L'ortoepìa (dal greco antico ὀρθοέπεια?, orthoépeia, a sua volta da ὀρθός, orthós, "retto, corretto" e ἔπος, épos, "parola") è la corretta pronuncia di una lingua, considerata sia nel proprio sviluppo orale sia in rapporto con la scrittura (non però con riferimento a eventuali difetti di fonazione dovuti a imperfezioni organiche, né con riferimento agli effetti estetici dovuti a una dizione più o meno accurata).
In molte lingue esiste l’idea di:
Quello che in italiano si chiama “parlare in dizione” corrisponde in genere a uno di questi concetti. Tuttavia, in Italia la pronuncia è spesso insegnata sotto forma di eliminazione dell’inflessione regionale per aderire a uno standard nazionale. In molti paesi anglofoni, invece, oggi si tende a non considerare l’accento regionale come “errore”, limitandosi, in fase didattica, a distinguere tra chiarezza articolatoria e neutralizzazione dell’accento.
Nella dizione l'ortoepia assume il valore di pratica normativa e applicativa, insegnata in ambito teatrale, radiofonico e nel doppiaggio: è la pronuncia corretta e standardizzata di una lingua, secondo un modello ritenuto normativo o colto.
La fonetica - che è la disciplina scientifica che studia i suoni del linguaggio umano - descrive scientificamente i suoni; essa riguarda:
La prosodia studia invece gli elementi sovrasegmentali del parlato, cioè ciò che va oltre i singoli suoni. Riguarda intonazione, ritmo, durata, accento fraseologico, pause: si occupa, cioè di come la frase prende forma musicale.
Nell’antico greco, l’ortoepìa (ὀρθοέπεια) aveva il significato più ampio di «dizione corretta», riferendosi alla pronuncia appropriata non solo di parole individuali ma anche di interi passaggi, specialmente poetici, insieme alla distinzione tra buona e cattiva poesia. Il termine inglese arcaico per questo ambito è “ortologia”, e in tale senso il suo opposto è il «solecismo». Lo studio dell’ortoepia da parte dei sofisti greci del V secolo, in particolare Prodico di Ceo (ca. 396 a.C.) e Protagora, includeva anche concetti protologici.
Protagora criticò Omero per aver reso femminile la parola «ira» (Aristotele, Refutazioni sofistiche 14) e per aver pregato la Musa con un imperativo (Aristotele, Poetica 19). Platone rappresenta Protagora mentre critica il poeta Simonide per essersi contraddetto, e poi mostra Socrate e Prodico di Ceo sostenere, al contrario, che Protagora ha confuso i significati delle parole «essere» e «divenire» (Protagora 339a-340c).
Aristofane, nella sua commedia Le rane, parodia tali dispute mettendo in scena Euripide ed Eschilo mentre discutono sull’orthótēs epéōn. Tra i due poeti, Dioniso dichiara ai versi 1180-1181: «ἴθι δὴ λέγ᾽: οὐ γάρ μοὔστιν ἀλλ᾽ ἀκουστέα τῶν σῶν προλόγων τῆς ὀρθότητος τῶν ἐπῶν.». Il termine è tradotto in Perseus come «correttezza della dizione»: «Parla, dunque. Non posso fare a meno di ascoltare la correttezza della dizione del tuo prologo».
In spagnolo, le regole di pronuncia delle parole furono rigorosamente collegate alla loro ortografia a partire dalla Grammatica castellana, scritta nel 1492 da Antonio de Nebrija (1441-1522), il cui secondo libro era dedicato alla prosodia. Sebbene non venga utilizzato il termine ortoepia, l’intenzione è molto chiara, come afferma: «assi tenemos de escrivir como pronunciamos i pronunciar como escrivimos».
Il recupero del termine classico ortoepia nei trattati di grammatica, a giudicare dalla sua comparsa nei dizionari intorno al 1850, dovette iniziare circa cento anni prima, a metà del XVIII secolo. Il grammatico spagnolo Benito Martínez Gómez Gayoso (1700-1787) si riferisce all’ortoepia nella sua opera del 1780 Conversaciones críticas sobre el libro intitulado Arte del romance castellano... come a una delle quattro parti della grammatica, insieme alla prosodia, all’analogia e alla sintassi; collegandola a sua volta all’ortografia.
Andrés Bello (1781-1865), polimata cileno-venezuelano, si occupò anch’egli di ortoepia nella prima metà del XIX secolo, come risulta dalla raccolta dei suoi lavori realizzata dal lessicografo spagnolo Samuel Gili Gaya (1892-1976).
Alla fine del XIX secolo, l’educatore e scrittore cubano Félix Ramos y Duarte (1848-1924), nella sua opera intitolata Crítica de Lenguaje, definisce l’«ortoépia» (sic) come una delle parti che, insieme all’ortologia, alla lettura e alla cacologia, compongono la fonologia. Tra i difetti che questa disciplina intende correggere include il ceceo, il checheo, l’itacismo, il metacismo, il rotacismo, il seseo, il yeísmo e molti altri.
Con lo scopo di rivedere le norme esistenti fino ad allora, il Consejo Superior de Investigaciones Científicas pubblicò nel 1966 un trattato di «Filología Moderna». L’opera consta essenzialmente di due parti: la prima (pp. 5–85) raccoglie e presenta regole di ortografia e ortoepia; la seconda (pp. 89–219) consiste in un indice di parole con indicazioni sulla loro pronuncia.
Nella stessa linea si può citare l’opera pubblicata nel 2018 dal saggista messicano Juan Domingo Argüelles (nato nel 1958), intitolata «Las malas lenguas. Barbarismos, desbarres, palabros, redundancias, sinsentidos y demás barrabasadas», nella quale vengono citati casi di varie incorrettezze abituali nella lingua spagnola, tra cui si fa riferimento a diversi problemi frequenti relativi a determinate norme dell’ortoepia.
Tradizionalmente, la variante della lingua italiana presa come riferimento ortoepico è basata sulla pronuncia fiorentina, o più largamente su quella della Toscana e del resto dell'Italia centrale. La pronuncia di una parola italiana secondo tale standard solitamente non viene insegnata a scuola; per conoscerla si può ricorrere ad un vocabolario che per ciascun lemma ne riporti la trascrizione fonetica IPA. Nel territorio dello stato italiano e nei territori italofoni esteri sono tuttavia sovente usate, in primis dai madrelingua, pronunce delle parole italiane non afferenti allo standard.
Le principali caratteristiche delle diverse pronunce usate dagli italofoni possono essere:
La RAI stessa promosse la stesura del Dizionario d'ortografia e di pronunzia per formare i propri giornalisti impegnati nelle prime trasmissioni, diffuse in una nazione costituitasi solo dal 1861 ed in cui la forte frammentazione dei volgari locali aveva portato a numerosi dialetti. L'ortoepia oggi è materia di studio, accanto alla dizione, nei corsi di recitazione e nella formazione giornalistica radiotelevisiva.
La maggior parte delle regole ortoepiche riguarda le vocali toniche [e] / [o], la cui pronuncia aperta o chiusa può talvolta determinare una differenza di significato, e alcune consonanti quali la [s] e la [z]. Sono in genere le origini latine del vocabolo a determinare il grado di apertura o di chiusura. Come ogni parola che termina in -endo, -ente, -enso (derivata dalle terminazioni latine -aendo, -aente, -aens) presenta una vocale aperta, così le vocali derivanti da una vocale chiusa (come "legno", da lignum o "messa" da missa) ereditano la medesima caratteristica. Come in latino, inoltre, le parole che terminano in consonante hanno in genere una vocale tonica aperta.
Principi eufonici univoci regolano la maggior parte delle parole della lingua, con un numero di eccezioni e casi controversi nell'ordine di poche centinaia, sugli oltre 150 000 vocaboli che compongono la lingua italiana. In alcuni casi l'apertura o chiusura della vocale distingue due termini, determinandone il significato, come per i due omografi, ma non omofoni, pèsca (il frutto) e pésca (l'azione).