| Disastro della piattaforma Deepwater Horizon disastro ambientale | |
|---|---|
| Tipo | Disastro petrolifero |
| Data inizio | 20 aprile 2010 |
| Luogo | Golfo del Messico |
| Stato | |
| Stato federato | |
| Coordinate | 28°44′12″N 88°23′14″W |
| Mezzo coinvolto | Deepwater Horizon |
| Conseguenze | |
| Morti | 11 |
| Feriti | 17 |
| Area inquinata | 176100 km² |
| Mappa di localizzazione | |
Il disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, affiliata alla BP, è stato un massiccio sversamento di petrolio nelle acque del Golfo del Messico in seguito a un incidente riguardante il Pozzo Macondo che si trova a oltre 1.500 m di profondità.
Lo sversamento ebbe inizio il 20 aprile 2010 e terminò 106 giorni più tardi, il 4 agosto, con la perdita di milioni di barili di petrolio nelle acque al largo della Louisiana, Mississippi, Alabama e Florida, oltre alla frazione più pesante del petrolio che formò grossi ammassi sul fondale marino, che poi si solidificarono.
È il disastro ambientale più grave della storia americana, avendo superato di oltre dieci volte per entità quello della petroliera Exxon Valdez nel 1989. Pertanto, spesso ci si riferisce a questo disastro con l'espressione "Marea nera".
La Deepwater Horizon era una piattaforma petrolifera di perforazione del valore di circa 560 milioni di dollari di proprietà dell'azienda svizzero-statunitense Transocean, la più grande compagnia del mondo nel settore delle perforazioni off-shore; affittata alla multinazionale BP per 496.000 dollari al giorno. Era lunga 112 metri, alta 97 metri e larga 78 metri e si trovava a circa 70 km dalla Louisiana, nel Golfo del Messico. Poteva ospitare circa 150 persone. Il 2 settembre 2009 nel giacimento di Tiber, nel Golfo del Messico, la Deepwater Horizon ha perforato il pozzo di idrocarburi più profondo al mondo, lungo 10 685 metri di cui 1259 in acqua. L'impianto di perforazione della Deepwater Horizon, era in grado di operare in acque profonde fino a 2400 metri e scavare pozzi profondi fino a 9100 metri.



Il 20 aprile 2010, mentre la Deepwater Horizon stava completando la perforazione del Pozzo Macondo su un fondale profondo 400 metri al largo della Louisiana, un'esplosione sulla piattaforma innescò un violentissimo incendio; 11 persone morirono incenerite dalle fiamme, mentre 17 lavoratori rimasero feriti.. In seguito all'incendio, la flotta della BP tentò invano di spegnere le fiamme e di recuperare i superstiti.
Nei giorni successivi all'esplosione della piattaforma, il contrammiraglio di Guardia Costiera, Mary Landry, intervistato dall'ABC, escludeva un'emergenza ambientale significativa. Due giorni dopo, la piattaforma Deepwater Horizon si rovesciò, affondando e depositandosi sul fondale profondo 400 metri a circa mezzo chilometro più a nord-ovest del pozzo. Le valvole di sicurezza presenti all'imboccatura del pozzo sul fondale marino non funzionarono correttamente e il petrolio greggio, spinto dalla pressione del giacimento petrolifero, iniziò a uscire senza controllo, in parte risalendo in superficie per via della minor densità rispetto all'acqua. Il 7 maggio 2010 la BP ha poi tentato, col progetto Top Kill, di arginare la falla utilizzando una cupola di cemento e acciaio dal peso di 100 tonnellate, ma la perdita non si è arrestata ed il tentativo di ridurre il danno è fallito.
In attesa di trovare una strategia risolutiva, la BP ha poi approntato il progetto Lower Marine Riser Package (LMRP) con la posa in opera di un imbuto convogliatore sospeso sopra al pozzo e collegato a una nave cisterna in superficie, volto a recuperare almeno in parte il petrolio che fuoriusciva senza controllo dal pozzo sul fondo del mare. In contemporanea, la BP iniziava a perforare due pozzi sussidiari in previsione di riuscire a giungere per fine agosto 2010 al condotto del pozzo che perdeva, intercettandolo in profondità, per cementarlo definitivamente.
Il 10 luglio 2010, quando ormai l'entità della perdita era stimata dai 35 000 ai 60 000 barili (tra i 5 e 10 milioni di litri) di idrocarburi al giorno di cui solo la metà riusciva in qualche modo ad essere recuperata, venne effettuato un secondo tentativo con un nuovo tappo per ridurre drasticamente la perdita di petrolio, con l'obiettivo di fermare interamente le perdite entro una decina di giorni, non cessando comunque di lavorare anche a quella che viene considerata dalla BP essere la soluzione definitiva del problema, ossia la perforazione dei due pozzi collaterali di emergenza.
Finalmente il 15 luglio 2010, dopo 86 giorni dall'inizio dello sversamento di petrolio, la BP dichiarava di essere riuscita a tappare la perdita del greggio, pur non essendo ancora sicura di quanto tempo avrebbe potuto resistere quest'ultima soluzione. Secondo le stime della BP stessa, al 15 luglio erano già stati riversati in mare tra i 3 e i 5 milioni di barili di petrolio, ovvero tra i 506 e gli 868 milioni di litri che, convertiti con un fattore di 0,920 che rappresenta in media il peso specifico del greggio, sono dalle 460.000 alle 800.000 tonnellate.
Dopo 100 giorni dall'inizio delle perdite, a due settimane dal nuovo tappo che chiudeva il pozzo in attesa di una soluzione definitiva, presumibilmente grazie alla tempesta tropicale che si era abbattuta sulla zona per più giorni, la macchia di petrolio che prima galleggiava sull'acqua era praticamente scomparsa. Rimase visibile solo il catrame spiaggiato sulle coste. Quanto manca, a eccezione di circa 800.000 barili corrispondenti a 127 milioni di litri aspirati nelle operazioni di pulizia o dati alle fiamme in incendi controllati, si presume sia in parte evaporato, in parte dissolto dai 7 milioni di litri di solventi impiegati sulla macchia nera nelle prime settimane dell'emergenza, in parte digerito dai batteri. Si ipotizza che la maggior parte sia finita sul fondale marino formando laghi di petrolio destinato a solidificarsi. Un terzo delle acque degli stati statunitensi che si affacciano sul Golfo del Messico furono chiuse, la pesca si ridusse e il turismo registrò la chiusura del 20% delle spiagge.
Il 3 agosto 2010 iniziò l'operazione Static Kill, con la quale la BP si proponeva di tappare definitivamente il pozzo mediante un'iniezione di fango e cemento attraverso i pozzi sussidiari, così da deviare il greggio in un bacino sicuro posto a 4 km di profondità. Il 19 settembre 2010 viene terminata la cementificazione definitiva del pozzo.
Nel tentativo di porre rimedio al disastro gli ingegneri adottarono almeno cinque strategie:
Si presume che il disastro della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon abbia nel breve e medio periodo effetti sulla popolazione locale in termini di intensificazione di malattie respiratorie e patologie della pelle (follicoliti cutanee) e, nel lungo periodo, gravi effetti in termini di aumento statistico dell'incidenza di tumori. Gli effetti nel lungo periodo comprendono anche aumenti statistici degli aborti spontanei, neonati di basso peso alla nascita o pretermine.
Il petrolio e le sostanze chimiche disperdenti rilasciate sul luogo del disastro contamineranno la popolazione locale nel breve e medio termine per via inalatoria; nel lungo termine per via orale, come conseguenza dell'accumulo degli idrocarburi nella catena alimentare.
Le prime specie animali vittime del disastro sono state quelle di dimensioni più piccole e alla base della catena alimentare, come ad esempio il plancton. Sono seguite le specie di dimensioni via via maggiori che sono state contaminate direttamente dagli idrocarburi e dalle sostanze chimiche disperdenti oppure indirettamente per essersi alimentate di animali contaminati. Fra le specie coinvolte: numerose specie di pesci, tartarughe marine, squali, delfini e capodogli, tonni, granchi e gamberi, ostriche, menhaden, varie specie di uccelli delle rive, molte specie di uccelli migratori, pellicani.
Gli agenti disperdenti, fra i quali il prodotto commercializzato come corexit, ovvero le sostanze chimiche utilizzate per disperdere gli idrocarburi in parti più piccole e per farli precipitare sul fondale del mare, hanno consentito di eliminare la marea nera della superficie tuttavia non riducendo la quantità di greggio disperso nell'ambiente e depostosi sul fondo oltre 1600 metri di profondità.
I timori si concentrano sulle specie già a rischio per le quali l'estinzione potrebbe essere accelerata.
I danni del disastro ambientale sono impossibili da calcolare, tuttavia è possibile farne una stima.
I danni diretti, cioè quelli immediatamente visibili ed evidenti sono:
Fra quelli indiretti, cioè quelli correlati, ma non strettamente conseguenti al disastro, vi sono:
Il 12 giugno 2010 la guardia costiera statunitense emise un comunicato con un ultimatum di 48 ore per fermare la fuoriuscita del greggio. Ai primi di luglio 2010 un video denunciava che alcune spiagge inquinate dal petrolio non erano state ripulite come promesso dalla BP, bensì ricoperte con sabbia pulita al fine di nascondere l'inquinamento.
Il presidente Barack Obama dichiarava di voler far pagare una grossa somma alla BP come risarcimento del disastro ambientale. Il presidente fu criticato dai repubblicani per aver gestito male il disastro. Al 28 giugno 2010 la BP annunciò di aver già versato 2,65 miliardi di dollari. Obama definì il disastro della Deep Water Horizon "l' 11 settembre dell' ambiente".
A poco più di un mese dall'incidente e a perdite ancora in corso, a New York si svolsero manifestazioni di protesta per chiedere che in futuro simili tragedie ambientali non possano più accadere.
Nel dicembre 2011, per rientrare delle perdite, BP chiese un risarcimento da 20 miliardi di dollari all'americana Halliburton accusandola di avere intenzionalmente cancellato delle prove chiave dopo il disastro.
Una verifica biologica compiuta a due anni dal disastro dal dipartimento di biologia marina dell'Università della Florida del Sud, mostrava chiari segni di malattie della fauna marina legate all'ingestione di petrolio.
Nel 2012 la compagnia britannica BP raggiunse un accordo con il Dipartimento di Giustizia statunitense per il pagamento di una penale di 4,5 miliardi di dollari, dichiarandosi colpevole degli undici capi d'accusa per negligenza o colpa legati alle 11 vittime dell'esplosione della piattaforma Deepwater Horizon, di un capo di imputazione per non aver rispettato il Clean Water Act e di un'altra accusa relativa al Migratory Bird Treaty Act. Inoltre BP si dichiarò colpevole del capo d'accusa di ostruzione al Congresso. Il 2 luglio 2015 gli stati americani colpiti dal disastro e il governo federale di Washington hanno raggiunto un'ipotesi di accordo con la BP riguardo ai danni ambientali provocati dall'incidente del 2010. In base a questo accordo, la BP dovrà risarcire circa 18,7 miliardi di dollari nell'arco di 18 anni.
L'aggiornamento degli articoli si ferma al 7 maggio 2010.