
Delfino è il nome comune con cui si indicano i cetacei odontoceti della famiglia Delphinidae (delfini oceanici) e delle quattro famiglie dei cosiddetti delfini di fiume: Platanistidae, Lipotidae, Iniidae e Pontoporiidae. Il termine non corrisponde a un gruppo naturale: i delfini di fiume non discendono da un antenato comune esclusivo e i Delphinidae sono più strettamente imparentati con le focene e con i Monodontidae (beluga e narvalo) che con i delfini di fiume.
Secondo la lista della Society for Marine Mammalogy aggiornata ad aprile 2026, i Delphinidae comprendono 38 specie e i delfini di fiume 5, di cui una, il lipote, probabilmente estinta. Le dimensioni variano dai circa 1,2-1,6 m del cefalorinco di Hector ai quasi 10 m dei maschi di orca, il delfinide più grande. La maggior parte delle specie vive in mare; alcune vivono esclusivamente o in parte in acqua dolce, in fiumi e lagune dell'Asia meridionale e del Sudamerica.
Il termine, derivato dal greco antico δελφίς?, delphís, viene accostato tradizionalmente a δελφύς (delphýs, "utero"), ma l'etimologia non è certa. Nell'uso comune italiano indica soprattutto le specie più note, come il tursiope e il delfino comune.

Per gran parte del Novecento i delfini di fiume sono stati riuniti nella superfamiglia Platanistoidea, sulla base di somiglianze morfologiche come il rostro molto lungo, gli occhi ridotti e le vertebre cervicali non fuse. Le analisi molecolari hanno mostrato che si tratta di somiglianze dovute all'adattamento ad ambienti simili e non a una discendenza comune: il gruppo è polifiletico. Le due specie di Platanista formano una linea antica, separata da tutti gli altri delfini; il lipote è il gruppo fratello degli Inioidea (Iniidae e Pontoporiidae), e questo insieme è a sua volta il gruppo fratello dei Delphinoidea (Delphinidae, Phocoenidae e Monodontidae). Il nome Platanistoidea, quando è ancora usato, si riferisce oggi ai soli Platanistidae e ai loro parenti fossili.
Rapporti di parentela tra le famiglie di odontoceti secondo McGowen et al. (2020); in grassetto le famiglie chiamate "delfini":
| Odontoceti |
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Alcuni Delphinidae di grandi dimensioni portano in inglese nomi con whale ("balena"): l'orca (killer whale), i due globicefali (pilot whales), la pseudorca (false killer whale), la feresa (pygmy killer whale) e il peponocefalo (melon-headed whale). Sono a tutti gli effetti delfinidi; i nomi riflettono solo le dimensioni o l'aspetto.
L'elenco segue la lista della Society for Marine Mammalogy (aprile 2026). La suddivisione dei Delphinidae in sottofamiglie segue McGowen et al. (2020) e Galatius et al. (2025); la posizione di Orcinus, Lagenorhynchus e Leucopleurus non è risolta. Rispetto alle classificazioni precedenti, Delphinus capensis non è più considerato una specie distinta da D. delphis, Globicephala sieboldii non è riconosciuto, e diverse specie un tempo attribuite a Lagenorhynchus sono state spostate nei generi Aethalodelphis, Leucopleurus e Cephalorhynchus.
Famiglia Delphinidae (38 specie)
Famiglia Platanistidae
Famiglia Lipotidae
Famiglia Iniidae
Famiglia Pontoporiidae
I delfini hanno un corpo affusolato e idrodinamico. La propulsione è data dalla pinna caudale, orizzontale e mossa dall'alto in basso; le pinne pettorali servono a manovrare e la pinna dorsale, assente nei lissodelfini, a stabilizzare. Respirano attraverso un unico sfiatatoio posto sulla sommità del capo.
La fronte di molte specie è occupata dal melone, un cuscinetto di tessuto adiposo che concentra in un fascio i suoni usati per l'ecolocalizzazione. I suoni sono prodotti nel complesso nasale, sotto lo sfiatatoio, dalla vibrazione delle cosiddette "labbra foniche" e delle borse dorsali associate; gli echi di ritorno sono ricevuti soprattutto attraverso la mandibola, che contiene anch'essa grasso conduttore del suono.
In molte specie le mascelle sono allungate in un rostro ben distinto dalla fronte; in altre, come il grampo, i globicefali e l'orcella, il rostro è assente o appena accennato. I denti sono conici e tutti uguali (omodonti) e il loro numero varia molto: il grampo ne ha pochi, solo nella mandibola, mentre la stenella dal lungo rostro ne può avere più di 200.
Il cervello è grande in rapporto al corpo: il quoziente di encefalizzazione del tursiope è tra i più alti nel regno animale dopo quello umano.
La colorazione è di solito basata su toni di grigio, più scuri sul dorso e chiari sul ventre (controombreggiatura), spesso con bande, strisce o macchie caratteristiche della specie.

Platanistidae
Lipotidae (solo areale storico)
Inioidea (Inia, Pontoporia)
Delphinidae d'acqua dolce (Sotalia fluviatilis, Orcaella brevirostris)
Delphinidae costieri (Sotalia guianensis, Cephalorhynchus, Sousa, Orcaella heinsohni)
I Delphinidae sono presenti in tutti gli oceani, dalle acque tropicali a quelle polari; molte specie sono pelagiche e hanno distribuzione circumglobale, altre sono legate alle acque costiere poco profonde.
I delfini di fiume vivono in pochi grandi bacini fluviali. Le due specie di Platanista abitano il sistema Gange-Brahmaputra-Meghna e l'Indo, dove l'areale si è ridotto di circa l'80% a causa degli sbarramenti. L'inia è diffusa nei bacini del Rio delle Amazzoni e dell'Orinoco e nell'Araguaia-Tocantins. Il lipote viveva nel medio e basso corso del Fiume Azzurro e nei laghi collegati. La pontoporia, nonostante la parentela con l'inia, è una specie marina costiera dell'Atlantico sudoccidentale, tra il Brasile sudorientale e l'Argentina.
Alcuni Delphinidae vivono stabilmente in acqua dolce o salmastra: la sotalia nel Rio delle Amazzoni e nei suoi affluenti; l'orcella nei fiumi Irrawaddy, Mekong e Mahakam e in lagune costiere come Chilika in India e Songkhla in Thailandia. Le specie dei generi Sousa, Sotalia (sotalia della Guyana), Cephalorhynchus e l'orcella australiana sono invece legate alle acque marine costiere poco profonde.

Nel Mar Mediterraneo sei specie di Delphinidae sono considerate regolari. La stenella striata è la più abbondante e frequenta le acque profonde di tutto il bacino. Il tursiope è presente ovunque ed è l'unico cetaceo stabilmente presente nell'Adriatico settentrionale, dove la profondità è ridotta. Il grampo è legato alle scarpate continentali e ai canyon, il globicefalo al bacino occidentale, con il massimo tra lo Stretto di Gibilterra e il Mare di Alboran, e lo steno al bacino levantino.
Il delfino comune, un tempo diffuso in tutto il bacino, è in forte declino: oggi è regolare solo in alcune aree (Mare di Alboran, Canale di Sicilia, Egeo settentrionale e orientale, coste di Israele) ed è quasi scomparso dall'Adriatico. Le popolazioni mediterranee di delfino comune, grampo e globicefalo sono classificate come in pericolo nella Lista rossa IUCN. L'orca è regolare solo nello Stretto di Gibilterra, con una piccola popolazione in pericolo critico; nel resto del bacino è un visitatore occasionale.
Il 24 giugno 2025 un giovane tursiope di circa 2 m fu avvistato nella laguna di Venezia, a nord-ovest di Chioggia. Dopo alcune settimane nella laguna meridionale si spostò verso nord e dal 3 ottobre 2025 iniziò a frequentare regolarmente il bacino di San Marco, dove si nutriva soprattutto di cefali, spingendosi anche nel canale della Giudecca, nel canale del Tronchetto e all'imbocco del Canal Grande. La stampa lo ha soprannominato "Mimmo" e, in veneziano, "Nane". Il sesso non è stato determinato.
La convivenza con il traffico acqueo si rivelò difficile: residenti e turisti cercavano di avvicinarlo, toccarlo o nutrirlo, e il 12 novembre 2025 furono osservate sul dorso e sulla pinna dorsale lesioni compatibili con l'urto di un'elica. Il 15 novembre, sulla base di un'ordinanza della Capitaneria di porto del giorno precedente, quattordici imbarcazioni tentarono di allontanarlo verso il mare aperto con dissuasori acustici e rumori percussivi: il delfino si spostò di circa 3 km, ma mezz'ora dopo la fine dell'operazione era di nuovo nel bacino di San Marco. Gli autori dello studio che ha documentato il caso sconsigliano la cattura e il trasferimento e raccomandano invece la convivenza, con una distanza di sicurezza di 50 m, il divieto di nutrirlo e il controllo del traffico.
Dal gennaio 2026 l'animale è seguito da un programma di osservazione del CERT dell'Università di Padova, del Museo di storia naturale di Venezia e del Comune. A novembre 2026 era ancora presente in laguna, in buona salute e con le ferite rimarginate.
I delfini erano segnalati nella laguna, anche nel bacino di San Marco e nel canale della Giudecca, alla fine dell'Ottocento, e vi sono diventati rari dopo gli anni settanta del Novecento. Un precedente recente risale al marzo 2021, quando una coppia di delfini fu vista alla Punta della Dogana e nel bacino di San Marco, nel periodo di traffico ridotto dovuto alle restrizioni per la pandemia di COVID-19.
Quando nuotano velocemente, i delfini spesso saltano fuori dall'acqua: oltre una certa velocità, procedere a balzi costa meno energia che nuotare sotto la superficie, perché l'attrito con l'aria è molto inferiore a quello con l'acqua. I salti hanno anche funzioni sociali e di comunicazione.
I delfini producono tre tipi principali di suoni: fischi modulati in frequenza, impulsi a raffica e clic di ecolocalizzazione, tutti generati nel complesso nasale. Nel tursiope ogni individuo sviluppa un fischio "firma" che lo identifica, e gli altri membri del gruppo possono imitarlo per rivolgersi a quell'individuo.
Sono animali sociali. Le dimensioni e la struttura dei gruppi variano molto tra le specie e i luoghi: da pochi individui nelle specie costiere a gruppi di centinaia o oltre un migliaio in alcune specie oceaniche. In molte specie la composizione dei gruppi cambia di continuo (società a "fissione-fusione"), ma tra singoli individui possono formarsi legami stabili, come le alleanze tra maschi di tursiope.
I delfini dormono in genere con un solo emisfero cerebrale alla volta (sonno uniemisferico a onde lente), tenendo aperto l'occhio opposto all'emisfero sveglio; questo permette di continuare a nuotare, risalire a respirare e restare vigili. La platanista dell'Indo, che vive in acque torbide e a forte corrente, nuota senza sosta e riposa in brevi intervalli di pochi secondi distribuiti nell'arco della giornata.
I delfini sono predatori. La maggior parte delle specie si nutre di pesci e cefalopodi; le specie con molti denti e rostro lungo tendono a nutrirsi soprattutto di pesci, mentre quelle con pochi denti e muso arrotondato, come il grampo, sono specializzate nei cefalopodi. Alcune specie catturano anche crostacei. L'orca ha la dieta più varia: secondo la popolazione caccia pesci, altri cetacei, pinnipedi o uccelli marini. Molte specie cacciano in gruppo, spingendo i banchi di pesci verso la superficie o verso la costa.
Il lipote, endemico del fiume Azzurro, non è stato più osservato dopo una ricerca sistematica nel 2006 ed è considerato la prima specie di cetaceo estinta per cause umane. Gli altri delfini di fiume sono minacciati dalla costruzione di dighe e sbarramenti, che frammentano le popolazioni e riducono la portata dei fiumi, dalle catture accidentali nelle reti, dall'inquinamento e, nel caso dell'inia, dall'uccisione per ricavarne esca da pesca.
In mare la minaccia principale per molte specie è la cattura accidentale nelle reti da posta e da traino. Altri fattori sono il degrado degli habitat costieri, il rumore subacqueo, l'inquinamento chimico, la riduzione delle prede e il traffico marittimo. Alcune specie sono ancora oggetto di caccia diretta in poche aree del mondo.
Il delfino compare spesso nell'arte della civiltà minoica, come negli affreschi del palazzo di Cnosso, e poi in quella greca.
Nell'inno omerico ad Apollo il dio assume l'aspetto di un delfino, balza su una nave di mercanti cretesi diretti a Pilo e la conduce a Crisa, il porto vicino al luogo dove sarebbe sorto il santuario di Delfi; da qui l'epiteto di Apollo Delfinio. Erodoto racconta il mito del citaredo Arione, gettato in mare dai marinai e portato in salvo a Capo Tenaro da un delfino. Il delfino era animale sacro a Poseidone e compare frequentemente nell'arte funeraria e sulle monete.
Plinio il Vecchio dedica ai delfini diversi capitoli della Naturalis historia: ne descrive la voce simile a un gemito umano, l'attrazione per la musica, e riferisce che rispondevano al nome di simo per il loro muso camuso.
Secondo la leggenda della fondazione di Taranto, i coloni Parteni giunti da Sparta sotto la guida di Falanto fondarono la città, chiamata come l'eroe Taras, figlio di Poseidone; Falanto, naufragato durante il viaggio, sarebbe stato salvato da un delfino. L'uomo a cavallo del delfino è ancora oggi il simbolo della città.
Nell'arte paleocristiana il delfino fu ripreso dai repertori antichi e assunse il significato di simbolo di Cristo salvatore, che conduce le anime verso la salvezza come il delfino porta a riva i naufraghi; è spesso raffigurato in coppia ai lati di un'ancora, di un calice o di un tridente.
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