Giuseppe (patriarca)

San Giuseppe
Giacobbe benedice i figli di Giuseppe (col turbante) e Asenat. Dipinto di Rembrandt del 1656
 

Patriarca

 
Venerato daChiesa cattolica chiesa ortodossa ebraismo
Ricorrenza4 settembre

Giuseppe (in ebraico יוֹסֵף‎?, Yohsèf, forma abbreviata di Yohsifyàh che significa "Yahvè aggiunga") è un patriarca ebraico presente nell'Antico Testamento.

Undicesimo figlio di Giacobbe e primo figlio di Rachele, sposò Asenat, da cui ebbe Manasse ed Efraim, dai quali discenderebbero le due omonime tribù ebraiche che fanno parte delle dodici tribù di Israele.

Personaggio biblico

La storia di Giuseppe occupa l'ultima parte del libro della Genesi, dal capitolo 37 al capitolo 50.

Giuseppe venduto dai fratelli. Opera di Antonio del Castillo (XVII secolo).

Giuseppe era il figlio prediletto di Giacobbe, che gli riserbò una vita lontano dal lavoro nei campi e dedita all'istruzione. Dio lo aveva dotato del dono di interpretare i sogni; uno di questi riguardava i suoi fratelli maggiori, i cui covoni si erano prostrati davanti al covone di grano di Giuseppe. I dieci fratelli maggiori - ad eccezione di Ruben che tenterà di salvarlo - gelosi di Giuseppe a causa della predilezione del padre, secondo Gen37,12-36; 39,1-2, decidono di gettarlo vivo in una cisterna vuota e di venderlo poi come schiavo a una carovana di Ismaeliti che, giunti in Egitto, a loro volta lo vendono a un egiziano (identificato in Potifarre da un'inserzione redazionale successiva); secondo un'altra tradizione, fusa negli stessi passi biblici, Giuseppe è invece tolto dalla cisterna da dei mercanti Madianiti che lo conducono in Egitto per poi venderlo a Potifarre, il capo delle guardie del Faraone. I fratelli fecero credere al padre che Giuseppe era stato ucciso dai lupi.

In Egitto, Giuseppe spicca nel suo servizio e acquista la fiducia di Potifarre, che gli affida il governo sulla sua casa. Accade però che la moglie di Potifarre s'innamora di Giuseppe e cerca invano di sedurlo, pronta a tradire il marito. Dinanzi al rifiuto perentorio di Giuseppe, la donna, per vendetta, non esita a denunciarlo ingiustamente presso il marito, e Giuseppe viene imprigionato. In prigione, interpreta i sogni del coppiere e del panettiere del Faraone, preannunciando al primo la liberazione e il ritorno alla corte e al secondo la condanna a morte.

Giuseppe interpreta i sogni del Faraone, dipinto di scuola veneziana del '600

Dopo due anni, il Faraone - identificato erroneamente nel testo biblico come Ramses , in vece di Akhenaton - essendo tormentato da un sogno ricorrente a cui nessuno dei suoi indovini riusciva a dare una spiegazione, su suggerimento del coppiere, fa liberare Giuseppe affinché dia la sua interpretazione. Il sogno riguardava sette mucche grasse divorate da sette mucche magre e sette spighe rigonfie di chicchi mangiate da sette spighe arse e rinsecchite. Interpretando il sogno con l'aiuto di Dio, Giuseppe predice al Faraone sette anni di grande abbondanza per l'Egitto, cui faranno seguito sette anni di carestia e suggerisce al Faraone di fare riserva di un quinto del grano durante il periodo dell'abbondanza, riponendolo in granai per poi poterlo utilizzare nel tempo della carestia. L'episodio delle vacche grasse e magre e' in relazione con quello delle piaghe d'Egitto.

Il Faraone, colpito dall'intelligenza e dall'abilità di Giuseppe, ripone in lui la sua fiducia e lo nomina visir d'Egitto, secondo solo al Faraone, affinché realizzi quanto aveva suggerito. Secondo quindi il racconto biblico Giuseppe è elevato alla più alta carica in Egitto e riceve dallo stesso Faraone il nome di Safnat-Panèach («Dio dice: egli è vivente»), benché tale nome, così come quello della moglie Asenat («Appartenente alla dea Neit»), non è attestato in alcun documento egizio delle dinastie XX-XXI. Giuseppe sposa quindi Asenat, la nipote di Potifarre, dalla quale nascono i figli Efraim e Manasse.

Durante i sette anni di carestia, i fratelli di Giuseppe, che vivevano ancora a Canaan insieme al padre Giacobbe, per ordine di quest'ultimo si recano in Egitto per acquistare del grano e s'inginocchiano come servi davanti a lui, senza riconoscerlo. Giuseppe si fa raccontare dai fratelli chi siano e quale sia la loro storia. A questo punto, Giuseppe mette alla prova i fratelli: dopo averli accusati di essere spie, fa arrestare uno di essi e manda i restanti a prendere Beniamino, volendolo incontrare. La pena per l'eventuale mancato incontro sarebbe stato l'arresto definitivo del fratello e la mancata consegna del grano. Ritornati a Canaan, i fratelli riferiscono al padre quanto ordinato dal vice-re. Giacobbe, nel timore di perdere un altro figlio, si rifiuta di inviare Beniamino in Egitto ma, a causa della carestia opprimente, decide infine di mandarlo. Giuseppe quindi incontra Beniamino. Fa mettere di nascosto la sua coppa d'argento nel sacco di grano di Beniamino e fa nuovamente arrestare i fratelli. Giuda allora implora Giuseppe di risparmiarlo per non causare altro dolore al padre, offrendosi lui come schiavo al posto di Beniamino. A queste parole, Giuseppe scoppia in pianto, si fa riconoscere e decide di non vendicarsi del male ricevuto dai fratelli, perdonandoli.

Giuseppe si fa riconoscere dai fratelli (1657) di Pier Francesco Mola, alla Galleria di Alessandro VII (Sala Gialla), del Palazzo del Quirinale, a Roma.

Essendo al secondo anno di carestia, Giuseppe invia allora i fratelli dal padre per riferirgli di essere vivo, di avere potere sull'Egitto e di stabilirsi insieme a tutta la tribù in Egitto. Giuseppe quindi si ricongiunge col padre e lo fa stabilire in Egitto sotto il benestare del Faraone, che dispone di allocare gli israeliti presso la terra di Gosen. La carestia intanto si è inasprita e gli israeliti chiedono a Giuseppe il pane; quest'ultimo glielo concede in cambio del loro bestiame e dei loro terreni affinché diventino di proprietà del Faraone. Trascorsi diciassette anni, Giacobbe muore dopo aver benedetto i suoi figli e i figli di Giuseppe, Efraim e Manasse, e fatto giurare a quest'ultimo di seppellirlo a Canaan insieme ai suoi padri. Giuseppe quindi ottiene dal Faraone il permesso di andare a seppellire il padre insieme a tutte le tribù, lasciando in Egitto i figli e il bestiame. Dopo la sepoltura, essi tornano in Egitto.

Giuseppe muore all'età di 110 anni. Prima di morire, predice agli Israeliti che Dio li avrebbe condotti nella terra promessa e gli fa giurare di portare le sue spoglie con sé e di seppellirle nella terra di Canaan. Ciò avverrà in seguito all'esodo, quando gli ebrei guidati da Mosè porteranno con sé anche le ossa del patriarca e le seppelliranno presso Sichem.

Giuseppe nella Torah orale

La Torah orale narra:

Lo stesso argomento in dettaglio: Dina (Bibbia), Levi (Bibbia) e Simeone (tribù).

Benedizioni per Yosef e la sua discendenza

Lo stesso argomento in dettaglio: Efraim, Havdalah, Manasse (patriarca) e Parashah.

Per quanto concerne Giacobbe, importante il momento in cui Giuseppe porta i propri due figli a lui dinanzi per la Benedizione (cfr Vayechi)

Benedizione del padre Giacobbe

« Giuseppe è un albero fruttifero, un albero fruttifero presso una sorgente d'acqua le cui propaggini salgono sul muro. Gli arcieri lo hanno amareggiato, bersagliato, avversato. Ma il suo arco ha resistito saldo, le sue forti mani sono state agili per opera del protettore di Giacobbe, di Colui che è il pastore, la rocca d'Israele, dell'Iddio di tuo padre che ti aiuterà, dell'Onnipotente che ti benedirà con benedizioni provenienti dal cielo dall'alto, benedizioni dall'abisso che giace nel basso, benedizioni dalle mammelle e dalla matrice. Le benedizioni di tuo padre sono superiori a quelle dei miei genitori, si estendono fino agli estremi limiti delle altitudini del mondo; poseranno sul capo di Giuseppe, sulla testa di lui, distinto fra i suoi fratelli »  (Genesi 49.22-26, su laparola.net.)

Benedizione di Mosè

« ... La sua terra è benedetta dal Signore con il prezioso dono del cielo, la rugiada, e con l'acqua che scorre al di sotto della terra, con il prezioso dono delle messi al sole e di quelle che ogni mese germogliano, con il dono prezioso dei prodotti degli antichi monti e con quelli delle eterne colline, con il prezioso dono della terra e di quanto essa contiene e con il gradimento di Colui che stette nel roveto ardente. Venga questa benedizione sul capo di Giuseppe e sul collo di colui che eccelse sui suoi fratelli. Egli ha lo splendore di un toro primogenito e corna di Reem; con esse, che sono le decine di migliaia di Efraim e le migliaia di Menasse, cozzerà insieme i popoli stanziati fino nelle parti più lontane del paese »  (Deuteronomio 33.13-17, su laparola.net.)

Tradizione coranica

Il Corano cita Giuseppe (Yūsuf) come un grande profeta. Il Corano riprende la genealogia della Genesi: figlio di Yaʿqūb (Giacobbe), nipote di Isḥāq (Isacco) e pronipote di Ibrāhīm (Abramo). La dodicesima sūra porta il suo nome e racconta la sua storia in una tradizione che differisce talvolta da quella della Genesi.

«Quando Giuseppe disse a suo padre: «O padre mio, ho visto in sogno undici stelle il sole e la luna. Li ho visti prosternarsi davanti a me», disse: «O figlio mio, non raccontare questo sogno ai tuoi fratelli, ché certamente tramerebbero contro di te! In verità Satana è per l'uomo un nemico evidente. Ti sceglierà così il tuo Signore e ti insegnerà l'interpretazione dei sogni e completerà la Sua grazia su di te e sulla famiglia di Giacobbe, come già prima di te la completò sui tuoi due avi Abramo e Isacco. In verità il tuo Signore è sapiente e saggio». Certamente in Giuseppe e nei suoi fratelli ci sono segni per coloro che interrogano. 8 Quando essi dissero: «Giuseppe e suo fratello sono più cari a nostro padre, anche se noi siamo un gruppo capace . Invero nostro padre è in palese errore. Uccidete Giuseppe, oppure abbandonatelo in qualche landa, sì che il volto di vostro padre non si rivolga ad altri che a voi, dopodiché sarete ben considerati». Uno di loro prese la parola e disse: «Non uccidete Giuseppe. Se proprio avete deciso, gettatelo piuttosto in fondo alla cisterna, ché possa ritrovarlo qualche carovana».»

La sūra, che è una delle più lunghe del Corano, continua raccontando come Giuseppe era arrivato in Egitto e come era diventato viceré dell'Egitto a motivo della sua saggezza ed intelligenza. Alla fine Giacobbe ritrova il figlio.

La storia di Giuseppe, che il Corano stesso definisce «la più bella delle storie», è contenuta in questa dodicesima Sura rivelata quasi interamente alla Mecca. Diversamente dagli altri profeti, le cui vicende sono accennate e riprese più volte nel Libro santo, alla storia di Giuseppe il Corano dedica un’intera sura, il cui svolgimento cronologico e narrativo è compiuto e non reiterato. Il Corano cita Giuseppe solo in altri due versetti: IV, 84 riferendosi della discendenza di Abramo e XL, 34 considerandolo un messaggero di Allah al popolo d’Egitto.

Giuseppe rappresenta un fulgido esempio delle virtù che la fede suscita nel credente: la purezza che desta l’invidia, la castità che suscita il disappunto, la lealtà che non viene riconosciuta, il coraggio di fronte all’ingiustizia, la sopportazione delle difficoltà e la coerenza personale (negli anni del carcere), l’intelligenza e l’equilibrio (nella gestione della sua liberazione e riabilitazione), la chiaroveggenza e l’accortezza (nella funzione pubblica), la grandezza d’animo e la misericordia (nei confronti dei fratelli), la pietà filiale.

Per quanto riguarda il rango di Giuseppe, allorquando fu chiesto all’Inviato di Allah: «Chi è stato il migliore degli uomini?», egli rispose: «Il migliore degli uomini è stato Giuseppe, figlio del Profeta di Allah [Giacobbe], nipote del Profeta di Allah [Isacco], pronipote dell’Amico di Allah [Abramo]» (lo ha trasmesso al Bukhâri).

L’esegesi afferma che la rivelazione della Sura fu occasionata dalle domande di alcuni meccani idolatri i quali, su istigazione dei rabbini, cercarono di mettere in difficoltà l’Inviato di Allah chiedendogli di spiegare perché Giacobbe e la sua famiglia si stabilirono in Egitto.

Racconti apocrifi

Le vicende di Giuseppe sono oggetto di uno degli apocrifi dell'Antico Testamento, il Libro di Giuseppe e Aseneth.

Filmografia

Note

  1. ↑ Secondo un'altra variante ancora, dovuta sempre all'intreccio delle due tradizioni elohista e jahvista, nel v. 28 i Madianiti lo venderanno, per 20 sicli d'argento, prima ai mercanti ismaeliti, che lo cederanno poi a Potifarre (cfr. studiosi cristiani in nota successiva).
  2. ↑ Precisano gli esegeti dell'École biblique et archéologique française (curatori della Bibbia di Gerusalemme) come in «Gen37,12-36 si intravedono qui elementi di due tradizioni, elohista e jahvista, che sono state fuse, e la loro duplicità appare soprattutto nella parte finale (vv 18s). Secondo la prima, i figli di “Giacobbe” vogliono uccidere Giuseppe; e Ruben ottiene che lo si getti solo in una cisterna, da dove spera di riprenderlo; ma mercanti Madianiti, passando all'insaputa dei fratelli, prendono Giuseppe e lo portano in Egitto. Per la seconda, i figli di “Israele” vogliono uccidere Giuseppe, ma Giuda propone loro di venderlo piuttosto a una carovana di Ismaeliti in cammino verso l'Egitto»; anche gli studiosi dell'interconfessionale Bibbia TOB ritengono che «il testo attuale non si spiega se non ammettendo la fusione insieme di due tradizioni. In una (“jahvista”), Giuda salva il ragazzo facendolo vendere a una carovana di Ismaeliti; nell'altra («elohista»), Ruben ottiene di farlo deporre in una cisterna vuota per poi liberarlo; ma, prima che potesse farlo, alcuni Madianiti lo portano via e Ruben lo crede morto (v. 30; cf 42,22)», mentre «la fine del versetto [28] è un’armonizzazione redazionale, poiché, secondo il v. 36, i Madianiti vendettero Giuseppe direttamente in Egitto» e, in merito a Potifarre, precisano ancora gli stessi studiosi che «Il v. 1 [c. 39] è composito e identifica l'egiziano sposato che aveva comprato Giuseppe dalle mani degli Ismaeliti (racconto «jahvista») con l'eunuco Potifar, che l'aveva invece comprato dai Madianiti (racconto «elohista»). I redattori che unirono insieme le due tradizioni, videro in questo ricco egiziano e nel grande maggiordomo (presso cui erano imprigionati il gran coppiere e il gran panettiere, cf 40,3 «elohista») un unico personaggio. Gli stessi hanno identificato il maggiordomo con il comandante della fortezza dove Giuseppe e gli altri due funzionari finirono prigionieri (cf i doppioni 39,3.23; 39,4b.6). Il resto del brano è “jahvista”, mentre gli esegeti del "Nuovo Grande Commentario Biblico" confermano come «"la narrazione ritorna sugli Ismaeliti di 37,29, che ora vendono Giuseppe a un anonimo egiziano. Un'inserzione redazionale lo identifica con Potifar menzionato in 37,36, che è “sovrintendente” o comandante delle guardie, per il quale Giuseppe lavora in prigione» (Bibbia di Gerusalemme, EDB, 2011, pp. 96-97, ISBN 978-88-10-82031-5; Bibbia TOB, Elle Di Ci Leumann, 1997, pp. 102-103, 106, ISBN 88-01-10612-2; Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana, 2002, pp. 47-49, ISBN 88-399-0054-3.).
  3. ↑ Sottolinea il Nuovo Grande Commentario Biblico, in merito a Gen47: "vv. 11-12. Giuseppe appare di nuovo in azione, a sistemare la famiglia in quella che il Faraone ha chiamato «la parte migliore del paese» (v. 6), e che lo scrittore definisce «il territorio di Ramses», un evidente anacronismo, dato che la regione fino al XIII sec. non avrebbe potuto ricevere questo nome (cf. Es1,11)" e anche la Bibbia Edizioni Paoline rileva che "è un anacronismo (Ramesse II è del XIII s. a.C. mentre qui siamo forse nel s. XVI-XV) e fa capire come la storia di Giuseppe sia un ponte di comunicazione tra la vicenda patriarcale e quella dell’esodo". (Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana, 2002, p. 53, ISBN 88-399-0054-3; La Bibbia, Edizioni Paoline, 1991, p. 69, ISBN 88-215-1068-9.).
  4. ↑ Così precisano gli studiosi della École biblique et archéologique française (i curatori della Bibbia di Gerusalemme) e aggiungono come "l'autore immagina questa investitura da ciò che ha sentito dire della corte d'Egitto: Giuseppe diviene il vizir d'Egitto; senza altro superiore che il faraone, egli regge la sua casa che è la sede dell'amministrazione, detiene il sigillo regale. [...] Giuseppe è assimilato alla più alta nobiltà di Egitto. Ma questi tipi di nomi non sono attestati con le dinastie XX-XXI. Sono il prodotto dell'erudizione dell'autore". (Bibbia di Gerusalemme, EDB, 2011, p. 104, ISBN 978-88-10-82031-5. Cfr anche La Bibbia, Edizioni Paoline, 1991, p. 60, ISBN 88-215-1068-9.).
  5. ↑ Notano gli studiosi del "Nuovo Grande Commentario Biblico" che "Gen 50,25 suggerisce che il corpo di Giuseppe fu mummificato alla maniera egiziana (cf. Gen 50,2-3), ma Es13,19 e questo versetto [Gios24,32] parlano solo delle sue ossa". (Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana, 2002, p. 171, ISBN 88-399-0054-3.).
  6. ↑ Parashah Miketz
  7. ↑ ..."gravi" furono le prove per il popolo ebraico in Eretz Mitzraim, la "Terra dei limiti": la Torah orale spiega che persino i cani non abbaiarono con l'Esodo biblico degli ebrei, e questo fu prodigio di grazia divina
  8. ↑ Vi sono poi prove della lavorazione della manna nel deserto consistenti nel ritrovamento di tonde macine di pietra inoltre pare, diversamente, che là vi siano stati reperti di calamita

Riferimenti

  1. ↑ Gen37,12-36; 39,1-2, su La Parola - La Sacra Bibbia in italiano in Internet.
  2. ↑ Gen47,11-12, su laparola.net..
  3. ↑ Le Perle del Corano, a cura di Massimo Campanini.
  4. ↑ Gen41,41-57, su laparola.net..

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