Un porto franco o zona extra-doganale è un territorio dello Stato dove si ha l'esenzione dai dazi o altri tributi e imposte sull'importazione di merci.
Gli spazi terrestri compresi fra due dogane sono porti franchi; in essi talvolta sorgono dei "duty-free shop". Si distingue tra "zona franca extra-doganale" (esempi in Italia sono Livigno, e fino al 1º gennaio 2020 anche Campione d'Italia) e "zona franca di diritto comunitario" (tra cui i porti di Trieste e Venezia).
Montesquieu riteneva che i porti franchi fossero un fenomeno repubblicano, poiché i "costi della monarchia" non permettevano uno sgravio delle imposizioni.
La riflessione tardomercantilista poi riteneva che togliere la barriera daziaria non fosse sufficiente a rendere un porto franco, nonostante tutti i porti franchi abbiano come caratterista principale proprio tale barriera daziale. Per questo ritenne che nella definizione di porto franco dovesse rientrare non solo il fattore dell'economia (poiché defiscalizzazioni sono provenute anche da porti non franchi), ma anche la politica di libertà: porto franco non sarebbe libertà di importare ed esportare beni liberi da dazi, ma una gestione non militare degli affari, senza ufficiali supportati dalla forza militare, bensì rappresentanti civili che pensano secondo gli stessi interessi dei mercanti, senza intromissioni. Questa giustizia dolce garantirebbe il possesso delle merci al proprietario, e attirerebbe flotte di gente per sottrarsi da terrori e persecuzioni.
Molti governi stabiliscono zone franche in regioni appartate o estreme con il fine di attrarre capitale e promuovere lo sviluppo economico della regione. Nelle zone franche avviene solitamente la creazione di grandi centri commerciali e si installano con frequenza anche industrie di cosmetici o magazzini speciali per le merci in transito.
Nel Settecento, in Italia vennero istituiti quattro porti franchi con lo scopo di potenziare il commercio: al porto di Livorno (1676) si aggiunsero quelli di Trieste (1717), di Ancona (1732), di Civitavecchia (1748) e infine di Messina (1784). I porti franchi di Ancona e Civitavecchia si devono alla politica illuminata di papa Clemente XII.
L'analogia del nome zona franca, utilizzata peraltro anche per definire la zona extradoganale, con porto franco deriva da alcuni porti liberi conosciuti da moltissimo tempo: i porti liberi da dazi doganali o con regolamentazione dei tassi favorevoli; ad esempio, il porto franco di Trieste. Spesso i porti franchi fanno parte delle zone economiche libere.
In passato molti porti italiani godettero di franchigie doganali sulle merci transitanti per favorirne lo sviluppo economico della città portuale. Con l'Unità italiana, una legge di Stato abolì i porti franchi nel 1868, per eliminare le sperequazioni tra i cittadini italiani abitanti nelle città franche e quelli residenti fuori di esse.

La normativa statunitense esclude dall'imposizione fiscale le attività di importazione, produzione, trasporto e stoccaggio, riesportazione di prodotti realizzati entro il perimetro dell'area extra-doganale. Per le attività di stoccaggio, non sono previsti limiti temporali di permanenza.
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