Guidi

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Guidi
Inquartato in decusse d'argento e di rosso, al leone dell'uno all'altro
TitoliConti palatini di tutta la Toscana
FondatoreTegrimo I Guidi
Data di fondazioneX secolo
Rami cadetti
  • Guidi di Bagno
    • Bagno-Raggiolo
    • Bagno-Montebello
    • Mantova
    • Modigliana, Porciano, Palagio e Urbecche
    • Romena, Ragginopoli e Montegranelli
    • Dovadola
    • Volterra
    • Battifolle, Poppi, Borgo alla Collina, Belforte e Moncione
  • Modena (o dei Guidelli)

I conti Guidi furono una delle maggiori casate dell'Italia centrale nel Medioevo. Conosciuti come conti palatini di Toscana, dominarono su gran parte della Toscana, della Romagna e dell'Emilia e ambirono a costituire in Toscana una dinastia regnante stabile, favoriti in questo anche dalla protezione di Matilde di Canossa.

I loro castelli principali furono quelli di Poppi, Romena e Porciano nel Casentino, in Toscana, e quelli di Modigliana nella valle del Marzeno, di Bagno e Montegranelli nella valle del Savio e di Dovadola nella valle del Montone, in Romagna.

«Dessa famiglia possedé una gran parte del Casentino, del Valdarno, di Ampinana, Dicomano, d'Empoli, di Monte Apertoli, di Cerreto Guidi e della Romagna, col titolo di Conti Palatini della Toscana, con Signoria di diverse città, come Vicarj di Santa Sede. Le storie tutte sono piene di fatti illustri di questa famiglia [...] Ebbe tali e tanti uomini sommi che vorrebbesi un volume a trattarne per intero di ciascuno.»
Albero genealogico dei conti Guidi, Montevarchi, Museo della Collegiata

Origini

Secondo la tradizione, ritenuta vera sia da Giovanni Villani sia da Scipione Ammirato, la famiglia sarebbe giunta in Italia dalla Germania con Teudelgrimo, cavaliere al seguito dell'imperatore Ottone I o forse suo nipote. Scrive infatti Villani: «Si dice che anticamente furono d'Alamagna grandi baroni i quali passarono con Otto primo imperadore il quale diede loro il contado di Modigliana in Romagna e di là rimasono». In realtà, sebbene il capostipite della casata sia effettivamente Tegrimo (o Teudegrimo), non è possibile che sia giunto in Italia nel 951 con Ottone I, né che sia stato l'imperatore a nominarlo conte di Modigliana.

Da vari documenti risulta infatti che già nel 924, quasi trent'anni prima della discesa di Ottone I in Italia, Tegrimo I era conte palatino di Toscana e risiedeva a Pistoia, dove è tuttora sepolto uno dei suoi figli. Proprio nel 924 Tegrimo si recò in visita al castello di Modigliana, di cui era signora la contessa ravennate Ingeldrada, figlia del duca Martino: sposandola, divenne conte di Modigliana per matrimonio e non per concessione imperiale. La coppia ebbe due figli, Ranieri e Guido.

Con un atto rogato a Pistoia il 2 ottobre 942 Ranieri e Guido donarono alcuni beni che possedevano nel contado pistoiese in suffragio delle anime dei genitori defunti. Non si sa se Ranieri, detto il Diacono, si sposò ed ebbe eredi, mentre un instrumentum del 940 menziona la contessa Gervisa, moglie del fratello Guido I.

Il 7 aprile 967 Ranieri fu citato a comparire a Classe, presso Ravenna, davanti all'imperatore Ottone I e a papa Giovanni XIII per aver arrestato e maltrattato l'arcivescovo di Ravenna Pietro e saccheggiato l'episcopio; non presentatosi a difendersi, fu condannato in contumacia. La sentenza pronunciata da Ottone I contro Ranieri, figlio di Teudegrimo conte di Modigliana, risale all'anno in cui, secondo una versione della tradizione, i Guidi sarebbero scesi in Italia con l'imperatore e ne avrebbero ricevuto Modigliana in feudo.

Le prime generazioni

Tegrimo II e Guido II

Lo stesso argomento in dettaglio: Tegrimo II Guidi e Guido II Guidi.

Dei discendenti del diacono Ranieri non si ha notizia, mentre è documentata la discendenza del fratello Guido I. Suo figlio Tegrimo II fondò la badia di San Fedele a Strumi, nel territorio di Poppi, e sposò Willa (o Guilla), figlia del marchese Ubaldo, a sua volta figlio del marchese di Spoleto e di Camerino Bonifacio II, della dinastia degli Hucpoldingi. Rimasta vedova, l'8 giugno 992 Willa donò alla badia, insieme al figlio Guido II, le ville di Larniano, di Loscove e di Quorle nel Casentino. Guido II continuò a beneficare il monastero: nel 1017 gli donò altri beni con un atto rogato a Porciano e nel marzo del 1029, rimasto vedovo della moglie Emilia, gli conferì le decime delle sue corti di Porciano, Vado, Cetica e Larniano, a condizione che l'abate distribuisse ogni giorno un pasto a dodici pellegrini.

Guido III e Tegrimo III

Lo stesso argomento in dettaglio: Guido III Guidi.

Nell'aprile del 1034 i figli di Guido II, Guido III e Tegrimo III, donarono alla cattedrale di Pistoia, in suffragio dell'anima del padre, dieci poderi posti nei distretti di Montale, di Tizzana e sul Vincio dell'Ombrone pistoiese. Guido III, sposato con Adeletta, figlia di un Ildebrando, nel 1043, ammalato e in fin di vita nel suo castello di Vincio, destinò molti beni alla stessa cattedrale. Da Tegrimo III discese invece il conte Alberto, padre di un conte Guido attestato in un atto del 1100.

Guido IV

Lo stesso argomento in dettaglio: Guido IV Guidi.

Figlio di Guido III, Guido IV sposò Ermellina, figlia del conte Alberto di Mangona, morta prima del novembre 1094. Con il figlio Guido, detto Guerra, frequentò regolarmente la corte di Matilde di Canossa: nel 1085 e nel 1098 si trovava con la "Grancontessa" a Pistoia e nel luglio del 1099 vi era insieme al figlio, che il 12 ottobre dello stesso anno, a Brescello, compare con il titolo di marchese. Guido IV morì nel 1103, lasciando Guido Guerra unico erede.

La dinastia dei Guido Guerra

I guelfi di Montevarchi, capitanati dai Guidi, sconfiggono nella piana di Montevarchi le truppe di Federico II nel 1248, affresco, Palazzo Mari, Montevarchi

Secondo una leggenda riportata anche da Giovanni Boccaccio, i conti Guidi avrebbero regnato su Ravenna come tiranni tanto crudeli da essere sterminati da una sollevazione popolare, con l'eccezione di un figlioletto, Guido, che si trovava a balia nel castello di Modigliana. Questo Guido sarebbe stato poi conosciuto come Guido Besangue, Beisangue o Bevisangue, per l'abitudine di leccare la spada ogni volta che la usava per uccidere qualcuno. Uno dei suoi nipoti, scrive Boccaccio, «Guido Guerra ebbe nome; il soprannome di questo Guido si crede venisse da un desiderio innato d'arme, il quale si dice che era in lui d'essere sempre in opere di guerra». Si tratta di una leggenda, costruita romanzando episodi di epoche diverse della storia dei Guidi.

Guido Guerra I

Da una pergamena del 31 gennaio 1104, relativa a una donazione all'abbazia di Vallombrosa, si apprende che Guido Guerra era sposato con la contessa Imilia, figlia di Rainaldo detto Sinbaldo. Tre mesi dopo il conte era tornato in Lombardia, dove il 24 aprile risultò fra i testimoni di un atto della "Grancontessa" in favore della badia di Polirone. Il nome di Imilia ricompare nel febbraio del 1116 nella pieve di San Detole, dove con il marito ratificò una donazione in favore della badia di San Benedetto in Alpe. Nel dicembre del 1119 i due coniugi si trovavano nel loro palazzo di Pistoia quando assegnarono terreni e abitazioni a quanti del piviere di Empoli si fossero recati a costruire case per abitare a Empoli nuova.

Imilia, che aveva dato al conte un figlio, Guido Guerra II, è detta vedova in una pergamena del gennaio 1131. Era ancora viva il 3 maggio 1133, quando il figlio, su suo consiglio, vendette per cento lire all'abate di San Pietro a Roti in Val d'Ambra il diritto di utilizzare le acque dell'Ambra per un nuovo mulino, e nel luglio del 1146, quando con il figlio rinunciò ai diritti sul castello di Moggiona in favore dei Camaldolesi.

Guido Guerra II e le ostilità con Firenze

Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Montedicroce.

Guido Guerra II è identificato con il conte Guido che lo storico Ottone di Frisinga indicava nel 1144 come alleato dei senesi e come il più potente signore della Toscana.

Nel corso del XII secolo il Comune di Firenze, cresciuto di popolazione e di potere, cercò di estendere il proprio contado, muovendo guerra ai castelli che non gli obbedivano: dopo quelli di Monte Orlandi (1107) e di Monte Cascioli (1113), appartenenti ai conti Cadolingi, e quello di Monte Buoni (1135), dei Buondelmonti, toccò al castello dei Guidi di Monte di Croce, situato su un'altura presso Fornello, nell'odierno comune di Pontassieve. Nel giugno del 1146, secondo Villani, l'esercito fiorentino che lo assediava fu sconfitto dal conte Guido e dai suoi alleati aretini; lo scontro è datato anche al giugno del 1147. Nel 1154 i fiorentini tornarono ad assediare Monte di Croce, lo presero per tradimento e lo distrussero fino alle fondamenta; i Guidi vendettero i loro diritti sul castello al vescovado di Firenze e da allora rimasero ostili al Comune.

L'alleanza di Guido Guerra II con Siena è confermata dalla cospicua donazione di varie parcelle signorili che fece al Comune di Siena nel 1167, confermata il 27 aprile dello stesso anno nel castello di San Quirico dall'arcivescovo di Colonia Rainaldo, arcicancelliere d'Italia, in nome dell'imperatore Federico I.

Guido Guerra III

Lo stesso argomento in dettaglio: Guido Guerra III Guidi.

Guido Guerra III, figlio di Guido Guerra II, fu per l'epoca il più potente signore della Toscana e rappresentò l'apice della parabola signorile dei conti Guidi. Partigiano di Federico I, nel 1185 lo persuase a togliere a Firenze la giurisdizione sul contado, liberando così i propri possedimenti dai tributi dovuti alla città. L'imperatore Enrico VI, con un diploma del 25 maggio 1191, lo qualificò come conte palatino di tutta la Toscana, gli conferì giurisdizione su circa duecento ville e castelli della Romagna e della Toscana e lo riconobbe capo della famiglia, ribadendo che il ramo di Modigliana ne era il principale. Fu poi lo stesso Guido Guerra III a ricucire i rapporti con Firenze, alla quale i Guidi vendettero nel 1209 il castello di Montemurlo.

Attorno al 1180 sposò in seconde nozze Gualdrada, figlia di Bellincione Berti de' Ravignani: il racconto di Giovanni Villani, che lega il matrimonio a un incontro con l'imperatore Ottone IV a Firenze, è leggendario, poiché due donazioni del 1180 e del 1190 firmate dai coniugi lo collocano almeno ventinove anni prima della venuta dell'imperatore. Dal matrimonio nacquero cinque figli maschi: Guido Guerra IV, a cui passò la contea di Modigliana; Marcovaldo, conte di Dovadola; Aghinolfo, conte di Romena; Tegrimo, conte di Porciano; Ruggieri, morto prima dei fratelli. Tutti e cinque sono ricordati nel diploma concesso dall'imperatore Federico II il 29 novembre 1220.

La divisione in rami

Andrea della Robbia, Guido Guerra V dona alla città di Montevarchi la reliquia del Sacro Latte avuta in ricompensa dal re di Francia per meriti militari
Andrea della Robbia, Gli uomini di Guido Guerra V di ritorno a Montevarchi dopo la vittoria di Benevento

Ruggieri viveva ancora nel 1225, quando con i fratelli e la madre Gualdrada, nel palazzo di famiglia a Firenze, concluse l'acquisto di vari castelli e corti nell'area di Bagno di Romagna; nel 1229 era però morto senza discendenti e gli altri quattro fratelli si divisero la sua eredità, divenendo capi di altrettanti rami della famiglia.

Il primogenito, Guido Guerra IV, ebbe dalla moglie Giovanna, sorella del marchese Oberto Pallavicino, due figli: al maggiore, Guido Novello, fu assegnata la contea di Modigliana, al secondogenito, Simone, la contea di Battifolle, ossia di Poppi, come confermato da un diploma imperiale dell'aprile del 1247.

Marcovaldo di Dovadola sposò la contessa Beatrice di Capraia ed ebbe due figli maschi, Guido Guerra V e Ruggieri II, noti alla storia fiorentina per aver continuato a militare nella parte guelfa, a differenza dei cugini Guido Novello di Modigliana e Simone di Battifolle: i quattro cugini si ritrovarono infatti su fronti opposti nella battaglia di Montaperti.

Guido Novello nel 1252, alla testa di truppe ghibelline, assalì il castello di Figline e nel 1253, trovandosi presso Bagno di Romagna, fece quietanza di Poppi con il fratello Simone e con i nipoti; dal 1261 al 1266 governò la Toscana come vicario del re Manfredi, capo della parte ghibellina, e nel 1269 comandò l'esercito senese contro i fiorentini a Colle di Val d'Elsa. Il cugino Guido Guerra V combatté invece nella battaglia di Benevento con i guelfi di Carlo I d'Angiò, a capo di uno squadrone di cavalleria pesante, contribuendo alla sconfitta dei ghibellini. Dante lo ricorda nel canto XVI dell'Inferno, tra i sodomiti:

«Nepote fu della buona Gualdrada
Guidoguerra ebbe nome ed in sua vita
fece col senno assai e con la spada»

La caduta di Modigliana e di Poppi

Stemma dei Guidi di Modigliana
Il castello dei conti Guidi a Poppi

Con un atto pubblico del 12 agosto 1350 i conti Giovanni e Francesco chiesero di essere ricevuti in accomandigia dalla Signoria di Firenze con il loro castello di Modigliana e con tutto il resto del loro dominio. Quando però scoppiò la guerra tra papa Gregorio XI e i fiorentini, Modigliana, dopo il sacco di Faenza, si ribellò ai Guidi e si diede alla Repubblica fiorentina con un atto del popolo firmato il 2 agosto 1377. La Signoria di Firenze, con provvisioni del 21 e del 26 dello stesso mese, accettò la direzione di Modigliana e del suo distretto, previa la consueta solennità dell'annuncio al suono della campana del palazzo dei Signori; era allora capitano del popolo Roberto di Ricciardo di Saliceto, podestà di Firenze Piero de' Marchesi del Monte e gonfaloniere di giustizia Angiolo di Bernardo Ardinghelli. Fra i capitoli della convenzione era stabilito che, per meglio assicurare la libertà degli abitanti di Modigliana, la Signoria avrebbe estratto ogni sei mesi dalle borse dei cittadini guelfi fiorentini i nomi di coloro che dovevano ricoprire l'incarico di castellani di primo grado nei fortilizi del contado, tra cui un castellano destinato a Modigliana, che vi avrebbe ricevuto in consegna la rocca con tutte le armi e le forniture da guerra per custodirla con sedici fanti in tempo di pace e venticinque in tempo di guerra. Gli abitanti di Modigliana avrebbero pagato al castellano il dovuto stipendio.

Persi o ceduti a Firenze tutti gli altri castelli di famiglia, tra i grandi feudatari della casata restavano ormai soltanto i Guidi di Poppi, che resistettero fino al 1440. Scrive infatti Repetti: «il fatto è che nell'aprile del 1440, alla venuta in Toscana di Niccolò Piccinino generale di un esercito del Duca di Milano, il Conte Francesco si unì al nemico più acerrimo della Repubblica, allettandolo e facendogli strada per la via del Mugello, con aprirgli il passaggio nel Casentino dal suo castello di S. Leolino. Dondeché ben presto dall'oste milanese furono presi Bibbiena, Romena e altri castelli più per vendicare il conte di Poppi per gli affronti particolari che per aver vantaggio in quella guerra. L'infelice riescita della quale fu dimostrata dalla giornata del 29 giugno dello stesso anno con la battaglia d'Anghiari, di dove i Fiorentini, appena riportata vittoria, rivolsero una parte dell'esercito verso Poppi per castigare quel conte della sua follia. E affinché l'effetto fosse più sollecito, furono messi due campi, l'uno fra il colle di Fronzola e quello di Poppi, l'altro nel piano di Certomondo a piè del castello. Dopo pochi giorni il Conte Francesco, trovandosi chiuso da ogni parte, fu costretto accordarsi alla resa, che fu quale se gli conveniva; imperocché egli non poté impetrare altro se non che di andarsene fuori di tutto il suo stato con i figli e con le robe che seco recare poteva: sicché egli se ne dové partire come i disperati fanno, con il carico di 44 some di muli, maledicendo la sua bestialità. Allora Neri di Gino Capponi, uno de' due commissarj dell'esercito della repubblica, prese di tutto il Casentino la signoria, e il Conte Francesco II di Poppi con la sua prole a Bologna come un esule si riparò».

Rami della famiglia

Conti di Porciano

Il castello di Porciano a Stia

I conti Guidi del ramo di Porciano risiedevano nel castello di Porciano, presso Stia (oggi nel comune di Pratovecchio Stia), capoluogo della loro contea, nel luogo tuttora detto Palagio; per questo Stia fino alla fine del Settecento si chiamava Palagio Fiorentino. La presenza dei Guidi a Stia è menzionata per la prima volta in un atto di donazione rogato nell'aprile del 1054 nella camera del pievano di Santa Maria a Stia, nel quale il donatore è un conte Guido, figlio del fu conte Alberto, di legge e origine ripuaria.

Due secoli dopo, dal conte Tegrimo, figlio di Guido Guerra III, e dalla contessa Albiera nacque, tra gli altri figli, un conte Guido, poi sposato con la contessa Adelasia.

Mentre l'imperatore Arrigo VII era impegnato nella presa di Cremona, il 16 aprile 1311 Dante gli indirizzò una lettera datata in finibus Thusciae, sub fontem Sarni («ai confini della Toscana, sotto la fonte d'Arno»), cioè dal castello di Porciano. Ne erano allora signori i conti Tancredi e Bandino, che, essendo ghibellini, nel 1312 prestarono assistenza agli ambasciatori di Arrigo VII nel loro passaggio dal Mugello al Casentino; quando l'imperatore giunse in Toscana, Tancredi si recò a presentargli la propria devozione.

Che i conti di Porciano fossero anche signori di Palagio, o Stia vecchia, lo conferma Scipione Ammirato, che all'anno 1358 ricorda un conte Francesco da Porciano al servizio dei fiorentini come comandante di un corpo di cavalleria e all'anno 1363 lo designa come conte Francesco da Palagio. Sempre secondo Ammirato, si trattava del conte Guido Francesco, morto nel 1369, che volle che la Signoria di Firenze prendesse sotto tutela i suoi figli e i loro castelli, tra cui Porciano.

Sempre sotto tutela fiorentina, nel 1392 il conte Antonio Guidi partecipò con quaranta uomini in divisa bianca a un torneo a Firenze per celebrare la pace conclusa a Genova tra la Repubblica fiorentina e Gian Galeazzo Visconti. Nel 1400, tuttavia, Antonio si ribellò ai fiorentini e passò al partito del signore di Milano, approfittando di una sua nuova guerra contro la Repubblica; sconfitto nel 1402, fu costretto ad abbandonare le terre che possedeva per antica successione, che passarono a Firenze.

Conti di Romena

Stemma dei Guidi di Romena
Fiorino del 1347

Dal castello di Romena, oggi nel comune di Pratovecchio Stia, prese il nome, a partire da Aghinolfo, figlio di Guido Guerra III, uno dei rami dei Guidi di Modigliana, detti Guidi di Romena ma anche di Montegranelli e di Raginopoli. I figli di Aghinolfo I, Guido, Alessandro e un loro terzo fratello, sono ricordati da Dante nel canto XXX dell'Inferno come falsari del fiorino d'oro, che per loro coniò maestro Adamo da Brescia. L'anima di questi, posta tra i falsari, esclama:

«Ma s'io vedessi qui l'anima trista
di Guido, o di Alessandro, o di lor frate,
per Fonte Branda non darei la vista»

Maestro Adamo corrisponde probabilmente allo spenditore di fiorini falsi dei conti di Romena di cui fa menzione all'anno 1281 Paolino di Piero nella sua Cronica: «che in detto anno si trovarono in Firenze fiorini d'oro falsi in quantità per un fuoco che si appese in Borgo S. Lorenzo in casa degli Anchioni. E dicesi che li faceva fare uno de'conti di Romena, e funne preso un loro spenditore, il quale per cose che confessò fu arso».

La pieve di Romena

Da Guido, figlio di Aghinolfo I, nacque Aghinolfo II, conte di Romena, di cui si conosce il testamento del 1338, nel quale sono nominati sei o sette figli, tra cui il conte Alberto, il conte Guido Uberto di Romena e Montegranelli e Bandino (Ildebrandino), vescovo di Arezzo. Da uno di questi nacque il conte Piero di Romena, ricordato con il cugino Bandino in due contratti del 14 e del 21 ottobre 1357, con i quali i due vendettero al Comune di Firenze il castello, il distretto e la giurisdizione di Romena, insieme ad altre tre proprietà, per 9 600 fiorini di conio fiorentino.

La cessione fu ratificata dai Signori e Collegi della Repubblica fiorentina con una provvisione del 23 ottobre 1357. Per effetto della vendita la Signoria esentò per cinque anni gli abitanti di Romena e del suo distretto da ogni dazio, gabella e prestanza, con l'obbligo però di acquistare dal Comune di Firenze il sale necessario al loro consumo, e stabilì l'estimo del castello e del territorio in centocinquanta fiorini d'oro l'anno, da pagare dopo il quinquennio di esenzione. I due conti furono ricevuti in accomandigia perpetua e stipendiati dalla Signoria, con l'obbligo del palio. La vendita fu confermata con un contratto del 24 aprile 1381 dal conte Niccolò, figlio del conte Bandino. Uno degli ultimi conti di Romena fu Roberto, figlio del conte Giovanni di Montegranelli, che il 10 giugno 1410, trovandosi a Montegranelli, nominò un rappresentante per presentare a Firenze il palio consueto la mattina della festa di San Giovanni.

Conti di Dovadola

I conti di Dovadola si distinsero dagli altri rami per la costante appartenenza alla parte guelfa, per le cariche di capitano e di podestà ricoperte presso le repubbliche di Firenze e di Siena e per il valore militare di alcuni di loro.

Il 25 marzo 1254 il conte Guido Guerra V, figlio di Marcovaldo, firmò l'atto di vendita al Comune di Firenze del castello di Montemurlo, nel quale compaiono come testimoni, tra gli altri, la madre Beatrice e Brunetto Latini. La vendita fu ratificata il 17 aprile successivo anche dal fratello Ruggieri nella pieve di Santa Maria a Bagno di Romagna. Nel maggio del 1255 i due fratelli alienarono per 9 700 lire la quarta parte dei castelli, dei territori e delle giurisdizioni che possedevano a Empoli, Cerreto Guidi, Cerbaia, Vinci e Collegonzi.

Nel 1263 a Dovadola i due fratelli conclusero un atto di divisione e permuta con il cugino Guido, figlio del fu Aghinolfo di Romena, sui rispettivi diritti, feudi e vassalli in Romagna. Morto Ruggieri, nel 1271 furono stipulati alcuni patti tra il comune di Tredozio, il conte Guido di Romena e il conte Guido Salvatico, figlio del fu Ruggieri di Dovadola. Nel 1273 Guido Salvatico restituì al Comune di Firenze i castelli, tra cui Montevarchi, che il padre aveva usurpato dopo la battaglia di Montaperti; nel 1278 fece fine e quietanza di un debito che la Repubblica fiorentina aveva contratto con il padre Ruggieri e con lo zio Guido Guerra.

Guido Salvatico era podestà di Siena nel 1282, quando fu eletto capitano della Taglia guelfa in Toscana; nel 1286 fu nominato comandante dell'esercito fiorentino contro i pisani e nel 1288 fu di nuovo podestà di Siena.

Nel 1289, con un atto rogato nel piano di San Ruffillo presso Dovadola, Guido Novello e Guido Salvatico permutarono alcuni beni: a quest'ultimo toccarono il castello e il distretto di Dovadola con tutti i diritti baronali, che nel 1301 cedette al figlio Ruggieri. Questi godette di grande considerazione presso la parte guelfa: nel 1304 la Repubblica fiorentina lo nominò podestà e nel 1322 fu eletto capitano del popolo dalla Repubblica senese. Nel 1315 Ruggieri fu investito dal re Roberto di tutti i diritti che il conte Manfredi d'Ampinana, figlio del fu conte Guido Novello di Modigliana, pretendeva sul castello e sul distretto di Tredozio, poiché Manfredi, schieratosi con la parte ghibellina, era stato dichiarato ribelle della Chiesa e della Repubblica fiorentina.

Diversamente dagli avi si comportò il conte Marcovaldo di Dovadola, figlio di Ruggieri, che nel 1340 tramò con i Bardi e i Frescobaldi per sovvertire l'ordine dello Stato; scoperto, si diede alla clandestinità e Firenze pose su di lui una forte taglia. Secondo Scipione Ammirato, tuttavia, in considerazione dei servigi resi al popolo fiorentino dal padre e dagli avi, Marcovaldo ottenne l'assoluzione dalla condanna a morte e da ogni altra pena e riebbe alcuni castelli che erano stati incamerati dal Comune, con l'obbligo di offrire ogni anno, per la festa di San Giovanni, un palio di seta in segno d'ossequio, ma non di soggezione, verso il Comune di Firenze.

La rocca dei conti Guidi di Dovadola, detta "Roccaccia"

Alla morte di Marcovaldo II gli succedette nella signoria di Dovadola il fratello Francesco, che, entrato in contrasto per diritti di dominio con i figli del conte Bandino di Montegranelli, a suo parere favoriti dalla Signoria di Firenze, si servì degli amici che aveva nel castello di Portico per staccare quegli uomini dalla dipendenza della Repubblica fiorentina, compiendo inoltre grandi scorrerie in Romagna. Il Comune di Firenze inviò allora contro di lui trecento armati al comando di messer Benghi di Buondelmonti, che però, attardatosi lungo la strada, rese inutile la spedizione; alla fine del 1376 i Dieci di balia mandarono contro il signore di Dovadola seicento fanti comandati dallo storico fiorentino Marchionne di Coppo Stefani, che scrisse: «e per non lodare me mi tacerò della materia, salvo che ne dirò, che in sei mesi fu il conte Francesco di Dovadola sì stretto nel suo castello, che di cosa che egli avesse al di fuori, di niuna non gli fu possibile metter dentro, se non quello che vi si era; e la brigata vivette di quello di fuori continuo del loro [...] In sei mesi che io non perdei oltre ai 15 uomini, e de'suoi avemmo 123 prigioni, e tollemmo Beccova [sic] per forza, ed egli ridusse tutte le sue fortezze e sé dentro de'muri; e giammai non si poté mettere oste per le grandi nevi che furono in quest'anno, e sempre sono in quel paese grandissime. Tornai compiuti i sei mesi a Firenze, a dì 10 giugno 1377, e andovvi Buono di taddeo Strada, altro cittadino fiorentino, il quale vi stette infino a settembre; tanto che la pace della Chiesa fu fatta».

A Francesco succedette nel dominio di Dovadola e di altri luoghi di Romagna il figlio Malatesta, che aderì dapprima al partito degli Ordelaffi di Forlì, sotto la cui protezione si trovava; nel 1392 si pose sotto la protezione della Repubblica fiorentina, che lo accolse nella lega guelfa stipulata in quell'anno a Bologna, e nel 1405 cedette spontaneamente alla Signoria di Firenze ogni suo diritto sul castello di Dovadola. Poiché papa Gregorio XII se ne mostrò contrariato, il governo fiorentino incaricò i suoi ambasciatori di riferire al pontefice «che il castello di Dovadola era stato donato e non comprato dal conte Malatesta suo legittimo signore».

Morto Malatesta nel 1407, i suoi quattro figli, Giovanni, Carlo, Francesco e Guelfo, chiesero alla Signoria di Firenze di essere accolti in accomandigia con i castelli di Monte Vecchio, Tredozio e Particeto; la richiesta fu accolta con l'obbligo del tributo annuo del palio e con la dichiarazione che la porzione del castello e delle pertinenze di Tredozio già spettante al conte Niccolò, figlio di Bandino di Montegranelli, restasse alla Repubblica fiorentina.

Guidi di Bagno e di Mantova

Lo stesso argomento in dettaglio: Guidi di Bagno.
Stemma dei Guidi di Bagno

I Guidi di Bagno sono un ramo della famiglia che si stabilì prima in Romagna, a Bagno di Romagna, e poi a Mantova nel XIV secolo.

Esponenti di rilievo

Genealogia essenziale

Genealogia dei primi secoli della famiglia:

 Tegrimo I
(900-?)
sp. Engelrada II
 
 
 Guido I
conte di Pistoia
 
  
 Tegrimo II
sp. Gisla-Willa
N.N.
sp. Ugo I di Tuscia
  
  
 Guido II
(?-1029)
sp. Imelda
Guido
  
  
 Guido III
(?-1034)
sp. Adelaita (?-1094)
Ranieri
 
 
 Guido IV
(?-1103)
sp. Ermellina (?-1140)
 
 
 Guido Guerra I
"il marchese"
(?-6/10/1124)
sp. Imilia
 
 
 Guido Guerra II
(?-26/12/1157)
sp. Adelaita
 
 
 Guido Guerra III
(?-1213)
sp. Gualdrada di Bellincione Berti (1160-1226)
 
     
 Guido Guerra IV
(1196-1239)
sp. Giovanna Pallavicino (?-1273)
Ruggero
(?-1225)
Tegrimo
(?-1270)
sp. Albiera (1185-1254) di Tancredi di Sicilia
Aghinolfo
(?-1247)
sp. Agnese Fieschi
Marcovaldo
(?-1229)
sp. Beatrice degli Alberti (?-1278)
    
     
Ramo di Bagno
Simone
(?-1280)
 Ramo di Modigliana
Ramo di Romena
Ramo di Dovadola
   
   
Ramo di Mantova
Ramo di Poppi-Battifolle
 Ramo di Volterra
 
 
 Ramo di Modena

Note

  1. ↑ G.B. di Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane, estinte e fiorenti, vol. 1, Bologna, Arnoldo Forni, 1886, p. 515.
  2. ↑ Tiribilli-Giuliani, pp. 11 e 15
  3. ↑ Villani, p. 254
  4. ↑ Repetti, vol. III, p. 227, voce Modigliana
  5. ↑ Edoardo Manarini, I due volti del potere. Una parentela atipica di ufficiali e signori nel regno italico, Milano, Ledizioni, 2016, p. 325, ISBN 978-88-6705-453-4.
  6. ↑ Giovanni Boccaccio, Il comento di Giovanni Boccacci sopra La Commedia con le annotazioni di Antonio Maria Salvini, a cura di Gaetano Milanesi, II, Firenze, Le Monnier, 1863, p. 438.
  7. ↑ Villani, pp. 212-213
  8. ↑ Villani, p. 248
  9. ↑ Villani, pp. 255-256
  10. ↑ Repetti, vol. IV, voce Poppi
  11. ↑ Repetti, vol. IV, pp. 565-577, voce Poppi
  12. ↑ Repetti, vol. V, p. 468, voce Stia
  13. ↑ Fraticelli, p. 207
  14. ↑ Repetti, vol. IV, p. 813, voce Romena
  15. ↑ Repetti, vol. II, pp. 38-44, voce Dovadola
  16. ↑ Guidi, su Sapere.it, 4 giugno 2020. URL consultato il 24 gennaio 2024.
  17. ↑ Alessandro Pallavicino, Le parentele del marchese Amelrico II, in Amleto Spicciani (a cura di), Formazione e strutture dei ceti dominanti nel medioevo: marchesi conti e visconti nel Regno Italico (secc. IX - XII). Atti del terzo convegno di Pisa: 18-20 marzo 1999, vol. 3, n. 56, Nuovi studi storici, 2003, pp. 233-320.
  18. ↑ Figlia di Ubaldo II degli Hucpoldingi.

Bibliografia

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