La guerra psicologica consiste nell'uso pianificato della propaganda e di altre azioni psicologiche allo scopo principale di influenzare opinioni, emozioni, sentimenti, atteggiamenti e comportamenti di settori specifici di una popolazione, o di essa nella sua interezza, in modo tale da favorire il raggiungimento degli obiettivi nazionali, politici e militari.
Tale conflitto può avere luogo all'interno di contesti di guerra informativa, o dell'informazione, qualora la diffusione strategica di contenuti persuasivi e ingannevoli al pubblico costituisca l'elemento cardine della campagna militare.
La guerra psicologica ha radici antiche e si intreccia profondamente con le prime campagne d'intelligence della storia, concentrandosi sull'intimidazione, sull'inganno e sulla demoralizzazione del nemico. Il cavallo di Troia costituisce uno dei primi archetipi letterari e mitologici dell'inganno psicologico su vasta scala. Nel suo trattato Buke Myomokusho, lo storico militare Hanawa Hokinoichi descrisse le tattiche dei ninja giapponesi, i quali «viaggiavano in incognito in altri territori per giudicare la situazione del nemico, attraversando la loro strada in mezzo ad esso per scoprirne le lacune», un'anticipazione della ricerca di quelle che nella moderna dottrina strategica vengono definite "vulnerabilità".

Nel XX secolo, l'impiego della guerra psicologica assunse una dimensione industriale. Durante la prima guerra mondiale, il volo su Vienna dell'agosto 1918 condotto da Gabriele D'Annunzio rappresentò un'innovativa operazione psicologica, tradottasi nel lancio di migliaia di volantini tricolori per esortare la popolazione alla resa pacifica ed evidenziare la vulnerabilità del fronte interno asburgico.

Durante la Seconda guerra mondiale, la guerra psicologica divenne una componente integrata della dottrina militare. Gli Alleati costituirono il Psychological Warfare Branch (PWB), un organismo anglo-americano specificamente incaricato di fiaccare il morale delle truppe dell'Asse e di controllare l'informazione tramite censura, stampa e stazioni radio, nei territori progressivamente liberati. Le forze britanniche svilupparono inoltre complesse tecniche di inganno strategico o deception militare, come nel caso della colossale Operazione Fortitude, orchestrata per ingannare l'Alto Comando tedesco sul reale punto di sbarco in Normandia impiegando blindati gonfiabili, intenso traffico radio simulato e falsi informatori.
Con l'inizio della Guerra fredda, la guerra psicologica divenne il terreno principale dello scontro ideologico tra il blocco occidentale e l'Unione Sovietica. In questo periodo dilagarono i timori verso l'impiego di tecniche di manipolazione estrema della mente e di lavaggio del cervello sui prigionieri. Entrambi gli schieramenti ampliarono la ricerca in ambito psicologico: la CIA portò avanti controversi programmi segreti per l'impiego di droghe e procedure per il controllo del comportamento come il progetto MKULTRA, mentre servizi segreti come il KGB svilupparono la sofisticata dottrina delle cosiddette "misure attive" ((in russo aktivnye meropriyatiya), una vasta opera di disinformazione, contraffazione documentale e propaganda tesa a destabilizzare l'opinione pubblica dei paesi della NATO.
Lo strumento principale della guerra psicologica è la propaganda, che sia per convenzione accademica che per dottrina militare viene suddivisa in tre categorie fondamentali, determinate dal grado di trasparenza della fonte e dall'intento manipolatorio:
I moderni assetti militari che traducono in pratica la guerra psicologica vengono definiti "operazioni psicologiche" (o PSYOPS, dal termine inglese psychological operations). Esse rappresentano un complesso di attività impiegate mediante l'uso programmato della comunicazione pubblica e clandestina, dirette verso gruppi bersaglio precisi – siano essi amici, neutrali o ostili – per condizionarne l'atteggiamento decisionale durante periodi di crisi, pace o guerra.
Dal momento che tenta di alterare la volontà di chi la subisce limitando l'uso della cinetica e delle armi tradizionali, la guerra psicologica è parimenti assimilabile alla più ampia categoria della guerra non convenzionale. Tra i fondamenti delle odierne tattiche strategiche figura la "Battaglia della Narrazione" (Battle of the Narrative). Questa è concepita come una contesa pura nella dimensione cognitiva del teatro informativo. Così come un conflitto armato prevede la conquista di domini fisici, la capacità di predeterminare lo scopo e le percezioni del conflitto affinché combacino con le proprie visioni nazionali garantisce il successo politico e psicologico finale dell'operazione.
Negli anni 2000, la diffusione di Internet, le costanti implementazioni nell'intelligenza artificiale, le ricerche sulle neuroscienze e la presenza massiva dei social network nella vita civile hanno convertito i vecchi concetti di guerra psicologica in una più profonda e pervasiva guerra cognitiva.
La guerra cognitiva, descritta oggi come l'avanguardia della moderna guerra ibrida, è costituita da attacchi informativi, inquinamento algoritmico e disinformazione persistente. Essa differisce dalla semplice propaganda psicologica perché il suo campo di battaglia non è il controllo dei mezzi di informazione, ma la mente e la capacità cognitiva umana. Conducendo simili attacchi tramite attori, campagne cyber, bot e reti di influencer, un avversario può provocare un tracollo della stabilità democratica innescando violente polarizzazioni, indebolendo la coesione comunitaria e inducendo persino disorientamento cognitivo degli individui e della collettività.
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