| Museo etrusco Guarnacci | |
|---|---|
| Ubicazione | |
| Stato | |
| Località | |
| Indirizzo | Via Don Minzoni 15 |
| Coordinate | 43°24′03″N 10°51′51″E |
| Caratteristiche | |
| Tipo | Archeologia |
| Istituzione | 1732 |
| Direttore | Fabrizio Burchianti |
| Visitatori | 59 216 (2022) |
| Sito web | |

Il Museo etrusco Guarnacci è un museo archeologico di Volterra, con sede in via Don Minzoni nel palazzo Desideri-Tangassi. Fondato nel 1732 come museo pubblico cittadino e accresciuto dal lascito dell'abate Mario Guarnacci (1701-1785), che destinò al "pubblico della città di Volterra" la propria collezione archeologica e la propria biblioteca, è considerato uno dei più antichi musei pubblici d'Europa.
Le collezioni documentano la storia di Volterra e del suo territorio dall'età villanoviana all'età romana. Il nucleo più consistente è costituito dalle urne cinerarie in alabastro, tufo e terracotta prodotte dalle officine volterrane tra il IV e il I secolo a.C., circa seicento esemplari con casse decorate a rilievo da scene mitologiche e di viaggio agli inferi. Tra le opere più note del museo figurano l'Urna degli sposi, in terracotta, la statuetta bronzea allungata di età ellenistica nota come Ombra della sera e la stele arcaica del guerriero Avile Tite. Completano il percorso i corredi delle necropoli villanoviane ed ellenistiche del territorio e la produzione ceramica locale a figure rosse.

Le antichità volterrane sono state note e reimpiegate senza soluzione di continuità: un'urna etrusca di tufo accolse le reliquie di san Clemente recuperate nel crollo della chiesa di San Giusto nel 1140, un'altra quelle di sant'Attinia nel XII secolo, mentre nel XV secolo in vocabolo Marmini fu costruita una casa rivestita all'esterno di urne di alabastro, detta per questo Casa ai Marmi. Allo stesso periodo risale la notizia dell'esposizione in via di Campo Marzio di una statua di Marte, di urne di alabastro e della Kourotrophos Maffei: un esempio di museo all'aperto e pubblico, in un tempo in cui le opere d'arte erano altrove custodite solo in collezioni private.

Il primo nucleo del museo pubblico fu la raccolta di urne che il canonico Piero Falconcini donò al Comune nel 1731, su suggerimento di Anton Francesco Gori e in cambio dell'ammissione della famiglia al patriziato cittadino; con deliberazione consiliare del 20 agosto 1732 la raccolta fu collocata nel Palazzo dei Priori e aperta al pubblico, allora formato soprattutto da studiosi, due giorni alla settimana. Nei decenni seguenti il museo crebbe lentamente con scavi a spese del Comune e con piccole donazioni: alcune urne da Alessandro Falconcini nel 1740, da Ferdinando Incontri nel 1741, poi dalla famiglia Arrighi e dai Padri Osservanti. Accanto alla raccolta pubblica esistevano in città numerose collezioni private di antichità, chiamate anch'esse "musei": il Gori ne descrive nove, in continuo mutamento per scambi, vendite e acquisti.
Il grande momento delle scoperte è il XVIII secolo, quando nei terreni di famiglie benestanti o di ordini religiosi, in vocabolo Portone e Ulimeto, si conducono scavi con il preciso scopo di raccogliere materiali, per lo più urnette, che in buona parte confluiscono per donazione o vendita nel museo cittadino. Un posto di primo piano spetta a monsignor Mario Guarnacci (1701-1785), arciprete erudito in stretti rapporti con il Gori, promotore di scavi propri e del fratello Giovanni e acquirente, negli anni romani, anche di opere greche e romane sul mercato antiquario. Con l'acquisto del palazzo Maffei entrarono nella sua collezione le due antichità segnalate già da Raffaele Maffei nel Cinquecento, la stele di Avile Tite e la Kourotrophos Maffei. Nel 1776 Guarnacci espresse nel testamento la volontà di lasciare la raccolta archeologica e la biblioteca al "Pubblico della città di Volterra"; la donazione, perfezionata alla sua morte, portò nel 1785 al trasferimento di tutti i suoi beni nel Palazzo dei Priori, dove si unirono alla raccolta civica, e da lui presero nome il museo e la biblioteca.
Sotto il primo direttore, Antonio Ormanni, le acquisizioni si moltiplicarono: confluirono nel museo, fra le altre, le raccolte delle famiglie Franceschini, Inghirami e Incontri, delle monache di San Dalmazio e dei frati camaldolesi, insieme a monete, biblioteche di famiglia e cimeli di ogni genere donati dai cittadini. Nel 1809, durante l'occupazione napoleonica, Ormanni accettò l'invito del sottoprefetto francese a trasferire nel museo i beni librari e artistici sequestrati agli enti ecclesiastici della diocesi e non prescelti per le collezioni nazionali, salvando dalla dispersione intere raccolte dei conventi di Castelfiorentino, San Gimignano e Volterra.

Fra le raccolte settecentesche una si distingue per fisionomia: quella dei monaci camaldolesi della Badia, che i religiosi avevano ordinato sui palchetti di due armadi e che, a differenza degli altri musei volterrani, imperniati sulle urne, era costituita in prevalenza da ceramica. Ne conosciamo la consistenza grazie a un elenco compilato da un monaco per ordine dell'abate e inviato nel 1748 ad Antonio Francesco Gori dal corrispondente volterrano Mattia Damiani, che ne descrive la disposizione oggetto per oggetto: oltre una cinquantina di vasi a vernice nera, in gran parte della fabbrica di Malacena, e poi bronzi, specchi, monete, oreficerie. I materiali provenivano con ogni probabilità dalla vicina necropoli di Montebradoni, detta anche di Badia, e la raccolta fu trasferita al Museo Guarnacci nel 1809, all'atto della soppressione del monastero: l'identificazione di buona parte dei pezzi fra quelli dell'antico fondo del museo, condotta da Clara Gambaro incrociando l'elenco del 1748 con gli appunti di viaggio di Luigi Lanzi del 1777, restituisce a quel nucleo una provenienza.
L'atteggiamento degli altri ordini religiosi fu diverso: i frati di San Girolamo, secondo una lettera di Mario Guarnacci del 1741, scavavano "segretamente, e di notte" nella propria clausura ricoprendo poi il terreno, mentre le monache di San Lino ottennero esenzioni fiscali in cambio della donazione di urne al museo pubblico.
L'entusiasmo antiquario ebbe risvolti negativi: perdita dei dati di contesto, dispersione dei reperti, circolazione di falsi, frantumazione di urnette per ricavarne brecciame per le strade, vendita di bronzi antichi, secondo Giuseppe Maria Riccobaldi Del Bava, "a vil prezzo ai fabbri per solo uso di ferramenti". Per porvi rimedio, nel 1744 il magistrato di Volterra ottenne dal governo granducale un provvedimento che vietava di intraprendere scavi senza l'autorizzazione scritta di un'apposita deputazione comunale, imponeva di prendere memoria distinta delle antichità ritrovate e riservava al museo pubblico il diritto di prelazione sull'acquisto; la deputazione fu abolita nel 1790 da Pietro Leopoldo. Con la commissione del 1744 Volterra aveva anticipato di un decennio il Motuproprio granducale del 1754 per la conservazione dei monumenti antichi.
La raccolta civica ebbe sede dal 1732 nel Palazzo dei Priori, dove nel 1785 confluirono i beni del lascito Guarnacci; per fare spazio a museo, biblioteca e archivio, gli uffici comunali, compreso quello del sindaco, furono trasferiti nel vicino palazzo Pretorio. Nel 1874, su impulso del direttore Niccolò Maffei, al tempo anche deputato e sindaco di Volterra, il Consiglio comunale deliberò l'acquisto del palazzo Desideri-Tangassi, dove il museo si trasferì nel 1877 insieme alla Biblioteca Guarnacci e all'archivio storico comunale. L'operazione fu finanziata anche con la contestata vendita di circa venticinque avori medievali provenienti dalla Badia, autorizzata dal Ministero della Pubblica Istruzione e conclusa a Firenze nel 1880 per una cifra tripla rispetto al fabbisogno.
Alla direzione del museo, i cui titolari furono chiamati "primi custodi" fino a Ezio Solaini, si succedettero Antonio Ormanni (1786-1817), Giulio Maffei (1818-1853), Filippo Gori (1854-1867), Niccolò Maffei (1868-1887), Ezio Solaini (1887-1942), Enrico Fiumi (1949-1976), Gabriele Cateni (1982-2007), Alessandro Furiesi ad interim (2007-2009) e Fabrizio Burchianti, in carica dal 2013. Accanto al direttore operava un bibliotecario: il primo designato dal Guarnacci, l'abate Mario Ballani, non esercitò mai l'incarico, svolto di fatto dal vice Giuseppe Cailli, che ne ottenne la titolarità solo nel 1805 e morì nel 1809. A Fiumi, che individuò il teatro romano di Vallebuona e ne avviò lo scavo nel 1950, si deve il merito di diverse fra le principali scoperte archeologiche volterrane.
Il museo conserva la più ampia raccolta di urne cinerarie di età ellenistica dell'Etruria. Fino al 1997 vi fu esposta, in prestito dai proprietari, la Testa Lorenzini, acquistata dallo Stato per prelazione nel 2019 e destinata al Museo archeologico nazionale di Firenze.
La collezione etrusca, integrata da numerosi reperti sia di età villanoviana che di età romana, è dislocata su tre piani del palazzo ed è costituita da 38 sale collegate in un percorso didattico che consente di percorrere le tappe più importanti della storia dell'antica Velathri.
Nella prima sala sono raccolti reperti risalenti al periodo eneolitico (3000-2000 a.C.), principalmente asce, pugnali di rame, punte di freccia provenienti dalle tombe rinvenute a Pomarance, Guardistallo e Montebradoni che testimoniano come il territorio volterrano fosse intensamente abitato già in età preistorica.
Sono inoltre presenti reperti del periodo neolitico e dell'età del bronzo (2000-1000 a.C.) e dell'età del ferro. I reperti di epoca villanoviana (X-VIII secolo a.C.) sono costituiti da ziri e ossari biconici e oggetti di corredo funebre quali punte di lancia, morsi equini, fibule e vasi di impasto.
Al centro della sala è ricostruita la cosiddetta Tomba di Badia, il cui corredo funebre è esposto in una vetrina adiacente.
In questa sala il materiale esposto proviene dalla necropoli delle Ripaie e venne rinvenuto negli anni sessanta del XX secolo durante i lavori per la costruzione dello stadio comunale. In quell'occasione vennero alla luce diverse tombe di epoca villanoviana che sono state ricostruite ai lati della sala.
La più interessante è la Tomba Q1 con camera sepolcrale a pseudocupola; il suo corredo è composto da due fermatrecce in argento, un fermaglio in bronzo smaltato, varie fibule di ferro, una fuseruola e tre aryballoi di epoca etrusco-corinzia. La tomba risale al VII secolo a.C., epoca di intensi scambi commerciali tra l'Etruria e Corinto.
Molto recente è l'allestimento degli scavi della tomba del guerriero di Poggio alle Croci, scavata tra il 1996 e il 1997, dalla quale proviene uno straordinario elmo crestato e una fiasca bronzea che non ha equivalenti al mondo per stato di conservazione.
In questa sala sono raccolti materiali risalenti al periodo orientalizzante. Questa epoca non è molto documentata a Volterra, questo perché gran parte delle tombe di questo periodo vennero distrutte a seguito della costruzione della cinta muraria del IV secolo a.C. che inglobò il territorio su cui erano ubicate le necropoli dell'epoca.
Sono presenti una serie di bronzetti arcaici risalenti agli inizi del VI secolo a.C., un attingitoio di impasto buccheroide con al piede un'iscrizione e che risale al VII secolo a.C., alcune belle fibule in elettro provenienti da una tomba scoperta nel bosco di Berignone e una catena in oro lavorata a filigrana lunga databile anch'essa al VII secolo a.C.
In questa sala è presente la Stele di Avile Tite, come è inciso in un'iscrizione posta sulla parte sinistra. La stele rappresenta un guerriero dai capelli lunghi e armato di lancia e spada con un'impugnatura a testa di uccello. La stele è di stile greco-orientale e risale al VI secolo a.C.
In questa sala fu esposta fino al 1997, in deposito dalla famiglia proprietaria, la Testa Lorenzini, testa marmorea di divinità, forse Apollo, rinvenuta fortuitamente in un pozzo dell'abitazione dei Lorenzini nel centro storico; messa in vendita dai proprietari e acquistata per prelazione dallo Stato nel 2019, è oggi esposta al Museo archeologico nazionale di Firenze.
Nella sala sono presenti anche un cratere attico a figure rosse del V secolo a.C., una serie di urne molto semplici, alcune conservano tracce di pitture, risalenti al IV secolo a.C., due sarcofagi provenienti dalla necropoli del Portone, che rappresentano un rarissimo esempio di sepoltura a inumazione in un'area dove si usava solo la cremazione. Sono anche presenti una serie di urne con decorazioni floreali, tra cui spicca quella catalogata col numero 538 che presenta una figura femminile dai lineamenti particolarmente aggraziati.
In questa sala, come nelle altre del piano terra, ci sono cinerari esposti secondo lo stile in voga nel XIX secolo. In quell'epoca si raccoglievano in un unico ambiente materiali simili anche se provenienti da siti archeologici diversi. Significativa l'urna numerata 37 nella quale è scolpita una finestra semichiusa che rivela che l'urna fosse ritenuta dagli etruschi dimora del defunto.
Sono presenti urne con raffigurazioni sulla cassa di animali fantastici come ippocampi e grifoni.
Sono qui raccolte le urne raffiguranti le scene di commiato funebre.
In questa sala sono raccolte urne che raffigurano il viaggio del defunto fino all'aldilà. Sull'urna 156 è raffigurato un magistrato che saluta i congiunti in un clima di sfarzo mentre nella numero 121 il defunto col volto semicoperto parte a cavallo per l'ultimo viaggio accompagnato da un servo: ad attenderlo trova una figura demoniaca Carun che impugna un grosso martello.
Vi si accede dalla sala VII e vi sono collocate urne, tombe barbariche e i resti di un calidarium. Vi è posta anche una statua raffigurante forse Marco Tullio Cicerone, conosciuta nella tradizione cittadina come Prete o proto Marzio.
Dal giardino si può osservare la chiesa di Sant'Andrea.
Sono qui conservate le urne che hanno per tema le scene del viaggio agli Inferi in carpento, un carro coperto. Significativa l'urna 136 sul cui coperchio è raffigurato l'aruspice Aule Lecu, nell'atto di esaminare un fegato ovino. Notevole anche l'urna 141 che presenta un'iscrizione A. Caecina Selcia annos XII.
Qui sono raccolte le urne raffiguranti scene di viaggio in quadriga, in nave e quelle raffiguranti il ratto di Proserpina.
Al centro di questa sala è esposto un mosaico policromo di epoca romana proveniente dalle terme di San Felice. Le urne di questa sala raffigurano i miti greci: Medea che fugge da Corinto, la saga del Minotauro, Pelope e Ippodamia a testimonianza che le leggende greche furono progressivamente conosciute in Etruria a partire dal III secolo a.C.
Anche qui le urne rappresentano miti greci: Perseo e Andromeda, Centauromachia, la caccia al cinghiale Calidonio e il ratto delle Leucippidi. Al centro della sala è esposto un mosaico rinvenuto nei pressi di Castagneto Carducci.
Sono qui esposte le urne raffiguranti l'apparizione del coniuge defunto alla moglie o secondo un'altra lettura viene qui rappresentato il mito di Erifile e Anfiarao; al centro è esposto un mosaico romano.
Le urne rappresentano episodi del Ciclo Tebano quali l'assalto alla città di Tebe, Anfiarao inghiottito nella voragine aperta da Zeus, Edipo e la Sfinge, il duello tra Eteocle e Polinice, Cadmo e il serpente, l'assassinio di Enomao e infine Atteone sbranato dai cani e Dirce straziata dal toro.
Al centro un mosaico scoperto nei pressi della chiesa di San Francesco. Le urne qui raffigurano il ciclo Troiano; il rapimento di Elena, il riconoscimento di Paride, il sacrificio di Ifigenia, Telefo nell'accampamento dei greci, le Amazzoni in soccorso dei troiani, Filottete abbandonato nell'isola di Lemno e i prigionieri troiani sacrificati per il funerale di Patroclo.
Le urne qui rappresentano il mito di Oreste, tema della trilogia di Eschilo: Agamennone è ucciso da Egisto e Clitennestra, Oreste vendica l'assassinio del padre e le Furie perseguitano Oreste.
Altre urne rappresentano invece il mito di Ulisse: l'accecamento di Polifemo, la seduzione della maga Circe, il richiamo delle Sirene e l'uccisione dei Proci.
Le urne presentano bassorilievi raffiguranti scene di combattimento tra Galli ed Etruschi e la fine di Mirtilo.
In questa sala è esposto uno dei capolavori dell'arte etrusca: il coperchio in terracotta lavorata a stecca raffigurante una coppia di coniugi e conosciuto come Urna degli sposi. Notevole il realismo della raffigurazione del volto dei due personaggi. L'opera è ritenuta risalente al periodo sillano (90-80 a.C.) ed è quindi legata al ritratto romano repubblicano.
Intorno all'urna sono esposte ceramiche non verniciate di uso quotidiano come anfore romane.
Sono esposte delle ceramiche provenienti da Serre di Rapolano, nei pressi di Chiusi. Si tratta di vasi di buccheri pesante di colorazione nero lucente, una manifattura tipica dell'area di Chiusi risalente al VI - V secolo a.C. Altri vasi presentano figure nere (VI secolo a.C.) e figure rosse (V secolo a.C.).
In questa sala è esposta l'opera più celebre del museo: il bronzo longilineo conosciuto come l'Ombra della Sera.
Si tratta di un ex voto proveniente dalla collezione Buonarroti di Firenze, dove nel 1737 Anton Francesco Gori ne segnalò la presenza, e giunto in seguito in possesso del Guarnacci.[senza fonte] La statua è alta 57,50 cm, quasi esattamente due piedi romani, e raffigura un giovane dal corpo stirato fino a proporzioni innaturali, mentre testa, mani e piedi conservano una resa attenta: appartiene alla classe dei bronzetti allungati, in parte cospicua attribuita alle officine volterrane.
Sulla base del peso del bronzo, 1322 g, pari a dieci volte l'asse della serie monetale volterrana del delfino, Adriano Maggiani ha proposto di datare la statuetta al terzo quarto del III secolo a.C. Lo stesso studioso interpreta l'allungamento non come una scelta di ordine religioso o come espressione di un presunto gusto etnico, secondo le letture precedenti, ma come una soluzione pratica: stirando il corpo fino allo spessore di una lamina, l'artigiano otteneva con la stessa quantità di metallo una statuetta molto più alta, capace di emergere fra le altre offerte accumulate nei santuari.
La sala presenta una raccolta di oggetti in bronzo: fibule, cinture, bracciali, strumenti chirurgici e un elmo a calotta del IV secolo a.C. Sono presenti inoltre una serie di monete di epoca etrusca, repubblicana e imperiale.
Sono esposti una serie di oggetti in avorio e osso e una notevole raccolta di ex voto in bronzo raffiguranti animali, divinità e amuleti tutti realizzati tra il VII e il V secolo a.C.
Sono esposte oreficerie e gemme quali cammei, anelli, sigilli spille, collane ecc. ecc.
Vi sono esposte opere di epoca romana scoperte nell'area di Vallebuona, dove è posto il teatro romano. Vi è un'iscrizione, in origine collocata sul fronte scenico del teatro, che ricorda i due consolari della gens Caecina a spese dei quali il teatro fu edificato.[senza fonte]
Sono presenti anche due statue raffiguranti le teste di Augusto e della moglie Livia e una ricostruzione di una tomba di età tardo romana.
In questa sala, come nelle successive, le urne sono circondate dal loro corredo funebre in modo da poter ammirare il monumento funebre nella stessa composizione del ritrovamento.
Sono esposte due urne con coperchio displuviato, una in terracotta e una in tufo. Risalgono entrambe al IV secolo a.C. e sono i primi esempi di raffigurazione antropomorfa scoperti nel territorio volterrano.
Sono qui ricostituite varie tombe a camera. Quella sulla sinistra, risalente al II secolo a.C. è stata scoperta nella necropoli di Badia e le urne rappresentano miti greci. Quella di destra proviene dalla necropoli del Portone e presenta un ricco corredo composto da vasellame, anelli specchi e anch'essa risale al II secolo a.C.
È qui ricostruita una vecchia bottega artigiana dove sono esposti coperchi di urne raffiguranti con i volti dai tratti molto simili.
Sono qui esposte una serie di urne che provengono da botteghe artigiane di alto livello botteghe che sono state identificate attraverso il nome del loro proprietario. Interessanti quelle catalogate col numero 228 realizzata dal Maestro di Mirtilo, le numero 245 e 427 realizzate dalla bottega delle piccole patere e le numero 259 e 338 realizzate dalla bottega delle rosette e palmette. Tutte risalgono al II secolo a.C.
Sono esposte le urne che rappresentano le raffigurazioni più presenti nelle urne volterrane: miti greci e viaggi agli inferi. I committenti che sceglievano il tema dei viaggi agli inferi generalmente erano costituiti da un pubblico maggiormente legato alle credenze religiose tipiche del popolo etrusco; chi invece sceglieva i miti greci era generalmente un pubblico più colto.
In esposizione in questa sala ci sono urne che raffigurano il defunto secondo gli schemi iconografici macedone-orientale.
Sono qui esposte urne con coperchi raffiguranti volti dai tratti somatici molto accentuati.
In questa sala sono esposti bronzi. Specchi e bronzetti votivi. Molto importante il bronzo raffigurante Il Portatore d'Acqua, proveniente dalla stipe votiva della fonte di Docciola, alla quale appartiene la serie degli "acquaioli", figure maschili con hydria: si tratta di una figura molto allungata che richiama lo stile dell'Ombra della Sera.
Sono qui esposte soprattutto monete dell'etrusca Velathri risalenti tutte al III secolo a.C.
In esposizioni steli funerari e cippi talvolta con iscrizioni. Significativi due frammenti di statue femminili in marmo di Carrara. Quella acefala raffigura una donna col bambino; sul braccio destro vi è un'iscrizione che viene interpretata io sono Larthi... Velchinei dedicò.
Sono qui esposte ceramiche a figure nere: skyphoi, kylikes, oinochoai, situle... Significativi i grandi vasi decorati con motivi vegetali, la cui vernice è di un nero molto lucente. Furono prodotti dalla Fabbrica di Malacena e scoperti nei pressi di Monteriggioni.
Sala delle ceramiche a figure rosse risalenti al IV secolo a.C. e di produzione locale.
In questa sala sono poste urne provenienti dalla tomba della famiglia Luvisu come riporta un'iscrizione sul coperchio di un'olla cineraria in alabastro. La tomba venne rinvenuta nel 1738 nella necropoli del Portone da Monsignor Guarnacci.
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 136019999 · ISNI (EN) 0000 0001 2290 5650 · BAV 494/7760 · ULAN (EN) 500312700 · LCCN (EN) n85065114 · GND (DE) 811210-1 · BNF (FR) cb125642769 (data) · J9U (EN, HE) 987007441774505171 |
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