| Museo dell'Accademia Etrusca e della città di Cortona | |
|---|---|
| Ubicazione | |
| Stato | |
| Località | Cortona |
| Indirizzo | Piazza Signorelli 9 |
| Coordinate | 43°16′31.61″N 11°59′05.66″E |
| Caratteristiche | |
| Tipo | Archeologia |
| Istituzione | 1727 |
| Fondatori | Onofrio Baldelli |
| Apertura | 1727 |
| Direttore | Giulio Paolucci |
| Visitatori | 25 328 (2022) |
| Sito web | |
Il Museo dell'Accademia Etrusca e della città di Cortona (MAEC) è uno dei più importanti musei della città di Cortona.
Il museo ha sede in palazzo Casali, uno degli edifici civili più antichi di Cortona, costruito nel corso del XIII secolo dalla famiglia Casali come residenza signorile e destinato ad abitazione ufficiale del casato durante la signoria sulla città, dal 1325 al 1409.
La signoria si chiuse nel 1409, quando le truppe di Ladislao di Napoli, impadronitesi della città, saccheggiarono l'edificio, che fu confiscato con il resto del patrimonio familiare. Nel 1411 Ladislao cedette Cortona alla Repubblica fiorentina, e da allora il palazzo divenne sede dei capitani e dei commissari fiorentini: della loro presenza restano numerosi stemmi in pietra sul fianco esterno e nel cortile interno.
Nel XVII secolo l'edificio ricevette le trasformazioni che gli diedero l'aspetto attuale, a cominciare dalla facciata; il progetto è tradizionalmente attribuito a Filippo Berrettini, cugino del più noto Pietro da Cortona. Il fronte verso via Casali non subì invece modifiche di rilievo.
Il museo nacque nel 1727, quando l'abate Onofrio Baldelli donò la propria raccolta di libri e di oggetti d'arte e naturalistici all'Accademia Etrusca, fondata in quello stesso anno dai fratelli Venuti, suoi nipoti. Per ospitare la collezione e la biblioteca il granduca di Toscana Gian Gastone de' Medici concesse all'Accademia, con un rescritto, alcuni locali all'ultimo piano del palazzo: un appartamento che, pur essendo in mano al commissario della città, non era da lui abitato e restava «del tutto esposto all'intemperie delle stagioni». I lavori di adattamento di quegli ambienti resero possibile l'apertura del museo e della biblioteca accademici.
Nell'edificio continuò intanto a funzionare il teatro, ricostruito nel XVI secolo e rinnovato nel 1666 dall'Accademia degli Uniti, che rimase in uso fino alla metà dell'Ottocento, quando fu edificato il Teatro Signorelli.
Cessate le funzioni di rappresentanza governativa, il palazzo ospitò per lungo tempo uffici pubblici: al primo piano la pretura, gli uffici giudiziari e il comando dei carabinieri, al pian terreno l'ufficio del dazio. Nel corso del XX secolo queste destinazioni vennero progressivamente meno a favore di quelle culturali: fra il 1928 e il 1929 furono concessi all'Accademia altri locali e, nell'immediato secondo dopoguerra, il museo si estese all'intero piano nobile, mentre il piano ammezzato, lasciato libero dai carabinieri, accolse la biblioteca comunale e accademica.
Negli anni ottanta il palazzo fu oggetto di un ripristino generale, con il recupero a fini espositivi di quasi tutti gli ambienti del pian terreno e dell'ammezzato. All'inizio degli anni duemila furono infine ristrutturati i due piani sotterranei, un tempo adibiti a carceri e magazzini, destinati ad accogliere la sezione topografica, cioè il Museo della Città Etrusca e Romana: l'unione dei due percorsi in un solo itinerario ha dato vita al MAEC e ha portato al raddoppio della superficie espositiva.
Palazzo Casali riunisce oggi il museo, la biblioteca del Comune e dell'Accademia Etrusca, l'archivio storico comunale, le sale per le esposizioni temporanee e la sede storica dell'Accademia Etrusca.
Il Museo consta di due parti principali: quella archeologica sistemata soprattutto ai piani inferiori e quella attinente alla storia e al patrimonio dell'Accademia Etrusca, ai piani superiori.

La Tabula Cortonensis è un’iscrizione etrusca su bronzo scoperta nel 1992, consegnata in sette frammenti (l’ottavo è perduto) e oggi considerata il terzo testo etrusco più lungo dopo la Mummia di Zagabria e la Tabula Capuana. Ricomposta, forma una tavoletta rettangolare con manubrio bifido per l’esposizione pubblica, incisa con un alfabeto in uso nell’area cortonese tra la fine del III e il II secolo a.C.; il recto conta 32 righe e il verso 8 righe, per un totale di circa 260 parole. Il testo, inciso da due scribi, documenta un atto giuridico di compravendita fondiaria: alla presenza del zilath mechl rasnal (pretore di Cortona), il facoltoso Petru Scevas cede terreni collinari presso il lago Trasimeno all’aristocratica famiglia Cusu, transazione che riflette dinamiche di ascesa sociale attestate anche dalla successiva unione matrimoniale fra le due casate.
Il lampadario etrusco è un grande lucerniere in bronzo, considerato uno dei vertici della bronzistica etrusca e datato alla metà del IV secolo a.C.. Rinvenuto nel 1840 in località Fratta (Cortona) e acquisito solo dopo complesse trattative dal MAEC, fu realizzato con fusione a cera persa in un unico getto: al centro reca un gorgoneion modellato a stampo, circondato da un bacino con sedici beccucci, numero che richiama la divisione etrusca del cielo. Due di essi furono forati per aggiungere una targhetta iscritta, indice di un successivo riuso rituale. La ricca decorazione, priva di saldature, presenta sileni che suonano syrinx e aulos, sirene in atteggiamento cultuale, protomi taurine del dio Acheloo e delfini, mentre la fascia interna mostra animali in lotta; l’insieme, probabilmente destinato all’arredo di un tempio, unisce valenze cosmologiche e funzione apotropaica, evidenziando la sofisticata tecnica e il simbolismo dell’arte etrusca.

Inizialmente ed erroneamente attribuito a Francesco Signorelli, questo dipinto venne in realtà realizzato dal ben più noto Luca Signorelli alla fine del XV secolo (1510–1515 ca). Il tondo, proveniente da Palazzo dei Priori in Cortona, vede come figura centrale la Vergine che sorregge il Cristo Bambino. D'intorno vi sono i Santi protettori di Cortona. A sinistra si può notare San Michele Arcangelo, avvolto in una splendida armatura, e che con la mano destra regge la bilancia per pesare le anime, con la mano sinistra tiene la spada sguainata; ai suoi piedi atterra Satana, avvolto e stretto da serpenti e rettili. Alle spalle della Madonna, troviamo San Vincenzo e Santa Margherita da Cortona. Sulla destra, a figura intera, si trova San Marco che, avvolto in una veste gialla, regge una raffigurazione molto peculiare e realistica della città di Cortona vista dalla Valdichiana. Sono riconoscibili anche i principali edifici religiosi e civili dominati dalla Fortezza del Girifalco.
La Maternità è sicuramente una delle opere più note del pittore futurista Gino Severini. Eseguita a olio nel 1916, anno cruciale per le sorti del Futurismo e lo sviluppo del Cubismo, essa è una delle più compiute espressioni dell'esperienza classica dell'artista di origine cortonese, nonché prova della sua eccezionale perizia tecnica e artistica. Lo stile del dipinto segna una brusca inversione di tendenza rispetto alle istanze d'avanguardia che avevano fortemente caratterizzato la produzione pittorica del tempo. La Maternità può essere semplicemente considerato il ritratto di Jeanne Fort, figlia del poeta francese Paul Fort, nonché moglie del Severini, con il quale si sposò nel 1913. La posizione e l'espressività della donna, della quale l'artista mette in evidenza le peculiarità fisionomiche, e che tiene tra le sue braccia il figlio secondogenito Antonio morto prematuramente, ricordano chiaramente le Madonne del Manierismo fiorentino. Quest'opera riscosse un grande successo, guadagnandosi un'infinita serie di apprezzamenti da parte di numerosi artisti, tra i quali il poeta e critico d'arte francese Guillaume Apollinaire, che ne fu talmente affascinato e conquistato, che chiese al Severini di realizzare per lui un ritratto nel medesimo stile. Il dipinto è stato protagonista di moltissime mostre sin dal momento della sua realizzazione, ma attualmente è collocata nel MAEC.

Il tempietto dedicato alle glorie della Toscana venne realizzato tra il 1751 e il 1757 da Gaspero Bruschi nella manifattura Ginori di Doccia. Carlo Ginori lo donò all'Accademia Etrusca di Cortona per commemorare il suo turno di presidenza, nell'anno 1756. L'opera si presenta come un perfetto e dolce sincretismo tra porcellana bianca e sottosmalto azzurro, bicromia che ricorda inequivocabilmente i capolavori robbiani. Si noti comunque come la porcellana non sia assolutamente bianca, ma si perda in qualche tocco grigiastro, cosa dovuta alla presenza nell'impasto di una particolare terra proveniente da Montecarlo di Lucca. Il tutto è rivestito da uno smalto lucido, sottile e non uniforme a causa della particolare porcellana e alcuni difetti di cottura. Nella parte più alta del tempietto si nota Mercurio in quanto messaggero degli dei, che con la mano destra solleva uno specchio e con la sinistra regge due ritratti rispettivamente raffiguranti Maria Teresa d'Austria e Francesco di Lorena, sovrani entranti in Toscana, e che avrebbero dato inizio alla dinastia degli Asburgo-Lorena, a seguito di quella medicea conclusasi nel 1737. Al di sotto della statuetta di Mercurio, vi sono quattro leoni Marzocco, i quali incarnano il simbolo ufficiale della città di Firenze. Alla metà del tempietto, e quindi in cima ai pilastri della struttura, siedono le tre Parche e il Tempo, evidenti allegorie dell'eterno scorrere delle cose e della caducità del tutto; più brevemente, possiamo definirle come espressione del destino dell'umanità. In basso troviamo le quattro Virtù Cardinali, facilmente riconoscibili dai loro attributi, e a cui sono legate le quattro parti del mondo: la Prudenza regge con la mano destra uno specchio e ai suoi piedi è una cerva, simboleggiante l'Europa; la Giustizia è accompagnata da uno struzzo che sta a indicare le Americhe; la Temperanza vede ai suoi piedi un elefante, icona stessa della temperanza nonché personificazione dell'Asia; infine, la Fortezza, che indossa elmo e corazza, sta sopra un leone, evidente simbolo della forza, ma anche dell'Africa.
Esattamente al centro dell'opera, è raffigurato il Tempo barbuto e alato che rapisce la Bellezza, sotto lo sguardo attento di un puttino. Questo elegiaco centrale sta simbolicamente a indicare come la Signoria dei Medici, ormai all'apice della notorietà, debba allontanarsi e lasciare posto a un'altra dinastia, appunto quella degli Asburgo-Lorena. Tuttavia, la famiglia fiorentina non manca di essere alquanto celebrata: tutto il tempietto è tempestato da 73 delle 76 medaglie totali – poiché tre sono andate perdute – della serie medicea, tutte a fondo azzurro, modellate sugli originali in bronzo e rappresentanti, ovviamente, i membri della famiglia fiorentina. Tra questi, viene escluso Gian Gastone, ultimo componente dei Medici morto nel 1737; egli è però riportato sul rovescio della sua medaglia “ufficiale” realizzata da Lorenzo Maria Weber. Non è noto se questa mancanza sia intenzionale o meno, mancando comunque tre medaglioni per il completamento della serie. L'idea di applicare delle medaglie come decorazione su tutte le superfici libere della struttura è di chiara derivazione classica.
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 155747032 · ISNI (EN) 0000 0001 2190 9369 · ULAN (EN) 500306203 · LCCN (EN) nr93018001 · GND (DE) 4246439-0 · BNF (FR) cb12303265t (data) |
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