| Guido di Montfort | |
|---|---|
| Conte di Nola | |
| In carica | 1268 – 1291 |
| Predecessore | titolo creato |
| Successore | Anastasia di Montfort |
| Nome completo | Guy de Montfort |
| Altri titoli |
|
| Nascita | 1244 circa |
| Morte | Messina, 1291 |
| Dinastia | Montfort |
| Padre | Simone V di Montfort |
| Madre | Eleonora d'Inghilterra |
| Consorte | Margherita Aldobrandeschi |
| Figli | Tommasina Anastasia |
| Religione | Cristianesimo |
| Guido di Montfort | |
|---|---|
| Nascita | 1244 circa |
| Morte | Messina, 1291 |
| Cause della morte | suicidio |
| Etnia | Normanna |
| Religione | Cristianesimo |
| Dati militari | |
| Paese servito | |
| Forza armata | Baroni inglesi ribelli Esercito angioino |
| Anni di servizio | 1264-1265 (Inghilterra) 1268-1271, 1283-1287 (Italia) |
| Ferite | Ferita grave alla battaglia di Evesham nel 1265 Ferita al collo in Toscana nel 1284 |
| Comandanti | Simone V di Montfort Carlo I d'Angiò Guglielmo Stendardo Papa Martino IV |
| Guerre | Seconda guerra dei baroni Guerre tra guelfi e ghibellini Guerre del Vespro |
| Campagne | Conquista angioina del regno di Sicilia |
| Battaglie | Battaglia di Lewes Battaglia di Evesham Battaglia di Tagliacozzo Battaglia dei Conti |
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Guy de Montfort, italianizzato in Guido di Montfort o Monforte (1244 circa – Messina, 1291), è stato un nobile, militare e criminale inglese, conte di Nola dal 1268 fino alla sua morte.
Figlio minore del potente feudatario anglo-normanno Simone V di Montfort, partecipò in sostegno del padre alla seconda guerra dei baroni. Il conflitto con re Enrico III d'Inghilterra si concluse con la sconfitta e la caduta della famiglia dei Montfort dopo la battaglia di Evesham del 1265, e Guido e i fratelli Simone VI e Amalrico furono costretti a fuggire in esilio. I Montfort entrarono quindi al servizio di Carlo I d'Angiò, partecipando alla sua conquista del regno di Sicilia e venendo per questo ricoperti di cariche e onori. Guido di Montfort acquisì numerosi feudi nel Meridione, venendo anche creato conte di Nola. Nel 1270 fu nominato vicario generale in Toscana, organizzando una feroce campagna di repressione contro i ghibellini e ottenendo la resa di numerose roccheforti.
Desideroso di vendetta per il destino della propria famiglia, Guido e il fratello Simone furono gli esecutori, il 13 marzo 1271, di un efferato omicidio, uccidendo brutalmente il cugino Enrico d'Alemannia mentre si trovava in una chiesa. Il delitto, avvenuto a Viterbo durante il conclave del 1268-1271, ebbe un'eco subitanea per tutta l'Europa medievale, destando orrore e condanna; i Montfort incorsero nella scomunica e furono costretti a vagare ancora. Poco dopo il fratello Simone morì, lasciando Guido come l'unico assassino ancora ricercato dalle autorità dietro spinta del cugino Edoardo I d'Inghilterra, suo nemico giurato, che voleva vendicare l'assassinio di Enrico e sopprimere l'ultima potenziale minaccia al proprio dominio sull'Inghilterra.
Guido di Montfort passò molti degli anni successivi in continua fuga, anche se l'unica punizione effettiva ricevuta furono quattro anni di reclusione al castello di Lecco, scontati tra il 1274 e il 1278. Rilasciato, rientrò al servizio di Carlo d'Angiò e negli anni 1280 fu tra i principali condottieri angioini, reprimendo il ghibellinismo in Romagna e combattendo con la nobiltà toscana per difendere i feudi della moglie Margherita Aldobrandeschi. Tentò anche di condurre la repressione dei Vespri siciliani, ma la nave su cui viaggiava fu catturata dai ribelli e rimase imprigionato a Messina fino alla propria morte, avvenuta alla fine del 1291. Da Guido, tramite la figlia Anastasia di Montfort, discese la famiglia dei conti Orsini di Pitigliano.
Il suo crimine sconsiderato, avvenuto durante una particolare congiuntura storica e in un momento di profonda crisi per il papato e per la cristianità latina, fu rapidamente incorporato nella letteratura medievale, tanto che Dante Alighieri lo pose nel suo Inferno, condannandolo a ribollire per l'eternità in un mare di sangue nel girone dei violenti (Inferno XII).
Guido di Montfort nacque all'incirca nel 1244, quarto figlio (terzo maschio) di Simone V di Montfort, conte di Leicester, ed Eleonora d'Inghilterra. La famiglia Montfort era una tra le più ricche, influenti e importanti del regno d'Inghilterra, circostanza la quale finì per rendere Simone V un antagonista del sovrano Enrico III d'Inghilterra e di suo figlio Edoardo I. I cattivi rapporti coi Plantageneti non fecero che peggiorare, nonostante la madre di Guido fosse una sorella dello stesso Enrico III, il che rendeva il giovane nobile nipote del re e cugino dell'erede al trono.
Ancora molto giovane durante il crescente conflitto tra il padre e il sovrano, Guido di Montfort comparve per la prima volta nelle cronache a circa vent'anni, ovvero allo scoppio della seconda guerra dei baroni nel 1264. In qualità di rampollo di Simone V di Montfort, fu tra i principali capi del partito baronale ribelle e, perciò, combatté spesso a fianco del padre. Il primo scontro di rilievo a cui prese parte fu la vittoriosa battaglia di Lewes del 14 maggio 1264; il combattimento, che vide il trionfo dei baroni insorti e la cattura dello stesso sovrano Enrico III, servì al giovane Guido per distinguersi tra i cavalieri fedeli al padre al comando dell'ala destra dello schieramento dei rivoltosi. In riconoscimento dei suoi servigi, fu investito delle rendite e della signoria delle contee di Devon e Cornovaglia, sottratte allo zio lealista Riccardo di Cornovaglia, re dei Romani. Per un breve periodo fu anche il carceriere dello zio, che detenne negli stessi domini che gli aveva sottratto.

Il successo si rivelò comunque effimero, tanto che, nel giro di un anno, i Montfort avrebbero incontrato la propria fine, complice anche il burrascoso rapporto tra i fratelli Simone e Guido di Montfort e il potente barone Gilberto di Clare, VII conte di Gloucester, dapprima loro sostenitore ma che, dati i sempre crescenti attriti tra la fazione ribelle, finì con l'abbandonarli e tornare a combattere per i Plantageneti. Il 4 agosto 1265 avvenne infine lo scontro decisivo tra i lealisti e i rivoltosi, la battaglia di Evesham, a tutti gli effetti risolutiva per la guerra, poiché risultò in una disfatta completa per i secondi. Sia il padre che il fratello maggiore Enrico di Montfort rimasero uccisi nella contesa, privando quindi il partito baronale dei suoi principali capi. Trovandosi al fianco del padre e del fratello, Guido fu testimone della loro morte violenta, come anche di quella dei compagni Guy IV de Balliol, Pietro di Montfort e Ugo Despenser; anche Guido fu assalito dai lealisti e colpito più volte, ma sopravvisse fortunosamente e fu in seguito raccolto dal campo di battaglia.
La sconfitta di Evesham sfaldò il partito baronale e, a parte poche sacche di resistenza condotte dagli stessi Montfort superstiti e da alcuni fedelissimi come Henry de Hastings, l'insurrezione fu presto domata dall'energico principe Edoardo. La famiglia Montfort, accusata di alto tradimento, ebbe quindi tutti i beni e i possedimenti in Inghilterra sequestrati, incamerati dalla Corona oppure concessi ad altri.
Guido, rimasto gravemente ferito nella battaglia di Evesham, fu preso prigioniero e per circa un anno rimase in cattività presso le carceri reali del castello di Windsor. Durante la prigionia cominciò a svilupparsi in lui un forte desiderio di vendetta e rivalsa nei confronti dei Plantageneti, motivato dalla rovina della sua famiglia e dallo scempio che i lealisti avevano fatto dei corpi del padre Simone V e del fratello Enrico caduti in battaglia, orrendamente mutilati e irrisi post mortem. All'inizio del 1266 fu trasferito nel castello di Dover ma, nella primavera dello stesso anno, riuscì a corrompere i suoi guardiani e a fuggire nel regno di Francia, ove si rifugiò in esilio. Non avrebbe mai più rimesso piede in Inghilterra.

In Francia si ricongiunse ai fratelli maggiori Amalrico e Simone VI di Montfort, anch'essi scappati dall'Inghilterra; Simone, in particolare, aveva tentato di condurre l'ultima resistenza dei ribelli durante l'assedio di Kenilworth, ma invano; i Montfort, costretti alla fuga, per un breve periodo dovettero quindi rifugiarsi nei loro possedimenti transalpini, ospitati anche dai parenti che erano rimasti nel feudo ancestrale di Montfort-l'Amaury senza emigrare in Inghilterra. Durante questo periodo, godettero della protezione informale della famiglia reale francese, che li considerava vassalli importanti benché in difficoltà.
I Montfort rimasero in Francia almeno fino al 1267, quando giunsero loro notizie della conquista del regno di Sicilia compiuta dal principe Carlo I d'Angiò (loro lontano cugino), che nel 1266 aveva sconfitto e ucciso re Manfredi di Svevia alla battaglia di Benevento. I fratelli allora, con ben poche prospettive in Francia e desiderosi di cercar nuova fortuna, si risolsero a recarsi in Italia per unirsi alle imprese angioine, sperando forse di raccogliere i fondi e le alleanze necessarie per tentare il ritorno in patria. Alcuni cronisti successivi, come Giovanni Villani e Giovanni Boccaccio, affermano che i Montfort si fossero già presentati al cospetto di Carlo d'Angiò e che avessero combattuto a Benevento, ma il fatto non è comprovato, forse confondendoli coi parenti Filippo II di Montfort e Giovanni di Montfort-Castres.

All'arrivo in Italia, uno dei tre fratelli Montfort giunti, Amalrico, rinunciò alla carriera militare e, fattosi chierico, si accasò all'Università di Padova per studiare teologia. Guido e Simone VI invece proseguirono verso sud, venendo tuttavia brevemente incarcerati a Roma da papa Clemente IV per una vecchia scomunica inflitta al padre molto tempo prima. Presto riscattati da Carlo d'Angiò, i fratelli si misero al suo servizio e Guido, in particolare, si distinse nella battaglia di Tagliacozzo del 23 agosto 1268. Mentre era al seguito del lontano parente Filippo II di Montfort, si lanciò nella mischia contro i cavalieri ghibellini tedeschi e italiani guidati dall'imperatore Corradino di Svevia, tanto che per il cronista francese Guglielmo di Nangis combatteva «come cinghiale tra i cani», facendo quindi valere la sua educazione cavalleresca contro i meno preparati militari imperiali. Come riportato dalle cronache, Guido si abbatté sui nemici al grido di «Montfort! Montfort!»; il suo elmo dopo un urto si rigirò sulla sua testa impedendogli la visione, ma Guido di Montfort continuò a menare colpi alla cieca finché Alardo di Valéry, artefice della vittoria angioina, lo liberò dall'impaccio.

La vittoria di Tagliacozzo si risolse con la successiva cattura ed esecuzione di Corradino di Svevia, lasciando quindi Carlo d'Angiò sovrano indiscusso del regno di Sicilia. Come ricompensa per i suoi fedeli servigi militari, Guido di Montfort ricevette numerosi onori, terre e titoli, venendo creato conte di Nola e ricevendo in feudo anche Arienzo, Cicala, Atripalda, Monteforte Irpino e Forino. Il fratello Simone fu invece creato conte di Avellino tra il dicembre 1270 e il gennaio 1271 (titolo che avrebbe comunque conservato per poco tempo).
Il 21 luglio 1269 l'Angiò lo nominò vicario generale della Sicilia, in sostituzione del predecessore Guillaume de Muideblé, nel frattempo morto. Compito principale di Montfort era quello di stroncare le ultime sacche di resistenza degli insorti filo-svevi che ancora non accettavano il dominio angioino. L'incarico durò poche settimane, e già nell'agosto 1269 Montfort risultava sostituito dal maresciallo Guglielmo Stendardo; l'inglese non abbandonò tuttavia la guerra in Sicilia, partecipando anzi attivamente alle operazioni militari condotte dallo Stendardo. Guido di Montfort, ormai cavaliere veterano e forte delle sue utili esperienze belliche di Lewes e Tagliacozzo, fu quindi uno degli artefici della conquista della città di Augusta, ultima roccaforte dei nemici degli Angiò, che fu brutalmente messa a ferro e fuoco dalle truppe francesi.

Forte del successo siciliano, Montfort venne nominato il 24 marzo 1270 vicario generale di Toscana, in sostituzione di Jean Britaud. Se in Sicilia la situazione pareva essersi stabilizzata e i ghibellini sconfitti, la Toscana era invece ancora preda del caos e delle guerre intestine fra i Liberi Comuni, di cui una parte era ancora fedele alla dinastia sveva, e Carlo d'Angiò sperava quindi che il capace Montfort fosse in grado di risolvere la situazione e sottomettere la regione. Per raggiungere la Toscana, Montfort si ritrovò a passare per la campagna romana beneficiando della protezione del contingente militare francese allora stanziato a Roma, al tempo controllata dal barone filo-ghibellino Angelo Capocci e che volentieri avrebbe ostacolato il passaggio del nuovo vicario generale attaccandolo.
Montfort raggiunse la Toscana entro i primi di aprile, e il 27 aprile 1270 entrò a Firenze, principale roccaforte dei guelfi toscani. Il nuovo vicario si dimostrò subito spietato e determinato a spazzare via i ghibellini; l'8 maggio, per mandare un segnale ai restanti ribelli all'autorità angioina, fece decapitare in pubblica piazza Azzolino e Neri degli Uberti, figli del defunto Farinata degli Uberti, uno dei principali capi ghibellini toscani. Il 9 maggio, invece, accolse a Pistoia i figli di Carlo d'Angiò (Beatrice, Carlo II, Filippo ed Elisabetta), fino ad allora rimasti in Francia e che stavano solo allora raggiungendo il padre nel suo nuovo regno. Nell'estate 1270, radunato un poderoso esercito formato da cavalieri transalpini, fiorentini e orvietani, invase e devastò il Valdarno per sottomettere la famiglia dei Pazzi, i principali baroni ghibellini con territori confinanti a quelli di Firenze. Si spostò poi bruciando e saccheggiando i dintorni di Poggibonsi, che dapprima resistette, e infine di Siena, minacciando quest'ultima di assedio se non si fosse sottomessa all'autorità regia angioina, ottenendo quindi la sua resa. La capitolazione di Siena fu il più grande successo di Montfort che, il 4 agosto 1270, obbligò gli abitanti a firmare un trattato a Lucignano d'Arbia il quale, di fatto, permetteva ai guelfi di riacquisire il controllo della città, oltre a stabilire una generosa donazione di 3 600 fiorini a Montfort stesso come diritto di guerra. La perdita di Siena si rivelò un danno irreparabile per i ghibellini toscani, che vissero un periodo di forte declino culminato nel 1289 con la battaglia di Campaldino.

Dopo Siena, la furia di Montfort si abbatté su Poggibonsi, rea di avergli resistito. Avendo perso l'alleata Siena, Poggibonsi capì di non avere più speranza e si arrese a sua volta il 29 settembre, ma Montfort, non pago, ordinò ugualmente la distruzione della città, che i fiorentini furono ben contenti di condurre, corrompendo anche Montfort con 4 000 fiorini perché non intervenisse e li lasciasse mettere a ferro e fuoco l'odiata Poggibonsi. Stessa sorte toccò anche a Farnetella, cittadina del contado senese rea di aver ospitato fino a poco prima delle truppe ghibelline.
Durante la campagna toscana, il conte di Nola aveva conosciuto e si era quindi alleato con Ildebrandino Aldobrandeschi il Rosso, conte di Pitigliano e Sovana e uno dei principali baroni guelfi alleati di Firenze. Montfort e Aldobrandeschi, entrambi personaggi opportunisti e violenti, scoprirono di possedere una certa affinità, e consolidarono velocemente il loro sodalizio tramite il matrimonio tra lo stesso Montfort e Margherita Aldobrandeschi, unica figlia ed erede del conte di Pitigliano; l'unione fu celebrata a Viterbo il 10 agosto 1270, e avrebbe dato due figlie, Tommasina e Anastasia di Montfort. Come tributo al vincitore del ghibellinismo toscano, il Comune di Siena inviò in dono a Montfort un sontuoso corredo di gioielli in un astuccio d'argento.
Il pieno successo toscano aveva reso Montfort, solo fino a due anni prima un cavaliere esule e defraudato, il favorito di Carlo d'Angiò e l'erede di uno dei più grandi patrimoni nobiliari della Toscana. Poco dopo anche la Repubblica di Pisa si arrese, e Montfort le concesse termini più generosi rispetto a quelli accordati a Siena, ratificando un trattato di pace per conto di Carlo d'Angiò. Il 24 settembre 1270 fu nominato podestà di Firenze, mentre il 27 novembre 1270 il sovrano angioino gli concesse il privilegio di incamerare per sé tutti i patrimoni ghibellini su cui fosse riuscito a mettere le mani (tranne quello di Ildebrandino X Aldobrandeschi, riservato ai parenti, e quello dei conti d'Elci), consentendogli così di arricchirsi enormemente.
All'inizio del 1271, Guido di Montfort era senza dubbio uno dei nobili più facoltosi e potenti d'Italia, secondo solo a Carlo d'Angiò e a pochi altri; la sua ascesa sembrava irresistibile e inarrestabile. A ribaltare la situazione sarebbe tuttavia giunta un'imprevista serie di coincidenze, che avrebbe condotto Montfort a compiere uno dei misfatti più efferati e famigerati del medioevo italiano, addirittura per lo storico Frederick Maurice Powicke «uno dei crimini più famosi della storia», e di conseguenza ad esaurire la propria fortuna.

Mentre Montfort guerreggiava in Italia, Carlo d'Angiò si era recato in Africa per condurre l'ottava crociata, tuttavia arenatasi dopo la presa di Tunisi e la morte di re Luigi IX di Francia, fratello dello stesso Carlo. Constatato il fallimento della spedizione, l'Angiò era rientrato in Italia assieme agli altri principali capi crociati superstiti, ovvero il nuovo re Filippo III di Francia, il conte di Fiandra Guido di Dampierre e il principe Enrico d'Alemannia. I reali decisero quindi di recarsi a Viterbo, dove si stava ancora tenendo, in corso da ben tre anni, il conclave per l'elezione del nuovo pontefice, dopo la morte di papa Clemente IV nel 1268 e la conseguente lunghissima sede vacante. L'arrivo dei reali europei proprio a Viterbo, di rientro dalla crociata, non era casuale: senza dubbio era una mossa per mettere pressione al collegio cardinalizio, la cui indecisione sull'elezione del nuovo Santo Padre stava fortemente irritando tutta la Cristianità.
Il corteo reale angioino raggiunse Viterbo ai primi di marzo del 1271 e, in brevissimo tempo, la notizia della venuta degli importanti nobili si sparse per tutte le terre circostanti raggiungendo anche Montfort, in quel momento ospite del suocero nelle sue tenute della vicina Maremma. L'attenzione di Montfort fu destata in particolare dalla presenza di Enrico d'Alemannia, che era suo cugino in quanto figlio di Riccardo di Cornovaglia, fratello di re Enrico III d'Inghilterra e della madre Eleonora. Il principe inglese era, inoltre, uno degli individui che Montfort riteneva tra i principali artefici della rovina della sua famiglia, in quanto tra i capi del partito lealista inglese alla fatidica battaglia di Evesham del 1265. Inoltre, fatto ancor più grave ai suoi occhi, Enrico all'inizio della rivolta dei baroni aveva appoggiato i ribelli, cambiando tuttavia schieramento al mutare delle fortune dei Montfort, rendendolo quindi un traditore. Si riaccese così in Guido la sete di vendetta, che lo spinse ad assecondare i propri istinti omicidi e ad architettare un piano per rivalersi, anche se pare che Enrico d'Alemannia non avesse partecipato personalmente all'uccisione di Simone V e del figlio e che quindi non si distinguesse particolarmente tra i numerosi avversari dei Montfort. In previsione di ciò, richiamò presso di sé anche il fratello Simone VI di Montfort, il quale da anni stava cercando infruttuosamente di rientrare in Inghilterra tramite serrate trattative coi Plantageneti e che per questo era quanto lui pieno di livore.

Cogliendo al volo l'occasione per avere la propria vendetta, Montfort convinse il suocero ad organizzare una spedizione lampo a Viterbo. Il 12 marzo 1271 Guido di Montfort, assistito dal fratello Simone e dal suocero Ildebrandino, fece il suo ingresso a Viterbo alla testa di 300 cavalieri, con la scusa di dover rendere omaggio al suo signore Carlo d'Angiò e rendergli conto del suo operato in Toscana. Fece quindi sorvegliare il cugino Enrico in attesa di coglierlo in trappola; l'occasione si presentò il giorno successivo, il 13 marzo 1271, quando il principe inglese si appartò nella piccola chiesa di San Silvestro per assistere alla messa. Il principe inglese sapeva della presenza dei cugini a Viterbo, ma non temeva azioni ostili. Inviato ufficiale del cugino Edoardo I d'Inghilterra e ospite di Carlo d'Angiò, si sentiva protetto dal proprio status, e per ironia della sorte voleva forse tentare una riconciliazione e permettere il loro rientro in patria.
L'azione di Montfort fu fulminea e spietata, e scattò solo quando anche i re di Francia e di Sicilia erano impegnati nelle loro devozioni in altre parti della città, cosicché non potessero intervenire. Fatta circondare la chiesa dai suoi cavalieri e lasciato il suocero a fare la guardia affinché nessuno si immischiasse, Guido e Simone di Montfort e altri irruppero nella chiesa con le spade sguainate. Gridando, i Montfort si avventarono sul cugino che fu colpito varie volte, riuscendo però a divincolarsi e a rifugiarsi presso l'altare maggiore, anche grazie al coraggioso sacrificio di alcuni monaci che si frapposero invano tra lui e gli assassini, venendo a loro volta trafitti e uccisi oppure gravemente feriti. Assetati di sangue, i fratelli Montfort non rispettarono la sacralità del luogo e si avventarono ancora contro Enrico, massacrandolo a colpi di spada fino ad ucciderlo. I testimoni in seguito riferirono che negli ultimi istanti Enrico provò a chiedere pietà, ma che un fendente di uno dei cugini gli mozzò di netto le dita della mano con cui cercava di proteggersi.
Capendo che la loro azione avrebbe scatenato una repentina e feroce risposta, i Montfort fecero per fuggire subito, ma un cavaliere del loro seguito li aizzò ricordando lo scempio dei corpi dei loro parenti alla battaglia di Evesham. Guido e Simone allora rientrarono nella chiesa, presero il cadavere di Enrico e, dopo averlo trascinato fuori, lo fecero a pezzi pubblicamente perché tutti assistessero alla loro terribile vendetta. Solo allora i fratelli scapparono, scortati fuori Viterbo da Ildebrandino Aldobrandeschi; i tre, per evitare qualsiasi conseguenza, si rifugiarono nei vicini feudi del conte di Pitigliano, dove erano certi di essere al sicuro e rimanere impuniti.

Data la sua estrema efferatezza e l'importanza dell'ucciso, l'eco del crimine dei Montfort fu immediata e vastissima, diffondendosi in tutta Europa e anche oltre nel giro di brevissimo tempo, stupendo gli stessi assassini che poco dopo, non sentendosi più sicuri nemmeno sotto la protezione dell'Aldobrandeschi, decisero di scappare ancora. Pur in assenza di un pontefice, la scomunica fu comunque subito bandita contro i fratelli Montfort dal collegio cardinalizio, contribuendo a far precipitare la loro reputazione. Simone VI di Montfort si nascose in un castello non lontano da Siena, ma durante il soggiorno in Maremma aveva contratto la febbre toscana e morì pochi mesi dopo, lasciando il fratello come unico responsabile ancora in vita. Le molteplici ricostruzioni del delitto hanno comunque evidenziato come effettivamente Guido ne fosse stato il principale organizzatore e responsabile, mentre Simone solo il complice più importante.
Guido di Montfort si rifugiò dapprima nel castello di Montignoso, retto dal castellano guelfo Stoldo de' Rossi, altro suo alleato. Nel frattempo Carlo d'Angiò, messo in profondo imbarazzo da quello che fino a poco prima era stato il suo favorito, dovette agire in fretta (anche per evitare accuse di complicità nel gravissimo atto); deposto Montfort da tutti gli incarichi affidatigli, autorizzò presto tutti i suoi funzionari a dargli la caccia. Scrisse inoltre al principe Edoardo Plantageneto, impegnato nella nona crociata in Palestina, comunicandogli il grave fatto e assicurandogli che avrebbe cercato in ogni modo di catturare e punire Montfort. Incaricò invece l'erede Carlo II d'Angiò, allora a Napoli, di procedere al sequestro di tutte le proprietà italiane dei Montfort, determinando così la seconda caduta della famiglia in sei anni.

Nonostante i proclami di Carlo d'Angiò e il sequestro del patrimonio, Montfort poté continuare a muoversi liberamente almeno per la Toscana in mano ai guelfi, e nessuna seria azione punitiva fu intrapresa contro di lui tra la fine del 1271 e l'intero 1272, complice la palese protezione accordatagli dal suocero e da altri influenti personaggi del guelfismo italiano. Anche Carlo d'Angiò dissimulava a malapena di non voler realmente punire Montfort, tanto che, nelle trattative con la famiglia Frescobaldi di Firenze e coi Comuni di Arezzo e Cortona, fece indirettamente capire che l'inglese fosse ancora un suo agente fidato in Toscana, segno che il crimine di Viterbo non aveva punto intaccato il suo ruolo, se non in apparenza. Anche il nuovo papa Gregorio X, eletto alla fine del 1271, dopo quasi due anni non aveva preso alcun provvedimento contro di lui, facendogli quindi sperare di rimanere impunito.
La situazione cambiò all'inizio del 1273, con la venuta in Italia dell'ormai re Edoardo I d'Inghilterra (suo padre Enrico III era morto nel 1272), che si recò da Gregorio X esigendo che venisse fatta giustizia per l'omicidio del cugino, spinto anche dalla memoria dello zio Riccardo di Cornovaglia, padre di Enrico d'Alemannia e morto l'anno precedente di crepacuore. Edoardo, furioso per la plateale impunità del Montfort e piagato dal rimorso di aver inviato il cugino verso la propria morte, dopo aver tentato invano di convincere Carlo d'Angiò a fare qualcosa, minacciò di devastare l'Italia centrale con l'esercito che stava rientrando con lui dalla crociata e di scatenare una guerra internazionale coinvolgendo anche Firenze e Siena, sulla cui alleanza poteva contare in quanto proficue mete del commercio inglese, soprattutto della lana (anche se da Siena il re inglese ricevette un netto diniego a tale possibilità).
Spinto dal re d'Inghilterra, il papa acquisì infine l'iniziativa e aprì il processo contro Guido di Montfort, intimandogli di comparire a Orvieto, dove allora risiedeva, per rispondere del suo crimine. Egli tuttavia non aveva alcuna intenzione di farlo, e per un certo periodo si nascose alle Colonne della Sabatina, presso Siena. Dal suo rifugio, Guido scrisse più volte al pontefice, dichiarandosi falsamente innocente e dicendo che non poteva uscire dalla Toscana per paura della vendetta di Edoardo d'Inghilterra, che ancora stazionava nella zona in attesa di potersi vendicare di Montfort (del resto il Plantageneto non faceva mistero di volerne la testa). Gregorio X non fu convinto dalle scuse di Montfort: prima gli offrì una scorta pontificia per evitare ritorsioni da parte inglese, poi lo convocò assieme al suocero e complice dell'omicidio e infine il 1º aprile 1273, a conferma del provvedimento cardinalizio di due anni prima, gli inflisse solennemente la scomunica per aver versato sangue in un luogo sacro, uccidendo per giunta un parente e dei religiosi.

La scomunica non si limitava comunque al solo Guido di Montfort, ma comprendeva tutti coloro che si fossero resi complici nell'omicidio di Enrico di Cornovaglia, condannando anche all'interdetto tutti i luoghi che gli avessero dato rifugio. Il provvedimento fu talmente severo da colpire anche tutti i parenti stretti come Amalrico di Montfort, fratello degli assassini ed ecclesiastico che tuttavia non aveva avuto alcun ruolo nell'omicidio, spingendolo a recarsi in penitenza a Roma per discolparsi e per promuovere invano la causa di Guido. Carlo d'Angiò tuttavia si premurò perché il papa venisse incontro a Montfort, che si ricongiunse al sovrano angioino durante una visita di Carlo a Siena, venendo ammesso segretamente in città, dove rimase nascosto per qualche tempo. Gregorio X allora si recò in visita in Toscana, venendo raggiunto a Firenze da Margherita Aldobrandeschi e da altri seguaci di Montfort, che lo implorarono di rimuovere la scomunica. Poco dopo, durante un'uscita nel Mugello, il 14 luglio 1273 Montfort, scalzo, vestito di stracci e con una corda al collo, si presentò personalmente davanti a Gregorio X implorando la revoca della scomunica. Diplomaticamente, Gregorio rispose che avrebbe dovuto essere incarcerato da Carlo d'Angiò in attesa di un processo, nonostante le proteste di Edoardo I che voleva una punizione più dura.
Inizialmente lasciato libero e stazionato per un periodo presso Siena, il 9 agosto 1273 era alle porte di Bologna per arrendersi ai cardinali lì presenti, ma non fu fatto entrare nella città per non far scattare l'interdetto voluto dal pontefice. Rientrato in Toscana, Montfort si consegnò direttamente a Carlo d'Angiò, che inizialmente lo confinò in un castello vicino a Siena in condizioni di prigionia non particolarmente dure. Nel 1274 fu invece trasferito al castello di Lecco, in riva al lago di Como, venendo sollevato da parte della scomunica il 1º agosto successivo per essersi costituito. A Lecco la sua custodia era detenuta dal patriarca Raimondo della Torre, altro alleato dell'Angiò, che lo trattò con tutti i riguardi.
Tra il 1274 e il 1278 Guido di Montfort scomparve dalla scena politica italiana, senza che venisse fatta alcuna menzione di lui nelle cronache. Probabilmente trascorse questo tempo sempre in prigionia a Lecco, in attesa che la situazione si calmasse e che Carlo d'Angiò lo riammettesse nella sua cerchia di favoriti. All'incirca tra la fine del 1277 e la primavera del 1278 fu rimesso in libertà, e inviato a Bologna per mettersi al servizio del capitano angioino Giovanni di Montfort-Castres (suo lontano parente e discendente dal bisnonno Simone di Montfort tramite un ramo collaterale). Tuttavia il nuovo papa Niccolò III, meno tollerante di Gregorio X e avverso agli Angiò, non era affatto contento della liberazione di Montfort, e minacciò nuovamente Bologna di interdetto se l'avesse ospitato.
Venute a mancare le sue protezioni, percepito l'ambiente italiano come nuovamente ostile e sentitosi braccato dai sicari di Edoardo I d'Inghilterra, che non aveva rinunciato alla vendetta contro di lui, Guido di Montfort decise di allontanarsi ancora. Le cronache in generale dicono che nel 1279 riparò nel regno di Norvegia presso l'abbazia di Lyse, sperando così di seminare i suoi inseguitori. L'abate di Lyse tuttavia tradì Guido, facendosi corrompere per consegnarlo alle spie di Edoardo, sempre sulle sue tracce. Guido, avuto sentore del tradimento, nel febbraio 1280 continuò a peregrinare, venendo arrestato brevemente da re Eirik II di Norvegia (o forse si trattò solo di uno sfortunato cavaliere che gli somigliava) riuscendo poi a riparare prima in Francia e poi ancora in Italia. Una teoria elaborata dagli storici moderni, considerando fantasioso il viaggio in Scandinavia, lo vorrebbe semplicemente riparato nei pochi feudi francesi rimastigli in Provenza, ultime vestigia del patrimonio dei Montfort. Più che un allontanamento forzato, il suo sarebbe stato un espatrio volontario, forse al seguito di Carlo II d'Angiò, che il 26 febbraio 1280 inviò da Parigi, dov'era in visita ai reali di Francia, una missiva a Edoardo I per discutere proprio del destino di Montfort. Seguendo questa teoria, Guido si sarebbe poi aggregato al parente Giovanni di Montfort-Castres, rientrando poco dopo in Italia protetto dal suo esercito.

Mentre Guido viaggiava per l'Europa, la fortuna tornò ad arridergli. Carlo II d'Angiò, desideroso di riavere il capace Montfort al proprio fianco, cercò di rabbonire Edoardo I perché lo perdonasse. Il re inglese si disse disposto a smettere di dargli la caccia, a patto che il cugino si recasse in pellegrinaggio in Terrasanta come aveva fatto lui, oppure che in alternativa giurasse di non abbandonare più l'Italia, rinunciando a qualsiasi pretesa sui suoi feudi inglesi e francesi, ormai irrimediabilmente persi. Montfort, conscio di non avere scelta, nel settembre 1280 accettò la seconda opzione, ottenendo così l'apparente cessazione della persecuzione nei suoi confronti; per l'astuto Edoardo era un fine successo, in quanto in cambio del perdono accordato al cugino otteneva la completa rinuncia a rientrare in patria da parte dell'ultimo importante barone ribelle rimasto, consolidando così il proprio potere sull'Inghilterra.
Ormai confinato all'Italia, Guido di Montfort tornò in Toscana, riottenendo un ruolo di primo piano nell'amministrazione angioina e ristabilendo stretti rapporti con l'unico parente rimastogli, Giovanni di Montfort-Castres. Il 22 marzo 1281 accolse ad Orvieto Clemenza d'Asburgo, promessa sposa di Carlo Martello d'Angiò, scortandola fino a Roma dove doveva avvenire la consacrazione del nuovo papa Martino IV. Dopo lo scoppio dei Vespri siciliani, all'inizio del 1283 si trovava in Calabria a fianco di Carlo II d'Angiò, e partecipò al concilio di guerra tenuto in febbraio a Terranova Sappo Minulio che decise il ritiro delle truppe angioine da Reggio Calabria, sotto minaccia di sbarco da parte dei siciliani e del loro alleato Pietro III d'Aragona.
L'11 maggio 1283, in segno di completa riconciliazione con la Chiesa, fu nominato dal pontefice Martino IV, più favorevole agli angioini rispetto al predecessore, a capo delle milizie pontificie in Romagna, col compito di reprimere i ghibellini che operavano nella regione e che erano tornati in auge grazie al capace condottiero Guido da Montefeltro. Come fatto in Toscana un decennio prima, Guido di Montfort lanciò una grande campagna di devastazione tra la Romagna e le Marche, attaccando le roccaforti ghibelline nel Montefeltro e poi anche la città di Urbino, scontrandosi con le truppe di Guido da Montefeltro e sottraendogli numerosi territori con l'aiuto del signore di Rimini Malatesta da Verucchio. Malgrado non riuscì a espugnare Urbino, ottenne invece la resa delle ghibelline Forlì e Cesena, dopo averne indebolito gli eserciti e il contado con ripetute devastazioni e corruzioni.

Il 18 marzo 1284 morì il suocero Ildebrandino Aldobrandeschi il Rosso. Montfort, conscio della rapacità degli altri nobili toscani, abbandonò in fretta la guerra in Romagna e riattraversò gli Appennini per difendere i possedimenti della moglie Margherita Aldobrandeschi, unica erede di Ildebrandino e in possesso di numerosi territori che tuttavia da sola non sarebbe riuscita a controllare. Per i successivi anni si protrasse quindi la sua guerra privata con l'aristocrazia toscana, in particolare con Ildebrandino X Aldobrandeschi (omonimo del suocero ma suo acerrimo rivale), Pandolfo dell'Anguillara e il Comune di Orvieto. Durante le continue lotte rimase spesso ferito, una volta anche in maniera molto grave al collo, ma riuscì sempre a resistere mantenendo intatto il patrimonio degli Aldobrandeschi. Il 18 gennaio 1285 il morente Martino IV, con uno dei suoi ultimi atti da pontefice, mitigò ulteriormente la scomunica di Guido, che non poteva essere del tutto annullata perché formulata da Gregorio X come diffinitiva sententia, ovvero irrevocabile anche dai successori.
Tra il 1285 e il 1286, ristabilita una pace temporanea coi vicini, tornò a capo dei guelfi toscani e condusse per conto di Siena e Firenze l'assedio di Poggio Santa Cecilia, punto strategico tra Siena e Arezzo tenuto allora da un manipolo di ghibellini col sostegno del machiavellico vescovo di Arezzo Guglielmino degli Ubertini. Dopo cinque mesi l'assedio ebbe successo e i ghibellini furono uccisi, catturati o cacciati, permettendo quindi a Montfort di guadagnare nuovo lustro. Il 5 giugno 1286 papa Onorio IV emise una bolla con la quale convocava Guido, la moglie Margherita e gli altri Aldobrandeschi a presentarsi a Roma per dirimere la controversia sul possesso di Piancastagnaio, conteso con l'abbazia di San Salvatore del contado senese, ma è dubbio che il procedimento sia servito a qualcosa contro la forzosa occupazione della località operata dal Montfort.
Nel 1287 fu incaricato dal reggente angioino Roberto II d'Artois di unirsi a una nuova spedizione per riconquistare la Sicilia, nuovamente ribellatasi in seguito ai Vespri siciliani del 1282, coi quali gli angioini erano stati cacciati dall'isola, tornata indipendente e desiderosa di avere un sovrano connesso agli Svevi (trovato nel re Pietro III d'Aragona). Si occupò quindi di raccogliere numerose navi in tutta l'Italia settentrionale, ottenendole dai Comuni marittimi toscani e anche da Venezia, imbarcandosi quindi a Talamone a capo della flotta senese e congiungendosi con quella di Filippo di Dampierre, alla testa delle navi francesi.

Nella tarda primavera del 1287 Guido di Montfort salpò quindi alla volta del Sud Italia, con l'obbiettivo di raggiungere Napoli e da lì organizzarsi con gli altri generali angioini per tentare uno sbarco in Sicilia. La probabile destinazione era Augusta (o in alternativa Catania), dove una sparuta guarnigione francese ancora resisteva agli attacchi dei siciliani. Tuttavia il 23 giugno la flotta angioina riunita, in procinto di dirigersi per la Sicilia, venne invece sorpresa nel golfo di Napoli dalle navi ribelli di Ruggero di Lauria, che le attaccarono. Nella conseguente battaglia dei Conti la disfatta angioina fu totale: la flotta reale fu annientata, e ben 44 galee e 5 000 angioini caddero prigionieri dei siciliani. Tra questi, Ugo di Brienne, Filippo di Dampierre, il crociato e cronista Giovanni di Joinville e anche Guido di Montfort.
Montfort venne subito tradotto in carcere a Messina e, come era consuetudine all'epoca, fu chiesto un riscatto alla sua famiglia per liberarlo, che data la sua importanza fu stabilito in 8 000 once d'oro, poi salite fino a 10 000. La somma si dimostrò esorbitante e anche potenti personaggi come Giovanni di Montfort-Castres, il fratello Amalrico di Montfort e la moglie Margherita Aldobrandeschi non riuscirono a raccogliere somme sufficienti; addirittura i Comuni guelfi di Firenze, Siena, Orvieto, Montepulciano, Pistoia e Porto Santo Stefano, unitisi per versare una somma per la sua liberazione, non riuscirono che a raccogliere quasi 7 000 fiorini, a fronte dei 40 000 nel frattempo richiesti dai siciliani. L'enormità del riscatto richiesto forse serviva proprio da deterrente, in modo tale che gli isolani potessero vendicarsi delle distruzioni inflitte da Montfort nella Sicilia negli anni precedenti (e forse, come suggerito dal cronista francese Guglielmo di Nangis, l'influenza del vendicativo Edoardo d'Inghilterra non era estranea all'intransigenza siciliana).
Data la prigionia di Montfort, papa Niccolò IV, da tempo desideroso di liberarsi di quell'ingombrante figura, ne approfittò per nominare il 10 luglio 1291 il cardinale Benedetto Caetani (futuro papa Bonifacio VIII) amministratore dei beni della moglie Margherita, che fu quindi costretta a legarsi alla Chiesa. In virtù delle pessime comunicazioni che intercorrevano tra la Sicilia e il resto dell'Italia a causa dello stato di guerra, Montfort venne dato per morto anzitempo, voce alimentata tra gli altri anche dal nobile toscano Nello Pannocchieschi, che desiderava sposare Margherita Aldobrandeschi per impossessarsi del suo patrimonio. Ormai abbandonato da tutti, Guido di Montfort rimase incarcerato a Messina fino alla propria morte, avvenuta verso la fine del 1291. Provato dalla dura detenzione e da una malattia che lo stava lentamente consumando, Montfort si lasciò morire per non dover prolungare le proprie sofferenze, come riportato dal cronista Niccolò Speciale. Unici suoi eredi erano la figlia secondogenita Anastasia, ancora minorenne, e il fratello Amalrico, che divenne suo reggente.

Dalla moglie Margherita Aldobrandeschi, sposata il 10 agosto 1270 a Viterbo dopo un rapido fidanzamento, Guido di Montfort ebbe due figlie:
L'erede iniziale di Guido di Montfort era la primogenita, Tommasina, che tuttavia si sposò senza il consenso del padre e del re di Sicilia col nobile Pietro Di Vico, venendo quindi diseredata. Il patrimonio dei Montfort passò quindi alla secondogenita Anastasia, che divenne la capostipite della famiglia Orsini di Pitigliano. I feudi dei Montfort nel Sud Italia furono restituiti ad Anastasia e al marito Romano tra il 1293 e il 1294, restaurando quindi le fortune della famiglia e dei discendenti di Guido. Nel 1295 Carlo II d'Angiò perdonò Tommasina e le concesse di perseguire il possesso dell'eredità perduta tramite una causa legale, di cui non si conosce l'esito, ma visto che i feudi permasero in possesso di Anastasia è lecito pensare che fosse quest'ultima ad avere la meglio.
Grazie soprattutto alla madre, Guido di Montfort vantava importanti ascendenze di sangue reale, essendo nella fattispecie nipote di re Giovanni d'Inghilterra detto Senzaterra, così come bisnipote di Enrico II d'Inghilterra e di sua moglie Eleonora d'Aquitania, tra i più potenti monarchi europei del XII secolo. I Montfort invece erano una potente famiglia di feudatari francesi, discendenti dai conti d'Évreux.
Enrico II d'Inghilterra re d'Inghilterra | |||||||||
Giovanni d'Inghilterra re d'Inghilterra | Eleonora d'Inghilterra sp. Alfonso VIII di Castiglia | ||||||||
Enrico III d'Inghilterra re d'Inghilterra | Riccardo di Cornovaglia conte di Cornovaglia re dei Romani | Eleonora Plantageneta sp. Simone V di Montfort | Bianca di Castiglia sp. Luigi VIII di Francia | ||||||
Edoardo I d'Inghilterra re d'Inghilterra | Enrico d'Alemannia ucciso a Viterbo nel 1271 | Guido di Montfort 1244-1291 | Luigi IX di Francia re di Francia | Carlo I d'Angiò re di Sicilia | |||||
Per il suo ruolo di primo piano nella politica europea medievale, numerose fonti trattarono della vita, delle imprese e dei misfatti di Guido di Montfort.
L'eclatante fatto di sangue compiuto da Guido di Montfort fu talmente dirompente da divenire conosciuto in lungo e in largo, venendo registrato immediatamente nei documenti coevi. Fonti d'eccezione furono gli stessi sovrani presenti a Viterbo, i re Carlo I d'Angiò e Filippo III di Francia, che non si trattennero nelle loro lettere. A Edoardo I d'Inghilterra il re angioino scrisse che «Simone e Guido di Montfort, figli della perdizione, [...] saranno braccati fino alla [loro] rovina e sterminio» (anche se tali propositi furono ben presto disattesi); re Filippo invece riferì in una lettera a Riccardo di Cornovaglia per informalo dell'omicidio del figlio, dicendo che i Montfort «l'avevano ucciso istigati dal diavolo». Le lettere dei sovrani, realizzate lo stesso 13 marzo 1271 e poche ore dopo l'efferato delitto, sono inoltre pregne d'emozione, testimoniando lo sgomento di cui ancora erano preda i due regnanti per non aver saputo prevenire un così nefasto evento. Neutro invece si mantenne l'ambasciatore della Repubblica di Pisa Guido da Vallecchia, a sua volta presente in città al momento del delitto e che lo riportò nei suoi Memoriales.
Duro fu il giudizio del chierico Tedaldo Visconti che salì al soglio nel 1271, lo stesso anno dell'eccidio, come papa Gregorio X: nei suoi proclami egli definì i Montfort «figli di Belial, guidati unicamente da uno spirito diabolico», rinnovando la condanna nella scomunica promulgata contro Guido, che «ha perso la stima degli uomini, marchiato eternamente d'infamia». Tuttavia, l'astio verso l'aristocratico inglese si trascinò soltanto un breve periodo prima che il Santo Padre cedesse alla ragion di Stato; in seguito, assorbito com'era dall'organizzazione del secondo concilio di Lione, lasciò che la punizione di Guido di Montfort scivolasse in secondo piano tra gli affari correnti della Chiesa.
La mostruosità del delitto di Viterbo non fu smorzata dal passare del tempo, tanto che persino i successivi cronisti filo-guelfi, che sarebbero quindi dovuti essere più simpatetici sulla sua figura, non poterono esimersi dal condannarlo. Il fiorentino Giovanni Villani, ad esempio, a proposito del delitto di Viterbo lo definì «una laida e abbominevole cosa».
Assai meno severo è il giudizio su Guido espresso nelle Grandes Chroniques de France, le grandi cronache illustrate prodotte dai monaci della basilica di Saint-Denis col patrocinio dei sovrani di Francia. In questi testi, autori come Guglielmo di Nangis e successori espressero sì condanna, ma anche comprensione per le azioni criminose dei Montfort, analizzandone le cause e mettendo in risalto le colpe dei loro nemici. Giovanni Boccaccio invece, scrivendo un secolo più tardi il suo De casibus virorum illustrium, nel capitolo dedicato a Carlo d'Angiò fa appena menzione di Guido come partecipante alle imprese belliche nel Sud Italia, tacendo invece del delitto di Viterbo; si può quindi inferire che Boccaccio ne avesse un'opinione tutt'altro che negativa, come testimonia anche la comparsa di Guido come personaggio del Decameron'.
Esistono poi moltissime altre fonti che danno un giudizio variabile sulla sua figura, a partire dalle Cronache senesi ufficiali della Repubblica di Siena, passando poi per singoli autori come il siciliano Niccolò Speciale, il romagnolo Benvenuto da Imola e il toscano Tolomeo da Lucca. Si ricorda soprattutto il severo giudizio di quest'ultimo, che per screditarlo nella sua cronaca in latino affermò che sua moglie fosse un'adultera, che le sue figlie fossero morte senza prole e che i suoi possedimenti fossero devastati (affermazioni in realtà non vere). Benvenuto da Imola invece si mantenne neutro, condannando non tanto Guido («uomo di alto cuore, e gran consiglio, e probità») quanto Carlo d'Angiò per avergli permesso un crimine così orrendo («E di fatto, o fu conscio [delle intenzioni di Guido], ed operò iniquamente, o fu ignaro, e perché lasciò impunito tanto sacrilego attentato»). Tremendamente duro anche il giudizio dello storico settecentesco Ludovico Antonio Muratori, che in merito alla sua morte in cattività dichiarò che «meritava di morir peggio tanto prima».

L'efferatezza dell'omicidio di Enrico d'Alemannia fu sufficiente per far passare Guido di Montfort alla storia e, presto, anche nella leggenda. La letteratura italiana medievale assorbì il fatto e trattò ampiamente la figura di Montfort, giudicandolo dapprima assai severamente, ma poi ammorbidendosi col tempo.
Il primo e più vocale accusatore di Guido fu Dante Alighieri che, in virtù del suo orribile crimine, lo pose all'Inferno della sua Divina Commedia, citandolo come uno dei dannati più riconoscibili del girone dei violenti. Nel canto XII, Dante gli dedica infatti una terzina (vv 118-120), pur senza mai chiamarlo per nome, data la sua notorietà. Il poeta fiorentino lo indica come «un'ombra da l'un canto sola», ovvero un'anima dannata discosta da tutte le altre, immersa fino alla gola nelle acque ribollenti del fiume Flegetonte, condannandolo a bollire vivo per l'eternità. L'identità di Guido di Montfort è esplicitata da Dante nei due versi successivi, identificandolo col suo crimine: «Colui fesse in grembo a Dio / lo cor che 'n su Tamisi ancor si cola». L'allusione è al destino del corpo di Enrico d'Alemannia, i cui resti furono riportati in Inghilterra dai cavalieri inglesi di ritorno dalla crociata. Il suo cuore venne estratto e posto in un'urna d'oro collocata su una colonna in riva al Tamigi, affinché la memoria del suo omicidio si conservasse. Non è da escludersi che il severo giudizio dantesco derivi dalle dirette esperienze del Sommo Poeta: Dante infatti, nato all'incirca nel 1265, era un bambino durante il breve governo su Firenze del sanguinario Montfort (1270-1271), e non è improbabile che conservasse nitidi ricordi del cavaliere inglese. La tesi sarebbe suffragata anche dal fatto che la condanna di Montfort è unica nella Commedia, non essendo ripetuta per altre figure ree di simili crimini. Si pensi ad esempio a re Enrico II d'Inghilterra, mandante dell'omicidio dell'arcivescovo di Canterbury Tommaso Becket, e al sovrano di Scozia Robert Bruce, uccisore di John Comyn, III signore di Badenoch dentro una chiesa, oppure addirittura a re Enrico III d'Inghilterra, che più volte violò la sacralità delle chiese, ma da Dante collocato ugualmente nel Purgatorio.

Dopo Dante, tuttavia, i censori di Montfort si diradarono. Il poeta Fazio degli Uberti, che pure avrebbe avuto ogni motivo per condannare la memoria dell'inglese per l'esecuzione dei suoi antenati, già nella prima metà del XIV secolo dava un giudizio neutro su di lui nel suo poema Dittamondo. Giovanni Boccaccio invece si spinse ancora oltre, dipingendo Montfort in luce addirittura positiva nel Decameron come saggio e virtuoso consigliere di Carlo d'Angiò (VI novella, X giornata).
Anche la letteratura inglese conservò memoria di Guido di Montfort. Il cronista inglese Roberto di Gloucester ricordò i suoi crimini nella sua storia in versi dell'Inghilterra scritta in inglese medio. Lo storico William Henry Blaauw, invece, identificò proprio il giovane Montfort come il misterioso cavaliere-mendicante della canzone The Beggar of Bethnal Green, una ballata popolare risalente al XVII secolo che prendeva spunto dall'Inghilterra medievale.
Nella letteratura moderna, Montfort divenne l'antagonista principale della grand opéra di Giuseppe Verdi I vespri siciliani, su libretto scritto in lingua francese e rappresentata a Parigi nel 1855. Nell'opera Verdi si prese molte libertà storiche, rappresentando correttamente Montfort come il tirannico governatore della Sicilia, ma attribuendogli lo scoppio dei Vespri siciliani. In realtà, all'epoca Montfort era nell'Italia continentale, intento a ricostruire la propria posizione all'interno della politica angioina.
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