
Un debunker (in inglese «sfatatore», «demistificatore») in comunicazione è una persona che analizza notizie con l'intento di confutare affermazioni non veritiere o, più in particolare, chi opera allo scopo di demistificare e smitizzare l'alone di mistero o di credibilità attorno a determinate narrazioni riguardo temi di interesse pubblico.
Il debunking è l'attività di sottoporre tali contenuti a una verifica delle fonti, delle prove e dei dati disponibili, al fine di ricondurre ciò che appare eccezionale o plausibile a una rappresentazione dei fatti supportata dagli elementi realmente disponibili. Ciò può riguardare in particolare disinformazione, bufale, pseudoscienza, presunte teorie del complotto e fenomeni paranormali, nonché affermazioni antiscientifiche, dubbie o tendenziose, mettendone in evidenza eventuali falsità, esagerazioni o rappresentazioni artificiose.
Il termine debunk è formato dal prefisso de- col significato di «rimuovere», «togliere» o «annullare» e dal sostantivo bunk (in inglese americano «fandonia», «sciocchezza» o «affermazione priva di fondamento»). Il sostantivo bunk sarebbe una forma abbreviata di bunkum, termine attestato a partire dall'Ottocento e derivato dal nome della Contea di Buncombe, nella Carolina del Nord: l'origine è collegata a Felix Walker, rappresentante alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti che durante i dibattiti sulla statualità del Missouri avrebbe dichiarato di non voler parlare alla Camera, ma «a Buncombe», intendendo rivolgersi agli elettori del proprio distretto. La vicenda è alla base della successiva diffusione di bunkum col significato di «discorso privo di sostanza» e, in seguito, di bunk nel senso di «sciocchezza» o «fandonia». Il verbo debunk fu invece coniato nel 1923 dallo scrittore statunitense William E. Woodward nel suo romanzo Bunk, col significato appunto di «smascherare, confutare o eliminare le fandonie»; formato come gioco linguistico sull'espressione take the bunk out of things, cioè «togliere le fandonie dalle affermazioni». Da debunk derivano il sostantivo debunking e il termine debunker.
L'uso del termine debunking per indicare l'attività di confutazione pubblica di affermazioni ritenute infondate si affermò negli Stati Uniti d'America nei primi decenni del XX secolo, in particolare negli anni 20. Tra i protagonisti di questo sviluppo vi fu Harry Houdini, che a partire dai primi anni 20 condusse una campagna pubblica contro i medium e lo spiritismo.

Un passaggio particolarmente significativo si ebbe con la rivista Scientific American, che tra il 1923 e il 1924 organizzò un'indagine sistematica sulle Electronic Reactions of Abrams (ERA), un controverso metodo diagnostico attribuito ad Albert Abrams. La rivista sottopose alcune affermazioni circolanti in merito a tale pratica a una serie di prove sperimentali e pubblicò una lunga serie di resoconti dell'indagine, conclusasi nel settembre 1924 con un giudizio secondo cui le pretese dell'ERA non erano comprovate, e i relativi trattamenti erano privi di valore.
Nello stesso periodo Scientific American organizzò un'altra importante iniziativa di questo genere nel campo dello spiritismo: nel 1922 la rivista aveva infatti istituito una competizione internazionale con premi in denaro per chi fosse riuscito a dimostrare, in condizioni di controllo sperimentale, l'esistenza di fenomeni paranormali; le verifiche furono affidate a una commissione comprendente scienziati, esperti di ricerca psichica e, successivamente, Harry Houdini. L'indagine proseguì negli anni successivi e incluse numerose sedute con diversi medium, tra cui Mina Crandon, nota con lo pseudonimo di Margery. La stessa testata ha successivamente ricondotto simili iniziative inscrivendole nella storia del debunking, descrivendo la seconda metà degli anni 10 e gli anni 20 come il periodo di maggiore coinvolgimento della rivista in attività di questo tipo.
Le iniziative di Scientific American rappresentarono così uno dei primi grandi esempi documentati di debunking organizzato attraverso un mezzo di comunicazione scientifico di larga diffusione: l'attività non consisteva soltanto nella pubblicazione di confutazioni, ma comprendeva la selezione di casi controversi, l'istituzione di commissioni investigative, l'esecuzione di prove e la pubblicazione dei risultati. In questo senso, gli anni 20 segnarono la trasformazione del debunking in un filone riconoscibile del giornalismo e della divulgazione scientifica.
Alcune attività di debunking sono state condotte nell'ambito di programmi istituzionali rivolti a fenomeni ritenuti privi di fondamento o a narrazioni considerate fuorvianti. In alcuni casi, organismi governativi e servizi di intelligence hanno coordinato operazioni di propaganda atte a smentire determinate notizie e a fare attività di debunking propriamente detto:
Le elezioni presidenziali americane dell’autunno 2016 offrono un esempio di debunking in merito al caso Pizza-Gate: con tale espressione si indica il caso che vide accusati esponenti del partito democratico (e dunque la stessa Hillary Clinton): le mail-capo d’accusa, poi diffuse da Wikileaks, avrebbero “portato alla luce” una raccolta fondi destinata al traffico di bambini, legata ad un cospicuo numero di ristoranti statunitensi, utilizzati come copertura (da cui il nome stesso del caso). Molteplici organizzazioni parteciparono al processo di debunking: in primis il distretto di polizia di New York, ma anche testate come il New York Times, il Los Angeles Times e The Washington Post. Proprio il New York Times pubblicò nel dicembre del 2016 un articolo su time.com, analizzando minuziosamente i punti-chiave del caso.
L'attività del debunker è quella di analizzare e confutare affermazioni false o infondate, basandosi sulle prove a disposizione e facendo uso di metodi affidabili di verifica. Tradizionalmente il debunking ha riguardato fenomeni ufologici, teorie del complotto, affermazioni sul paranormale, presunti eventi miracolosi e altre affermazioni prive di adeguato fondamento secondo le conoscenze scientifiche.
Con la diffusione della disinformazione, della misinformazione e delle notizie false attraverso i mezzi di comunicazione digitali, il debunking è stato applicato anche alla verifica delle informazioni diffuse in internet. L'attività comprende l'esame del contenuto di una notizia o di un'affermazione, del relativo contesto e delle fonti, allo scopo di verificarne l'attendibilità e, quando necessario, correggere le informazioni false o fuorvianti. Il debunking può dunque comprendere sia la verifica di singole affermazioni sia l'analisi delle modalità con cui informazioni false o fuorvianti vengono prodotte e diffuse. Le tecniche utilizzate comprendono, tra le altre, la verifica delle fonti, il confronto con dati e documenti disponibili e l'analisi delle immagini e dei contenuti digitali.
Attualmente numerose testate giornalistiche hanno istituito una sezione che si occupa di "sbufalamento", soprattutto per quanto riguarda situazioni di emergenza e catastrofi nucleari. A tal proposito, nel 2014 il progetto internazionale Verification Handbook ha stilato un vademecum, destinato ai giornalisti il cui obiettivo era di imparare a distinguere una notizia potenzialmente falsa da una vera, perfezionando l'arte del debunking. Nella guida sono indicati specifici strumenti come:
Le critiche dei debunker possono talvolta risultare offensive, in particolare per quanti credono in determinate teorie considerate tuttavia pseudoscientifiche o opera di disinformazione. Come evidenziato dallo studio Debunking in a world of tribes, pubblicato sulla rivista scientifica PLOS ONE, che analizza le discussioni su Facebook tra debunker e sostenitori di teorie del complotto, un'attività di debunking condotta con toni aggressivi può risultare poco efficace o controproducente, rafforzando il sistema di credenze di chi aderisce fortemente a tali teorie e allontanandolo dalle posizioni scientifiche. Un atteggiamento poco attento nella comunicazione può inoltre produrre un effetto boomerang, aumentando la credenza in determinati miti da parte del pubblico; ciò può verificarsi quando il messaggio dedica troppo spazio all'informazione errata, oppure risulta eccessivamente complesso o minaccioso.
Una pratica sistematica di debunking può inoltre comportare un'editorializzazione dei contenuti, delegando a un unico ente l'attività di verifica delle informazioni e riducendo il ricorso al pensiero critico.
Alcuni studiosi, tra cui il sociologo Marcello Truzzi, che si definiva scettico, hanno criticato gli approcci che, a loro giudizio, oltrepassano lo scetticismo formulando continuamente asserzioni negative. Truzzi definì tale atteggiamento «pseudoscetticismo» e sostenne che lo scettico dovrebbe mantenere un atteggiamento neutrale o agnostico, essere critico nei confronti delle affermazioni straordinarie ma non respingerle a priori, richiedendo prove adeguate alla loro portata. Tale principio è spesso sintetizzato nella formula «affermazioni straordinarie (o fuori dal comune) richiedono prove straordinarie».