
La Silva Ciminia (in italiano Selva Cimina o Selva Ciminia) era la fascia boscosa che in antico copriva i Monti Cimini e le loro pendici, nell'Etruria meridionale interna. Si estendeva fra il comprensorio di Sutrium e Nepet, a sud, e i centri dell'Etruria interna, separando inoltre l'entroterra tarquiniese dall'agro falisco.
La selva deve la sua notorietà al racconto di Tito Livio, che la descrive come più impervia e spaventosa dei boschi della Germania e mai attraversata prima, neppure dai mercanti, e la pone al centro dell'episodio dell'attraversamento compiuto nel 310 a.C. dal console Quinto Fabio Massimo Rulliano. La critica moderna considera esagerata questa immagine e vi riconosce un dispositivo narrativo: la ricerca archeologica e topografica ha ricostruito una fascia boscosa reale e scarsamente insediata, con funzione di frontiera, ma attraversata da percorsi obbligati e sfruttata economicamente dalle comunità circostanti.
Il nome deriva da quello dei Monti Cimini e del lago Cimino, l'odierno lago di Vico. Le fonti antiche conoscono, oltre alla silva, il lacus, il mons e il saltus Ciminius, e ricordano una porta Ciminia a Falerii Novi. Floro usa la forma Ciminius saltus, mentre Livio alterna silva Ciminia, saltus Ciminius e iuga Ciminii montis.
Lago e monte compaiono già nella poesia di età augustea: Virgilio li ricorda nell'Eneide con l'espressione Cimini cum monte lacum, e Silio Italico li menziona nei Punica.
Nella letteratura moderna la forma latina oscilla fra Silva Ciminia e Silva Cimina, e in italiano fra Selva Ciminia e Selva Cimina.
Il comprensorio corrisponde all'apparato vulcanico cimino, che comprende due sistemi distinti. A nord si trova il vulcano Cimino, il più antico, che culmina nel Monte Cimino (1053 m s.l.m.), punto più elevato dell'Etruria meridionale, circondato dai rilievi minori della Pallanzana (802 m), del San Valentino (714 m), del Montalto (770 m) e del Motterone (765 m). A sud si trova il vulcano di Vico, del quale è ancora evidente la cinta craterica: la dorsale che da poggio Nibbio raggiunge il Monte Fogliano racchiude il Monte Venere e il bacino del lago di Vico, ridotto a circa 12 km² dal parziale prosciugamento cinquecentesco, ottenuto con un emissario artificiale immesso nel rio Vicano.
Il limite settentrionale del massiccio è segnato dall'ampia valle del torrente Vezza; le pendici nord, profondamente solcate da numerosi fossi, sono interessate da estesi fenomeni franosi, come nella Selva di Malano, e da affioramenti di ignimbriti, il cosiddetto peperino tipico.
Fra i rilievi e il Tevere si stendono ampi tavolati di tufo, solcati da un gran numero di corsi d'acqua; alle pendici sud-orientali dei rilievi, nei territori di Caprarola, Ronciglione e Sutri, si trovano numerose sorgenti, alcune minerali, che alimentano gli immissari del Treja.
La definizione dell'estensione antica della selva è oggetto di discussione. All'inquadramento tradizionale, che la circoscrive ai rilievi cimini e alle loro pendici, si è affiancata la proposta di un'estensione assai più ampia, avanzata da Gianfranco Gazzetti nel 1990 e sviluppata in forma più organica da Enrico Angelo Stanco nel 1996.
Stanco muove dalla legenda Lacus et mons Ciminus che compare nella Tabula Peutingeriana fra la strada Aquae Apollinares-Tarquinii e quella Tarquinii-Aquae Tauri: una posizione che, a suo avviso, esclude l'identificazione con l'area del Monte Cimino e del lago di Vico. Propone perciò di leggere Lucus et Mons Ciminus e di riconoscervi una stazione stradale nel massiccio tolfetano, in relazione con il toponimo moderno Torcimina e forse con il santuario ellenistico di Grasceta dei Cavallari; ne deduce che il nome dovesse coprire l'intera fascia boscosa dell'Etruria centro-meridionale e ipotizza l'esistenza di una seconda via Cimina in quell'area.
L'ipotesi, secondo la quale la selva si sarebbe originariamente estesa dai rilievi del lago di Vico fin quasi alla costa tirrenica, è stata accolta da Alessandro Naso e da Lucio Giuseppe Perego. Perego, in particolare, richiama il medesimo toponimo Torcimina alle estreme propaggini del complesso tolfetano e vi riconosce un indizio dell'estensione della foresta fino alla bassa valle del Mignone. Le due posizioni traggono dunque conclusioni diverse dal medesimo elemento, un toponimo moderno, e non costituiscono riscontri indipendenti.
La trattazione più recente dedicata all'organizzazione del territorio dei Monti della Tolfa non fa ricorso alla copertura forestale fra i fattori esplicativi del popolamento dell'area, che spiega con le risorse metallifere e alunitifere e con le dinamiche di frontiera fra Caere e Tarquinia. Sul piano metodologico è stata inoltre richiamata la cautela necessaria nel definire i confini antichi sulla sola base delle formazioni geografiche del paesaggio.
Le ricostruzioni moderne descrivono per i rilievi vulcanici del Lazio settentrionale, al di sopra dei 500 metri, boschi cedui e faggete, che dovevano costituire la riserva di legname dei centri della valle tiberina. Le sequenze polliniche dei laghi craterici del distretto, e in particolare quella del lago di Vico, sono state oggetto di studi specifici, i cui risultati non sono qui utilizzati. Sulla vetta del Monte Cimino sopravvive una faggeta relitta, rara a quote così basse nell'Italia centrale, mentre le pendici sono oggi ampiamente occupate da castagneti e le basse pendici da colture di vite, olivo e nocciolo.
Il passo di riferimento è l'apertura di Livio IX, 36, dove la selva è detta più impervia e orrenda di quanto fossero apparsi di recente i boschi della Germania, non frequentata fino ad allora neppure dai mercanti, e tale che quasi nessuno osava entrarvi oltre al comandante stesso, perché negli altri non si era ancora spenta la memoria della disfatta delle Forche Caudine.
Sul piano letterario l'episodio è stato letto come una vera e propria peripezia, costruita fin dalle frasi introduttive: il richiamo ai Germanici saltus, anacronistico rispetto al IV secolo a.C., e quello alla disfatta di Caudio caricano l'impresa di un valore simbolico, che si traduce nell'investitura di Fabio Rulliano sulle questioni etrusche.
L'affermazione assoluta è propria del solo Livio. Frontino, che presenta la ricognizione come un caso esemplare di esplorazione militare e chiama l'esploratore Fabio Cesone, si limita infatti a osservare che la selva non era stata prima affrontata dall'esercito romano. L'episodio è ricordato anche da Floro. Diodoro Siculo conserva una tradizione parallela e in parte divergente, nella quale i Romani si assicurano il controllo dei valichi cimini con la presa di due fortezze denominate Kastola e Kaprion.
Altre notizie antiche riguardano il comprensorio nel suo insieme. Plinio il Vecchio riferisce la credenza secondo cui in quest'area gli oggetti conficcati nel terreno non possono essere estratti, credenza collegata alla leggenda eziologica del lago Cimino, che Servio attribuisce a Ercole e alla sbarra di ferro da lui conficcata e ritratta.
Un documento epigrafico conserva inoltre il nome di un ager Ciminius. Il frammento CIL VI 31619, noto dal XVI secolo e composto in origine di tre pezzi, di cui sopravvive soltanto uno, murato nel cortile di Palazzo Medici Riccardi a Firenze, ricorda un [---]elius Lartis f. che avrebbe venduto o appaltato l'ager Ciminius, costituendo con il ricavato vectigalia per una somma di 403.625 assi di aes grave. Secondo l'editrice del testo l'espressione potrebbe sottolineare il passaggio sotto il controllo romano di un'area prima occupata dalla selva, che i Romani trasformarono organizzandone sistematicamente lo sfruttamento; il territorio ciminio sarebbe quello che si estendeva ai piedi del monte e ai lati della via omonima. L'operazione andrebbe riferita alla fase successiva alla penetrazione romana a nord dei Cimini, sulla base della venditio quaestoria, attestata fra IV e III secolo a.C., e del computo in aes grave, forma della prima monetazione romana in bronzo fra la fine del IV e il III secolo. L'iscrizione risale però agli inizi del I secolo d.C. e va probabilmente intesa come un elogium redatto a secoli di distanza dai fatti che ricorda, sul modello degli elogia augustei e in analogia con la serie degli elogia degli Spurinnae di Tarquinia.
È stato osservato che ogni informazione romana sull'area del mons Ciminius debba risalire a Fabio Pittore, la cui opera era nota a Servio, e derivare da racconti raccolti sul posto dal fratello del console durante la ricognizione del 310 a.C.: secondo Livio egli era stato allevato a Caere, vi aveva appreso le lettere etrusche e conosceva bene la lingua. La circostanza che i Fabii facessero risalire la propria discendenza a Ercole spiegherebbe l'interesse della famiglia per una tradizione erculea locale.
Se la ricostruzione è corretta, il racconto liviano della selva impenetrabile e la leggenda eziologica del lago provengono dal medesimo canale, la memoria familiare dei Fabii. In questa prospettiva è stato ritenuto che Livio abbia notevolmente amplificato l'impresa, ma che il nucleo del racconto affondi in una tradizione orale, verosimilmente giunta a Fabio Pittore di prima mano.
L'inattendibilità dell'immagine liviana è stata rilevata precocemente. Già nella prima metà dell'Ottocento Niebuhr contestava l'affermazione di Livio, ma proponeva che il rilievo fosse stato lasciato allo stato selvaggio per accordo reciproco, in modo da servire da frontiera naturale fra Lazio ed Etruria; Thomas Arnold osservava a sua volta che il gruppo montuoso non poteva costituire una barriera invalicabile, dal momento che fra le creste si aprono profonde depressioni e che la spalla meridionale, attraversata dalla successiva via Cassia, si eleva in modo appena percettibile: la difficoltà stava nella densità del bosco, non nella quota.
Nella stessa direzione andavano il Dictionary of Greek and Roman Geography, secondo cui era impossibile che la selva non fosse percorsa da mercanti e viaggiatori, oltre che dagli eserciti etruschi diretti su Sutrium, e George Dennis, che giudicava impossibile credere che la foresta fosse del tutto priva di sentieri.
La storiografia del Novecento ha ripreso e articolato l'argomento. Gaetano De Sanctis riteneva impossibile che non esistessero relazioni commerciali fra Roma e le città al di là della selva, e che gli Etruschi sudditi di Roma quali erano i Ceriti ne ignorassero i passi; Marta Sordi ha inoltre osservato che per raggiungere Camerinum non era necessario attraversare la selva, il che rende arbitrario il collegamento abitualmente istituito fra l'attraversamento e la missione diplomatica presso gli Umbri.
Sul versante archeologico, l'estensione della superficie boschiva risulta già circoscritta fra VIII e VII secolo a.C. dalla posizione di Sutri, Corchiano e Vignanello, e il ruolo economico dello sfruttamento della riserva boschiva è stato riconosciuto nella ricchezza dei corredi funerari orientalizzanti e arcaici della necropoli di Vignanello, difficilmente spiegabile se non con il commercio delle risorse forestali dell'area cimina. La stessa vetta del Monte Cimino ospitava un centro fortificato e un complesso cultuale dell'età del bronzo finale, rioccupato in età arcaica e tardo etrusca.
Le operazioni che portarono all'attraversamento si collocano all'interno della guerra combattuta fra il 311 e il 308 a.C., la cui tradizione è incerta e contraddittoria, e che la critica ha ridimensionato o respinto in più occasioni. Nel 311 a.C. gli Etruschi cinsero d'assedio Sutri. Livio registra come vittoria romana l'intervento del console Emilio Barbula, ma l'esito va letto al contrario, perché l'assedio non fu tolto.
L'anno successivo il console Quinto Fabio Massimo Rulliano liberò Sutri e condusse l'esercito oltre la selva, in una ricognizione che si tradusse in razzie, contrastate senza successo da reparti etruschi, identificabili con abitanti dell'area viterbese o ferentana. Secondo Livio, cinque legati accompagnati da due tribuni della plebe raggiunsero il campo per intimare al console, a nome del senato, di non attraversare il saltus Ciminius: giunsero però quando il valico era già stato compiuto e il console era rientrato con il bottino.
L'iniziale opposizione del senato non è stata interpretata come timore della selva, ma come indizio di un contrasto politico interno a Roma fra chi sosteneva l'espansione verso settentrione e chi avrebbe preferito concentrare gli sforzi sull'Italia meridionale; l'episodio nel suo insieme presenta caratteri piuttosto leggendari. L'impresa fu voluta con forza dalla gens Fabia, che da tempo premeva per l'espansione in Etruria, e valicò una frontiera naturale rimasta intatta per secoli. L'attraversamento dei Cimini segna comunque il passaggio dei Romani a una strategia più aggressiva verso nord, e la seconda parte della spedizione ricalca un'antichissima via di transumanza, il che contribuisce a spiegare il successivo coinvolgimento degli Umbri nella penetrazione romana.
La tradizione non concorda sul luogo dello scontro successivo: Livio segue la versione che lo colloca presso Sutri, ma riferisce che altre fonti lo ponevano presso Perugia, quindi ben al di là della selva. Alla sconfitta etrusca seguirono le richieste di pace di Perugia, Cortona e Arezzo, alle quali fu concessa una tregua triennale.
Nella ricostruzione dell'organizzazione territoriale dell'Etruria meridionale il confine fra le città è stato definito più propriamente come fascia o area anziché come linea astratta, dal momento che avvicinandosi alle presunte linee di confine il tessuto insediativo si rarefà. Le fasce inabitate, attraversate ma non occupate in modo stabile, sono state riconosciute come la forma di frontiera più spontanea e più facilmente percepibile; le emergenze geografiche possono peraltro diventare confini politici senza per questo impedire il commercio e gli spostamenti, e un confine politico non coincide necessariamente con un confine etnico.
Aree marginali di questo tipo, designate come chora eremos o terra nullius, si riconoscono soprattutto in rilievi coperti di bosco o spogli e in zone paludose: terre prive di assetto urbano, delle quali le comunità vicine disponevano liberamente per la caccia, per la pesca e per il pascolo. La Silva Ciminia ne costituisce l'esempio più notevole. Il bosco non copriva soltanto i rilievi ma scendeva almeno lungo le pendici, e faceva da schermo al fianco orientale del territorio tarquiniese: di qui il peso strategico dei due varchi presidiati da Sutri e Nepi, che Livio chiama claustra Etruriae.
Non si deve però immaginare una barriera uniforme e compatta. Per molto tempo la selva rallentò la spinta romana verso nord e nello stesso tempo divise il territorio etrusco dall'agro falisco: è quindi il caso di una chora eremos frapposta fra due realtà che non erano in conflitto, ma anzi intrattenevano solidi legami politici e commerciali. Gli altri settori spopolati e coperti di bosco del confine meridionale tarquiniese, dalle alture che chiudono a nord il lago di Bracciano al bacino del Mignone e al versante nord dei Monti della Tolfa, erano anch'essi percorsi soltanto qua e là da poche vie di transito e presidiati quasi unicamente da piccoli castella militari. Il presidio romano sul fianco meridionale dei rilievi, garantito da Sutri e da Nepi, pesava del resto sui rapporti fra Tarquiniesi e Falisci, che in quegli stessi anni stringevano un'alleanza fondata su stretti rapporti commerciali. La povertà di testimonianze archeologiche tardo-classiche ed ellenistiche nella fascia che dalle pendici dei Cimini arriva a Sutri e alla sponda settentrionale del lago di Bracciano è stata messa in relazione con l'estensione antica delle aree boschive.
I pochi insediamenti noti in questa fascia si configurano come castella a guardia di posizioni strategiche: il meglio conosciuto è il Castellaccio di Caporipa, tre chilometri a sud-ovest di Sutri, posto a guardia della via trasversale che saliva da Blera e da San Giuliano verso l'agro falisco. Da lì si teneva d'occhio anche la Valle Mazzano, unico passaggio praticabile oltre alla gola che la Cassia segue oggi verso Capranica, e uno dei pochi accessi naturali all'interno del territorio tarquiniese lungo il bordo del massiccio e della sua copertura forestale. È stato osservato che i Monti della Tolfa, i Sabatini e i Cimini apparentemente non furono fortificati, forse perché ritenuti un ostacolo di per sé sufficiente, mentre gli avamposti militari minori si concentrano nell'alta valle del Mignone, lungo la zona di più agevole passaggio. Sulla linea di frontiera è stata inoltre ipotizzata l'esistenza di aree di culto.
La copertura boscosa non impediva il transito ma lo canalizzava lungo percorsi obbligati: uno di questi valicava i rilievi in corrispondenza di Monte Rovello, come attesta l'area sacra presso la sorgente di Ripa della Fonte, frequentata con sicurezza fra il VII e il III secolo a.C. e con probabili precedenti nel bronzo finale.
Per la definizione delle zone di confine dell'Etruria meridionale sono state proposte, in alternativa alla nozione di linea, quelle di "ambiti di convivenza" e di central-places mancati; è stato inoltre osservato che sistemi articolati di difesa territoriale non si riscontrano prima del IV secolo a.C., essendo assai rari i siti artificialmente fortificati.
Il percorso che attraversava la selva fra Capranica e Vetralla, poi ricalcato dalla via Cassia romana, aveva come alternativa l'itinerario da sud-est a nord-ovest che passava per la strettoia della valle del Biedano fra Barbarano Romano e Blera, che la via Clodia avrebbe poi ricalcato, con l'insediamento di Alteto a guardia. Dal lato nord i rilievi erano valicati in direzione sud-est da tracciati che mettevano in contatto il comprensorio con l'agro falisco e che in età romana sembrano corrispondere ai rami secondari della via Ferentiensis, staccati presso Vitorchiano e presso Monte Casoli; un altro percorso antico saliva da Vignanello e si è conservato nella strada per Bassano e Soriano, che a lungo fece da tramite fra la parte settentrionale dell'agro falisco e il corso del Tevere. I centri di Monte Casoli e di Pianmiano tenevano sotto osservazione le falde del rilievo e rendevano più oneroso sia il valico sia il giro attorno alla barriera montuosa.
Il nome dei Cimini è rimasto legato a una via Cimina, attestata da fonti epigrafiche dall'età traianea al III secolo d.C. e ricordata nelle appendici dei cataloghi regionari di Roma di età post-dioclezianea. Il tracciato certo si distaccava dall'odierna via Cassia presso il lago di Monterosi e, passando sui Cimini a est del lago di Vico, si ricongiungeva alla strada principale presso Viterbo.
In età medievale il percorso, alternativo alla Cassia fra Sutri e Viterbo, conobbe una nuova fortuna e nel XIII secolo divenne l'itinerario preferenziale per raggiungere Roma da nord; il suo nome mutò poi in Strada Romana e quindi Strada della Montagna. Lungo il tracciato il monastero cistercense di San Martino al Cimino costituì un punto di riferimento per i viaggiatori nell'attraversamento della selva, e sorsero strutture di servizio come l'ospedale trecentesco di Maestro Fardo e la stazione di posta di Poggio Nibbio. Il percorso fu progressivamente abbandonato dopo il 1641 e definitivamente nel 1775, con la risistemazione voluta da Pio VI del collegamento Monterosi-Vetralla-Viterbo.
La cronologia della contrazione della copertura boschiva è discussa. Secondo un'impostazione risalente alle ricerche di geografia storica degli anni sessanta del Novecento, il disboscamento agrario sarebbe iniziato in età romana, a partire dalle fasce fiancheggianti le strade consolari, con un aumento dei sedimenti organici e una diffusa erosione già nel III secolo a.C. Una lettura diversa ritiene invece che in Etruria meridionale l'attività di disboscamento sia stata ben regolata fino all'età romana e che la diminuzione delle aree boschive, con la conseguente erosione diffusa, sarebbe cominciata soltanto in età altomedievale, quando venne meno il controllo del territorio.
Nel resoconto del suo passaggio sui Cimini, pubblicato nel 1848, George Dennis descrisse i boschi densi e screziati che rivestivano le pendici del monte come ancora, al pari che nell'antichità, il terrore del Romano, e osservò che con le loro querce e i loro castagni maestosi rivendicavano l'antica fama; concluse citando l'egloga virgiliana con il gioco di parole silvae sunt consule dignae, boschi degni di un console.