| Loredan | |
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Troncato d’oro e d’azzurro, a sei rose gambute e bottonate, tre di azzurro in capo e tre d’oro in punta. | |
| Stato | |
| Titoli |
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| Fondatore | Marco Loredan |
| Ultimo sovrano | Francesco Loredan |
| Data di fondazione | XI secolo |
| Etnia | veneziana |
| Rami cadetti |
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I Loredan sono una nobile famiglia veneziana di presunte origini romane, che ha avuto un ruolo significativo nel plasmare la storia del mondo mediterraneo. Dinastia politica, la famiglia ha prodotto nel corso dei secoli numerose personalità famose: dogi, statisti, magnati, finanzieri, diplomatici, procuratori, comandanti militari, capitani navali, alti prelati e scrittori.
Nei secoli successivi alla caduta dell'Impero romano d'Occidente, i Loredan furono signori in Romagna, da dove giunsero a Venezia all'inizio dell'XI secolo. Dopo essersi stabilita lì, la famiglia acquisì potere nell'Alto Medioevo, accumulando grandi ricchezze grazie al redditizio commercio della seta e delle spezie e, nei secoli successivi, divenne potente e influente nelle regioni del Mediterraneo, giocando un ruolo significativo nel plasmarne la storia durante il Basso Medioevo, il Rinascimento e l'inizio dell'età moderna. La famiglia era presente praticamente in ogni territorio nazionale e d'oltremare della Repubblica di Venezia e, in vari momenti della storia, i suoi membri hanno detenuto titoli in quelli che oggi sono i moderni paesi di Italia, Austria, Slovenia, Croazia, Montenegro, Albania, Francia, Grecia e Cipro e hanno condotto operazioni commerciali fino in Egitto, Persia, India e Cina. Insieme ad altre famiglie della nobiltà urbana veneziana, svolsero un ruolo fondamentale nel promuovere il mercantilismo e il primo capitalismo, e sono associati dagli storici allo sviluppo dei primi contratti commerciali, della finanza internazionale, dell’attività bancaria e delle strutture amministrative e giuridiche che sostenevano il commercio premoderno.
Sebbene i Loredan fossero sostenitori del tradizionale orientamento marittimo di Venezia e vedessero con diffidenza la sua espansione sulla terraferma italiana, svolsero un ruolo chiave nello sviluppo territoriale e, in ultima analisi, nella storia della Repubblica di Venezia, contribuendo all'espansione dei suoi Domini di Terraferma e dello Stato da Màr. La famiglia ebbe un ruolo importante nella guerra della Lega di Cambrai, con il doge Leonardo Loredan che condusse Venezia alla vittoria contro lo Stato Pontificio, che costrinse il papa a pagare alla famiglia Loredan un risarcimento finanziario di circa 500.000 ducati, un'enorme quantità di denaro, che la rese una delle famiglie più ricche del mondo all'epoca. Inoltre, molti dei suoi membri si distinsero come ammiragli e generali nella difesa dell'Europa dalle conquiste ottomane durante le guerre ottomano-veneziane. I loro vari trionfi navali sono stati onorati con l'incrociatore ausiliario MV Loredan della Regia Marina italiana.
La famiglia ha avuto un ruolo importante anche nella creazione dell'opera moderna con l'Accademia degli Incogniti, e ha commissionato molte opere d'arte ad artisti della Scuola Veneziana, tra cui Giovanni e Gentile Bellini, Giorgione, Vittore Carpaccio, Vincenzo Catena, Sebastiano del Piombo, Tiziano, Paris Bordone, Jacopo e Domenico Tintoretto, Paolo Veronese, Palma il Giovane, Canaletto, Pietro Longhi e Francesco Guardi, tra gli altri. Nel pieno del Rinascimento, le residenze della famiglia vennero progettate e costruite da architetti rinomati, in particolare Mauro Codussi, Jacopo Sansovino e Andrea Palladio.
La ricchezza della famiglia Loredan a Venezia era leggendaria, raggiungendo il suo apice tra il XVI e il XVIII secolo, quando possedevano numerosi palazzi, centinaia di tenute e vasti possedimenti terrieri in tutto il territorio della Repubblica. Oltre al commercio della seta e delle spezie, parteciparono anche alla tratta degli schiavi nel Medioevo e furono, più di una volta, accusati di usura e sodomia, spesso da rivali politici di lunga data come le famiglie Falier e Foscari. Nei casi di corruzione, aggressione, omicidio e altri scandali, quando erano coinvolti membri della loro stessa famiglia, i Loredan di solito adottavano una politica di clemenza e assoluta tolleranza, e cercavano di risolvere le accuse tramite minacce o corruzione.
Sotto il governo dei Loredan, nel 1516 fu creato a Venezia il primo ghetto ebraico del mondo, anche se alcuni membri della famiglia si erano espressi in Senato a favore della riduzione della somma che gli ebrei dovevano pagare per la loro "condotta".
Oggi lo stemma dei Loredan, che raffigura sei fiori d'alloro (o rosa) su uno scudo giallo e azzurro, è esposto su numerosi edifici e palazzi nei territori un tempo controllati dalla Repubblica di Venezia: dal Veneto al Friuli, dall'Istria alla Dalmazia, e nei possedimenti più lontani come le Isole Ionie e Creta. A Venezia è addirittura scolpito sul Ponte di Rialto e sulla facciata della Basilica di San Marco.

La Casa Loredan ha suscitato un particolare interesse storiografico in ragione della straordinaria longevità e complessità della famiglia, la cui storia documentata si estende per circa un millennio.
La storia della famiglia è particolarmente ben documentata grazie all'ampia documentazione amministrativa, giudiziaria, diplomatica, genealogica e notarile conservata dalla Repubblica di Venezia e dalle istituzioni dei territori già sottoposti al dominio veneziano. Documentazione pertinente è conservata presso l'Archivio di Stato di Venezia e in altre raccolte italiane, nonché negli archivi e nelle biblioteche della Croazia, della Grecia e di altre aree degli ex territori veneziani. La famiglia risulta pertanto documentata non soltanto attraverso opere genealogiche, ma anche mediante fonti relative al governo veneziano, all'amministrazione militare, alla diplomazia, ai commerci, agli affari ecclesiastici e all'amministrazione dei suoi possedimenti territoriali.
Le prime ricostruzioni della storia della famiglia furono spesso influenzate dalle tradizioni genealogiche del patriziato veneziano. Autori del XVI e XVII secolo, quali Marco Barbaro e Jacopo Zabarella, conservarono e svilupparono tradizioni genealogiche relative alle famiglie nobili veneziane, comprese quelle concernenti presunte origini antichissime. Nel caso dei Loredan, tali tradizioni facevano risalire l'antichità della famiglia all'epoca romana, collegandola a Gaio Muzio Scevola e alla città di Loreo. La storiografia moderna considera generalmente tali affermazioni di carattere leggendario o prive di adeguato riscontro documentario, pur riconoscendo la presenza documentata della famiglia a Venezia a partire dall'inizio dell'XI secolo. La distinzione tra tradizione genealogica aristocratica ed evidenza documentaria è stata pertanto un elemento importante nelle moderne ricostruzioni della storia della famiglia.
Le opere storiche del XIX e dell'inizio del XX secolo collocarono progressivamente i Loredan nel più ampio contesto della storia istituzionale e politica della Repubblica di Venezia, concentrandosi sulle figure di maggior rilievo, sulle cariche pubbliche e sulle imprese militari. Singoli membri della famiglia hanno ricevuto un'ampia trattazione nella storiografia biografica e prosopografica; ad esempio, il Dizionario biografico degli Italiani comprende singole biografie scientifiche dedicate a numerosi Loredan, mentre l'Enciclopedia Italiana e Treccani offrono trattazioni più generali della famiglia e dei suoi membri più illustri. La storiografia più recente ha adottato un approccio maggiormente critico e contestualizzato, esaminando la famiglia sulla base delle fonti d'archivio e nel quadro più ampio della storia sociale veneziana, con particolare attenzione alle reti di parentela, alla formazione delle élite, al patronato, ai commerci, all'amministrazione territoriale e ai rapporti tra Venezia e i suoi domini di terraferma e d'oltremare. Questo mutamento, associato a studiosi quali Gaetano Cozzi, Frederic Chapin Lane, e, successivamente, ad altri storici della società veneziana, riflette un più ampio orientamento della storiografia, passata dalla ricostruzione delle vicende e dei successi delle singole famiglie nobiliari allo studio del modo in cui le casate patrizie operavano quali istituzioni politiche, sociali ed economiche.
La dispersione geografica delle attività della famiglia ha inoltre determinato una corrispondente dispersione della documentazione. La ricerca sui Loredan si basa pertanto sui documenti degli archivi di Stato veneziani, integrati da materiale archivistico, ecclesiastico, municipale e notarile conservato in altre parti degli ex territori veneziani dell'Adriatico, in particolare in Istria e Dalmazia. Ciò risulta particolarmente rilevante per lo studio dei singoli rami, dei possedimenti territoriali e dei rapporti con le realtà locali, le cui vicende possono essere documentate in fonti conservate al di fuori di Venezia stessa.
La documentazione superstite presenta tuttavia una distribuzione disomogenea. Le carriere politiche e militari, le cariche pubbliche e le principali transazioni territoriali o giuridiche, come quelle relative ai possedimenti Loredan di Antiparo, Mykonos, Tino, Vangadizza, Barbana e Rachele, risultano generalmente molto meglio documentate rispetto alla vita privata dei membri meno illustri della famiglia. Anche le voci biografiche di carattere scientifico rilevano talvolta che i nomi dei coniugi, le date dei matrimoni, i figli e altri aspetti della vita familiare rimangono sconosciuti. L'ampia quantità di documentazione conservatasi non deve pertanto essere interpretata come indice di un'analoga completezza documentaria per ogni ramo o generazione della famiglia.

La famiglia è documentata a Venezia a partire dall'età medievale, ma i genealogisti veneziani della prima età moderna ne fecero risalire le origini a un'epoca considerevolmente più antica, collegando i Loredan ai Mainardi di Bertinoro, in Romagna, e, in ultima analisi, all'antico eroe romano Gaio Muzio Scevola. Tali tradizioni genealogiche devono essere distinte dalla storia effettivamente documentata della famiglia. Camillo Manfroni, scrivendo nell’Enciclopedia Italiana nel 1934, osservava che i cronisti veneziani facevano risalire i Loredan a Muzio Scevola, ma considerava le origini storicamente dimostrabili della famiglia assai più recenti, collocandone la comparsa nelle fonti storiche nell'XI secolo.
Un elemento centrale della genealogia tradizionale è il presunto legame della famiglia con la località di Loreo, nel Polesine. La località è attestata nelle fonti medievali con forme quali Laureti, Lauriton o Lauridon, e Loredo. Il toponimo è generalmente ricondotto al latino lauretum, indicante un luogo caratterizzato dalla presenza di allori. Gli abitanti di Loreo sono tradizionalmente detti Loredani. L'interpretazione toponimica considera pertanto Loredano una denominazione di origine geografica, equivalente approssimativamente a "colui che proviene da Loreo", anziché Loreo come una località denominata in riferimento alla famiglia veneziana.
Questa interpretazione coesiste tuttavia con un'antica tradizione genealogica che tentava di spiegare l'origine del nome della famiglia attraverso la sua presunta discendenza dai Mainardi di Bertinoro. La versione più articolata di tale tradizione è associata al genealogista cinquecentesco Marco Barbaro. Secondo la tradizione riferita da fonti posteriori, un esponente dei Mainardi, distintosi durante la campagna veneziana contro Adria nel 1163, risiedeva a Loreo o vi era in qualche modo associato e veniva pertanto indicato come Loredano. Durante il soggiorno a Venezia di papa Alessandro III nel 1177, successivo alla pace di Venezia tra il pontefice e l'imperatore del Sacro Romano Impero Federico Barbarossa, il papa avrebbe richiesto di incontrare il guerriero che si era distinto nei combattimenti presso Adria. Il Mainardi sarebbe stato quindi insignito del titolo di cavaliere e avrebbe assunto il nome e lo stemma dei Loredan. Secondo la tradizione così tramandata, le tre mani associate ai Mainardi sarebbero state sostituite dalle sei rose dello stemma dei Loredan.
La narrazione presenta quindi il nome Loredan come originario di Loreo: il guerriero Mainardi, in quanto residente o abitante di Loreo, sarebbe stato designato come Loredano e avrebbe successivamente assunto tale denominazione come cognome ereditario. In questa interpretazione, dunque, il toponimo Loreo sarebbe anteriore alla famiglia veneziana e il cognome della famiglia deriverebbe dal nome della località, e non viceversa.
La cronologia di questa tradizione presenta tuttavia alcune difficoltà. Il Campidoglio Veneto di Girolamo Alessandro Cappellari Vivaro, una compilazione genealogica posteriore conservata presso la Biblioteca Nazionale Marciana, indica come antico antenato dei Loredan un Marco Loredan che sarebbe vissuto intorno al 1080. Ciò collocherebbe un Loredan circa un secolo prima del Mainardi che, secondo la tradizione relativa al 1177, avrebbe assunto il nome. Tale discrepanza evidenzia la difficoltà di conciliare le diverse tradizioni genealogiche tramandate dagli scrittori veneziani. La storiografia moderna ha inoltre osservato che il Campidoglio Veneto di Cappellari Vivaro era una compilazione posteriore che incorporava materiale di Marco Barbaro e di altre fonti di attendibilità variabile.
Un'altra versione della genealogia, associata al Trasea Peto di Jacopo Zabarella e ripresa da antiquari veneziani posteriori, faceva risalire la famiglia ai Mainardi di Bertinoro e li descriveva come discendenti di un'antica stirpe romana. Secondo tale versione, le loro vittorie militari avrebbero procurato loro gli appellativi di Laureati e successivamente Lauretani, dai quali si sarebbe sviluppato il nome Loredani. La medesima tradizione sosteneva che la famiglia avesse esercitato il dominio su Bertinoro, si fosse successivamente trasferita a Ferrara e avesse infine stabilito la propria presenza nei territori veneziani, dove avrebbe fondato o posseduto una località denominata Loredo. Tali narrazioni appartengono alla letteratura genealogica del patriziato veneziano e non possono essere considerate una prova documentaria di una discendenza romana.
La presunta discendenza da Gaio Muzio Scevola rappresenta l'elemento più remoto di questa tradizione genealogica. I genealogisti veneziani associavano i Mainardi a Muzio Scevola e interpretavano la presunta sequenza dei nomi della famiglia — Laureati, Lauretani e Loredani — come il risultato delle loro imprese militari e di una successiva evoluzione linguistica. L'associazione con Muzio Scevola rientrava in un più ampio fenomeno della genealogia del patriziato veneziano, nel quale famiglie di rilievo rivendicavano la discendenza da figure dell'antichità romana. Manfroni considerava pertanto la genealogia scevoliana una tradizione tramandata dai cronisti, piuttosto che parte della storia documentabile dei Loredan.
L'etimologia del nome Loredan deve pertanto essere considerata separatamente dagli elementi leggendari della genealogia familiare. La spiegazione linguistica più immediata fa derivare il cognome dal toponimo Loreo, le cui forme medievali comprendono Lauredo e Loredo e che viene generalmente ricondotto al latino lauretum, "bosco di allori" o "luogo degli allori". La derivazione alternativa da Laureati o Lauretani appartiene invece alla più antica tradizione genealogica e fu utilizzata per collegare il nome della famiglia alla sua presunta ascendenza romana e alle sue tradizioni di valore militare. Le evidenze disponibili non consentono di considerare quest'ultima come l'effettiva origine del cognome.

Lo stemma della famiglia Loredan presenta uno scudo giallo (in alto) e blu (in basso) con raffigurati sei fiori di alloro (o rosa); tre nella zona gialla e tre in quella blu. Sulla sommità dello stemma è posto il corno ducale, corona cerimoniale e noto simbolo del Doge di Venezia. È esposto su numerosi edifici e palazzi nei territori precedentemente controllati dalla Repubblica di Venezia: dal Veneto al Friuli, dall'Istria alla Dalmazia, e nei possedimenti più lontani come le Isole Ionie e Creta. A Venezia è addirittura scolpito sul Ponte di Rialto e sulla facciata della Basilica di San Marco.

La bella facciata della Ca' Loredan Vendramin Calergi in pietra d'Istria reca l'iscrizione latina: Non nobis Domine. Il versetto deriva dall'Antico Testamento (Salmo 115:1) e fu l'inizio di un famoso motto inciso sulla bandiera di guerra dei Cavalieri Templari: "Nōn nōbīs, Domine, nōn nōbīs, sed nōminī tuō dā glōriam" ("Non a noi, o Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria"). Il verso simboleggiava la gratitudine e l'umiltà dei Templari che, durante le Crociate, combatterono per la gloria di Dio e non per guadagno personale. È noto che Andrea Loredan, il commissario del palazzo, era vicino alle idee e all'eredità dei Templari, per cui il versetto biblico divenne successivamente il motto dell'intera famiglia Loredan. Grazie al suo interesse per la storia dei Templari, si ritiene addirittura che il suo palazzo fosse uno dei luoghi di ritrovo dell'Ordine di San Marco. Andrea, però, non fu solo un generale militare, ma anche un umanista protettore delle arti e, infatti, investì notevoli energie e capitali nel palazzo per ottenere una dimora degna del suo valore e della dignità della sua famiglia. Le foglie di quercia che circondano l'iscrizione rappresentavano nella tradizione latina il difensore della città, cioè colui che si impegna per il bene pubblico, un tema molto caro alla nobiltà veneziana dell'epoca. Con questa iscrizione Andrea Loredan sembra quasi voler nascondere la sua incredibile ricchezza, manifestando così un forte senso di umiltà e di devozione al Signore. L'essenza del motto Loredan è, infatti, una dimostrazione di pietà e umiltà proveniente da una famiglia molto potente.

Nel corso del Rinascimento e della prima età moderna, la ricchezza della famiglia Loredan a Venezia e nel resto della Repubblica era leggendaria, in particolare dal 1500 al 1800, e soprattutto nel XVIII secolo, quando la famiglia possedeva numerosi palazzi e centinaia di proprietà in tutto il nord-est dell’Italia e in vari altri territori della Repubblica.

Alcuni storici, come Jacopo Zabarella, affermarono che i Loredan fossero già ricchi al momento del loro arrivo a Venezia, nei primi decenni dell’XI secolo, e alcune fonti sostenevano che discendessero da un’illustre stirpe antica originaria di Roma. Per questo motivo, Gaio Muzio Scevola veniva talvolta vantato come il progenitore tradizionale della famiglia. Sebbene l’origine romana dei Loredan non sia mai stata né confermata né smentita, è molto probabile che la famiglia abbia accresciuto notevolmente la propria ricchezza grazie all’industria redditizia della seta e delle spezie, nonché al commercio di schiavi, nel Medioevo. Dopo i viaggi di Marco Polo alla fine del XIII secolo, molti mercanti veneziani si dedicarono alla creazione di compagnie commerciali in Asia, e i Loredan non fecero eccezione: già negli anni 1330 la famiglia inviava e gestiva convogli commerciali verso l’Egitto, la Persia, l’India e la Cina.
Oltre alle attività commerciali ormai consolidate, alcune fonti fanno riferimento ad episodi di pirateria e a pratiche di usura organizzata da parte di membri della famiglia nel XIII e XIV secolo, accuse da cui riuscirono più volte a salvarsi mediante minacce o corruzione. Le ricchezze ottenute da queste attività furono poi investite nella costruzione di alcuni dei palazzi dei Loredan a Venezia.
Nel XV secolo, la famiglia entrò in possesso dell’isola egea di Antiparo, dove Giovanni Loredan fece costruire il Castello di Antiparo nel 1440 e vi portò abitanti a proprie spese. In questo periodo, il ramo della famiglia stabilitosi nell’Egeo contrasse matrimoni con le famiglie dominanti di altre isole greche, e Antonio Loredan arrivò persino a governare brevemente il Ducato dell’Arcipelago come reggente agli inizi del XVI secolo, mentre suo nipote e futuro duca Giovanni IV Crispo era ancora bambino.
La ricchezza della famiglia cominciò ad aumentare significativamente all’inizio del XVI secolo, principalmente grazie al potere e all’influenza derivanti dall’elezione di Leonardo Loredan a doge nel 1501. Oltre ad essere uno dei più importanti governanti della storia di Venezia, Leonardo fu fin da giovane un abile mercante e uomo d’affari, dedicandosi al commercio in Africa e nel Levante, accrescendo così le finanze familiari. Leonardo Loredan governò per vent’anni, fino al 1521, durante i quali, grazie alle sue astute manovre politiche e militari, la famiglia divenne incredibilmente ricca e potente. Nella guerra della Lega di Cambrai, dopo aver stretto un’alleanza con il re di Francia Luigi XII, Leonardo condusse Venezia alla vittoria contro gli Stati Pontifici, dopodiché il Papa fu costretto a saldare numerosi debiti arretrati con la famiglia Loredan, per un totale di circa 500.000 ducati, una cifra esorbitante. Per fare un confronto, un secolo prima Venezia aveva acquistato l’intera regione costiera della Dalmazia dall’Ungheria per 100.000 ducati.
Verso la fine del suo dogato, gli scandali finanziari divennero all’ordine del giorno a Venezia, e molti uffici e cariche pubbliche venivano acquistati a prezzi sproporzionati. Il doge non esitò a sfruttare la propria influenza, e numerosi titoli e cariche furono acquistati per i figli e i parenti. Dopo la sua morte, e a causa dei comportamenti discutibili degli ultimi anni, la famiglia fu citata in giudizio e condannata al pagamento di una pesante multa di 9.500 ducati, nonostante la difesa di Carlo Contarini, uno dei migliori avvocati dell’epoca. Sebbene ciò indichi che vi fosse un elemento incriminante nelle azioni di Leonardo, il processo fu comunque abilmente orchestrato a fini politici dalle famiglie rivali.

All’epoca furono acquisiti e costruiti molti palazzi splendidi e iconici, tra cui il Palazzo Loredan dell’Ambasciatore, la Ca’ Loredan Vendramin Calergi e il Palazzo di Santo Stefano. Di particolare rilievo è l’imponente Ca’ Loredan Vendramin Calergi, che gli eredi di Andrea Loredan vendettero nel 1581 per 50.000 ducati a Eric II, duca di Brunswick-Calenberg, il quale dovette ricorrere a prestiti per potersela permettere. Sulla ricchezza colossale della famiglia nel XVIII secolo, basta considerare le entrate e le abitudini di spesa di un solo uomo: Francesco Loredan, eletto doge nel 1752. Secondo lo storico Giacomo Nani, Francesco poté affrontare gli oneri derivanti dal dogado perché la sua famiglia apparteneva a quelle “di prima classe”, cioè “molto ricche”. Nel 1741 dichiarò entrate per quasi 11.000 ducati; nel solo 1758 spese quasi 43.000 ducati per le attività dogali e, alla sua morte, il suo reddito superava i 118.000 ducati. A ciò si aggiungevano le vastissime proprietà fondiarie della famiglia. I costi delle feste per l’elezione sono stati spesso stimati in modo errato, anche dai contemporanei (un documento del 1772 nell’archivio Loredan parla di 90.000 ducati, mentre Samuele Romanin li stima attorno ai 21.700). Tuttavia, l’elenco dettagliato delle voci di spesa superstiti permette di stimare il costo a poco più di 38.600 ducati (di cui 2310 per l’orchestra, 7635 per i rinfreschi, 5800 donati al popolo e 2140 agli arsenalotti). La cifra per i festeggiamenti sembra incredibilmente alta, e Romanin la considerava molto superiore a quella sostenuta da dogi precedenti e non eguagliata da diversi successori. Nonostante ciò, uno dei sonetti composti per l’occasione lamentava risultati insufficienti, deridendo la musica e affermando che la “macchina” dei fuochi d’artificio aveva riferimenti funebri. Anche le spese del primo anno del dogado furono impressionanti, superando i 117.000 ducati, compresi 6250 ducati spesi in pellicce. Tuttavia, il suo interesse più costante fu la gestione del patrimonio familiare. Oltre al famoso palazzo, due edifici a S. Stefano e una casa a San Basso, dai censimenti delle decime del 1739 e da altre fonti risultano almeno 76 case e botteghe di proprietà in vari sestieri di Venezia e a Mazzorbo. Vi erano anche numerosi edifici, terreni agricoli e campi nella terraferma veneziana (Marghera, Meolo), nel Polesine (Canda, Anguillara Veneta, San Martino di Venezze, Rovigo, Badia Polesine, Polesella) e nel territorio padovano (Montagnana, Cittadella, Piove di Sacco, Altichiero), trevigiano (Monastier, Conegliano, Asolo), vicentino (Noventa Vicentina), veronese, friulano (Latisana) e in Istria (Rovigno e Barbana). Di particolare rilievo le ville e i terreni a Stra, Canda e Noventa Vicentina. Sembra che questi beni, fino al 1755 in comproprietà con lo zio Giovanni di Leonardo, fratello del padre, risalissero in gran parte al matrimonio, avvenuto negli anni '20 del Seicento, tra Francesca Barbarigo e Francesco Loredan, bisnonno del doge. Secondo una stima del 1755, le terre ex Barbarigo rendevano 11.000 ducati all’anno.
Tra i più consistenti possedimenti terrieri e feudi detenuti privatamente dalla famiglia nel corso della storia figuravano l'isola di Antiparo in Grecia, parti delle isole di Tino e Mykonos, le città di Bertinoro, Loreo, Ormelle e Vangadizza nell'Italia settentrionale e centrale, nonché Barbana e Rachele nella penisola istriana in Croazia.

Il 29 marzo 1516, con un decreto del Doge Leonardo Loredan, il Senato veneziano stabilì che, se gli ebrei desideravano continuare a vivere a Venezia, dovevano risiedere in una piccola isola circondata da canali nella parte settentrionale della città. Con questa decisione, venne istituito nel sestiere di Cannaregio il primo ghetto ebraico del mondo, dando inizio a secoli di segregazione che si sarebbero diffusi in tutta Europa. Il termine veneziano "ghèto" divenne presto un termine comune per descrivere comunità urbane isolate di minoranze etniche. Gli studiosi ritengono che il governo dei Loredan, che istituì il Ghetto, lo fece perché credeva che gli ebrei non potessero essere integrati con la popolazione prevalentemente cattolica romana della città.
La vita nel Ghetto era molto restrittiva, e il movimento degli ebrei al di fuori del ghetto era difficile. Gli ebrei venivano chiusi nel ghetto di notte, e guardie cristiane su barche pattugliavano i canali stretti e i ponti corti per far rispettare le regole. Gli ebrei erano persino costretti a pagare gli stipendi dei loro sorveglianti cristiani. Sebbene fosse una discriminazione terribile, per alcuni rappresentava un rifugio da persecuzioni ancora peggiori altrove.
Sebbene ospitasse un gran numero di ebrei, circa 1.000 persone su una popolazione cittadina di 160.000 all'epoca, e fosse composto principalmente da mercanti, la popolazione che viveva nel Ghetto veneziano non si assimilò mai per formare un'etnia "ebraica veneziana" distinta. Quattro delle cinque sinagoghe erano chiaramente divise secondo l'identità etnica: esistevano sinagoghe separate per le comunità tedesca (la Scuola Grande Tedesca), italiana (la Scola Italiana), spagnola e portoghese (la Scola Ponentina), e sefardita levantina (la Scola Levantina). La quinta, la Scuola Canton, fu probabilmente costruita come sinagoga privata e serviva anche la comunità ashkenazita veneziana. Al suo apice, a metà del XVII secolo, quasi 5.000 ebrei vivevano nel Ghetto. Per ospitare nascite e nuovi arrivi, potevano costruire solo verso l'alto, portando alla realizzazione di alcuni dei primi "grattacieli" del mondo, che con sette o otto piani sono ancora tra gli edifici più alti della città.
Nel 1797, l'Armata d'Italia francese, comandata dal ventottenne Napoleone Bonaparte, occupò Venezia, costringendo la Repubblica a crollare il 12 maggio 1797, e pose fine alla separazione del ghetto dalla città l'11 luglio dello stesso anno. Oggi, il Ghetto è ancora un centro della vita ebraica nella città. La comunità ebraica di Venezia, che conta circa 450 persone, è culturalmente attiva, sebbene solo pochi membri vivano nel Ghetto poiché l'area è diventata sempre più costosa. Eventi commemorativi si tengono nel ghetto e includono una produzione dell'opera di William Shakespeare "Il mercante di Venezia" e una grande mostra intitolata "Venezia, gli ebrei e l'Europa", al Palazzo Ducale – lo stesso luogo in cui il decreto che istituì il ghetto fu firmato 500 anni fa.

Nonostante il coinvolgimento nella creazione del primo ghetto ebraico, la decisione di istituirlo non fu presa esclusivamente da Leonardo Loredan, ma anche da altri senatori che sostennero la segregazione, convinti che la presenza degli ebrei in città e le loro attività di prestito di denaro avrebbero corrotto la morale e i valori cristiani dei cittadini veneziani. Più avanti, nel corso del XVI secolo, alcuni membri della famiglia Loredan, tra cui Pietro Loredan, si batterono in Senato per la riduzione della somma che gli ebrei dovevano pagare per il loro “condotto”.
A partire dal XVII secolo, i Loredan si distinsero per il sostegno e l’accoglienza offerti agli ebrei che arrivavano a Venezia. Ad esempio, esistono documenti relativi a una famiglia ebrea spagnola in fuga dalle persecuzioni in Spagna, la cui istruzione e conversione al cristianesimo furono finanziate da un Loredan. Di conseguenza, discendenti di questi convertiti ebrei si possono trovare negli antichi territori veneziani e nella diaspora.
Nel XVIII secolo, in qualità di Capitano Generale da Mar, un Loredan scrisse lettere di raccomandazione per numerosi ebrei provenienti da città e isole del Mediterraneo e li aiutò a permettersi il viaggio e l’imbarco su navi dirette a Venezia.

Molti membri della famiglia Loredan furono ritratti da celebri artisti della Scuola veneziana, sia contemporanei ai committenti che postumi. Il più famoso di questi è il Ritratto del doge Leonardo Loredan, dipinto da Giovanni Bellini nel 1501/02, in prossimità dell’ascesa di Leonardo al dogato, oggi esposto alla National Gallery di Londra. Un altro celebre ritratto del doge è il Ritratto di Leonardo Loredan di Vittore Carpaccio, conservato al Museo Correr. Un’ulteriore rappresentazione nota è il Ritratto del doge Leonardo Loredan con quattro figli, ancora una volta opera di Bellini, oggi custodito alla Gemäldegalerie di Berlino. Leonardo Loredan fu inoltre rappresentato da Gentile Bellini, Palma il Giovane, Vincenzo Catena, Domenico Tintoretto, Carlo e Gabriele Caliari, Pompeo Batoni, Francesco Maggiotto, oltre a numerosi altri pittori, e da scultori come Girolamo Campagna, Danese Cattaneo e Pietro Lombardo. Fu anche raffigurato postumamente in varie opere celebrative della sua vittoria sulla Lega di Cambrai. Anche il secondo doge della famiglia, Pietro, fu ritratto da diversi artisti; la rappresentazione più famosa è il Ritratto di Tintoretto, dipinto nel 1567 e oggi esposto al Kimbell Art Museum di Fort Worth, Texas. Un'altra rappresentazione nota è Il doge Pietro Loredan che supplica la Vergine di Palma il Giovane, conservata a Palazzo Ducale. Il terzo doge, Francesco, fu ritratto nel XVIII secolo da Fortunato Pasquetti, Jacopo Guarana e altri artisti.
Immortalato nei dipinti di numerosi artisti rinomati, Leonardo Loredan è una delle figure più facilmente riconoscibili del Rinascimento italiano. Tuttavia, si sa relativamente poco del suo mecenatismo artistico durante quest’epoca cruciale nella storia dell’arte. Inoltre, rimane ancora molto da esplorare riguardo all’ampia gamma di imprese artistiche realizzate per la famiglia allargata del doge, molte delle quali si sovrapposero a quelle promosse direttamente da Leonardo. Questo vale in particolare per Andrea Loredan, cugino di Leonardo e uno dei più importanti collezionisti d’arte del tempo. È certo, tuttavia, che il mecenatismo dei Loredan — che abbracciava tanto l’ambito pubblico quanto quello privato, quello ufficiale, religioso e dinastico — fu un’impresa di enorme portata, intricatamente connessa, che adornò numerosi luoghi di Venezia e coinvolse quasi tutti i principali artisti attivi in città in quel periodo.

Tra le opere d’arte più celebri commissionate dalla famiglia figura le Storie di Sant’Orsola, una serie di grandi teleri realizzati dal maestro del Rinascimento veneziano Vittore Carpaccio. Originariamente concepiti per la Scuola di Sant’Orsola, posta sotto il patronato della famiglia, i dipinti sono oggi esposti alle Gallerie dell’Accademia di Venezia. La serie fu commissionata da Antonio Loredan, che appare raffigurato in diverse scene, sebbene le opere siano state realizzate ben dopo la sua morte.
La famiglia fu inoltre tra le prime a scoprire i talenti di Tiziano, Giorgione e Sebastiano del Piombo. Il primo capolavoro di Tiziano, La fuga in Egitto, dipinto quando aveva appena 18 anni, fu commissionato da Andrea Loredan ed era destinato al portico del nuovo palazzo di Andrea sul Canal Grande, oggi noto come Ca’ Loredan Vendramin Calergi. Analogamente, la prima opera di Sebastiano del Piombo, Il giudizio di Salomone, fu commissionata circa nello stesso periodo, anch’essa con lo scopo di decorare il nuovo palazzo dei Loredan.

Il dogado di Leonardo Loredan (1501–1521) lasciò un’impronta duratura sul tessuto urbano di Venezia, soprattutto attraverso la ricostruzione e l’abbellimento di spazi civici, commerciali e cerimoniali fondamentali.
In seguito ai grandi incendi del 1505 e del 1514 che devastarono Rialto, cuore del quartiere mercantile veneziano, il doge Loredan guidò un ampio rinnovamento urbano. Supervisionò la ricostruzione del Fondaco dei Tedeschi, magazzino centralizzato e banca dei mercanti tedeschi, progettato da Antonio Scarpagnino e Giorgio Spavento, con una facciata affrescata da Giorgione. Commissionò edifici commerciali annessi, come il Palazzo dei Dieci Savi, intorno al campo di San Giacomo di Rialto. Sostenne una fase iniziale della ricostruzione del Ponte di Rialto in legno (nel 1502, ad opera di Giorgio Spavento) e prese in considerazione proposte per una successiva versione in pietra. Questi interventi ridisegnarono Rialto in un rinnovato polo economico e migliorarono le infrastrutture commerciali, ponendo le basi per la sua futura grandezza.
Nel centro politico e cerimoniale attorno a Piazza San Marco, Loredan promosse importanti progetti architettonici, tra cui la trasformazione e la decorazione della Cappella Zen all’interno della Basilica di San Marco, eseguite da Antonio Lombardo tra il 1504 e il 1521 circa, l’erezione dei tre monumentali pennoni in bronzo davanti alla basilica, realizzati da Alessandro Lombardi nel 1505, che accrebbero la solennità cerimoniale della piazza, e l’avvio della ricostruzione delle Procuratie Vecchie, la lunga fila di edifici statali che fiancheggiano la piazza; i lavori iniziarono nel 1517 sotto gli auspici di Loredan. Questi progetti innalzarono la dignità dell’immagine pubblica di Venezia e rafforzarono la coerenza visiva della sua piazza centrale.
Inoltre, Leonardo finanziò e sostenne importanti edifici appartenenti privatamente alla famiglia Loredan, tra cui in particolare Ca’ Loredan Vendramin Calergi, costruita alla fine del XV secolo per Andrea Loredan ma finanziata da Leonardo, e che rimane una delle gemme architettoniche di Venezia sul Canal Grande, oggi sede del Museo Wagner e del Casinò di Venezia. Questi progetti privati contribuirono alla transizione stilistica di Venezia dal gotico al rinascimentale.
Il doge commissionò anche il restauro delle mura e delle porte cittadine nei territori di terraferma della Repubblica, coinvolgendo l’ingegnere Giovanni Giocondo a partire dal 1508—un’opera cruciale per la difesa durante e dopo la guerra della Lega di Cambrai. Questo impegno estese la sua influenza oltre Venezia, nella terraferma, rafforzando la resilienza strutturale della Repubblica.

In seguito alla conquista di Traù negli anni 1410, Venezia ordinò la costruzione di una cittadella per affermare il proprio controllo sulla città insulare. Pietro Loredan, primo governatore generale della Dalmazia Veneta, fu incaricato in particolare di individuare il sito più adatto, sconsigliando il fronte portuale orientale, troppo affollato, a favore di una posizione sud-occidentale per una migliore accessibilità e visibilità. La fortezza risultante, di forma trapezoidale, comprendeva una torre principale poligonale con torri quadrate più piccole su tre angoli, oltre a una cappella e a una scala interne. La fortezza completata sarebbe divenuta nota come il Castello del Camerlengo. Un Leone di San Marco, insieme agli stemmi delle famiglie Loredan e Contarini, nonché a quello del doge Francesco Foscari, fu scolpito presso la porta principale quale potente simbolo della sovranità veneziana. La cittadella trasformò radicalmente il paesaggio urbano di Traù — separando fisicamente la fortezza dal nucleo antico e incidendo nella pietra il potere veneziano. Parti della struttura sopravvivono ancora oggi come monumento storico.
Pietro Loredan ebbe inoltre un ruolo determinante nella definizione dei piani per il potenziamento delle mura difensive di Zara, capitale della Dalmazia Veneta. La città divenne in seguito la più grande città fortificata della regione, con merlature, fossati e porte strategiche come la Porta di Terraferma, che servì da modello per opere successive come la Porta San Zeno a Verona. Le fortificazioni di Zara sono oggi patrimonio mondiale dell’UNESCO.

La Corsa ad anello (in croato: Trka na Prstenac) è una tradizionale competizione equestre che si tiene ogni anno ad agosto nella cittadina di Barbana, in Istria, Croazia, una delle antiche proprietà della famiglia Loredan. Le sue origini risalgono al XVII secolo, quando, durante la fiera locale della Pentecoste, il 10 giugno 1696, Francesco Loredan, signore feudale di Barbana, organizzò una gara cavalleresca di tiro all’anello. Si ritiene che la competizione sia stata istituita per rafforzare i valori cavallereschi, incoraggiare la lealtà verso Venezia e promuovere l’intrattenimento pubblico. All’epoca, la corsa continuava a essere organizzata ogni anno sotto il patrocinio dei signori Loredan e potrebbe essere stata ispirata a tornei simili tenuti a Venezia o nelle città dalmate. La competizione serviva anche come forma di addestramento militare e di celebrazione locale della fedeltà feudale verso i Loredan.
La corsa, modellata sui tornei cavallereschi medievali, si svolge ancora oggi. Cavalieri in costumi tradizionali galoppano a tutta velocità verso un anello metallico (prstenac), sospeso su un filo, tentando di infilzarne il centro con una lancia. L’anello è suddiviso in sezioni con diversi punteggi, e l’obiettivo è ottenere il maggior numero di punti in tre tentativi. L’evento è una grande festa culturale, accompagnata da sfilate, danze popolari, musica, artigianato locale e cibo tradizionale. Resta una delle manifestazioni più importanti dell’identità e del patrimonio istriano. Nel 2024, vi ha partecipato anche il Presidente della Repubblica di Croazia.
Francesco Loredan fu interpretato da Tim McInnerny (nel ruolo di “Il Doge”) nel film romantico americano Casanova del 2005, liberamente ispirato alla vita del celebre avventuriero e scrittore Giacomo Casanova, che fu imprigionato nei Piombi durante il governo di Loredan nel 1755 per offesa alla religione e al comune senso del pudore.
Leonardo Loredan apparve come uno dei personaggi del videogioco d’azione e avventura Assassin’s Creed II, pubblicato nel 2009. Ambientato all’apice del Rinascimento italiano, il gioco presenta anche altri personaggi storici dell’epoca, tra cui Leonardo da Vinci, Niccolò Machiavelli, Caterina Sforza, Bartolomeo d'Alviano, la famiglia Medici, la famiglia Pazzi, la famiglia Barbarigo e Papa Alessandro VI.

La MV Loredan fu una motonave mista italiana e un incrociatore ausiliario della Regia Marina durante la Seconda guerra mondiale, intitolata in onore dei numerosi ammiragli della famiglia Loredan.
Costruita nel 1936 a Monfalcone, inizialmente prestò servizio come nave da trasporto civile su varie rotte del Mare Adriatico. Nel 1941 fu iscritta nei registri della Regia Marina come incrociatore ausiliario. In ventuno mesi di servizio, compì un totale di 193 missioni, costituite principalmente da scorte nel Mar Tirreno.
Il 10 aprile 1943 salpò dal porto di Cagliari come scorta a un piccolo convoglio diretto all’arcipelago di La Maddalena. Poco dopo la partenza, il convoglio fu individuato dal sommergibile britannico HMS Safari, che lanciò siluri contro le navi italiane, affondando la Loredan con quasi tutto il suo equipaggio.
Il relitto della Loredan giace sul fianco sinistro, con la poppa gravemente danneggiata, a una profondità compresa tra i 52 e i 67 metri, sul fondale del Golfo di Cagliari, a 39°08' N e 9°23' E. Oggi è una meta frequente per le immersioni.
Una nuova nave da carico Loredan fu successivamente costruita nel 1946 e demolita nel 1971.






La cantina Conte Loredan Gasparini è stata fondata negli anni ’50 dal Conte Piero Loredan, discendente del Doge di Venezia Leonardo Loredan, il quale scelse il territorio di Venegazzù per stabilire la propria residenza in una grandiosa villa palladiana – Villa Spineda Loredan.
La cantina si trova a Venegazzù di Volpago del Montello, in Veneto, nel cuore della Marca Trevigiana, una zona rinomata per la produzione di vini sin dal XVI secolo.

La cantina Barchessa Loredan si trova a Selva del Montello, all’interno di una barchessa palladiana del XVI secolo. È di proprietà della famiglia Loredan, che ha curato l’ultimo restauro.
Produce e commercializza direttamente i propri vini ottenuti da uve provenienti dalle denominazioni D.O.C. Montello e D.O.C.G. Asolo. L’azienda agricola si estende su una superficie di 50 ettari di vigneti nelle frazioni di Selva e Venegazzù, ed è gestita dalla Contessa Nicoletta Loredan Moretti degli Adimari, che la fondò negli anni ’60. La Barchessa, circondata dai vigneti, è ben visibile anche dalla strada statale Schiavonesca (Montebelluna – Conegliano), alla quale è collegata da un lungo viale di noccioli secolari.
La Barchessa Loredan è un magnifico esempio di architettura palladiana. La residenza nobiliare fu costruita nel XVI secolo; in origine faceva parte di un vasto complesso che comprendeva anche una grande villa, distrutta nel 1840.
Dell’antico complesso rimangono la maestosa Barchessa, i cancelli d’ingresso e parte del muro di cinta. L’edificio è composto da nove arcate con chiave di volta a voluta, incorniciate da lesene doriche che sorreggono un fregio modanato che si estende su tutto il piano terra.
Sopra il portico si eleva il primo piano, con una vastissima mansarda, perfettamente restaurata, nella quale sono custoditi i ricordi più significativi della famiglia Loredan.

Negli anni ’80, dopo la morte del marito Antonio Rizzardi, la Contessa Maria Cristina Rizzardi Loredan si ritrovò a gestire la cantina Guerrieri Rizzardi, con sede sul Lago di Garda. Proseguendo il lavoro del marito, sviluppò ulteriormente le tenute e i vigneti, cercando nuovi mercati internazionali e creando nuovi vini. Riuscì ad ampliare la cantina con nuovi vigneti e prodotti, applicando anche il concetto di “Cru” come marchio di qualità riservato a un vigneto ben definito. La Contessa sarebbe poi diventata una figura di riferimento nel mondo del vino, e il suo impegno, la sua visione lungimirante e la sua determinazione furono ampiamente riconosciuti. I suoi successi furono celebrati nel 2010, quando fu la prima donna della regione a ricevere l’Ordine al Merito del Lavoro, la più alta onorificenza italiana per imprenditori meritevoli nei settori dell’agricoltura, del commercio e dell’industria.
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