Abbazia di San Benedetto in Polirone

Abbazia di San Benedetto in Polirone
StatoItalia (bandiera) Italia
RegioneLombardia
LocalitàSan Benedetto Po
IndirizzoPiazza Teofilo Folengo
Coordinate45°02′33″N 10°55′41″E
Religionecattolica di rito romano
TitolareSan Benedetto da Norcia
Diocesi Mantova
Consacrazione1130
Stile architettonicorinascimentale
Sito webbasilicasanbenedettopo.blogspot.it/

L'abbazia di San Benedetto in Polirone è un'antica abbazia situata nel territorio del comune di San Benedetto Po (MN); la chiesa abbaziale ha la dignità di basilica minore.

L'abbazia di Polirone è costituita da numerosi edifici la cui configurazione planimetrica irregolare è il risultato di numerose aggiunte, demolizioni e ricostruzioni. Il nucleo centrale si articola attorno ai chiostri di San Simeone, chiostro di San Benedetto o Maggiore e chiostro dei Secolari. In posizione mediana, tra chiostro di San Simeone e chiostro dei Secolari vi è la basilica, la sacrestia e l'oratorio di Santa Maria. A questi nuclei si aggiungono altri corpi di fabbrica: il refettorio, il convento delle canossiane (nel lato nord del chiostro di San Benedetto), la casa parrocchiale, la biblioteca, l'infermeria nuova e altri ambienti.

Storia

Origini (VIII-XI secolo)

L'abbazia di Polirone fu fondata nel 1007 dal conte di Mantova Tedaldo di Canossa (nonno paterno di Matilde). L'atto di fondazione dell'abbazia fu compiuto da Tedaldo dedicando l'abbazia a San Benedetto, Santa Maria, San Michele e San Pietro per la salvezza della sua anima e di quella della defunta moglie Willa.

Sullo stesso sito della fondazione già nel 962 Atto Adalberto di Canossa, capostipite della dinastia dei Canossa, entrò in possesso, per concessione del vescovo di Mantova, dei beni fondiari nella fascia compresa tra il Po e il Lirone, luogo strategico per garantire il controllo della navigazione fluviale. Su quei terreni sorgevano già una basilica dedicata a San Benedetto - ricostruzione di una più antica cappella dell'VIII sec. di cui gli scavi archeologici hanno rinvenuto i resti di un'aula absidata probabilmente occidentata - e un castrum. Del precedente insediamento romano restano invece poche tracce. Oltre alla chiesa, Tedaldo avrebbe fatto edificare anche il dormitorio e il capitolo della chiesa.

Nova ecclesia di Bonifacio (XI secolo)

Cappella San Simeone

Verso la metà dell'XI secolo Bonifacio di Canossa promosse la riedificazione di una nuova chiesa dedicata al culto di San Simeone, il monaco eremita armeno morto a Polirone nel 1016, trasformando l'abbazia in un luogo di pellegrinaggio. Bonifacio riuscì ad ottenere prima la canonizzazione di San Simeone e successivamente l'autorizzazione papale per la costruzione della nuova chiesa.

Oratorio di Santa Maria

Papa Leone IX invitò il vescovo di Modena Wiberto a partecipare alla consacrazione della nova ecclesia dedicata a San Benedetto e a San Simeone e alla traslazione delle reliquie del corpo di quest'ultimo; la consacrazione tuttavia non ebbe luogo, tanto che papa Alessandro II dovette ripetere le medesime disposizioni, prolungando così i tempi del cantiere.

La nuova fabbrica sorse nell'area poi occupata dalla grande chiesa romanica a tre navate del XII secolo, in seguito ristrutturata e ampliata da Giulio Romano. Tra questo edificio e la precedente basilica di Tedaldo, adiacente al chiostro, si registrava un evidente disallineamento degli assi orientativi, caratteristica che condizionò le soluzioni architettoniche romaniche successive. Se di questa chiesa rimangono pochi resti, è ancora esistente l'oratorio di Santa Maria (al quale si accede dal transetto della chiesa abbaziale), costruito dallo stesso Bonifacio.

Matilde di Canossa e la riforma cluniacense (1077-1115)

Nel 1077, in occasione dell'incontro tra l'imperatore Enrico IV e papa Gregorio VII a Canossa, Matilde, succeduta al padre Bonifacio, rinunciò ufficialmente al secolare controllo privato del cenobio da parte dei Canossa donando il monastero al papa, che a sua volta lo affidò all'abate dell'abbazia di Cluny, Ugo di Cluny. Tale scelta rifletteva la strategia politica legata alla lotta per le investiture: sottrarre l'abbazia alle ingerenze imperiali e del vescovo di Mantova, le avrebbe garantito l'autonomia.

Tomba di Matilde di Canossa

In questo periodo il monastero divenne uno dei principali centri propulsori della diffusione della riforma gregoriana nell'Italia settentrionale. Il monastero aderì pertanto alla riforma di Cluny e alle Consuetudines che regolavano la vita, la liturgia ed anche l'architettura del monastero francese. Sotto l'abate Alberico (1099-1123/1125) e il suo secondo successore, l'abate Enrico (1125-1141), la chiesa fu ricostruita verso il 1130 riprendendo il modello da Cluny III; l'oratorio di Santa Maria, sulla sinistra del transetto, fu adattato a secondo coro, destinato alle funzioni liturgiche dedicate alla memoria dei santi e dei defunti.

I mosaici pavimentali di Santa Maria, datati rispettivamente al 1151 nel transetto e al 1154 nella navata, attestano che a quella data l'edificio era già sostanzialmente completato. Fu proprio l'oratorio che Matilde scelse come luogo della propria sepoltura: la tomba vi rimase dal 1115 al 1633 (con uno spostamento intermedio nel 1445 all'interno della navata della chiesa maggiore, allora in fase di ricostruzione, dalle prime due colonne di sinistra verso la parete nord) quando il corpo fu traslato nella basilica di San Pietro a Roma in un nuovo sepolcro. Di questo periodo rimangono anche un candelabro della fine dell'XI secolo e una "capsella" (dal latino capsa, "cassetta per libri o per frutta") di avorio (XII - XIII secolo).

Il monastero di Polirone, molto potente, divenne in quel periodo un importante centro culturale, dotato di un celebre scriptorium, dove si trascrivevano manoscritti sia per uso liturgico sia per studio.

Periodo commendatario (XIII-XIV secolo)

L'abbazia visse poi almeno due secoli, XIII e XIV, di continua decadenza spirituale ed economica, aggravata dalle lotte contadine (dei contadini non pagati o sottopagati) contro il monastero, mentre molte famiglie mantovane cominciarono ad impadronirsi dei beni monastici. In questi due secoli, l'abbazia iniziò a passare in commenda. Polirone aveva vissuto quindi la crisi del monachesimo benedettino e la crisi economico-politica che investì l'intera Europa.

L'abbazia visse un periodo di stasi costruttiva: nel XIII secolo vengono documentati interventi di adeguamento degli edifici esistenti - fra cui un raddoppiamento in larghezza verso nord del refettorio duecentesco e, secondo la tradizione, l'ampliamento della celleria e la realizzazione di un palazzo dell'abate (attestato nei documenti fra il 1195 e il 1218); mentre agli inizi del XIV secolo viene eseguita la parte decorativa a fresco della chiesa abbaziale e dell'oratorio di Santa Maria (fra cui l'Annuncio ai pastori dipinto sulle semicolonne dell'oratorio di Santa Maria e un fregio decorato nella navata della chiesa maggiore).

Guido Gonzaga e la congregazione di Santa Giustina (XV secolo)

L'abate Guido Gonzaga nel 1419 rinunciò al ruolo di commendatario del monastero in favore della congregazione di Santa Giustina di Padova divenendone da allora benefattore fino alla sua morte nel 1460. L'ingresso nella congregazione servì per garantire stabilità economica e rinascita culturale e ideologica, trasformando il monastero in un polo di committenza artistica. I monaci provenienti da S. Giustina e insediatisi a Polirone promossero una rinnovata spiritualità e lo studio delle umanae litterae grazie all'incremento della biblioteca e all'operosità dello scriptorium. Questo portò anche ad una ricostruzione economica, a ingenti donazioni, alla ripresa dell'attività edilizia, ad opere di bonifica e trasformazione agraria e idraulica che permisero al monastero di moltiplicare le entrate.

Chiostro di San Benedetto

Nel 1425, la congregazione benedettina De Unitate seu de Observantìa incaricò Giacomino da Asti, canonico di san Benedetto in Polirone, e don Marziale, canonico di Santa Giustina, della revisione del Missale Vetus ad usum Templariorum (Messale Antico ad uso dei Templari) e del breviario, poi convalidati dai capitoli generali del 1428 e del 1451. Questi fatti rappresentarono una delle più importanti opere di riforma liturgica antecedenti il Concilio di Trento del 1545. Polirone ospitò anche autorevoli protagonisti della devotio moderna, un movimento legato a Padova e a Venezia che anticipava alcuni temi dell'evangelismo protestante; a Polirone fu ospite anche Martin Lutero durante il suo viaggio a Roma nel 1510.

Chiostro di San Simeone

È in questo contesto che viene finanziato un nuovo cantiere che riguardò non solo la chiesa (restaurata tra il 1437 e il 1448) ma l'intero monastero, in particolare il refettorio, i chiostri e la biblioteca. Il vecchio refettorio duecentesco era stato in parte demolito per la creazione di nuovi lavatoi; in una fase più tarda, databile al 1420-1440 circa, si dette avvio alla costruzione del nuovo refettorio grande - identificabile con il corpo nord del chiostro maggiore, allora ancora privo di portici e spazi superiori - che fu poi concluso nel 1478. Per raccordare gli spazi, Guido Gonzaga fece prolungare la fabbrica duecentesca fino al nuovo refettorio; un'iscrizione conservata nel museo dell'abbazia, datata 1450, lo ricorda esplicitamente come committente di un edificio del complesso. I lavori per il nuovo chiostro maggiore, edificato in sostituzione di quello romanico, procedettero con pause e riprese fino al 1476-1480. La ristrutturazione diede al complesso monastico l'assetto strutturale ancora presente, eccezione fatta per gli interventi cinquecenteschi di Giulio Romano.

Gregorio Cortese e Giulio Romano (XVI secolo)

Tra il 1504 e il 1505 l'abbazia entrò nella Congregazione Cassinese. In questo clima di rinnovamento spirituale emerse l'umanista Gregorio Cortese, figura di primissimo piano dell'umanesimo cristiano e punto di riferimento per il circolo riformatore degli "spirituali" italiani (frequentato da personalità come Pietro Bembo, Gasparo Contarini e Gian Battista Folengo), guidò il monastero in una fase di profonda rinascita culturale ed edilizia dal 1538, quando divenne abate.

navata centrale della Basilica

Già nei primi anni del secolo si avviarono progetti per l'intero complesso monastico: nel 1494 Giovanni Buora realizzò sedici colonne in marmo destinate a una nuova biblioteca sopra l'infermeria (poi riusate da Giulio Romano nella basilica), mentre tra il 1513 e il 1515 vennero promosse le decorazioni del refettorio grande e della chiesa, coinvolgendo Girolamo Bonsignori (autore del Cenacolo e della pala della Fede) e il giovane Correggio. I tentativi di ricostruire la basilica medievale furono a lungo bloccati dai vincoli dei lasciti di Lucrezia Pico (1500) e Cesare Arsago (1509), che ne imponevano la completa demolizione.

Deambulatorio

La svolta avvenne nel 1538 quando Cortese, diventato abate, ottenne da papa Paolo III una dispensa per conservare e inglobare le antiche strutture. Il cantiere si avviò nel 1539, o più probabilmente nel 1540, e nel 1541 Cortese stipulò un contratto con Giulio Romano per l'affidamento della direzione dei lavori della basilica e per il riordino degli spazi dell'intero monastero (la pala dell'altare maggiore e cinque pale per le cappelle del deambulatorio, da consegnare entro due anni). Per la decorazione del complesso vennero Antonio Begarelli per il ciclo di 31 statue in terracotta (1541) e per un ampio ciclo per le navate laterali e il vestibolo (1559), Anselmo Guazzi e Francesco Maria Castaldi per le grottesche (1541-1544) e Giulio Romano stesso per le pale d'altare.

statua di San Simeone di A. Begarelli, basilica

La chiesa rinnovata fu consacrata nel 1547, poco prima della morte del Cortese (1548). Tra il 1550 e il 1562 vennero completati gli arredi della basilica e degli ambienti monastici (come la spezieria) e tra il 1550 e il 1555 furono intagliati il nuovo coro ligneo (Vincenzo Rovetta e Giovanni Maria Piantavigna) e l'organo (Gian Battista Facchetti), mentre la pala dell'altare maggiore fu eseguita da Fermo Ghisoni e Girolamo Mazzola Bedoli su disegno di Giulio Romano. Il ciclo pittorico del Cinquecento si chiuse nel 1562 con la commissione a Paolo Veronese di tre pale d'altare. La consacrazione di san Nicola è ora alla National Gallery di Londra mentre La Madonna con Bambino e san Girolamo è andata distrutta nel 1836 nell'incendio delle Yates Galleries di Londra. Il terzo dipinto La Madonna con Bambino, sant'Antonio abate e san Paolo eremita, dopo essere transitato da una collezione privata francese prima del 1850, si trova attualmente al Chrysler Museum of Art di Norfolk (Usa).

Trasformazioni del XVII e XVIII secolo

Scalone di G.B. Barberini

Nel XVII e XVIII secolo, pur a fronte di un ridimensionamento economico rispetto al periodo rinascimentale, l'abbazia promosse un'intensa operazione di memoria storica e legittimazione politica. A questa fase risale l'incisione di Alberto Ronco (1620) raffigurante l'albero genealogico polironiano. Inoltre, in attuazione delle direttive della Controriforma sulla severa osservanza monastica, nei primi del Seicento, venne edificato un corpo di fabbrica separato per il noviziato, oltre ad ammodernare le foresterie e realizzare lo scalone monumentale di Giovanni Battista Barberini (1674). Nel 1638 il cardinale Francesco Barberini finanziò inoltre la nuova sagrestia, la cui copertura a cupola è stata accostata a modelli borrominiani. Tra il 1630 e il 1633 la traslazione della salma di Matilde di Canossa a papa Urbano VIII rafforzò i legami con la Curia romana, favorendo l'introduzione del gusto barocco. Tuttavia il Seicento è caratterizzato da gravissimi debiti e occupazioni militari (tra cui quelle francesi del 1658 e il periodo 1690-1707 legato alle guerre di successione) che costrinsero i monaci a murare il tesoro delle reliquie per salvarlo dai saccheggi.

Sagrestia della basilica

Nella prima metà del Settecento il monastero ritrovò stabilità e avviò importanti cantieri decorativi: vennero installati l'organo di Giuseppe Bonatti da Desenzano (1726) con loggia e quattro figure di putti policromi; furono inoltre erette due logge, una a protezione del rosone e dell'organo dalle intemperie e l'altra, del dicembre 1725, sopra il portone d'ingresso al monastero verso la piazza. Risalgono allo stesso periodo le tele di Paolo Zimengoli nella navata, i cancelli in bronzo nel transetto e le pale d'altare di Gian Bettino Cignaroli, Giuseppe Bazzani e Saverio Dalla Rosa. Nel 1743 l'abate Flaminio Frontorio fece erigere il nuovo altare maggiore marmoreo con urne per le reliquie, centralizzando la devozione.

Negli ultimi decenni del secolo l'architetto Paolo Pozzo e il decoratore Giovanni Battista Marconi rinnovarono la chiesa e la sagrestia in chiave neoclassica, rimuovendo gli altari del deambulatorio e la decorazione del cenotafio di Matilde di Canossa, che in quell'occasione venne rimossa dall'oratorio di Santa Maria. Nel 1790 venne realizzata su progetto dello stesso Paolo Pozzo la nuova biblioteca monastica, con ampliamento dell'archivio, e nel 1795 l'ingresso al monastero polironiano.

Dalla soppressione napoleonica ai giorni nostri

Con il decreto napoleonico del 9 marzo 1797 il monastero fu soppresso, i monaci dispersi e i beni fondiari alienati. Sebbene la chiesa abbaziale venisse donata alla popolazione per uso parrocchiale evitando la confisca, la struttura monastica fu destinata a usi civili (tra cui ospedale militare, pretura e carceri nel 1851), subendo mutilazioni architettoniche come la demolizione del chiostro di San Simeone e dell'oratorio del noviziato. La soppressione del monastero portò anche alla dispersione del patrimonio storico-artistico: manoscritti e i documenti d'archivio confluirono prevalentemente nella Biblioteca Teresiana di Mantova e nell'Archivio di Stato di Milano, mentre codici miniati e corali raggiunsero nel tempo collezioni estere come il British Museum e il Kupferstichkabinett di Berlino. La quadreria monastica e le pale d'altare della basilica vennero in gran parte vendute, per cui capolavori di Paolo Veronese, Girolamo Bonsignori, Lattanzio Gambara, Girolamo Bedoli e Giulio Romano finirono dispersi tra collezioni private e musei internazionali.

Nel corso del Novecento, ulteriori interventi strutturali e restauri impropri causarono la perdita di stucchi secenteschi e la compromissione di diversi cicli di affreschi. Dal 2006 al 2012, il complesso architettonico di Polirone è stato oggetto di un restauro conservativo e funzionale. Nel 2020, sono stati effettuati gli stanziamenti per il restauro conservativo del campanile romanico, incluso il ripristino dello stato antecedente il sisma del 2012.

Descrizione

Basilica dei santi Benedetto e Simeone

Esterno

La facciata principale della basilica si presenta come il risultato della sovrapposizione di più fasi costruttive, dal progetto cinquecentesco di Giulio Romano fino agli interventi settecenteschi e ai restauri del Novecento. L'impianto è quello disegnato da Giulio Romano tra il 1539 e il 1547, aggiungendo il vestibolo al termine delle navate, le cappelle laterali e impiegando in facciata la travata ritmica, di derivazione bramantesca, regolare nella successione delle campate.

La parte superiore della facciata con la loggia non appartiene invece all'intervento di Giulio Romano ma è un'aggiunta settecentesca: la sua costruzione comportò la realizzazione di una nuova cimasa e di un sistema di canali di gronda e scivoli laterali per lo smaltimento delle acque piovane, più volte modificato nel corso del secolo fino al 1726, quando fu definitivamente collegato al nuovo organo. Secondo il progetto giuliesco, la travata ritmica sarebbe stata sormontata da tre timpani triangolari sulle campate maggiori e due semitimpani alle estremità.

Al centro della facciata si trova il rosone, elemento gotico trasferito dalla precedente facciata quattrocentesca e recuperato dallo stesso Giulio Romano, che ne escluse però la raggiera originale, arricchendolo di cornici cinquecentesche; al centro del rosone compare un fiore assimilabile all'emblema gonzaghesco, probabile allusione alla committenza di Guido Gonzaga. Sopra il rosone sono ancora visibili, nel sottotetto, le tracce del timpano sommitale previsto dal progetto giuliesco. Il rivestimento della facciata in intonaco bianco, voluto da Giulio Romano, richiama agli antichi monumenti classici in pietra.

Sul fianco meridionale della basilica, Giulio Romano riprende il motivo della travata ritmica già impiegato in facciata, ma qui l'ordine si adatta - a differenza della regolarità del prospetto principale - alle misure disomogenee delle campate interne e delle cappelle preesistenti, risultando così "manipolabile" in funzione del contesto medievale che l'architetto non poté demolire, visibile nella contrazione dell'ultima campata verso il campanile. Il registro superiore è caratterizzato da una serie di finestre "termali" ad arco ribassato, destinate a illuminare le cappelle interne. A differenza della facciata, rivestita in intonaco bianco, il fianco fu rivestito con un paramento a finto mattone rustico e fasce intonacate bianche e rosse. Solamente nei restauri del 2001 l'intonaco originale policromo è stato consolidato e ripristinato, dopo aver eliminato strati incongrui che si erano sovrapposti nel tempo.

Se per regolarizzare la successione delle campate e delle cappelle dimensionalmente differenti le une dalle altre Giulio Romano aveva impiegato la serliana nel setto murario della navata centrale e la travata ritmica nella navata laterale con la scansione nicchia-lesena-nicchia, in corrispondenza dei setti murari che separano tra loro le cappelle, inverte il motivo triadico in lesena-nicchia-lesena, capovolgendo il rapporto tra pieni e vuoti adottato nelle navate.

Interno

Planimetria della Basilica (Bellodi, 1905), in corsivo i nomi delle cappelle aggiornati da P. Piva (2007)
1. Vestibolo
2. Cappella di S. Simeone (mosaico 1447)
3. Cappella del Crocifisso (di S. Sebastiano)
4. Cappella di S. Mauro
5. Cappella di S. Lucia (di S. Scolatica)
6. Cappella di S. Elisabetta (di S. Giustina)
7. Cappella di S. Pietro - pala d'altare copia da Giulio Romano (di S. Ambrogio)
8. —
9. Chiesetta detta di S. Antonio (oratorio di Santa Maria)
10. Mosaico (1151)
11. Altare maggiore
12. Coro
13. Tomba di Cesare Arsago
14. Tomba della contessa Matilde di Canossa
15. Tomba di Bartolomeo Colonna
16. Sagrestia - armadi di G. Piantavigna, pavimento di G. Fontanella, XVI sec.
17. Cappella della Madonna della Neve (di S. Michele)
18. Cappella della Madonna del Rosario (di S. Giovanni Battista)
19. Cappella della Madonna Addolorata - Tomba della contessa Pico (di S. Giuseppe)
20. Cappella di S. Benedetto - pala del Cignaroli (di S. Nicola)
21. Cappella di S. Antonio Abate
22. Cappella di S. Gerolamo

La basilica ha un impianto a tre navate, scandite da serliane inquadrate da un ordine maggiore di paraste corinzie su piedistallo, con cappelle laterali che si aprono lungo le navate minori. Questa sistemazione cinquecentesca reimpiega elementi architettonici della preesistente chiesa romanica del XII secolo ed elementi destinati ad altre parti del monastero come le colonne delle serliane originariamente scolpite per la biblioteca. Sul lato destro e sinistro delle navate laterali si affacciano le cappelle. La scansione è irregolare: le prime tre cappelle hanno forma più omogenea, seguite da un vano stretto e da una coppia di cappelle rettangolari; sul lato sinistro è presente un'ulteriore piccola cappella assente sul lato destro, poiché il transetto non è perfettamente in asse con le navate.

Il transetto è articolato in due bracci di dimensioni disomogenee: il braccio nord raccorda la chiesa con l'oratorio di Santa Maria - fungendo per quest'ultima da vero e proprio vestibolo d'accesso, in collegamento diretto con il chiostro - che maschera il diverso orientamento degli assi direzionali delle due chiese (l'Oratorio di Santa Maria e la basilica cinquecentesca ricostruita sulle fondamenta di quella medievale). Nel braccio sud permane in testa la torre campanaria e si ha l'accesso alla sagrestia. All'incrocio tra la navata centrale e il transetto si trovava l'altare maggiore. Dell'abside interna restano in luce due archi su colonne a semicerchio, impostate su una muratura continua alta circa 130 cm; l'abside esterna presenta cinque cappelle radiali absidate, scandite da un ritmo continuo di lesene e nicchie.

Il tiburio è ottagonale e tardogotico con murature irregolari dovute alle preesistenze strutturali. La decorazione interna, con un apparato a grottesche che "antichizza" le forme gotiche preesistenti, è opera di Anselmo Guazzi e Francesco Maria Castaldi (1541-1544); nella cupola sono dipinti Profeti e Santi attribuiti a Fermo Ghisoni.

La sacrestia presenta una copertura a volta cinquecentesca; gli armadi lignei intagliati (opera del Piantavigna) e i finestroni settecenteschi.

Organo a canne

Nella basilica è posto in cantoria in controfacciata l'organo a canne costruito da Giuseppe Bonatti di Desenzano attorno al 1726 circa. Nel periodo ottocentesco Giuseppe Grigolli, organaro veronese provvide a sostituire alcuni registri e la consolle meccanica originale di Bonatti con una pneumatica "all'avanguardia" dell'epoca. Negli anni '40 del Novecento la ditta Tamburini di Crema provvide a fornire una nuova consolle, alla trazione elettrica e ad un restauro accurato dello strumento, la catalogazione delle canne antiche e la sostituzione dei registri di Grigolli Viola da gamba 8' e Concerto viole 3 file rispettivamente con un Flautino 2' e un Ripienino 3 file. Venne poi aggiunto un fagotto 16' al pedale che si prolunga in fagotto 8' e clarone 4'. Il fagotto 8' si estende anche sul Grand'organo. Nel 2008 l'organo è stato oggetto di un ulteriore restauro e di una pulizia, insieme al restauro della cantoria; una pulizia generale e l'intonazione sono infine seguite alla riapertura della basilica, avvenuta nell'estate 2014 a causa del terremoto.

Refettorio

Refettorio

Risalente al 1478 circa, il refettorio monastico occupa un ampio salone articolato in quattro campate voltate a vela e a crociera (ad eccezione della prima volta del pian terreno che è stata demolita), realizzate probabilmente in un momento leggermente successivo alla costruzione dell'edificio. Tre arconi a tutto sesto inquadrati da paraste ritmano la facciata e, allo stesso tempo, rinforzando i muri perimetrali contenendo le spinte delle volte. Le finestre vennero modificate nel Settecento. L'accesso dei monaci avveniva sul lato est, in comunicazione diretta con il chiostro maggiore, tramite un vestibolo caratterizzato dalla presenza di una grande fontana. L'edificio si articola su due livelli: il piano interrato, adibito a deposito attrezzi e il piano terra, composto da un ampio ambiente, è uno spazio espositivo.

Fu Gregorio Cortese, nel 1510, a promuovere la decorazione della parete occidentale della sala, affidandone l'esecuzione a due pittori: Girolamo Bonsignori, di origine veronese, autore di un'Ultima Cena dipinta su tela e inserita nella parete (opera custodita al Museo Civico di Badia Polesine), e il giovane Antonio Allegri, noto come il Correggio, cui si deve un'architettura affrescata pensata come cornice per il Cenacolo di Bonsignori. I lavori furono portati a termine tra il 1513 e il 1514.

La sala accoglie il Museo dell'Abbazia, che raccoglie reperti e testimonianze del complesso monastico appartenenti a un arco cronologico compreso tra l'età romana e il Rinascimento: ceramiche di uso conventuale, sculture, frammenti architettonici e altri manufatti in pietra e terracotta, tra cui spicca un altorilievo in marmo greco con la raffigurazione dei mesi di novembre e dicembre, opera ascritta a Wiligelmo o alla sua bottega e originariamente collocata sul portale della chiesa romanica.

Portale di ingresso alla sala del Capitolo

Sala del Capitolo

La Sala del Capitolo si trova tra il Chiostro di San Benedetto e quello di San Simeone. Era il vero e proprio centro direttivo del cenobio e lo spazio risale al 1458-59, diviso da navate coperte da volte a crociera sorrette, nel centro della sala, da tre colonne in marmo rosso di stile tardogotico. Dai lavori di scavo archeologico e di restauro sono emerse tracce di fondazioni della prima chiesa di età romana. Appartenenti al Cinquecento sono cinque tombe rettangolari, in muratura, di sei abati polironiani del XVI sec.

Chiostro dei Secolari

Chiostro dei Secolari

Il Chiostro dei Secolari o Chiostro degli Abati era il luogo dove venivano accolte le persone che giungevano al monastero. Gli edifici del chiostro sono disposti su due livelli, di cui quello inferiore porticato sui quattro lati con archi a tutto sesto sostenuti da colonne di marmo, volte in muratura sia al pian terreno che nei piani superiori, mentre il sottotetto presenta strutture di copertura in legno. Gli ambienti dei lati sud ed est erano destinati a foresteria: al pian terreno per i poveri e i pellegrini, il piano superiore per gli ospiti di riguardo.

Rosa dei Venti di G.B. Barberini

Si rilevano almeno tre fasi costruttive: la prima fase anteriore al XV secolo (lato sud e un tratto del piano terreno del lato nord); la seconda fase databile intorno al 1475 in cui i corpi preesistenti vennero collegati con i portici attuali e la costruzione di corridoi con finestre angolari sopra i portici nord e est; la terza fase del 1674 in cui si edificò un corridoio sopra il portico ovest e si ampliarono tutte le finestre del chiostro decorandole con stucchi barocchi. Nei due saloni al piano terra (lato sud) i restauri hanno portato alla luce affreschi che rappresentano l'uno un grande Trigramma di San Bernardino (IHS) al centro della volta ad ombrello e l'altro la Crocifissione con sei santi e l'Allegoria della morte. Nella nicchia sul lato sud è presente la seicentesca statua di Tedaldo di Canossa.

Dal chiostro dei Secolari si accede al Museo civico Polironiano attraverso lo scalone in marmo di Giovanni Battista Barberini del 1674 e decorato a stucco. Al centro della volta a padiglione è realizzata una cornice in stucco con la rappresentazione della Rosa dei Venti. Ai quattro angoli della volta si trovano gli stucchi che rappresentano le virtù cardinali – Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza.

Chiostro di San Simeone

Chiostro di San Simeone

Il chiostro di San Simeone, detto anche chiostro dell'infermeria, sorge a est del chiostro maggiore dell'abbazia. I due chiostri condividono, sul lato ovest del chiostro di San Simeone, un unico corpo di fabbrica più antico che ospita il dormitorio e la sala capitolare. Interamente quattrocentesco, il chiostro fu portato a compimento dall'abate Guido Gonzaga nell'area in cui, fin dal XII secolo, doveva trovarsi il medievale "chiostro degli infermi". Nel 1459 l'abate finanziò la costruzione di una nuova ala del dormitorio e dell'infermeria dei monaci: la prima andò a costituire il lato nord del chiostro, la seconda il lato est.

Affresco di Simeone pellegrino aggredito e fatto imprigionare dai monaci

Il chiostro costituiva uno degli spazi più rappresentativi del monastero, cuore di tutto il complesso: qui si svolgeva la maggior parte della vita comunitaria, vi venivano distribuiti gli incarichi e i monaci vi si riunivano prima e dopo il lavoro per conversare, passeggiare, leggere i testi sacri o meditare. Vi si affacciavano numerosi ambienti: al pian terreno si trovavano le celle per i monaci di passaggio, la cantina, il guardaroba, la sartoria e la calzoleria, mentre al piano superiore l'antica infermeria, la biblioteca, la dimora dell'abate e le celle-dormitorio dei monaci. L'edificio più alto del chiostro, con alte finestre archiacute, era probabilmente la biblioteca quattrocentesca.

Miracolo della cerva

I prospetti presentano al primo livello, su tre lati, portici aperti sul cortile con arconi archiacuti che includono un doppio arco su colonna e, in corrispondenza di quest'ultima, una cornice circolare laterizia; al secondo livello finestre di varie forme: rettangolari sul lato est (corpo dell'infermeria vecchia), monofore a sesto acuto sul lato sud nella parte corrispondente al corpo della biblioteca quattrocentesca e bifore archiacute nella restante parte. Nelle lunette si trovano gli affreschi dedicati ai miracoli di San Simeone: il miracolo della cerva, della spina di pesce e del leone.

Chiostro di San Benedetto (chiostro maggiore)

Il chiostro di San Benedetto (detto anche chiostro maggiore) sorge adiacente al fianco nord della basilica. La struttura fu ricostruita intorno al 1450 nell'ambito del rinnovamento architettonico promosso da Guido Gonzaga, in sostituzione di un precedente chiostro di età romanica.

Chiostro di San Benedetto

Del chiostro quattrocentesco, ancora integro nel 1799, sopravvivono solo i lati settentrionale e orientale: il lato meridionale fu spostato nel 1539 da Giulio Romano per edificare le cappelle di sinistra della basilica. Il lato occidentale comprendeva una parte del dormitorio e la sala del Capitolo, mentre il lato nord corrisponde al refettorio quattrocentesco, che sostituì quello duecentesco. Il nuovo chiostro fu costruito in uno stile di transizione di influenza veneta: i porticati dei due lati superstiti presentano arcate a tutto sesto impostate su basse colonne marmoree con capitelli veneti; il livello superiore presentava finestre ad arco acuto, in seguito sostituite da aperture rettangolari. All'angolo sud-ovest del chiostro, affacciato sul sagrato della basilica, si trovava infine il definitorio, l'edificio destinato all'organo esecutivo della congregazione cassinese.

Una colonna del chiostro reca un'iscrizione gotica che ricorda la committenza: "Hoc edificium fecit fieri Dominus Guido de Gonzaga commendatarius et reformator huius monasterii 1450".

Infermeria Nuova

Infermeria nuova

L'infermeria monastica fu commissionata dall'abate Giovanni Cornaro di Venezia per sostituire l'antica infermeria. L'edificio fu realizzato tra il 1497 ed il 1584 ma subì delle trasformazioni dell'ultimo piano nel XVIII sec. Formava l'ala Ovest del quarto chiostro, di cui è rimasto solo il lato sud del Chiostro di San Benedetto.

Cantine dell'Infermeria Nuova

La fabbrica si sviluppa su tre piani: il piano interrato e il piano sopraelevato sono composti ciascuno da un corridoio centrale dal quale si accede agli ambienti laterali. Il piano superiore, nonostante mantenga in planimetria lo stesso assetto dei piani inferiori, presenta una sopraelevazione del corridoio centrale dovuta a interventi settecenteschi. Il piano interrato, detto "Il Cantinone", era adibito a magazzino, mentre i piani superiori erano adibiti a infermeria, anche se nel corso degli anni hanno subito diverse destinazioni d'uso: alcune camere furono utilizzate come celle di carcere, dopo la soppressione del monastero, oppure a fabbrica di bottoni nel secondo dopoguerra.

Adibita a ostello nel corso del Giubileo del 2000, ha subito importanti danni strutturali a causa del terremoto dell'Emilia del 2012.

Note

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  2. ↑ Abbazia di Polirone - complesso, San Benedetto Po (MN), su lombardiabeniculturali.it. URL consultato il 29 luglio 2026.
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  4. ↑ Piva, 2007, pp. 90-93
  5. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 Fabiani-Pifferi-Balboni.
  6. ↑ Cesare Lucchesini (a cura di), Memorie e documenti per servire alla storia di Lucca, vol. 1, Lucca, Francesco Bertini, 1813, pp. 120-121, ISBN non esistente.
  7. ↑ Piva, 2007, p. 11
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  9. 1 2 Paolo Piva, I secoli di Polirone: committenza e produzione artistica di un monastero, vol. 1, Ceschi, 1981, pp. 61-62.
  10. 1 2 Piva, 2007, pp. 12-13
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  12. ↑ Piva, 2007, pp. 12-13
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  14. ↑ Piva, 2024, pp. 29-54
  15. ↑ Piva, 2024, pp. 44-45
  16. 1 2 Paolo Piva, I secoli di Polirone: committenza e produzione artistica di un monastero benedettino, vol. 1, Ceschi, 1981, pp. 62-65.
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