| Ifigenia | |
|---|---|
| Saga | Ciclo troiano, Saga degli Atridi |
| Nome orig. | Ἰφιγένεια |
| Caratteristiche immaginarie | |
| Specie | umana divenuta divinità |
| Sesso | femmina |
| Luogo di nascita | Micene |
| Professione | principessa di Micene e sacerdotessa di Artemide |
Ifigenia (in greco antico Ἰφιγένεια?, Iphighéneia), o Ifianassa (in greco antico Ἰφιάνασσα?, Iphianassa), è una figura della mitologia greca. Fu principessa di Micene e sacerdotessa di Artemide che per volere della stessa dea divenne una divinità.
Secondo Pausania, che riporta uno scritto di Esiodo sul Catalogo delle donne, Ifigenia fu trasformata in Ecate per volontà di Artemide.
Figlia primogenita di Agamennone e di Clitemnestra, oppure di Teseo ed Elena.
Nel corso dei secoli, Ifigenia è stata rappresentata in numerose opere d'arte diventando un simbolo di innocenza e di sacrificio. La sua leggenda è legata al sacrificio che suo padre dovette compiere per permettere alla flotta greca di partire per la guerra di Troia, al suo salvataggio da parte di Artemide che la portò tra le nubi in Tauride, luogo in cui divenne una sacerdotessa del tempio prima di essere raggiunta dal fratello Oreste, con cui infine ritornò a Micene.
Di Ifigenia scrissero tragediografi come Eschilo (Agamennone), Euripide (Ifigenia in Aulide e Ifigenia in Tauride), Sofocle (che la menziona nella tragedia Elettra) e poeti come Lucrezio (che la menziona nell'opera De rerum natura), mentre i mitografi come Pseudo-Apollodoro, Igino e Pausania hanno incluso e riassunto la storia di Ifigenia nelle loro raccolte di miti, offrendo una narrazione più sistematica e completa della sua vicenda.
Nelle sue vicende Ifigenia era la primogenita di Agamennone ed era sorella di Elettra, Crisotemi ed Oreste, l'ultimogenito.

La flotta di suo padre Agamennone era bloccata nel porto di Aulide a causa di un'avversità e non potendo salpare, il padre si rivolse al veggente Calcante. Costui rispose che Artemide era adirata con Agamennone perché, dopo aver ucciso un cervo, lui aveva commentato di saper tirare con l'arco meglio della dea stessa. Ricevuto questo responso Agamennone mandò Ulisse e Taltibio da sua moglie Clitennestra per riferirle che Ifigenia era stata promessa in sposa ad Achille e Clitennestra, fidandosi, permise ad Ifigenia di andare da loro.
Giunta davanti ad Agamennone però, questi la mise davanti all'altare per essere sacrificata e placare l'ira di Artemide, ma la dea intervenne e mise una cerva sull'altare salvando Ifigenia e portandola in Tauride, dove la fece diventare una sua sacerdotessa del tempio. Alcuni dicono che fu anche resa immortale.
Tempo dopo, in uno dei suoi viaggi suo fratello Oreste fu catturato dai Tauri che lo portarono nel tempio di Artemide per essere sacrificato. Ifigenia lo riconobbe e lo aiutò a fuggire sottraendo dal tempio l'icona di Artemide, che insieme portarono ad Atene e che divenne il Tauropolo.
Micene era la città dove Ifigenia viveva con i suoi fratelli padre e madre.
Durante una battuta di caccia, Agamennone aveva ferito una delle cerve di Artemide (che il latino Igino chiama Diana) ed aveva parlato in modo arrogante contro di lei, così la dea, offesa, bloccò il porto di Aulide con una tempesta impedendo alle navi di salpare. L'indovino Calcante riferì che l'unico modo per placare l'ira della dea era quello di offrire la vita di Ifigenia in sacrifico.
Agamennone dapprima rifiutò ma poi si fece convincere da Ulisse che si offrì di andare da Clintennestra (moglie di Agamennone e madre di Ifigenia) e di riferirle che Ifigenia era stata data in sposa ad Achille ed Agamennone accettò. Ulisse, accompagnato da Telefo si recò dalla madre ed ottenne che Ifigenia li seguisse. Ma giunti al porto di Aulide, Agamennone volle sacrificarla ed Artemide ebbe pietà di lei, così mise una cerva sull'altare ed avvolse Ifigenia in una nebbia che la portò attraverso le nubi fino in Tauria, dove la nominò sacerdotessa del suo tempio.
Era usanza dei Tauri sacrificare ad Artemide ogni marinaio che giungesse presso di loro ed un giorno, Oreste (fratello di Ifigenia) e il loro cugino Pilade furono catturati e condotti da re Toante che, rispettando le usanze, li fece condurre al tempio per il sacrificio. Ifigenia riconobbe il fratello e decise di fuggire con loro, spiegando (e mentendo) a Toante che i due prigionieri erano maledetti, che la loro presenza aveva profanato la statua di Artemide e che questa andava portata nel mare per essere purifcata. Ifigenia convinse anche il re a vietare ad ogni cittadino di uscire dalla città e così facendo poté salpare con i due ragazzi e portare con sé la statua fino all'isola di Zminte (probabilmente un'isola vicino a Lemno), dove viveva Crise (un vecchio sacerdote di Apollo Sminteo).
Crise decise di restituire Ifigenia, Oreste e Pilade a Toante ma apprese che erano figli di Agamennone e così li liberò.
Ifigenia rischiò di essere accecata da sua sorella Elettra che era stata ingannata da un messaggero che l'aveva incolpata di avere ucciso Oreste, ma giunta presso di lei, fu salvata dal fratello che, essendo vivo, smentì la falsa notizia ed insieme ritornarono a Micene.

Pausania era un Periegeta, termine che in antichità poteva essere usato sia per indicare colui accompagnava le persone nella visita di luoghi turistici e sia (come nel suo caso) riferendosi ad uno studioso e viaggiatore che annotava tutto ciò che vedeva od ascoltava nei suoi viaggi per la Grecia antica. I suoi scritti su Ifigenia, (che fanno comunque parte della mitologia), non sono direttamente rivolti alle gesta del personaggio ma ai luoghi dove l'icona di legno, immagine lignea o (come la chiama il latino Igino) statua, sia stata collocata dopo essere stata asportata dal tempio di Artemide in Tauria.
In un luogo chiamato Braurone e nelie vicinanze di Maratona, Pausania scrive che fu lì che Ifigenia sbarcò portando con sè l'immagine di Artemide, ma che poi quest'immagine fu portata prima ad Atene e poi ad Argo. Pausania aggiunge che in quel luogo ci fosse effettivamente un'immagine lignea che raffigura Artemide e conclude che non sia quella della leggenda di Ifigenia.
A Megara, Pausania annota che ci sia un santuario dedicato ad Ifigenia ed aggiunge che gli Arcadi sostengono che Ifigenia morì a Megara ma che secondo Esiodo nel suo Catalogo delle donne, Ifigenia non morì ma diventò Ecate per volontà di Artemide.
A Sparta c'è un luogo sacro ad Artemide chiamato Limneo ed anche lì c'è un'immagine lignea di cui gli spartani dicono sia ciò che Ifigenia ed Oreste rubarono dal tempio dei Tauri. Gli spartani sostengono anche che l'icona fu portata lì perché Oreste fu anche re di Sparta. Pausania ritiene che questa sia l'ipotesi più verosimile rispetto a quella degli Ateniesi.
Pausania si riferisce al fatto che secondo Apollodoro l'icona di Artemide rubata da Ifigenia ai Tauri sia il Tauropolo di Atene.


Col termine proteleia si indicava la data in cui le figlie femmine (ossia vergini) venivano accompagnate dai genitori sull'acropoli per celebrare un sacrificio alla dea Artemide (o ad altre divinità femminili), generalmente in vista del loro matrimonio. Con lo stesso termine Euripide traduce solo il rito sacrificale. Il sacrificio consisteva spesso in un oggetto personale, un giocattolo oppure una ciocca di capelli, a rappresentare il vecchio modo di vita (la fanciullezza) lasciato in quel momento alle spalle.
Il parallelismo con il mito di Ifigenia è evidente: Ifigenia è allo stesso tempo figlia obbediente, disposta a sacrificarsi secondo il volere del padre, e sacerdotessa di un culto che segue durante le tappe della crescita tutte le donne (bambine, spose, madri). In Ifigenia si riflette quindi il mito della fanciulla che rimane vergine, malgrado il tentativo di ucciderla (il sacrificio va inteso come morte della fanciulla a favore della donna adulta, matura e quindi pronta ad essere data in sposa ad un uomo). Anche la figura paterna che si confonde con quella del sacrificatore è importante: la ragazza che va in sposa smette di essere sotto la tutela del padre per passare sotto quella del marito. Il padre, partecipando al sacrificio, accetta questa condizione.
Nella Bibbia c'è un evento simile narrato nel Libro dei Giudici, in cui i protagonisti sono il giudice Iefte e sua figlia.
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