ad un "commissario regio" l'incarico di sostenere in parlamento il ministro delle Finanze. C'erano stati per questo gravi dissensi fra D'Azeglio e Cavour che, alla fine, il 19 aprile 1851, aveva ottenuto il ministero sostituendo Nigra. Cavour non rinunciò, tuttavia, agli altri incarichi di ministro della Marina, e dell'Agricoltura e Commercio.
D'altra parte il governo di Torino aveva disperato bisogno di liquidi, principalmente per pagare le indennità imposte dagli austriaci dopo la prima guerra di indipendenza e Cavour, per la sua abilità e i suoi contatti sembrava l'uomo giusto per gestire la delicata situazione. Il Regno di Sardegna era già fortemente indebitato con i Rothschild dalla cui dipendenza il conte voleva sottrarre il Paese e, dopo alcuni tentativi falliti con la Bank of Baring, Cavour ottenne un importante prestito dalla più piccola Bank of Hambro.
Assieme a questo del prestito (3,6 milioni di sterline), Cavour ottenne vari altri risultati. Riformò il sistema di verifica del bilancio statale e semplificò la contabilità piemontese, individuando costi che si potevano eliminare e ricavi che si potevano sfruttare. Per quanto precaria, la situazione economica del Regno di Sardegna apparve migliore rispetto al previsto. Cavour fece anche approvare l'imposta unica del 4% annua su tutti gli enti morali laici ed ecclesiastici; ottenne l'imposta delle successioni; dispose per l'aumento di capitale della Banca Nazionale degli Stati Sardi aumentandone l'obbligo delle anticipazioni allo Stato, e avviò la collaborazione tra finanza pubblica e iniziativa privata.
A tale riguardo Cavour accolse, nell'agosto 1851, le proposte di aziende britanniche per la realizzazione delle linee ferroviarie Torino-Susa e Torino-Novara, i cui progetti divennero legge il 14 giugno e l'11 luglio 1852 rispettivamente. Concesse all'armatore Raffaele Rubattino la linea di navigazione sovvenzionata fra Genova e la Sardegna, e a gruppi imprenditoriali genovesi la gestione di saline e altre miniere in Sardegna. Fino a promuovere grandi progetti come l'istituzione a Genova della Compagnia Transatlantica o come la fondazione della società Ansaldo, futura fabbrica di locomotive a vapore.

Spinto ormai dal desiderio di raggiungere la carica di capo del governo e insofferente per la politica di d'Azeglio di alleanza con la destra clericale, Cavour all'inizio del 1852 ebbe l'idea di stringere un'intesa, il cosiddetto “connubio”, con il Centrosinistra di Urbano Rattazzi. Costui, con i voti convergenti dei deputati guidati da Cavour e di quelli del Centrosinistra, ottenne, l'11 maggio 1852, la presidenza della Camera del Parlamento Subalpino.
Il presidente del Consiglio D'Azeglio, contrario come Vittorio Emanuele II alla manovra politica di Cavour, diede le dimissioni, ottenendo puntualmente il reincarico dal re. Il governo che ne scaturì il 21 maggio 1852, assai debole, non comprendeva più Cavour che D'Azeglio aveva sostituito con Luigi Cibrario.
Il Conte non si scoraggiò e, in preparazione della ripresa della lotta politica, partì per un viaggio in Europa. Al suo ritorno a Torino, appoggiato dagli uomini del "connubio" che rappresentavano ormai il più moderno liberalismo del Piemonte, forte di un ampio consenso, diveniva il 4 novembre 1852 per la prima volta Presidente del Consiglio dei ministri.
Prima della sua definitiva affermazione, come già accennato, Cavour partì da Torino il 26 giugno 1852 per un periodo di esperienze all'estero. L'8 luglio era a Londra, dove apprese le nuove idee dell'industria, parlò con imprenditori e agricoltori, e visitò fabbriche e arsenali. Rimase nella capitale britannica fino al 5 agosto, da dove effettuò escursioni a Oxford, Woolwich e Portsmouth. Partì poi per un viaggio nel Galles; nell'Inghilterra settentrionale, di cui visitò i distretti manifatturieri, e in Scozia. Nel viaggio toccò Manchester, Liverpool, Sheffield, Hull, Edimburgo, Glasgow e le Highlands. A Londra e nelle loro case di campagna ebbe incontri con esponenti politici britannici. Vide il ministro degli Esteri James Harris di Malmesbury, il suo predecessore Henry Palmerston, l'ex luogotenente dell'Irlanda George Villiers di Clarendon, il cancelliere dello Scacchiere Benjamin Disraeli, l'economista Richard Cobden, l'influente Henry Petty-Fitzmaurice di Lansdowne, e William Gladstone, il politico che l'anno prima aveva pubblicato Le due lettere a Lord Aberdeen sui processi politici del governo napoletano, contro il regime del Regno delle Due Sicilie.
Colpito dalla potenza imperiale della Gran Bretagna, Cavour proseguì il viaggio e passò La Manica alla volta di Parigi, dove giunse il 29 agosto 1852. Nella capitale francese Luigi Napoleone era presidente della Seconda Repubblica, alla quale darà poi fine proclamandosi (2 dicembre 1852) imperatore. L'attenzione del conte, raggiunto a Parigi dall'alleato Rattazzi, si concentrò sulla nuova classe dirigente francese, con la quale prese contatti. Entrambi si recarono dal nuovo ministro degli Esteri Édouard Drouyn de Lhuys e il 5 settembre pranzarono con il principe presidente Luigi Napoleone traendone buone impressioni. Cavour ripartì per Torino giungendovi il 16 ottobre 1852, dopo un'assenza di oltre tre mesi.


Dopo pochi giorni dal ritorno di Cavour a Torino, il 22 ottobre 1852, D'Azeglio, a capo di un debole esecutivo che aveva scelto di continuare una politica anticlericale, diede le dimissioni. La motivazione ultima fu che Vittorio Emanuele II non se la sentiva di approvare la legge sul matrimonio civile che Pio IX aveva definito "non cattolica".
Vittorio Emanuele II aveva bisogno di riconciliarsi con la Chiesa e l'ideale sarebbe stato nominare capo del governo un personaggio di destra come Ottavio Thaon di Revel. Il Re, invece, nonostante diffidasse del personaggio, scelse Cavour. Occorreva infatti un uomo abile capace di tenere unita la maggioranza e che fosse compatibile con gli ideali risorgimentali del Re. Quando però il 24 ottobre 1852 Vittorio Emanuele II convocò Cavour a Stupinigi per invitarlo a formare il governo chiedendogli di ritirare la legge sul matrimonoio civile, Cavour rifiutò. Il Re si rivolse allora a Cesare Balbo, ma anch'egli pose delle condizioni non sostenibili. Vittorio Emanuele tornò quindi a Cavour che, per evitare nuove elezioni e un governo illiberale, il 2 novembre accettò l'incarico. Sul matrimonio civile fu trovato il compromesso di proseguire l'iter della legge, ma senza ricorrere alla fiducia. Nacque così il primo governo Cavour. La questione del matrimonio civile, tuttavia, durò poco perché la legge fu respinta al Senato costringendo Cavour a rinunciarvi.
Intanto il movimento repubblicano che faceva capo a Giuseppe Mazzini non smetteva di preoccupare Cavour: il 6 febbraio 1853 una sommossa scoppiò contro gli austriaci a Milano e il conte, temendo l'allargarsi del fenomeno al Piemonte, fece arrestare diversi mazziniani (fra cui Francesco Crispi). Tale decisione gli attirò l'ostilità della Sinistra, specie quando gli austriaci lo ringraziarono per gli arresti. Quando però, il 13 febbraio, il governo di Vienna stabilì la confisca delle proprietà dei rifugiati lombardi in Piemonte, Cavour protestò energicamente, richiamando l'ambasciatore sardo.

Obiettivo principale del primo governo Cavour fu la stabilizzazione economica del Paese. Per raggiungere il pareggio Cavour prese varie iniziative: innanzi tutto propose l'alienazione di beni dello Stato per 2 milioni di rendita. Misura che, osteggiata dalla Sinistra, divenne legge il 13 febbraio 1853. Ricorse a un prestito da parte dei banchieri Rothschild, e varò un disegno di legge per un'imposta personale e mobiliare che accese aspre critiche anche da parte di personalità di Destra come Giovanni Lanza. Poi, così come in Francia, con la legge del 7 luglio 1853 sostituì alla dichiarazione dei redditi il controllo fiscale dell'accertamento indiziario. Fece massicci interventi nel settore delle concessioni demaniali e dei servizi pubblici, e riprese la politica dello sviluppo degli istituti di credito.
D'altro canto i risultati erano positivi. Soprattutto grazie alle riforme doganali l'economia del Regno di Sardegna dal 1851 era in forte crescita. Il governo poté così effettuare grandi investimenti nel settore delle ferrovie e coinvolgere l'iniziativa privata nello sviluppo dei servizi pubblici. Si ebbe un incremento delle importazioni e un aumento dell'attività edilizia soprattutto a Genova e Torino. Ci furono tuttavia notevoli resistenze in parlamento a introdurre nuove imposte fondiarie e, in generale, nuove tasse che colpissero i ceti alti. I successi maggiori, tuttavia, si ebbero nelle esportazioni che, oltre ad aumentare in modo esponenziale, risultarono nel periodo 1852-1858 tre volte superiori alla media europea.
Il gettito delle imposte risultò, però, inferiore a quello previsto e Cavour non ottenne mai le necessarie intese politiche per una copertura finanziaria stabile alle sue iniziative. Ciò portò ad un aumento del debito pubblico. Alla fine del 1853, si parlò di "quasi restaurate finanze", benché la situazione fosse più seria di quanto annunciato, anche a causa della crisi internazionale che precedette la guerra di Crimea. Cavour riuscì tuttavia a collocare parte del prestito dei Rothschild presso il pubblico dei risparmiatori e all'estero.
A Cavour d'altronde non mancava il consenso politico: alle elezioni dell'8 dicembre 1853, 130 seggi furono assegnati alla maggioranza governativa, 52 all'estrema sinistra e 22 all'estrema destra. Nonostante ciò, per replicare all'elezione di importanti politici avversari come Lorenzo Valerio, Angelo Brofferio, Lorenzo Pareto a Sinistra, e Clemente Solaro della Margarita a Destra, Cavour sviluppò un'offensiva politica sull'ordinamento giudiziario. La decisione derivò dal fatto che la crisi economica non gli permetteva di promuovere iniziative politiche in quel campo. Fu deciso inoltre, anche per recuperare parte della Sinistra, di riprendere la politica anticlericale.
A tale riguardo il ministro della Giustizia Rattazzi, all'apertura della V legislatura presentò una proposta di legge sulla modifica del codice penale. La proposta consisteva principalmente in nuove pene per i sacerdoti che avessero condannato leggi e istituzioni abusando del loro ministero. La norma fu approvata alla Camera a larga maggioranza (raccogliendo molti voti a Sinistra) e, con maggiore difficoltà, anche al Senato. Nello stesso periodo fu modificato anche il codice di procedura penale e fu concluso il percorso di approvazione parlamentare del codice di procedura civile.

Nel 1853 si sviluppò una crisi europea scaturita da una disputa religiosa fra la Francia e la Russia sul controllo dei luoghi santi nel territorio dell'Impero ottomano. L'atteggiamento russo provocò l'ostilità anche del governo inglese che sospettava che lo Zar volesse conquistare Costantinopoli e interrompere la via terrestre per l'India britannica.
Il 1º novembre 1853 la Russia dichiarò guerra all'Impero ottomano, che aveva accettato la linea francese, aprendo quella che sarà chiamata la guerra di Crimea. Conseguentemente, il 28 marzo 1854 la Gran Bretagna e la Francia dichiararono guerra alla Russia. La questione, per le opportunità politiche che potevano presentarsi, cominciò ad interessare Cavour. Egli infatti, nell'aprile 1854, rispose alle richieste dell'ambasciatore inglese James Hudson di un sostegno militare affermando che il Regno di Sardegna sarebbe intervenuto nella guerra se anche l'Austria avesse attaccato la Russia, di modo da non esporre il Piemonte all'esercito austriaco.
La soddisfazione degli inglesi fu evidente, ma per tutta l'estate del 1854 l'Austria rimase neutrale. Tuttavia, il 29 novembre 1854, il ministro degli Esteri britannico George Clarendon scrisse ad Hudson chiedendogli di fare di tutto per assicurarsi un corpo di spedizione piemontese. Cavour e Vittorio Emanuele erano d'accordo e il Re avrebbe sacrificato il governo liberale pur di partecipare alla guerra. Nell'esecutivo sussistevano infatti delle perplessità dovute al rifiuto anglo-francese di accettare delle condizioni per la partecipazione. Il ministro degli Esteri Giuseppe Dabormida era irremovibile, ma restii a partecipare erano anche il ministro della guerra Alfonso La Marmora e il ministro della giustizia Urbano Rattazzi. Di fronte all'avvicinamento costante dell'Austria alla Francia, il Re decise per l'intervento costringendo Dabormida alle dimissioni e assegnando il ministero degli Esteri ad interim a Cavour. Il 10 gennaio 1855 gli emissari di Francia e Gran Bretagna venivano informati che il Regno di Sardegna avrebbe partecipato alla guerra.
Il 26 gennaio 1855, Cavour firmò l'adesione finale al trattato anglo-francese. Il Piemonte avrebbe fornito 15.000 uomini e le potenze alleate avrebbero garantito l'integrità del Regno di Sardegna da un eventuale attacco austriaco. Il 4 marzo 1855, Cavour dichiarò guerra alla Russia e il 25 aprile il contingente piemontese salpò da La Spezia per la Crimea dove arrivò ai primi di maggio. Il Piemonte avrebbe raccolto i benefici della spedizione con la seconda guerra di indipendenza, quattro anni dopo. Acerrimo oppositore della spedizione di Crimea fu Giuseppe Mazzini che, dopo l'attività cospirativa degli anni 1827-1830 era stato esiliato a Ginevra.

Con l'intento di avvicinarsi alla Sinistra e ostacolare la Destra conservatrice che andava guadagnando terreno a causa della crisi economica, il governo Cavour il 28 novembre 1854 presentò alla Camera la legge sui conventi. La norma, nell'ottica del liberalismo anticlericale, prevedeva la soppressione degli ordini religiosi non dediti all'insegnamento o all'assistenza dei malati. Durante il dibattito parlamentare vennero attaccati, anche da Cavour, soprattutto gli ordini mendicanti come nocivi alla moralità del Paese e contrari alla moderna etica del lavoro.
La forte maggioranza alla Camera di Cavour dovette affrontare l'opposizione del clero, del Re e soprattutto del Senato che in prima istanza bocciò la legge. Cavour allora, il 27 aprile 1855, si dimise, aprendo una crisi politica chiamata crisi Calabiana dal nome del vescovo di Casale Luigi Nazari di Calabiana, senatore e maggiore avversario del progetto di legge.
Dopo qualche giorno dalle dimissioni, vista l'impossibilità a formare un nuovo esecutivo, il 4 maggio 1855, Cavour fu reintegrato dal Re nella carica di presidente del Consiglio. Nasceva il secondo governo Cavour. Al termine di giorni di discussioni nei quali Cavour ribadì che «la società attuale ha per base economica il lavoro», la legge sui conventi fu approvata con un emendamento che lasciava i religiosi nei conventi fino all'estinzione naturale delle loro comunità. A seguito dell'approvazione della legge, il 26 luglio 1855 papa Pio IX emanò la scomunica contro coloro che avevano proposto, approvato e ratificato il provvedimento, Cavour e Vittorio Emanuele II compresi.

La guerra di Crimea, vittoriosa per gli alleati, ebbe fine nel 1856 con il Congresso di Parigi al quale partecipò anche l'Austria. Cavour non ottenne compensi territoriali per la partecipazione al conflitto, ma una seduta fu dedicata espressamente a discutere il problema italiano. In questa occasione, l'8 aprile, il ministro degli Esteri britannico George Clarendon attaccò pesantemente la politica illiberale sia dello Stato Pontificio che del Regno delle due Sicilie, sollevando le proteste del ministro austriaco Karl Buol.
Lo stesso giorno ci fu l'intervento di Cavour che, soddisfatto delle parole di Clarendon, le sostenne condannando la presenza di truppe austriache nella Romagna pontificia contro il volere della popolazione locale. Fatto sta che per la prima volta la questione italiana venne considerata a livello europeo come una situazione che richiedeva modifiche a fronte di legittime rimostranze della popolazione. Fra Gran Bretagna, Francia e Piemonte i rapporti si confermarono ottimi. Tornato a Torino, per l'esito ottenuto a Parigi, Cavour, il 29 aprile 1856, ottenne la più alta onorificenza concessa da Casa Savoia: il collare dell'Annunziata. Le conseguenze del congresso di Parigi, tuttavia, avrebbero portato il Conte a prendere importanti decisioni, tali da dover fare una scelta: con la Francia o con la Gran Bretagna.

Si aprì infatti, a seguito delle decisioni di Parigi, la questione dei due Principati danubiani. La Moldavia e la Valacchia secondo Gran Bretagna, Austria e Turchia avrebbero dovuto rimanere divise e sotto il controllo ottomano. Per Francia, Prussia e Russia, invece, si sarebbero dovute unire (nella futura Romania) e costituirsi come Stato indipendente. L'unificazione sembrò alla Gran Bretagna un danno troppo grave per l'Impero ottomano, nonché un aiuto alla Russia che avrebbe potuto espandere la sua influenza sull'area danubiana. La Francia, invece, auspicava l'unione allo scopo di dividere l'Austria dalla Russia per indebolire la prima. Quest'ultimo particolare richiamò l'attenzione di Cavour, e il Regno di Sardegna, con l'ambasciatore Salvatore Pes di Villamarina, si schierò per l'unificazione. Il Piemonte, assieme alla Francia, chiese anche l'annullamento delle elezioni tenutesi in Moldavia nel luglio 1857 che, con risultati definiti inattendibili, avevano avuto un esito sfavorevole all'unione dei due principati.
Si determinò pertanto un allontanamento del Regno di Sardegna dalla protezione e dall'amicizia britannica, cosa che influì anche umanamente su Cavour, che era ammiratore delle dottrine politiche ed economiche inglesi. D'altra parte l'Austria vedeva allontanarsi la Prussia che era alla ricerca di maggiore autonomia, mentre la tiepida amicizia della Gran Bretagna non poteva bilanciare la situazione. A peggiorare i rapporti fra Austria e Piemonte contribuì un episodio che Cavour seppe sfruttare. Il 10 febbraio 1857 il governo di Vienna accusò la stampa piemontese di fomentare la rivolta contro l'Austria e il governo di Torino di correità. Cavour respinse ogni accusa e il 22 marzo il ministro Buol richiamò il suo ambasciatore, seguito il giorno dopo da un'analoga misura del Piemonte. L'Austria interruppe così le relazioni diplomatiche con il piccolo Regno di Sardegna per una questione di giornali, esponendosi ai giudizi negativi di tutta Europa, compresi quelli inglesi, mentre nelle popolazioni italiane aumentavano le simpatie per il Piemonte.

Dal 1855 la situazione economica del Piemonte migliorò, grazie al buon raccolto cerealicolo e alla riduzione del deficit della bilancia commerciale. Incoraggiato da questi risultati, Cavour diede un nuovo impulso allo sviluppo delle ferrovie, dando il via, tra l'altro, nel 1857, ai lavori di costruzione del traforo del Fréjus, che furono completati 14 anni dopo.
Il 16 luglio 1857 venne dichiarata anticipatamente la chiusura della V Legislatura, in una situazione che, nonostante il miglioramento dell'economia, si presentava sfavorevole a Cavour. Serpeggiava infatti un forte malessere, alimentato dall'inasprimento delle tasse, dai pesanti sacrifici imposti dalla guerra di Crimea e dalla protesta dei cattolici contro il governo. Il risultato fu che alle elezioni del 15 novembre 1857 il centro liberale di Cavour conquistò 90 seggi (rispetto ai 130 della precedente legislatura), la destra 75 (rispetto ai 22) e la sinistra 21 (rispetto ai 52). Il grande successo conservatore fu assolutamente imprevisto. Cavour decise tuttavia di rimanere al suo posto, mentre la stampa liberale si scagliava contro la destra denunciando pressioni improprie del clero sugli elettori. Ci fu per questo una verifica parlamentare e per alcuni seggi assegnati vennero ripetute le elezioni. La situazione cambiò: il centro liberale passò a 105 seggi e la destra a 60. Si apriva così la VI Legislatura.
Lo scossone politico provocò comunque il sacrificio di Urbano Rattazzi, in precedenza passato agli Interni. Rattazzi era inviso soprattutto alla Francia per non essere riuscito ad arrestare Mazzini, giudicato pericoloso per la vita di Napoleone III. Rattazzi si dimise il 13 gennaio 1858 e Cavour assunse l'interim degli interni.
In quel periodo anche la politica estera di Cavour subì un contraccolpo, poiché il 14 gennaio 1858 due italiani, Felice Orsini e Giovanni Andrea Pieri, attentarono alla vita proprio di Napoleone III. Il governo di Torino incolpò Mazzini (Cavour lo avrebbe definito «il capo di un'orda di fanatici assassini» oltreché «un nemico pericoloso quanto l'Austria»), poiché i due attentatori avevano militato nel suo Partito d'Azione.
Ma secondo lo storico Denis Mack Smith, Cavour aveva in passato finanziato i due attentatori a causa della loro rottura con Mazzini e, dopo l'attentato a Napoleone III e la conseguente condanna a morte dei due, alla vedova di Orsini fu assicurata una pensione. In conseguenza dell'attentato, Cavour fece anche pressioni politiche sulla magistratura per far giudicare e condannare la stampa radicale.


Suscitata l'attenzione sull'Italia con il Congresso di Parigi, per sfruttarla a fini politici si rivelò necessario l'appoggio della Francia di Napoleone III. Costui, conservatore in politica interna, era sostenitore di una politica estera di grandezza. Dopo una lunga serie di trattative, nonostante l'attentato di Felice Orsini, si arrivò, nel luglio 1858, agli accordi segreti di Plombières fra Cavour e Napoleone III.
Tale intesa verbale prevedeva che, dopo una guerra che si auspicava vittoriosa contro l'Austria, la penisola italiana sarebbe stata divisa in quattro stati principali legati in una confederazione presieduta dal papa: il Regno dell'Alta Italia sotto la guida di Vittorio Emanuele II; il Regno dell'Italia centrale; lo Stato Pontificio limitato a Roma e al territorio circostante; e il Regno delle Due Sicilie. Firenze e Napoli, avvenimenti locali permettendo, sarebbero passate nella sfera d'influenza francese.
Gli accordi di Plombières furono ratificati l'anno successivo dall'alleanza sardo-francese, secondo la quale in caso di attacco militare provocato da Vienna, la Francia sarebbe intervenuta in difesa del Regno di Sardegna con il compito di liberare dal dominio austriaco il Lombardo-Veneto e cederlo al Piemonte. In compenso la Francia avrebbe ricevuto i territori di Nizza e della Savoia, quest'ultima origine della dinastia sabauda e, come tale, cara a Vittorio Emanuele II.
Dopo la firma dell'alleanza, Cavour escogitò una serie di provocazioni militari al confine con l'Austria che, allarmata, gli lanciò un ultimatum chiedendogli di smobilitare l'esercito. Il Conte rifiutò e l'Austria aprì le ostilità contro il Piemonte il 26 aprile 1859, facendo scattare le condizioni dell'alleanza sardo-francese. Era la seconda guerra di indipendenza. Ma i movimenti minacciosi dell'esercito prussiano convinsero Napoleone III, quasi con un atto unilaterale, a firmare un armistizio con l'Austria a Villafranca l'11 luglio 1859, poi ratificato dalla Pace di Zurigo, stipulata l'11 novembre. Le clausole del trattato prevedevano che a Vittorio Emanuele II sarebbe andata la sola Lombardia e che per il resto tutto sarebbe tornato come prima.
Cavour, deluso e amareggiato dalle condizioni dell'armistizio, dopo accese discussioni con Napoleone III e Vittorio Emanuele, decise di dare le dimissioni da presidente del Consiglio, provocando la caduta del governo da lui guidato il 12 luglio 1859.


Già durante la guerra i governi e le forze armate dei piccoli Stati italiani dell'Italia centro-settentrionale e della Romagna pontificia abbandonarono i loro posti e dovunque si installarono autorità provvisorie filo-sabaude. Dopo la Pace di Zurigo, tuttavia, si giunse ad una fase di stallo, poiché i governi provvisori si rifiutavano di restituire il potere ai vecchi regnanti (così come previsto dal trattato di pace) e il governo di La Marmora non aveva il coraggio di proclamare le annessioni dei territori al Regno di Sardegna. Il 22 dicembre 1859 Vittorio Emanuele II si rassegnò, così, a richiamare Cavour che nel frattempo aveva ispirato la creazione del partito di Unione Liberale.
Il Conte, rientrato alla presidenza del Consiglio dei Ministri il 21 gennaio 1860, si trovò in breve di fronte ad una proposta francese di soluzione della questione dei territori liberati: annessione al Piemonte dei ducati di Parma e Modena, controllo sabaudo della Romagna pontificia, regno separato in Toscana sotto la guida di un esponente di Casa Savoia e cessione di Nizza e Savoia alla Francia. In caso di rifiuto della proposta il Piemonte avrebbe dovuto affrontare da solo la situazione di fronte all'Austria, "a suo rischio e pericolo".
Rispetto agli accordi dell'alleanza sardo-francese i compensi territoriali al Piemonte a nord degli Appennini sostituivano l'annessione del Veneto che non si era potuto liberare dall'occupazione austriaca. Stabilita, di fatto, l'annessione di Parma, Modena e Romagna, Cavour, forte dell'appoggio della Gran Bretagna, sfidò la Francia sull'indipendenza della Toscana. Organizzò quindi in Toscana un plebiscito per l'unione al Piemonte. La votazione si tenne l'11 e il 12 marzo 1860, con risultati incontrovertibili che legittimarono l'annessione. Parigi reagì con profondo disappunto, pressando per l'acquisizione della Savoia e di Nizza, che avvenne con la firma del Trattato di Torino il 24 marzo 1860. In cambio di queste due province il Regno di Sardegna aveva acquisito, oltre alla Lombardia, anche l'attuale Emilia-Romagna e la Toscana, trasformandosi in una nazione assai più omogenea.


Cavour era al corrente che la Sinistra non aveva abbandonato l'idea di una spedizione in Italia meridionale e che Giuseppe Garibaldi, circondato da personaggi repubblicani e rivoluzionari, era in contatto a tale scopo con Vittorio Emanuele II. Cavour ritenne pericolosa l'iniziativa di Garibaldi, soprattutto a causa dei personaggi di cui si circondava che avrebbero potuto portare alla deriva le intenzioni del generale e procurare una rivoluzione generale. Cavour si adoperò quindi per organizzare egli stesso una sommossa antiborbonica nel Regno delle Due Sicilie, ma con personaggi di cui si fidava. Fra gli altri, attraverso Giuseppe La Farina, contattò Ignazio Ribotti e Giuseppe La Masa. Tuttavia la rivolta della Gancia cambiò le carte in tavola e Cavour dovette desistere dal suo tentativo. Inoltre il suo prestigio era stato scosso dalla cessione di Nizza e Savoia e non si sentiva abbastanza forte.
Cavour riuscì, comunque, attraverso La Farina a seguire le fasi preparatorie della spedizione dei Mille, la cui partenza da Quarto fu attentamente monitorata dalle autorità piemontesi. Ad alcune voci sulle intenzioni di Garibaldi di sbarcare in Toscana per entrare nello Stato Pontificio, il Conte, preoccupatissimo per la eventuale reazione della Francia, alleata del Papa, dispose il 10 maggio 1860 l'invio di una nave nelle acque della Toscana "per arrestarvi Garibaldi". Dopo una breve sosta a Talamone per rifornirsi, Garibaldi, invece, puntò a Sud e, successivamente allo sbarco a Marsala dell'11 maggio, Cavour lo fece raggiungere e controllare da La Farina. Quest'ultimo però travalicò le disposizioni di Cavour e pretese l'annessione immediata della Sicilia al Regno di Sardegna. Ciò lo portò allo scontro con Garibaldi che lo espulse dall'isola. Cavour ne fu inizialmente amareggiato, ma poi riuscì a mettersi d'accordo con Garibaldi per l'uomo che lo avrebbe seguito a reggere le sorti della Sicilia: Agostino Depretis.
In campo internazionale, intanto, alcune potenze straniere, intuendo la complicità di Vittorio Emanuele II nell'impresa, protestarono con il governo di Torino che poté affrontare con una certa tranquillità la situazione data la grave crisi finanziaria dell'Austria, in cui era anche ripresa la rivoluzione ungherese. Napoleone III, d'altra parte, si attivò subito nel ruolo di mediatore e, per la pace fra garibaldini ed esercito napoletano, propose a Cavour l'autonomia della Sicilia, la promulgazione della costituzione a Napoli e a Palermo e l'alleanza fra Regno di Sardegna e Regno delle due Sicilie. Immediatamente il regime borbonico si adeguò alla proposta francese instaurando un governo liberale e proclamando la costituzione. Tale situazione mise in grave difficoltà Cavour per il quale l'alleanza era irrealizzabile. Nello stesso tempo non poteva scontentare Francia e Gran Bretagna che premevano almeno per una tregua.
Il governo piemontese decise allora che Vittorio Emanuele II avrebbe inviato un messaggio a Garibaldi con il quale gli si intimava di non attraversare lo stretto di Messina. Il 22 luglio Vittorio Emanuele inviò sì la lettera voluta da Cavour, ma la fece seguire da un messaggio personale nel quale la smentiva.

Il 6 agosto 1860 il conte di Cavour informò i delegati del Regno delle due Sicilie del rifiuto di Garibaldi di concedere la tregua dichiarando esauriti i mezzi di conciliazione e rinviando ad un futuro incerto i negoziati per l'alleanza.
Negli stessi giorni Cavour, nel timore di far precipitare i rapporti con la Francia, sventò una spedizione militare di Giuseppe Mazzini e Giovanni Nicotera che dalla Toscana doveva muovere contro lo Stato Pontificio. Cavour si preparò pertanto a fare tutti i suoi sforzi per impedire che il movimento per l'unità d'Italia diventasse rivoluzionario. In questa ottica cercò, nonostante il parere sfavorevole del suo ambasciatore a Napoli Salvatore Pes di Villamarina, di prevenire Garibaldi nella capitale borbonica organizzando una sommossa di moderati. Complici di tale azione furono Leopoldo di Borbone, il generale borbonico Alessandro Nunziante e il ministro borbonico Liborio Romano. Una squadra navale piemontese comandata dall'ammiraglio Carlo Persano fu inviata verso Napoli con soldati che sarebbero dovuti sbarcare per sostenere la sommossa filopiemontese in città che, però, non ci fu. Garibaldi entrò così trionfalmente a Napoli il 7 settembre 1860.

Fallito il progetto di un successo dei moderati a Napoli, Cavour, allo scopo di evitare un'avanzata di Garibaldi verso Roma, decise per l'invasione dello Stato Pontificio attraverso le Marche e l'Umbria. Il pericolo era infatti che Garibaldi a Roma avrebbe potuto portare a una Repubblica romana e provocare una dura reazione della Francia. Bisognava però preparare Napoleone III agli avvenimenti e convincerlo che l'invasione dello Stato della Chiesa sarebbe stato il male minore. Per la delicata missione diplomatica Cavour scelse Luigi Carlo Farini e Enrico Cialdini. L'incontro con Napoleone III avvenne il 28 agosto 1860 a Chambéry, ma il contenuto di quel colloquio resta incerto e sul consenso francese all'invasione, riportato dalla parte italiana, è possibile che si sia determinato un equivoco.
In buona sostanza Napoleone III tollerò l'invasione piemontese delle Marche e dell'Umbria prevedendo di scaricare su Cavour il discredito che sarebbe derivato da un'azione contro Garibaldi. Cavour, invece, voleva scongiurare proprio questo. Le truppe piemontesi, infatti, non si dovevano scontrare con Garibaldi, ma prevenirlo sulla marcia verso Roma fermandolo con un invasione irredentista, di liberazione, dello Stato Pontificio. Anche il timore che si stesse organizzando un attacco austriaco al Piemonte, spinse Cavour ad agire in fretta. Egli inviò quindi un ultimatum allo Stato Pontificio di licenziare i militari stranieri al suo servizio sul suolo italiano. Ma già l'11 settembre, prima della risposta negativa del cardinale Giacomo Antonelli, l'armata piemontese varcò i confini dello Stato della Chiesa. La Francia ufficialmente reagì in difesa del Papa, e anche Alessandro II di Russia ritirò il suo rappresentante a Torino, ma non ci furono risvolti pratici a queste due iniziative diplomatiche.
Intanto la crisi con Garibaldi si era improvvisamente aggravata, poiché quest'ultimo aveva proclamato il 10 settembre che avrebbe consegnato al Re i territori da lui conquistati solo dopo aver occupato Roma. L'annuncio aveva anche ottenuto il plauso di Mazzini. Ma il successo piemontese nella battaglia di Castelfidardo contro i pontifici del 18 e il conferimento al governo di un prestito di 150 milioni per le spese militari, ridiedero forza e fiducia a Cavour, mentre Garibaldi, pur vittorioso nella battaglia del Volturno, esauriva la sua spinta verso Roma.


All'inizio di ottobre 1860 Cavour affermò:
Cavour, però, non era convinto della fine dell'esercito borbonico e sollecitò Vittorio Emanuele II a proseguire l'avanzata dell'esercito piemontese nel Regno delle Due Sicilie, il cui confine fu violato il 10 0ttobre 1860. Napoleone III vedeva intanto tramontare la sua idea di un'Italia federale e se ne lamentava con il governo di Torino. A questo punto Garibaldi nominò "prodittatore" a Napoli il milanese Giorgio Pallavicino Trivulzio, uomo vicino a Cavour, che indisse il plebiscito per l'annessione al Piemonte della parte continentale del Mezzogiorno, seguito da una stessa iniziativa del suo omologo Antonio Mordini a Palermo. Le votazioni si tennero il 21 ottobre 1860, sancendo l'unione del Regno delle due Sicilie con quello di Sardegna. Militarmente, però, i borbonici resistevano nelle fortezze di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto, in Abruzzo. A Gaeta, dove si era rifugiata la corte borbonica, persisteva la situazione politicamente più delicata, perché l'ammiraglio francese Adelbert Lebarbier de Tinan (1803-1876) aveva ricevuto ordini da Napoleone III di impedire con la sua flotta il blocco completo della piazzaforte. Cavour si adoperò, quindi, affinché la squadra francese si allontanasse. Ma anche senza questo ostacolo l'assedio si prolungò fino al 13 febbraio 1861. Poco dopo caddero anche le altre due piazzeforti di Messina e Civitella.
Momentaneamente sviate le mire di Garibaldi su Roma, a Cavour restava ora il problema di decidere su cosa fare di ciò che rimaneva dello Stato Pontificio (approssimativamente il Lazio attuale), tenendo conto che un attacco italiano a Roma sarebbe stato fatale per le relazioni con la Francia. Il progetto del Conte, avviato dal novembre 1860 e perseguito fino alla sua morte, fu quello di proporre al Papa la rinuncia al potere temporale in cambio della rinuncia da parte dello Stato al corrispettivo, ovvero il giurisdizionalismo. Si sarebbe perciò adottato il principio di "Libera Chiesa in libero Stato", celebre motto pronunciato nel discorso del 27 marzo 1861 sebbene già coniato in precedenza da Charles de Montalembert, ma le trattative naufragarono sulla fondamentale intransigenza di Pio IX.
Dal 27 gennaio al 3 febbraio 1861 si tennero le elezioni per il primo Parlamento italiano unitario. Oltre 300 dei 443 seggi della nuova Camera andarono alla maggioranza. All'opposizione ne furono assegnati un centinaio, ma fra loro non comparivano rappresentanti della Destra, poiché i clericali avevano aderito all'invito di non eleggere e di non farsi eleggere in un Parlamento che aveva leso i diritti del pontefice.
Il 18 febbraio venne inaugurata la nuova sessione, nella quale sedettero per la prima volta rappresentanti piemontesi, lombardi, siciliani, toscani, emiliani, romagnoli e napoletani insieme. Il 17 marzo il Parlamento proclamò il Regno d'Italia e Vittorio Emanuele II suo re. Il 22 marzo Cavour veniva confermato alla guida del governo, dopo che Vittorio Emanuele aveva dovuto rinunciare a Bettino Ricasoli. Cavour, che tenne per sé anche gli Esteri e la Marina, il 25 affermò in parlamento che Roma sarebbe dovuta diventare capitale d'Italia.


Le straordinarie vicende del Regno di Sardegna che avevano portato ad uno smisurato ingrandimento del territorio nazionale portarono, inevitabilmente, ad aggravare le condizioni economiche del Paese che aveva subito un salasso a causa della seconda guerra d'indipendenza. Fedele collaboratore in materia finanziaria di Cavour in quell'epoca di transizione fu il banchiere livornese Pietro Bastogi, con il quale Cavour perseguì le tesi economiche già avviate nel Regno di Sardegna, prima fra tutte l'estensione a tutto il Paese della tariffa doganale piemontese. Contestualmente ricorse ad un prestito per le necessità a breve termine, mentre per il lungo termine contava sulle maggiori entrate fiscali che lo sviluppo economico e dei commerci dovevano fornire. Si trattò di una previsione ottimistica.
Per incrementare i commerci e gli spostamenti interni, Cavour presentò dei disegni di legge che dovevano dare un grande sviluppo alle ferrovie per il collegamento dell'Italia settentrionale con il resto dell'Italia continentale e con la Sicilia. Fu anche promotore di moderne istituzioni bancarie per il Mezzogiorno, ma con un unico isitituto di emissione per tutto il Paese, cosa che entrò in conflitto con le strutture di emissioni bancarie preunitarie radicate nel contesto locale. In effetti la bilancia commerciale italiana era in disavanzo, poiché nel 1861 segnava 821 milioni di importazioni e 478 di esportazioni. Nonostane ciò, Cavour continuò a perseguire l'idea del libero mercato.
Quanto alla politica delle istituzioni, Cavour condannò il decentramento regionale amministrativo, bocciando le aspirazioni autonomistiche della Sicilia e riducendo il più possibile i rischi della sinistra radicale meridionale. Ma le difficoltà dovute al fenomeno del brigantaggio, agli abusi perpetrati dalla classe politica meridionale denunciati da Pasquale Villari, nonché la diffidenza della classe politica piemontese nei confronti del Sud, spinsero Massimo d'Azeglio perfino a dubitare dell'esigenza dell'unità del Paese. Cavour invece non ebbe dubbi. Grazie alla sua formazione e all'impegno profuso nel cammino risorgimentale egli si sentiva ormai italiano, e sostenne l'idea di "imporre l'unità alla parte più corrotta e debole d'Italia".

Cavour, che aveva a cuore il benvolere della classe media della popolazione, ebbe sempre dei riguardi nei confronti dell'"illustre generale Garibaldi". Costui, invece, non ebbe le stesse attenzioni. Garibaldi criticò spesso Cavour in pubblico accusandolo di "pusillanimità", e di "servilismo" nei confronti di Napoleone III. Rimane il fatto che Garibaldi non poté perdonare a Cavour di avere ceduto la propria città natale, Nizza, alla Francia. Cavour, tuttavia, sapeva che Mazzini fomentava Garibaldi affinché si tentasse un'azione per far rinascere la Repubblica Romana, per cui la persistenza dell'Esercito meridionale garibaldino nel Sud costituiva, per Cavour, un grave pericolo rivoluzionario.
Già sul finire del 1860 Cavour aveva pensato di accogliere i soldati dell'Esercito meridionale in un corpo separato di volontari, chiedendo loro di scegliere tra due anni di ferma militare o il congedo con 6 mesi di paga. 30000 di loro scelsero il congedo. Ma per gli ufficiali, che erano soprattutto meridionali, era previsto un esame di ingresso e la burocrazia rallentò l'iter delle pratiche rendendo pericolosa la moltitudine di garibaldini concentratasi a Napoli. D'altro canto Cavour volle evitarne il trasferimento al nord, nel timore che lo spirito rivoluzionario che temeva albergasse in quei soldati influenzasse il Settentrione. Il 16 gennaio 1861 fu quindi decretato lo scioglimento dell'Esercito meridionale. Su questa decisione, che provocò la protesta del comandante del Corpo Giuseppe Sirtori, Cavour fu irremovibile. In difesa del suo esercito, il 18 aprile 1861 Garibaldi pronunciò un memorabile discorso alla Camera, accusando "la fredda e nemica mano di questo Ministero [Governo]" di aver voluto provocare una "guerra fratricida". Cavour reagì con impeto, chiedendo, invano, al presidente della Camera Urbano Rattazzi di richiamare all'ordine Garibaldi. La seduta fu sospesa; e Nino Bixio tentò, nei giorni successivi, una riconciliazione, che non si compì mai del tutto.
Il ruolo di Cavour durante il Risorgimento ha suscitato varie dispute. Sebbene sia considerato uno dei padri della patria assieme a Garibaldi, Vittorio Emanuele II e Mazzini, il Conte inizialmente non riteneva fosse possibile unire tutta l'Italia soprattutto per l'ostacolo rappresentato dallo Stato Pontificio e dunque puntava solamente ad allargare i confini del regno dei Savoia nel nord Italia. Lo stesso Mazzini lo accusava di non promuovere una politica chiaramente volta all'unificazione di tutta la penisola.
Mazzini si pronunciò a riguardo sul giornale L'Italia del Popolo:
Per raggiungere i suoi scopi, Cavour avrebbe anche favorito l'agenzia Stefani con fondi segreti, sebbene lo Statuto vietasse privilegi e monopoli ai privati. Così l'agenzia Stefani, forte delle solide relazioni con Cavour divenne, secondo il saggista Gigi Di Fiore, un fondamentale strumento governativo per il controllo mediatico nel Regno di Sardegna.


Il 29 maggio 1861 Cavour ebbe un malore, attribuito dal suo medico curante a una delle crisi malariche che lo colpivano periodicamente da quando, in gioventù, aveva contratto la malaria nelle risaie di famiglia del vercellese. In questa occasione tutte le cure praticate non ebbero effetto, tanto che il 5 giugno venne fatto chiamare un sacerdote francescano suo amico, padre Giacomo da Poirino, al secolo Luigi Marocco (1808-1885), parroco di Santa Maria degli Angeli, chiesa nella quale si sarebbero poi svolte le esequie. Costui, come gli aveva promesso già da sette anni, lo confessò e gli somministrò l'estrema unzione, ignorando sia la scomunica, che Cavour aveva subito nel 1855, sia il fatto che Cavour non aveva ritrattato le sue scelte anticlericali. Per questo motivo padre Giacomo, dopo aver riferito i fatti alle autorità religiose, fu richiamato a Roma, gli fu tolta la parrocchia e gli fu interdetto l'esercizio del ministero della confessione, al quale venne però riammesso nel 1881 da papa Leone XIII. La nipote Giuseppina Alfieri di Sostegno ha tramandato che, sul letto di morte, alla vista del confessore, Cavour abbia pronunciato le parole: «Frate, frate, libera chiesa in libero Stato!»
Subito dopo il colloquio con padre Giacomo, Cavour chiese di parlare con Luigi Carlo Farini, al quale, come rivela la nipote Giuseppina, confidò a futura memoria: «Mi ha confessato ed ho ricevuto l'assoluzione, più tardi mi comunicherò. Voglio che si sappia; voglio che il buon popolo di Torino sappia che io muoio da buon cristiano. Sono tranquillo e non ho mai fatto male a nessuno».
Nel 2011 è stata ritrovata una missiva di padre Giacomo a Pio IX, nella quale il frate racconta che Cavour aveva dichiarato che «intendeva di morire da vero e sincero cattolico». Per cui il confessore, «incalzato dalla gravità del male che a gran passi il portava a morte», la mattina del 5 giugno concesse il sacramento. Scrisse anche che «nel corso della sua gravissima malattia», Cavour «era ad intervalli soggetto ad alienazione di mente». Il frate chiude quindi la lettera di scuse ribadendo di «aver fatto, quanto era in sé, il suo officio».
Verso le 9 giunse al suo capezzale il Re. Nonostante la febbre, Cavour riconobbe Vittorio Emanuele, al quale parlò concitatamente. Secondo l'amico Michelangelo Castelli, le ultime parole del Conte furono: «L'Italia è fatta - tutto è salvo», così come le intese al capezzale Luigi Carlo Farini. Il 6 giugno 1861, a meno di tre mesi dalla proclamazione del Regno d'Italia, Cavour moriva così a Torino nel palazzo di famiglia. La sua fine suscitò immenso cordoglio, anche perché del tutto inattesa, e ai funerali vi fu straordinaria partecipazione. A Cavour succedette come presidente del Consiglio Bettino Ricasoli.
L'avvenuto compimento dell'unita della nazione italiana a cui si deve grande parte del merito a Cavour, costituì uno degli avvenimenti più importanti del panorama europeo del XIX secolo, a causa delle numerose e varie implicazioni che aveva scaturito la questione italiana nelle cancellerie e negli avvenimenti bellici e rivoluzionari della prima metà del secolo. La formazione dello stato unitario italiano, che fu seconda in ordine di importanza solo a quella dell'Impero tedesco, influirà, inoltre sulle nazionalità dell'Impero austriaco, determinando un altro grande passaggio della storia europea.
Dal punto di vista della politica interna, il successo della visione liberale di Cavour portò, con la libertà politica ed economica, alla modernizzazione e all'industrializzazione della società italiana. Ciò che condusse alla formazione del movimento operaio e all'integrazione nella vita sociale del Paese delle masse socialiste e di quelle cattoliche e clericali. Caposaldo della politica di Cavour fu, infatti, la laicità che il Conte condusse al potere e che si affermò con la generazione di politici successiva. Con Cavour iniziò quindi ad affermarsi in Italia, anche se lentamente, la moderna etica europea, progressista e laica sul potere politico clericale, prima nelle città, poi nei centri minori e rurali. La conseguenza fu la formazione di una classe di funzionari statali e di militari consapevoli del valore della comunità e dei loro compiti.
Ma il retaggio culturale maggiore della figura di Cavour si attribuisce alla politica estera. Il piccolo Regno di Sardegna sotto la sua guida ottenne con uno sforzo relativo risultati soprendenti. Per conseguire tali risultati Cavour ebbe l'abilità di procurarsi aiuti dai soggetti più diversi: dalla Francia di Napoleone III alla Gran Bretagna a Giuseppe Garibaldi a elementi mazziniani. E a tutti Cavour riuscì a imporre i suoi fini, realizzando l'unità politica dell'Italia in contrapposizione alla federazione di stati preunitari chiesta da Napoleone III e contro le idee filoaustriache di Londra. Tutti questi soggetti lo aiutarono prima e lo contestarono poi, ma non fino al punto di disconoscere l'unità d'Italia. Questa abilità verrà in qualche modo trasmessa ai successori della polticia estera di Cavour. Essi sapranno riconoscere, più che nella forza militare, nelle alleanze (come nel caso di quella italo-prussiana) e nel cogliere il momento giusto per agire (come nel caso della presa di Roma) i momenti fondamentali del successivo percorso risorgimentale del Paese.


Cavour nell'agiografia postunitaria, dall'anno della sua morte fu ritenuto il "Padre della Patria" da un illustre personaggio come Giuseppe Verdi, che lo definì "il vero padre della patria" e dal politico liberale, senatore del Regno, Nicomede Bianchi, che lo definì "il buono e generoso padre della patria nascente".
Il Conte è stato ricordato in vari modi. Due città italiane hanno aggiunto il suo nome a quello originario: Grinzane Cavour, di cui Camillo Benso fu sindaco, e Sogliano Cavour per celebrare l'unità nazionale. Gli sono state dedicate innumerevoli vie e piazze e numerose statue.
Diverse le targhe ricordo, anche al di fuori dei confini italiani, come ad esempio quella posta a San Bernardino (frazione di Mesocco, nel Cantone dei Grigioni), che ricorda il passaggio dello statista il 27 luglio 1858, dopo gli accordi di Plombières con Napoleone III.
Nel 2010, in occasione del 200º anniversario della sua nascita, è stata coniata dalla zecca italiana una moneta da 2 euro commemorativa che lo raffigura.
La tomba di Cavour si trova a Santena e consiste in un semplice loculo posto nella cripta sotto la cappella di famiglia nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo; l'accesso avviene tuttavia dall'esterno della chiesa (piazza Visconti Venosta, su cui si affaccia anche la facciata secondaria della Villa Cavour). Lo statista è sepolto per sua espressa volontà accanto all'amato nipote Augusto Benso di Cavour, figlio di suo fratello Gustavo e morto a 20 anni nella battaglia di Goito. La cripta è stata dichiarata monumento nazionale nel 1911.
La nave da battaglia Conte di Cavour e la portaerei Cavour (C 550) sono state così chiamate in suo onore.
A Cavour furono dedicate delle caramelle di liquirizia aromatizzate alla violetta: le cosiddette sénateurs.
Lo storico Caffè Confetteria Al Bicerin dal 1763 ricorda Cavour come suo cliente fidato (uno dei tavolini al suo interno viene segnalato come abituale del conte).

Cavour ottenne numerose onorificenze, anche straniere. Si riportano quelle di cui si è a conoscenza da fonti attendibili:
| Camillo Benso | |
|---|---|
| Conte dei marchesi di Cavour | |
| Nome completo | Camillo Paolo Filippo Giulio |
| Nascita | Torino, 10 agosto 1810 |
| Morte | Torino, 6 giugno 1861 (50 anni) |
| Luogo di sepoltura | Castello Cavour di Santena |
| Dinastia | Benso |
| Padre | Michele Benso di Cavour |
| Madre | Adèle de Sellon |
| Religione | Cattolicesimo |
| Bernardino *? †? | |||||||||
| Pompilio *? †1624 | |||||||||
| Silvio *? †1624 | Michelantonio *1600 †1655 | Bernardino *? †? | Zenobia *? †? | ||||||
| Maurizio Pompilio Conte di Cellarengo e Isolabella 1635 †? | Paolo Giacinto Signore di Cavour *1637 †1712 | Ludovico Percivalle *1647 †1685 | Giuseppe Filippo Signore di Cavour *1648 †1719 | Carlo Ottavio *? †1724 | |||||
| Michele Antonio III Marchese di Cavour *1707 †1774 | |||||||||
| Giuseppe Filippo IV Marchese di Cavour *1741 †1807 | |||||||||
| Michele V Marchese di Cavour *1781 †1850 | |||||||||
| Gustavo VI Marchese di Cavour *1806 †1864 | Camillo Paolo Conte di Cavour *1810 †1861 | ||||||||
| Augusto *1828 †1848 | Giuseppina *1831 †1888 ⚭ Carlo Alfieri di Sostegno *1827 †1897 | Ainardo VII Marchese di Cavour *1833 †1875 | |||||||
| Maria Luisa *1852 †1920 ⚭ Emilio Visconti Venosta *1829 †1914 | Adele *1857 †1937 | ||||||||
| Paola *1877 †1886 | Carlo *1879 †1942 | Francesco *1880 †1898 | Enrico *1883 †1945 | Giovanni *1887 †1947 | |||||

Uno dei riferimenti principali della bibliografia relativa a Cavour è la Bibliografia dell'età del Risorgimento in onore di A.M. Ghisalberti (Olschki, Firenze, 1971-1977, in 3 volumi più uno di indici), nel cui primo volume, alle pp. 160–164, sono riportati, a cura di Giuseppe Talamo, gli scritti del Conte e la bibliografia su di lui fino al 1969. L'opera è stata aggiornata per il periodo 1970-2001 con altri 3 volumi più uno di indici nel 2003-2005. A Cavour sono dedicate le pp. 307–310 a cura di Sergio La Salvia.
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 68923739 · ISNI (EN) 0000 0001 2102 0885 · SBN CFIV027084 · BAV 495/14400 · CERL cnp01436260 · LCCN (EN) n79072805 · GND (DE) 118668900 · BNE (ES) XX993898 (data) · BNF (FR) cb11885947p (data) · J9U (EN, HE) 987007271615305171 · NSK (HR) 981005786713009366 · NDL (EN, JA) 00620473 · CONOR.SI (SL) 124519779 |
|---|