
La morte spirituale, seconda morte o morte seconda è, in diverse tradizioni religiose, l'annichilimento definitivo dell'anima o la sua dannazione eterna dopo la morte fisica.
Anticamente si riteneva che l'anima di un defunto, una volta separata dal corpo fisico, continuasse a vivere per un certo tempo, ma non per sempre, senza cioè conseguire atuomaticamente l'immortalità, la quale costituiva un premio riservato solo agli iniziati, o a quanti avessero condotto una vita impeccabile.
Se la prima morte riguardava dunque il corpo materiale, la seconda morte concerneva lo spirito, o la coscienza identitaria del defunto, che non era necessariamente immortale, ma doveva conquistarsi a fatica la vita eterna tra le insidie dello stato intermedio ultraterreno.
Nella religione dell'antico Egitto, ad esempio, la seconda morte consiste nella distruzione totale dell'anima da parte del mostro Ammit in caso di fallimento della psicostasia, il rito di pesatura del cuore.
Successivamente, un'eco di questa nozione trapassa nella letteratura apocalittica ebraica e cristiana, in particolare nel libro dell'Apocalisse di Giovanni, dove all'anima è invece attribuito un destino di sopravvivenza, e la seconda morte viene identificata con lo «stagno di fuoco», assumendo il significato di una separazione perenne da Dio.
Nella religione dell'antico Egitto, la seconda morte rappresenta la distruzione definitiva dell'essenza spirituale di un individuo nella Duat (l'oltretomba), contrapposta alla prima morte, ovvero il decesso biologico sul piano terreno.
A differenza della concezione cristiana dell'inferno, in cui l'anima continua a sopravvivere seppure in una condizione di estrema sofferenza, senza più nessuna possibilità di salvezza, la morte seconda per gli antichi egizi consisteva nella totale e irreversibile cessazione della sua esistenza.

Il momento cruciale in cui un'anima rischiava la morte seconda era la psicostasia, cioè il rito della pesatura del cuore presso il tribunale di Osiride: se il cuore del defunto, posto su una bilancia, risultava più pesante della piuma di Maat, simbolo di verità e giustizia, l'accesso ai campi dei giunchi (Aaru) le veniva negato.
A quel punto l'essenza dell'anima peccatrice veniva immediatamente divorata da Ammit, un terrificante mostro femminile costituito in maniera ibrida con parti di coccodrillo, leone e ippopotamo. L'atto del divoramento sanciva la cancellazione della persona dall'ordine cosmico.
Oltre al giudizio divino, la morte seconda poteva essere causata da fattori terreni legati alla memoria e alla conservazione del cadavere:
Nelle correnti d'élite della spiritualità greca, specialmente nei culti misterici e nel pensiero platonico, si rintraccia un concetto analogo alla morte seconda, inteso sia come purificazione finale sia come distruzione dell'identità per i profani non iniziati.
Nei misteri eleusini dedicati a Demetra e Persefone, come pure in quelli orfici, la morte fisica non era il traguardo finale dell'esistenza di una persona, in grado di darle automaticamente accesso alla vita eterna, ma al contrario dava inzio a un periodo di tribolazioni in cui il defunto rischiava di smarrirsi.
Per questo gli iniziati ricevevano formule segrete per orientarsi nell'Ade: secondo le istruzioni ritrovate sulle lamine orfiche sepolcrali, essi venivano ammoniti in particolare di non bere l'acqua dell'oblio del fiume Lethe, per evitare di perdere la memoria di sè, e di placare semmai la loro ardente sete chiedendo ai guardiani del luogo di poter attingere alla fresca fonte di Mnemosine, quella della reminiscenza, da dove potevano proseguire il cammino verso i campi elisi.
Per la maggior parte dei non iniziati, invece, o per i malvagi, la sorte nell'oltretomba equivaleva a una seconda morte spirituale: non un tormento attivo, ma la perdita totale della coscienza individuale e della memoria, l'inabissarsi definitivo nel fango (borboros), o nell'oblio perenne, che annullava l'identità personale dell'anima trasmutandola in un'ombra vana.
L'elaborazione filosofica più vicina all'espressione letterale si trova nell'opera dello scrittore Plutarco (I-II secolo d.C.), sacerdote di Delfi. Nel trattato Il volto della Luna (De facie in orbe lunae), Plutarco teorizza esplicitamente una composizione dell'essere umano in tre parti: corpo (soma), anima (psyche) e intelletto (nous). Di conseguenza, l'uomo sperimenta due morti distinte:
Mentre l'intelletto ritorna dunque verso il Sole, sua dimora naturale, i resti dell'anima si dissolvono lentamente: per i giusti questa seconda morte è un processo dolce di totale liberazione spirituale, mentre per i malvagi si trasforma in un tormentato castigo prima della dissoluzione.
Nel contesto cristiano, la morte seconda assume un significato diverso, prettamente escatologico, indicando la dannazione eterna e la separazione definitiva e irreversibile dell'anima da Dio dopo il giudizio universale, che colpisce solo coloro che vengono giudicati colpevoli e non risultano scritti nel "libro della vita".
Sebbene l'espressione letterale non compaia nei Vangeli, il concetto viene espresso da Gesù nei suoi insegnamenti sulla separazione finale tra i giusti e i malvagi:

L'espressione greca deuteros thanatos (δεύτερος θάνατος) compare esplicitamente per quattro volte nell'Apocalisse di Giovanni, dove viene associata allo «stagno di fuoco e zolfo»:
Gli autori cristiani più tradizionalisti, come Lattanzio, considerarono la seconda morte menzionata dal testo apocalittico alla stregua di un tormento infinito:
Altri invece, detti condizionalisti, oppure annichilazionisti, tra cui Arnobio, rifiutarono l'idea di una sofferenza eterna, interpretando la seconda morte in senso letterale come la distruzione definitiva dell'anima del malvagio.
Una diversa soluzione fu proposta da Origene e Gregorio di Nissa, i quali assimilarono la seconda morte ad una purificazione, anche se dolorosa, attribuendole una funzione non punitrice ma terapeutica, non potendo concepire un Dio che infligga una tortura eterna fine a se stessa: secondo la loro dottrina dell'apocatastasi, in cui tutto il creato è destinato a redimersi alla fine dei tempi, l'anima infetta dal male deve cioè «morire» alla sua condizione di peccato attraverso il fuoco, prima di poter resuscitare anch'essa a godere della vita eterna.
Il concetto di morte seconda ritorna nella spiritualità francescana. Nel Cantico delle creature (1224), riprendendo la promessa apocalittica, Francesco d'Assisi mette in contrasto la morte corporale, definita «sorella» poiché passaggio naturale e inevitabile per ogni essere vivente, con la morte spirituale:
Chi muore in grazia di Dio non deve temere il giudizio finale, poiché la seconda morte non avrà alcun potere su di lui.
Questi versi influenzarono Dante Alighieri, il quale nell'incipit dell'Inferno descrive le anime dei dannati che invocano inutilmente la cessazione totale della loro esistenza:
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch'alla seconda morte ciascun grida.»
Nel buddismo non esiste un concetto di seconda morte come in altre tradizioni religiose o esoteriche, sebbene siano state rinvenute delle corrispondenze con quest'ultime. Il libro tibetano dei morti descrive infatti il viaggio dell'anima nell'aldilà (Bardo) come una progressiva scomposizione della sua identità in tre fasi principali:
Nell'ambito delle correnti dell'esoterismo occidentale, le tradizioni classiche e orientali furono riprese da Julius Evola, il quale sosteneva come la seconda morte fosse un passaggio sereno e anzi liberatorio per chi in vita avesse conseguito l'iniziazione oppure il risveglio dello spirito, avendo imparato (in termini alchemici) a «fissare» il volatile, cioè a rendere stabile la propria componente spirituale incorruttibile, mentre la morte seconda costituisce una tragedia per chi si è comunemente identificato con le sue passioni e brame inferiori, destinate a dissolversi per sempre.
Per questo Evola considerava limitata e riduzionista la concezione cristiana dell'oltretomba, ritenendola il frutto di una visione democratica e consolatoria, che dava per scontata l'immortalità di qualsiasi anima, confondendola con una precaria sopravvivenza post mortem. Egli le contestava inoltre di regolare il destino nell'aldilà con un meccanismo semi-automatico basato esclusivamente sulla moralità della condotta terrena, anziché sulle capacità attive, conoscitive e spirituali della coscienza individuale al momento del trapasso.
Evola si premurò di smontare anche il concetto spiritistico di reincarnazione, ritenendolo un errore moderno che non trova riscontro nei testi antichi come quello tibetano, dove a suo avviso si parla solo di una legge di eredità biologico-psichica, ossia una cieca forza vitale impersonale che vaga fino a dar vita a un nuovo embrione, ma che non è la continuazione del morto precedente.

Nell'antroposofia di Rudolf Steiner, invece, secondo cui la reincarnazione costituisce il motore dell'evoluzione spirituale in un'ottica esoterica cristiana, ma la cui dottrina fu conciliata da Scaligero con quella evoliana, la seconda morte può essere intesa sia come la separazione provvisoria dell'anima inferiore dallo spirito autocosciente dopo la permanenza nel kamaloka, in vista di una successiva rinascita, sia come il loro distacco definitivo alla fine dell'attuale ciclo terrestre di reincarnazioni.
Anche Tommaso Palamidessi affronta il tema dalla prospettiva archeosofica del cristianesimo esoterico: nel suo testo Il libro cristiano dei morti, egli recupera il concetto apocalittico della seconda morte, sostenendo come, al momento del decesso fisico, l'anima si trovi davanti alla chiara Luce Perpetua; chi si sia allenato in vita a sdoppiarsi lucidamente dal corpo, attraverso la pratica dei viaggi astrali o dei sogni coscienti, riuscirà a riconoscerla e a fissarsi stabilmente in questa Luce; altrimenti rischia di vagare nelle dimensioni intermedie, purgatoriali o infernali, esposto al rischio della disgregazione, successiva o anche anteriore al giudizio finale, vedendo il proprio spirito superiore riassorbito nella totalità cosmica.
Riprendendo Origene, tuttavia, Palamidessi riteneva che persino l'inferno fosse transitorio, e che una dannazione eterna irrevocabile costituisse un fallimento del progetto divino, il cui scopo avrebbe dovuto essere la cura e la reintegrazione delle anime, anziché una punizione fine a se stessa.
La seconda morte costituisce il tema centrale del film di animazione Coco (2017), in cui le personalità dei defunti vengono dissolte a causa dell'oblio definitivo che li inghiotte quando nessuno nel mondo dei vivi li ricorda più.
Il film si ispira alla festività messicana del día de los muertos, istituita per commemorare i defunti, nella convinzione che il loro ricordo tra i parenti in vita ne prolunghi l'esistenza.