
Per alleanze franco-mongole si intendono le molteplici relazioni diplomatiche intercorse nel XIII secolo tra l'Ilkhanato di Persia, retto da una dinastia mongola e parte dell'impero mongolo, e i sovrani dell'Europa occidentale, così come gli Stati crociati fondati nel Levante.
Nel XIII secolo, diversi regnanti cristiani europei tentarono di formare un'alleanza con l'impero mongolo contro il loro comune nemico, lo Stato islamico dei mamelucchi d'Egitto. Presso l'impero dei khan, dove invero vari sudditi avevano già parzialmente accettato il cristianesimo, era garantita libertà di culto e molti influenti cristiani d'Oriente convivevano presso la corte mongola. I cristiani di rito latino erano aperti all'ipotesi di un aiuto proveniente dall'Oriente poiché molti luoghi in cui era nato il cristianesimo erano ormai stati occupati dai musulmani. Per motivi diversi, i mamelucchi d'Egitto finirono per rappresentano un nemico comune per mongoli e i franchi, come erano genericamente definiti dagli arabi gli europei giunti a Oriente (Ifranj). Per un lungo lasso di tempo, si susseguirono scambi epistolari, viaggi diplomatici e scambi di doni reciproci, così come profferte di varie forme di cooperazione.
Tradizionalmente i mongoli tendevano a inquadrare gli altri popoli esclusivamente come vassalli o come nemici, riservando scarsa considerazione al concetto di alleato. Il momento in cui si sfiorò maggiormente la prospettiva di una cooperazione coincise con la costituzione di un rapporto di vassallaggio con il Principato d'Antiochia, uno degli Stati crociati. Anche le cristiane Georgia e la Cilicia armena divennero vassalle, accettando, allo stesso modo di ogni altro popolo sottomesso, di fornire supporto bellico e a partecipare alle varie campagne mongole che venivano condotte, non ultime quelle contro obiettivi musulmani.
Nel 1274 il papato convocò un concilio ecumenico a Lione, in Francia, durante il quale fu bandita una nuova crociata. Malgrado questa non avvenne mai, si sperava con questa spedizione di coinvolgere i mongoli e convincerli a battezzarsi, affermando così in maniera indiscussa l'autorità della Santa Sede a livello mondiale. Al netto di ammiccamenti e promesse più o meno vaghe di assistenza, la cooperazione franco-mongola non si tramutò mai in qualcosa di stabile, complice anche lo scarso interesse con cui i sovrani europei guardavano ormai al fenomeno delle crociate. Il periodo critico vissuto dai cristiani nel Levante culminò con l'assedio di Acri del 1291, il quale pose fine alla presenza latina nella regione; al contempo, i mongoli vivevano una fase interna travagliata e non erano più in grado di reagire efficacemente alle offensive mamelucche, le quali comportarono, tra le varie conseguenze, al definitivo allontanamento tra franchi e mongoli. Sono numerosi gli storici moderni ad aver espresso pareri sull'esatta natura dei rapporti bilaterali in esame, giungendo a conclusioni abbastanza diversificate e interrogandosi sui benefici e/o sugli svantaggi che ne sarebbero derivati.
Prima del XIII secolo non vi furono contatti diretti tra l'Europa e la Mongolia; il termine stesso "mongolo" veniva utilizzato per indicare un gruppo vasto di genti che veniva tenuto distinto da comunità turche o di altra etnia. Tali tribù irruppero nei territori stepposi eurasiatici come popolo sostanzialmente nomade e legato a convinzioni sciamaniche, benché estremamente tollerante verso altre confessioni religiose. Alla vigilia del Duecento, le informazioni disponibili provenivano solo in modo indiretto, tramite i gruppi turchi, cazari e cumani, o attraverso i mercanti lungo la via della seta, la direttrice commerciale che collegava l'Estremo Oriente al Vicino Oriente. Le reciproche conoscenze erano frammentarie e spesso mitizzate, con l'Asia interna percepita in Europa come una terra remota e semi-leggendaria. Nel Duecento la situazione venne a mutare, complice l'accresciuto interesse europeo verso la regione del Levante e le prime notizie che giungevano sulle conquiste mongole, apprese dai cristiani orientali.

Tra gli europei, da lungo tempo, vi erano voci ed aspettative di un grande alleato cristiano che sarebbe dovuto arrivare da "Oriente". Queste voci circolavano già all'epoca della prima crociata e di solito, quando i crociati subivano una sconfitta in battaglia, aumentavano di popolarità in risposta al desiderio, umano e naturale, di un eroe cristiano che arrivasse da una terra lontana per contribuire a salvare la situazione. Si era sviluppata una leggenda su una figura conosciuta come Prete Gianni, al punto che alcune persone provenienti da Oriente erano state accolte con la speranza che potessero essere i tanto attesi eroi cristiani. Nel 1210 giunsero in Occidente notizie sulle battaglie del mongolo Kuchlug, capo della tribù dei Naiman, in gran parte cristiana. Le forze di Kuchlug stavano combattendo il potente impero corasmio guidato da ʿAlāʾ al-Dīn Muḥammad. In Europa circolò la voce che Kuchlug fosse il mitico Prete Gianni che contrastava i musulmani in Oriente.
Nel 1221, durante la quinta crociata, mentre i cristiani assediavano senza successo la città egiziana di Damietta, le leggende del Prete Gianni si confusero di nuovo con la realtà della rapida espansione dell'Impero di Gengis Khan. La convinzione che il mondo cristiano sarebbe stato salvato da Oriente finì per infondere un ingenuo entusiasmo nelle menti di numerosi fedeli e potenti. In una lettera datata 20 giugno 1221, papa Onorio III fece un commento su «forze provenienti dall'Estremo Oriente per la liberazione della Terra Santa».
Le brillanti manovre militari di Gengis Khan e dei suoi fidati generali avevano consentito un enorme allargamento dei domini mongoli, inglobando territori compresi tra la Corea e la Persia orientale e tra l'Oceano Indiano e la Siberia. Dopo la morte di Genghis nel 1227, i mongoli non svilupparono un sistema fisso e ben regolato di successione basato sul primogenito o sull'ultimogenito (secondo il tradizionale uso mongolo) ma crearono una sorta di assemblea (kuriltai) formata dai più importanti comandanti mongoli e atta a selezionare i successori della stirpe. Dopo alcune avvisaglie iniziali, numerose armate mongole cominciarono l'invasione dell'Europa, aggredendo con una ferocia inaudita la Rus' di Kiev (causandone la dissoluzione), la Polonia e l'Ungheria, oltre a spingersi anche in altre regioni a sud-est. La veemenza dell'offensiva suscitò ampia preoccupazione in Occidente, tanto che nel 1241 papa Gregorio IX decise di proclamare una crociata contro i mongoli, confermata poi due anni più tardi Innocenzo IV. La sequela di incursioni era stata improvvisamente interrotta nel dicembre del 1241, a causa della morte del gran khan Ögedei, evento che aveva imposto un frettoloso richiamo di numerosi comandanti impegnati in Occidente, tanto più se si pensa che non era stato designato alcun successore.

In Asia occidentale, l'inarrestabile avanzata mongola aveva spodestato i turchi corasmi, costretti ad emigrare verso ovest, dove finirono per allearsi con i musulmani Ayyubidi d'Egitto. L'esercito del nipote di Genghis Khan, Hulagu, prosegì quasi indisturbato la propria avanzata dalla regione sud-occidentale verso la Persia e la Terra Santa, subendo una fase di pausa con la morte del gran khan. Nel 1244 i corasmi, che erano stati scacciati dalle proprie terre, attaccarono la cristiana Gerusalemme,, che cessò definitivamente di appartenere agli Europei.
La perdita di Gerusalemme ravvivò tra gli europei anche la speranza che i Mongoli, tra i quali vi erano molti cristiani nestoriani e che avevano portato così tanta distruzione all'Islam, potessero essere convertiti al cristianesimo divenendo alleati della cristianità. Già nel marzo 1245, infatti, papa Innocenzo IV emise molteplici bolle, alcune delle quali furono portate da un inviato, il francescano Giovanni da Pian del Carpine, all'«imperatore dei Tartari». Nella Cum non solum, papa Innocenzo chiese al governante mongolo di farsi battezzare e di fermare le uccisioni di cristiani, esprimendo inoltre un sincero desiderio di pace. Il nuovo khan mongolo che si insediò a Karakorum nel 1246, Güyük, si sentì offeso dalle lettere di Innocenzo IV, poiché per un caso sfortunato di traduzione il termine "pace" veniva reso in mongolo anche con "sottomissione", poiché quest'ultima implicava la prima. Le intenzioni pacifiche vennero così interpretate come un tentativo di asservimento delle popolazioni al capo della cristianità, provocando la seguente risposta:
Al suo rientro, Giovanni da Pian del Carpine riferì che i mongoli avevano in mente di conquistare il mondo e consigliò ai cristiani di affrontarli in campo aperto sotto la guida di un unico capo. Ammonì contro le astuzie avversarie in battaglia, giungendo a consigliare che tutti gli oggetti di valore venissero nascosti in caverne.
Nel 1245 papa Innocenzo inviò una seconda missione, guidata dal domenicano Ascelino di Lombardia. Al termine di un viaggio che richiese due anni, Ascelino incontrò vicino al Mar Caspio il comandante mongolo Bayju (1247). Costui impedì loro di procedere oltre fino alla Mongolia, essendosi risentito a causa dalle parole di rimprovero avanzate dal papa e minacciando addirittura di morte i messaggeri. Tempo dopo, li lasciò andare con un messaggio da recapitare a Roma tramite i suoi inviati Aïbek e Sargis. Rimasti nell'Urbe per circa un anno, i due rientrarono soltanto nel novembre del 1248 per esprimere il disappunto sul mancato progresso dei progetti di cooperazione. L'anno successivo, nuovamente preoccupato che gli asiatici potessero compiere vaste campagne militari offensive, commutò i voti di chi intendeva recarsi nel Vicino Oriente affinché potesse contribuire, in caso di bisogno, a un'eventuale guerra contro i mongoli.
Siffatti attriti rendevano particolarmente complicata la prospettiva di convertire i mongoli o la stipula di una pace con gli europei, che infatti non si realizzò. In compenso, fu mostrata una spiccata curiosità verso la forza militare, la società e la cultura degli asiatici. In buona sostanza, le comunicazioni tra cristiani e mongoli assunsero uno schema ricorrente: gli europei domandavano alla controparte di convertirsi al cristianesimo, e i mongoli rispondevano chiedendo semplicemente la sottomissione.

La forza dell'impero mongolo, il più grande di sempre per contiguità territoriale, risiedeva nella sua straordinaria capacità di integrare i popoli sottomessi; i guerrieri vinti venivano arruolati nelle armate, mentre le popolazioni conquistate erano assorbite nel tessuto sociale, contribuendo alla crescita economica e demografica. Tale integrazione era favorita dalle affinità culturali e dalle condizioni di vita comuni tra le genti nomadi delle steppe, abituate a forme simili di adattamento ambientale. Sottomettersi ai mongoli risultava spesso più vantaggioso che opporvisi, poiché la collaborazione garantiva sicurezza, bottino e persino la possibilità di conservare, entro certi limiti, una nuova struttura politica. Mentre avanzavano verso ovest, i mongoli aggredirono la cristiana Georgia e, nel 1236, sottomisero Tbilisi, che pur conservando le sue istituzioni, esse «erano direttamente responsabili del proprio operato nei confronti degli esponenti mongoli nella regione». La ratifica diplomatica della condizione di vassallaggio avvenne qualche tempo dopo, nel 1243, quando fu accettata ufficialmente dalla regina Rusudan e divenne una fedele alleata nelle conquiste militari seguenti.
Nel 1239 era caduta la Grande Armenia con la conquista di Kars e Ani, ma anche in questo caso, almeno fino al 1243 non venne riscosso alcun tributo formale e la dominazione fu «morbida». Soltanto nel 1247 ebbe luogo la nomina di esattori fiscali (darugači), scatenando nel biennio successivo alcune rivolte georgiane e armene prontamente sedate dai mongoli. Sempre nel 1247, il re Aitone I d'Armenia aveva giurato fedeltà al gran khan tramite suo fratello Sempad, inviato a tale scopo alla corte mongola di Karakorum. A quel punto il sovrano armeno divenne il principale canale diplomatico tra i mongoli e gli europei, incoraggiando fortemente gli altri monarchi occidentali a seguire il suo esempio. Tuttavia, l'unico monarca che seguì i consigli di Aitone fu suo genero, il principe Boemondo VI di Antiochia.

Quando Boemondo VI giurò fedeltà a Hulagu, poté beneficiare del sostegno militare dei mongoli e fu autorizzato a spostarsi nei vecchi possedimenti a suo piacimento, anche quelli facenti parte della contea di Tripoli. Ad Antiochia giunsero un funzionario e una guarnigione mongoli, dove rimasero fino a quando il principato fu distrutto dai mamelucchi nel 1268. I mongoli, che intendevano rafforzare i loro legami con l'impero romano d'Oriente (alleanza bizantino-mongola), chiesero inoltre a Boemondo di acconsentire alla restaurazione del patriarca greco ortodosso Eutimio, al posto del patriarca latino. In cambio della sua lealtà, Hulagu restituì a Boemondo ogni territorio che i musulmani avevano tolto ad Antiochia nel 1243. La servile obbedienza dimostrata dal principe cristiano verso i mongoli suscitò indignazione in ambienti cristiani, in quanto comportava un'umiliazione per la Chiesa latina di Antiochia e, da un punto di vista commerciale, minava le sicurezze economiche delle repubbliche di Genova e di Venezia.
Nel 1262, il sultano mamelucco Baibars minacciò Antiochia per le sue manovre politiche, ma pur avendo tentato un attacco, il principato fu salvato dall'intervento dei mongoli. Negli anni seguenti, tuttavia, essi non si dimostrarono capaci di replicare analogo sostegno. Nel 1264-1265, i mongoli poterono infatti attaccare solo la fortezza di frontiera di al-Bira e nel 1268 Baibars invase completamente l'area e il principato cessò di esistere dopo un secolo di vita. Dopo questa sconfitta, Boemondo ottenne una tregua con Baibars, ma rimase senza possedimenti, ad eccezione di Laodicea e del castello di Qosair.

Luigi IX di Francia conobbe i principi mongoli nel 1248 quando, impegnato nella sua prima crociata, coltivò l'idea di convertire al cristianesimo i khan pagani e di unire le forze per costringere i sultani d'Egitto e di Damasco a capitolare. A Cipro, aveva incontrato due emissari nestoriani giunti dalla Persia che portavano una lettera del comandante mongolo locale, Eljigidei, il quale suggerì a re Luigi di sbarcare in Egitto, mentre egli avrebbe attaccato Baghdad, in modo da evitare che gli Ayyubidi d'Egitto e di Siria unissero le loro forze. È importante constatare i toni concilianti della missiva, scevra della consueta arroganza e in cui addirittura Luigi veniva lodato come «spada di Cristo». Il monarca francese spedì un emissario dal gran khan Güyük, in Mongolia, ma quando questi arrivò il sovrano era già deceduto e la sua vedova Oghul Qaimish si limitò semplicemente a inquadrarli come vassalli che portavano tributi. Pertanto, si limitò a consegnare un regalo all'ambasciatore e a fornire una lettera condiscendente da portare al re Luigi, a cui chiese di pagare annualmente un dazio ai mongoli senza avanzare alcun accenno a conversioni o ad alleanze alla pari.
La crociata di Luigi IX contro l'Egitto non andò per il verso giusto, nonostante l'iniziale successo nella conquista di Damietta del 1249; perso tutto il suo esercito nella battaglia di al-Mansura, egli stesso fu catturato dagli egiziani. Il suo rilascio fu poi negoziato in cambio di un riscatto (parte del quale fu costituito da un prestito cui furono costretti i Templari) e la resa della città di Damietta. Qualche anno più avanti, nel 1252, Luigi si prodigò invano per stringere dei legami con gli egiziani e poi, nel 1253, cercò appoggio sia tra i Nizariti ismailiti sia, di nuovo, tra i mongoli. Bramoso di rafforzare le relazioni con costoro, Luigi IX spedì il francescano Guglielmo di Rubruck, che visitò la corte del gran khan Möngke senza però ottenere risultati concreti. Al netto delle preziose informazioni fornite sulla civiltà e le consuetudini mongole, Guglielmo di Rubruck ottenne soltanto una vaga promessa di assistenza e le conversazioni intrattenute non furono sempre amichevoli, anche a causa delle posizioni critiche del francescano nei confronti dei nestoriani, accusati di fornire consigli deprecabili e di influire negativamente sulle scelte politiche del khan. Luigi finì per pentirsi di aver tentato di trattare con i mongoli e addirittura di convertirne la guida suprema.
Tuttavia, la situazione venne a mutare con la guerra civile toluide e le conseguenze di cui più avanti si dirà. Per paura di una fragilità improvvisa, re Aitone d'Armenia si cimentò nella ricerca di quanto più sostegno esterno possibile per la sua terra, ragion per cui incentivò gli scambi diplomatici tra latini e mongoli, riuscendo a persuadere il khan Hulagu a prendere l'iniziativa di contattare Luigi IX nel 1262. Come conferma una fonte occidentale coeva, nella missiva si proponeva un'alleanza in chiave anti-mamelucca e che la flotta transalpina bloccasse l'Egitto, ma non è certo che il messaggio sia mai giunto a destinazione. Secondo un rapporto del 1274, egli avrebbe spedito degli ambasciatori anche al papa e ai sovrani europei, ma questi furono intercettati in Sicilia da Manfredi di Svevia, i cui rapporti con i mamelucchi erano distesi.

Nel 1270, molto tempo dopo le discussioni con Möngke, re Luigi volle avventurarsi in una seconda crociata, storiograficamente classificata come l'ottava. L'ilkhan mongolo Abaqa scrisse a Luigi IX offrendo aiuto militare non appena i crociati fossero sbarcati in Palestina, ma Luigi andò invece a Tunisi. Le sue intenzioni erano forse quelle di indebolire una regione considerata essenziale per la sopravvivenza dell'Egitto, benché in realtà si trattasse di un calcolo errato. Alcuni storici hanno ritenuto che in origine Luigi volesse colpire la Siria coordinandosi con i mongoli, ma quando Abaqa gli riferì che non sarebbe stato in grado di impegnare le sue forze nel 1270 e che avrebbe potuto soltanto l'anno seguente, si decise di virare su Tunisi. Al netto delle grandi premesse che avevano stimolato rappresentanti bizantini, armeni e mongoli a radunarsi, gli eventi misero fine ai piani per continuare la crociata poiché Luigi morì di malattia a Tunisi. Secondo la leggenda, le sua ultime parole furono «Gerusalemme, Gerusalemme».
La guerra civile toluide del 1260-1264 causò un'insanabile spaccatura del governo mongolo, coincidendo con un grave momento di crisi sin dal suo scoppio. Da allora, il titolo di gran khan cominciò ad assumere una valenza maggiormente formale e si giunse alla frammentazione dei possedimenti in quattro sezioni, o, per meglio dire, khanati. Talvolta in guerra reciproca ma comunque sempre legati da rapporti di ogni genere, i khanati condivisero durante la loro esistenza alcuni tratti somatici, «adottando e adattando pratiche e istituzioni di governo delle popolazioni sottomesse». La suddivisione territoriale fu così operata: l'originaria patria dei mongoli, la Cina del nord e la Corea, componevano un khanato, mentre l'Asia centrale, la Russia e l'Asia sud-occidentale formavano gli altri tre.
Lo Stato che aveva sede in quest'ultima regione era detto Ilkhanato, dalla designazione con cui venivano indicati i suoi signori, appunto ilkhan o "khan obbedienti", così chiamati per via dei loro rapporti puramente nominali con il gran khan. Quanto amministrato dagli ilkhan era dislocato soprattutto in Persia e le ben sorvegliate frontiere avevano sede sull'Eufrate, sul Caucaso e sull'Amu Darya. Il più delle volte, i vicini diretti erano nemici, a volte dichiarati e a volte dissimulati.
Un livello apprezzabile nella collaborazione militare tra cristiani e mongoli non fu realmente raggiunto fino al 1258-1260, quando Boemondo VI di Antiochia, Aitone I d'Armenia, e i cristiani georgiani unirono le proprie forze con quelle dei mongoli, sotto la guida dell'ilkhan Hulagu, un nipote di Genghis Khan. Pur essendo un convinto seguace dello sciamanesimo, Hulagu fu molto tollerante verso il cristianesimo, favorendo anzi i seguaci di Cristo a Tabriz e altrove in modo palese; erano cristiani nestoriani sua madre Sorgaqtani Beki, la moglie preferita e molti dei suoi più stretti collaboratori.
Grazie alle sagge politiche di suo fratello Möngke, Hulagu fu messo nelle migliori condizioni per compiere la grande impresa della definitiva conquista dell'Asia occidentale. L'esercito dell'ilkhan partì alla volta dell'obiettivo con un'armata stimata di 120 000 uomini tra mongoli e turchi, con l'aggiunta di un quinto prelevato da tutti gli altri contingenti mongoli e, ovviamente, con dei reparti cristiani. Si ascrive ad Hulagu la caduta di due delle più potenti dinastie musulmane dell'epoca: gli Abbasidi a Baghdad e gli Ayyubidi in Siria.

Dopo aver concluso vittoriosamente la campagna contro i Nizariti, i mongoli volsero lo sguardo a Baghdad, capitale della dinastia abbaside nonché una delle città più grandi e potenti nel mondo da 500 anni. Il califfo al-Musta'sim sperava di radunare a sé innumerevoli correligionari, tanto da ammonire Hulagu sostenendo che l'intero mondo islamico si sarebbe coalizzato per difenderla, ma a ragione il condottiero mongolo sembrò non curarsi molto di questa minaccia. Al termine di un devastante attacco, la capitale, circondata in una morsa fatale, cadde il 15 febbraio 1258. Quando Hulagu entrò in città, i mongoli abbatterono gli edifici, bruciarono interi quartieri e massacrarono, oltre al califfo, quasi 80 000 tra uomini, donne e bambini. Gli abitanti cristiani furono risparmiati per l'intervento di Doquz Khatun, la moglie di Hulagu, che era cristiana della Chiesa d'Oriente. L'eccidio sconcertò alcuni stessi esponenti mongoli, tra cui il khan dell'Orda d'Oro Berke, simpatizzante dell'islam; l'aspetto religioso e ideologico andò sicuramente a intrecciarsi con lo scontro fratricida che sembrava profilarsi per la supremazia sulla Transcaucasia e sulle sue risorse.
Dopo Baghdad, entro il 1260 i mongoli e i loro vassalli cristiani conquistarono parte della Siria musulmana, dominio della dinastia ayyubide. La caduta della città di Aleppo, la roccaforte che aveva resistito a tutte le offensive degli Ifranj, aprì la strada alla presa di Damasco del 1º marzo 1260, riuscita grazie al coinvolgimento degli armeni e dei crociati di Antiochia. Assieme al generale mongolo Kitbuqa, un naiman cristiano, il sovrano armeno e il principe di Antiochia entrarono insieme trionfalmente in città. La messa fu celebrata nella Moschea degli Omayyadi (in precedenza cattedrale di San Giovanni Battista) e numerose moschee furono profanate.
Con l'esaurimento delle dinastie degli Abbasidi e degli Ayyubidi, il Vicino Oriente asiatico non avrebbe più svolto per secoli un ruolo da protagonista. Le lotte dei pretendenti ayyubidi aggravarono lo stato di crisi del mondo musulmano e, poiché Baghdad e Damasco erano state perdute, il centro del potere islamico si trasferì coi mamelucchi al Cairo. Tuttavia, prima che potesse avere luogo l'avanzata verso l'Egitto, arrivò la notizia che il gran khan Möngke era spirato e, dunque, occorreva con urgenza recarsi a Karakorum per l'elezione del successore. A quel punto Hulagu partì con il grosso delle sue forze, lasciando a presidiare la Siria solo 10 000 cavalieri al comando di Kitbuqa. Alcuni gruppi di razziatori furono inviati a sud, in Palestina e, con la compartecipazione dell'aristocrazia armena e georgiana, penetrarono fino a Gaza e a Naplusa, senza però minacciare Gerusalemme.

Quando il territorio mongolo arrivò a confinare con gli Ifranj avvennero alcuni incidenti, uno dei quali portò al saccheggio di Sidone da parte dei mongoli. Benché molti cristiani avessero infatti evitato di infastidire un vicino così potente, altri considerarono il momento di confusione posteriore alle disfatte musulmane propizio per eseguire delle fruttuose scorrerie. Giuliano de Grenier, signore di Sidone e del castello di Beaufort, descritto dai suoi contemporanei come irresponsabile e superficiale, nel 1260 attaccò e saccheggiò la fertile valle della Beqa', in territorio mongolo. Il generale Kitbuqa reagì inviando il proprio nipote con una piccola forza al fine di sedare i tumulti, ma Giuliano colse i mongoli in un'imboscata e li uccise; Kitbuqa saccheggiò allora la città di Sidone distruggendone le mura, sia pur senza espugnare il castello.
Un altro incidente analogo accadde quando Giovanni II di Beirut e alcuni templari compirono una razzia in Galilea. Tali eventi accrebbero notevolmente la diffidenza tra i mongoli e le forze crociate, il cui centro di potere corrispondeva alla città costiera di San Giovanni d'Acri. Gli incidenti infusero coraggio nel generale mamelucco Baibars, che suggerì all'Egitto di svincolarsi dal trattato crociato-mamelucco stipulato nel 1240, in virtù dell'appoggio fornito dai cristiani alla conquista mongola di Damasco. Oltre a domandare uno scambio di prigionieri, Baibars chiese l'evacuazione di Safed e Beaufort, ma quando i cristiani si opposero, utilizzò questo fatto come scusa per violare la tregua preesistente e lanciare nuovi attacchi contro contro Nazareth, il Monte Tabor e Betlemme.

A parte gli Ifranj di Antiochia, gli altri cristiani si opposero ai mongoli, giudicandoli una potenza ostile. Il patriarca latino di Gerusalemme, ad esempio, giudicò i Mongoli una chiara minaccia e nel 1256 scrisse al Papa per metterlo in guardia contro di loro. I crociati di Acri mantennero una posizione di cauta neutralità tra mongoli e mamelucchi, consapevoli della situazione politica molto incerta. Il doge di Venezia giudicava preoccupante lo sviluppo delle rotte aperte dai mongoli verso nord e utilizzate dai rivali genovesi. L'atmosfera, in verità molto accesa anche per l'ingerenza dei pisani, degenerò così tanto da tramutarsi nel giugno del 1258 in una battaglia navale avvenuta a largo di Acri, la quale provocò l'allontanamento dei genovesi e il loro trasferimento a Tiro. Due anni più tardi fu inviata da Acri a Carlo d'Angiò, fratello del re di Francia e uomo dalle grandi ambizioni mediterranee, una lettera in cui gli si chiedeva di intervenire per arginare la preoccupante avanzata mongola. Pur avendo inviato il domenicano David di Ashby alla corte di Hulagu,, nello stesso tempo i franchi entrarono in uno stato di tregua passiva con i mamelucchi egiziani, poiché prevalse la linea di chi considerava i mongoli ancora più pericolosi dei musulmani. I baroni di Acri lasciarono che le forze mamelucche che andavano a scontrarsi con i mongoli muovessero senza ostacoli verso nord, attraverso il territorio cristiano, in cambio di un accordo per l'acquisto a basso prezzo dei cavalli mongoli catturati, una promessa peraltro non mantenuta dai mamelucchi. La tregua permise a questi ultimi di marciare verso nord con il loro esercito, accamparsi vicino ad Acri e addirittura venire riforniti dagli stessi cristiani.
Lo scontro che ne seguì, la cruciale battaglia di ʿAyn Jālūt del 3 settembre 1260, vide i mamelucchi affrontare nelle migliori condizioni i temibili nemici e ottenere così una storica e decisiva vittoria. Successivamente, una parte dell'esercito mongolo superstite si ritirò nella Cilicia armena, accolta e rifornita da Aitone I, mentre la nuova frontiera venne fissata lungo l'Eufrate. Arginato quello che sembrava un'inarrestabile processo di espansione, la sconfitta rese i mamelucchi acerrimi nemici dei mongoli, tanto che sin da quando Hulagu tornò in Oriente, egli considerò una priorità assoluta la loro distruzione. Malgrado i propositi, tale compito si sarebbe dimostrato tutt'altro che semplice, complici anche le notevoli perdite patite ad ʿAyn Jālūt, che comprendevano svariati brillanti generali. Non appena Baibars usurpò il trono musulmano, nel giro di tre mesi espugnò Damasco ed estese il dominio mamelucco sulla Siria e nell'interno della Persia settentrionale.
Il pontificato di papa Alessandro IV fu contraddistinto da una chiara politica anti-mongola, come confermato, ad esempio, dagli accenni a una potenziale crociata da compiere ai loro danni nel 1259. Alessandro IV era rimasto assai contrariato quando seppe che i monarchi di Antiochia e della Cilicia armena si erano sottomessi alla sovranità mongola, ripromettendosi di ridiscutere questi argomenti in vista di un futuro concilio, ma prima che questo potesse avere luogo, nel 1261, morì.
Gli subentrò Jacques Pantaléon, lo stesso patriarca di Gerusalemme che in precedenza aveva lanciato l'allarme per la minaccia mongola. Sotto il nome di Urbano IV, il nuovo pontefice cercò di finanziare una spedizione militare chiamando i nobili francesi, ma incontrò delle difficoltà: il clero francese gli segnalò che era un corso una tregua con i musulmani. Più avanti, la percezione europea nei confronti dei mongoli cominciò a divenire ondivaga. Nel 1262 Giovanni l'Ungherese (di cui si sa pochissimo) si presentò al cospetto di papa Urbano IV dichiarandosi inviato di Hulagu e sostenendo che il khan desiderasse convertirsi al cristianesimo. Tuttavia non recò credenziali ufficiali. Sulla reazione di Urbano si sono interrogati gli storici moderni. Secondo la principale corrente di pensiero, così come esposta dallo storico britannico Peter Jackson, Urbano IV accolse la notizia con prudenza e incaricò il patriarca di Gerusalemme Guglielmo II di verificare la questione; tuttavia, non ne sarebbe seguito alcun contatto concreto, tanto che lo stesso papa continuò a considerare i mongoli una minaccia al pari dell'Egitto mamelucco. Stando a Jean Richard, invece, Urbano IV accolse la proposta di battesimo con piacere, come evincerebbe dalla breve bolla pontificia Exultavit cor nostrum. Gli altri esperti hanno sembrato appoggiare la prima ricostruzione, asserendo che, come si desume dalle opere coeve, il velo di diffidenza cominciò a dipanarsi soltanto qualche anno più tardi.
Una svolta decisa si sarebbe infatti verificata con il successore di Urbano IV, Clemente IV e, in generale, dopo il 1263, quando i mongoli cominciarono a essere visti più come potenziali alleati. Jean Richard ha affermato inoltre che, in risposta a questa coalizione che si andava formando tra Ifranj, Ilkhanato mongolo e bizantini, l'Orda d'Oro si alleò con i mamelucchi musulmani. Dal canto loro, i khan mantennero una politica prudente e difensiva, intervenendo opportunisticamente solo quando i vicini latini erano in difficoltà o minacciavano la loro sfera d'influenza, mentre le divisioni interne li spinsero spesso alla moderazione.
Hulagu morì nel 1265 e gli successe Abaqa (1234-1282), che proseguì sulla via della cooperazione con l'Occidente. Sebbene fosse buddista, subito dopo la successione si unì in matrimonio con una cristiana ortodossa, ovvero Maria Paleologa, figlia illegittima dell'imperatore bizantino Michele VIII Paleologo. D'altronde, il supporto verso l'ovest dell'Ilkhanato si rendeva necessario e improcrastinabile a causa delle offensive con cui Baibars aveva sbaragliato gli armeni, culminate con la battaglia di Mari del 24 agosto 1266.
Abaqa avviò una corrispondenza con papa Clemente IV tra il 1267 e il 1268 e, secondo quanto riferito, inviò un ambasciatore mongolo nel 1268. Egli propose di costituire una coalizione che comprendesse le sue forze, quelle occidentali e l'imperatore bizantino (suocero di Abaqa). Il mongolo ricevette risposte da Roma e da Giacomo I d'Aragona, che inviò ad Abaqa un ambasciatore nella persona di Giacomo Alarico di Perpignano. Non è chiaro se ciò spinse il re iberico ad avviare i preparativi per una spedizione verso Acri, condotta poi in prima persona dai suoi due figli (infanti) Fernando Sanchez e Pedro Fernandez dopo che una terribile tempesta costrinse Giacomo d'Aragona e la maggioranza della flotta a rinunciare. Approdati ad Acri nel dicembre del 1269, i crociati scoprirono che Abaqa, nonostante le sue previe promesse, aveva preferito concentrarsi sul fronte nord: andò a respingere un'invasione in Khorasan compiuta da tribù mongole rivali del Turkestan. Per la Terra Santa impegnò soltanto una piccola forza, responsabile di una serie di incursioni lungo la frontiera siriana a ottobre. Le battaglie ingaggiate dai franchi contro Baibars ebbero scarsa fortuna e convinsero gli infanti di Aragona a rientrare in patria senza aver ottenuto alcun risultato concreto.
Pur avendo respinto gli assalti di Baibars nel 1277, i tentativi di Abaqa del 1278 e del 1279 di conquistare la Siria non ebbero successo e la frontiera tornò nuovamente a stabilizzarsi lungo le rive dell'Eufrate.

Nel 1269, il principe inglese Edoardo (il futuro Edoardo I), ispirato dai racconti sul suo prozio Riccardo Cuor di Leone e sulla seconda spedizione africana del re di Francia, Luigi, iniziò una sua crociata, la nona. Il numero di cavalieri e servitori che accompagnò Edoardo nella campagna apparve piuttosto esiguo, ammontando probabilmente a 230 uomini, con un effettivo totale di circa 1 000 persone che furono trasportate da una flottiglia di tredici navi. Edoardo comprese il valore di un'alleanza con i mongoli e, al suo arrivo ad Acri il 9 maggio 1271, inviò immediatamente un'ambasciata al sovrano mongolo Abaqa, chiedendo aiuto. Abaqa reagì con entusiasmo alla richiesta di Edoardo, anche se non aveva ancora stabilizzato la situazione in Turkestan. Eppure, malgrado fosse stato in grado di inviare una piccola compagine di 10 000 cavalieri mongoli dall'Anatolia, l'intervento dei suoi uomini innescò un esodo di popolazioni musulmane (che ricordavano le precedenti campagne di Kitbuqa) verso sud fino al Cairo.
Edoardo, da parte sua, non riuscì mai a realizzare una coordinazione diretta delle sue azioni con quelle dei mongoli, perdendo tempo in inefficaci manovre che non consentirono di conquistare alcun territorio in modo stabile. Ad esempio, quando partì per un'incursione nella pianura di Sharon, non riuscì a prendere neanche la piccola fortezza mamelucca di Qaqun, tanto che Baibars schernì Edoardo per non essere stato in grado di conquistare «nemmeno una piccola casa fortificata». Le operazioni militari inglesi, per quanto limitate, contribuirono comunque a persuadere Baibars ad accettare una tregua decennale tra la città di Acri e i mamelucchi, firmata nel 1272.
Nel 1274, papa Gregorio X convocò il secondo concilio di Lione, al quale Abaqa inviò una delegazione di vari dignitari mongoli (un numero variabile tra 13 e 16) che suscitò grande ammirazione, soprattutto quando il loro capo, e forse parte del seguito, si fece battezzare pubblicamente. L'interprete latino di Abaqa, un frate di nome Riccardo (Richardus), consegnò al Concilio una relazione che riassumeva i rapporti intercorsi tra l'Europa cattolica e l'Ilkhanato durante il regno di Hulagu, il padre di Abaqa, affermando che, dopo aver accolto gli ambasciatori cristiani alla sua corte, Hulagu aveva deciso di esonerare i cristiani latini da imposte e tasse in cambio delle loro preghiere per il Khan. Inoltre assicurava all'assemblea che, anche se Hulagu era morto, suo figlio e successore Abaqa era ancora determinato a cacciare i Mamelucchi dalla Siria. Infine, Hulagu aveva anche vietato le incursioni ai danni degli insediamenti crociati e si era impegnato a restituire Gerusalemme.
Appare pertanto legittimo sostenere che Abaqa non avesse troncato i contatti con il papato, che furono anzi proseguiti quando fu appresa la pianificazione di una nuova crociata (l'ottava) contro l'Egitto. Papa Gregorio, che sperava di condurre la campagna con i mongoli nel 1278, mise in atto un ambizioso programma per realizzarla, trasponendone per iscritto i dettagli nella bolla Zelus Fidei. Il testo presentava quattro provvedimenti principali per la realizzazione della crociata: l'imposizione di una nuova decima per tre anni, l'interdizione di qualsiasi tipo di commercio con i saraceni (blocco economico), la fornitura di navi da parte delle repubbliche marinare e l'alleanza dell'Occidente sia con Bisanzio sia con l'Ilkhanato.
Dopo questi scambi, Abaqa inviò un'altra ambasciata guidata da due georgiani, i fratelli Vassali; Gregorio rispose ad Abaqa che i suoi legati avrebbero accompagnato la crociata e coordinato le operazioni militari con l'ilkhan. Tuttavia, i vasti progetti del Papa, i quali prevedevano il coinvolgimento di quante più comunità possibili e persino di unità bizantine, armene e mongole, non furono sostenuti dai monarchi degli altri paesi europei, che avevano perso entusiasmo per le Crociate. L'unico sovrano occidentale a partecipare al concilio, l'anziano Giacomo I d'Aragona, si disse disponibile a offrire solo una piccola forza. Pur avendo raccolto dei fondi per una nuova crociata, i progetti avviati non ebbero seguito e, in sostanza, si arenarono con la morte di papa Gregorio, avvenuta nel 1276. Il denaro che era stato racimolato e destinato alla spedizione fu distribuito in Italia.
Privi del sostegno degli europei, nel 1280-1281 alcuni crociati di Siria, in particolare gli Ospitalieri e in qualche misura gli Ifranj di Cipro ed Antiochia, tentarono di unirsi in operazioni combinate con i Mongoli. Dopo la morte di Baibars nel 1277 e la conseguente disorganizzazione del regno musulmano, le condizioni sembravano ideali per una nuova azione in Terra santa. La situazione dei franchi appariva comunque eccessivamente proibitiva per qualsiasi efficace reazione, in quanto il loro dominio era circoscritto a un nugolo di città costiere circondate dall'impero mamelucco. Ciononostante, l'ilkhan e Leone IV d'Armenia rivolsero continui solleciti rimasti inascoltati, con l'unica eccezione degli intraprendenti Ospitalieri. Carlo d'Angiò, pur essendo tra i più potenti sovrani dell'epoca, ordinò al proprio balì ad Acri di astenersi da ogni operazione contro i mamelucchi, bramoso com'era di espandersi invece ai danni dell'impero bizantino. Edoardo I d'Inghilterra, al contrario, continuò a mostrare segnali diplomatici positivi verso i mongoli, ma disse di non poter partecipare a nessuna iniziativa per mancanza di fondi. La travagliata affermazione al potere in Egitto di Qalāwūn convinse i mongoli a non indugiare oltre, motivo per cui colsero l'occasione e organizzarono una nuova invasione della Siria. Nel settembre 1280 occuparono Bagras e Darbsak e il 20 ottobre presero Aleppo, dove massacrarono molti abitanti. Mobilitarono i loro eserciti combinati anche il re di Cipro Ugo III e Boemondo VI, ma non poterono intervenire perché i mamelucchi si erano già posizionati tra loro e mongoli. Nell'ottobre 1280, costoro inviarono ambasciatori ad Acri per chiedere sostegno militare per la campagna, ma il vicario del patriarca rispose che la città stava soffrendo la fame e che il re di Gerusalemme era già coinvolto in un'altra guerra. I mongoli chiesero appoggio anche per la campagna della primavera successiva, informando i crociati che avrebbero messo in campo 100 000 unità, ma la richiesta a quanto pare rimase senza risposta.
Nel frattempo, gli Ospitalieri provenienti da Marqab, nella Siria centro-settentrionale costiera, avevano eseguito alcune incursioni nella valle della Beqa' ed erano prevalsi in numerosi scontri contro il sultano. Nell'ottobre 1280, essi fecero razzie fino al Krak dei Cavalieri e, nel febbraio 1281, sconfissero una forza mamelucca proveniente da quella fortezza. Tuttavia, ancora una volta i mongoli si ritirarono, promettendo di tornare entro alcuni mesi. Il 3 maggio dello stesso anno, al fine di prevenire nuove azioni combinate tra Stati crociati e mongoli, Qalāwūn rinnovò la tregua con i baroni di Acri, prorogandola per un altro decennio. Egli rinnovò anche una seconda pace decennale con Boemondo VII d'Antiochia il 16 luglio 1281, oltre a permettere l'accesso dei pellegrini a Gerusalemme. Tale politica rendeva evidente la distinzione tra Qalāwūn e Baibars, poiché il primo sembrava dimostrare di essere disposto a tollerare la permanenza franca in Oriente, a condizione che gli europei rinunciassero, nel caso di un'eventuale invasione, ad appoggiare «i nemici dell'islam».
Due mesi più tardi i mongoli tornarono come promesso, con 50 000 uomini delle proprie truppe, oltre a 30 000 combattenti, tra armeni guidati da Leone IV, georgiani, greci e circa 200 cavalieri ospitalieri della fortezza di Marqab che si sentivano esonerati dalla tregua con i mamelucchi e, pertanto, la violarono. Il 30 ottobre 1281 l'esercito mongolo impegnò i mamelucchi comandati da Qalāwūn nella seconda battaglia di Homs, ma fu respinto con gravi perdite da entrambe le parti.

Abāqā morì nel 1282 e fu, per breve tempo, sostituito da suo fratello Tegüder Aḥmad, che si era convertito all'islam e che invertì la politica di Abāqā, offrendo un'alleanza al sultano mamelucco Qalāwūn. Compiuta allo scopo di distendere le relazioni, la conversione non solo non sortì alcun effetto conciliatorio, ma addirittura provocò un'insurrezione dei mongoli, che nel 1284 scelsero di detronizzare e trucidare il loro signore. La rivolta era stata scatenata con l'appoggio di Kublai dal figlio di Abāqā, il buddista Arghun, che riportò in auge l'ipotesi di un'alleanza con l'Occidente e mandò in Europa vari inviati, il più famoso dei quali fu Rabban Bar Sauma, un monaco cristiano orientale che stava visitando l'Ilkhanato durante il suo pellegrinaggio dalla Cina a Gerusalemme. Autore della prima visita in Europa di un rappresentante di un impero orientale, il religioso cavalcò fortemente l'ipotesi di condurre una campagna contro i mamelucchi, ma i suoi sforzi non si tramutarono in nulla di concreto. Al netto di preziosi contributi letterari e storiografici da lui redatti sullo scenario dell'epoca, i progetti naufragarono infatti per via della mancanza di interesse e di fiducia dimostrata dagli europei.
Mentre europei e mongoli temporeggiavano per decidere cosa fare, i mamelucchi attaccarono e conquistarono la fortezza settentrionale di Marqab nel 1285, Laodicea nel 1287 e Tripoli nel 1289. Fu pianificata una piccola operazione navale congiunta e a Baghdad si cominciò a lavorare su due galee da guerra, allo scopo di limitare il commercio marittimo dei mamelucchi nell'Oceano Indiano. Carpentieri e marinai genovesi furono inviati a Baghdad insieme ad un contingente di balestrieri, ma l'impresa si arenò quando scoppiò un conflitto interno tra guelfi e ghibellini genovesi.
Mentre Acri pativa uno stato di isolamento cronico, il capo mongolo propose di invadere la Siria nella prima settimana di gennaio del 1291 e, sicuro di sé, previde che Damasco sarebbe caduta alla metà di febbraio e che Gerusalemme sarebbe stata presa poco dopo. Tuttavia, ogni tentativo di allestire un'offensiva combinata si rivelò tardivo e, in ogni caso, insufficiente. A marzo, l'assedio di Acri si concluse con la conquista della città da parte dei mamelucchi. Gli sforzi per un'azione unitaria terminarono con la scomparsa di Arghun, avvenuta il 10 marzo 1291, e quella di Niccolò IV nell'aprile 1292.

Alla morte di Arghun seguirono in rapida successione dei capi effimeri, alcuni dei quali detennero il potere solo per pochi mesi. La stabilità fu ripristinata nel 1295 con l'insediamento di Ghazan, che nel 1297 aveva già consolidato il suo potere, tanto da riprendere le offensive contro i mamelucchi. Ghazan proclamò l'islam religione di Stato in Persia, ma mantenne buoni rapporti con suoi vassalli cristiani, i regni della Cilicia armena e della Georgia, per scopi politici. La sua ambizione era quella di coordinare le azioni tra le sue forze, gli ordini militari cristiani e il regno di Cipro.
Nell'estate del 1299, re Aitone II d'Armenia invocò l'ausilio di Ghazan contro i mamelucchi, convincendolo a combattere e a entrare in contatto con i pochi esponenti cristiani ancora presenti nel Levante. I mongoli strapparono ai mamelucchi la città di Aleppo, dove si congiunsero con il loro vassallo re Aitone, unitosi all'offensiva. La sconfitta inflitta ai mamelucchi nella battaglia di Wadi al-Khazandar il 23 o 24 dicembre 1299 infuse grande entusiasmo negli aggressori. Quando nel gennaio del 1300 Damasco si arrese, Ghazan comunicò la sua intenzione di attirare nuovi alleati cristiani per agevolare le sue conquiste, dopodiché fece ritorno in Persia con la promessa di ritornare a ovest per conquistare l'Egitto.
Nel luglio del 1300, i cristiani intrapresero alcune operazioni navali, presumibilmente approfittando dello scenario generato dalle azioni terrestri di Ghazan. Una flotta di sedici galee con alcune navi minori fu equipaggiata a Cipro, comandata dal re Enrico II di Cipro e Gerusalemme, accompagnato da suo fratello Amalrico, principe di Tiro, dai capi degli ordini militari e dall'ambasciatore di Ghazan. Le navi lasciarono Famagosta il 20 luglio 1300, affinché razziassero le coste di Egitto e Siria, in particolare Rosetta, Alessandria, Acri, Tortosa e Maraclea, prima di tornare a Cipro. Benché qualcuno avesse consigliato re Enrico di ricercare l'appoggio dei mongoli al più presto, questi non volle considerare l'idea di collaborare con un "infedele" e non allacciò i rapporti con Ghazan, in tal modo vanificando uno scenario che poteva divenire promettente per la causa cristiana.
Profondamente destabilizzati per la perdita delle terre di Outremer, gli ordini religiosi cavallereschi erano piombati in uno stato di incertezza e avevano assunto scelte diverse; l'Ordine teutonico si era focalizzato sulla conquista delle terre baltiche, gli Ospitalieri avevano cominciato saggiamente a cercare una nuova destinazione e i Templari, in maniera più ostinata, si erano incaponiti sulla difesa di Cipro e dei pochi altri possedimenti presidiati, dove peraltro non erano benvoluti. Una guarnigione templare si asserragliò sull'isola di Arados, provando a sfruttarla come avamposto e a resistere a oltranza. Da lì, mentre si attendeva l'arrivo dei mongoli, si provò a effettuare qualche sortita, sperando di riprendere possesso di Tortosa, ma la posizione appariva talmente precaria da risultare insicura anche in caso di intemperie. Al netto di qualche operazione su scala minore compiuta dai mongoli, una vasta flotta mamelucca si presentò a ridosso dell'isola nell'autunno del 1301 e cominciò un feroce assedio. Alla fine, nel 1302, gli attacchi si conclusero e i guerrieri templari accettarono di abbandonare Arados in cambio di un salvacondotto cui i mamelucchi. Tale promessa non venne tuttavia mantenuta dai mamelucchi, che massacrarono molti degli abitanti e spedirono i superstiti in catene al Cairo. Nell'aprile del 1302 Ghazan inviò una lettera al Santo Padre chiedendogli di mandare truppe, preti e contadini per instaurare nuovamente in Terra Santa uno Stato crociato, ma neanche stavolta Ghazan comparve con le sue truppe.
Nel 1303, i Templari rimasti a Cipro continuarono come poterono a fare razzie sulla costa siriana e devastarono la città di Damour, a sud di Beirut; privi di Arados, non erano tuttavia più in grado mettere in campo uno spiegamento di truppe numericamente importanti. Sempre nel medesimo anno, Ghazan inviò una nuova lettera a re Edoardo I, nella persona di Buscarello di Gisolfo, ribadendo la promessa di Hulagu, ossia che avrebbe dato Gerusalemme agli Ifranj in cambio dell'aiuto contro i mamelucchi. Subito dopo, i mongoli apparvero con una grande forza (circa 80 000 uomini) insieme agli armeni, ma furono sconfitti nella decisiva battaglia di Shaqhab, a sud di Damasco, nell'aprile del 1303, ponendo fine alle grandi invasioni siriane. Ghazan morì il 10 maggio 1304, facendo così svanire i sogni di una rapida riconquista della Terra Santa.
Oljeitu, chiamato anche Muhammad Khodabandeh, era pronipote del fondatore dell'Ilkhanato, Hulagu, e fratello e successore di Ghazan. In gioventù si era dapprima convertito al buddhismo e poi al sunnismo assieme al fratello Ghazan, avendo poi cambiato il suo nome nell'islamico Muhammad. Nel mese di aprile 1305, Oljeitu inviò delle lettere al re di Francia Filippo il Bello, a papa Clemente V e a Edoardo I d'Inghilterra. Come aveva fatto il suo predecessore Arghun, Oljeitu propose una collaborazione militare tra le nazioni cristiane dell'Europa e i mongoli contro i mamelucchi, ma ancora una volta non si approdò a nulla di concreto.
Le reazioni furono piuttosto buone: nel 1307 il papa nominò Giovanni da Montecorvino primo Arcivescovo di Khanbaliq e Patriarca dell'Oriente. Nello stesso anno un'ambasciata mongola arrivò a Poitiers per incontrare il vescovo di Roma. I popoli europei prepararono una crociata, ma notevoli difficoltà logistiche ostacolarono l'azione congiunta e i rinforzi giunsero a mesi di distanza, pregiudicando il soddisfacente coordinamento delle azioni sul terreno. Oljeitu lanciò un'ultima improduttiva campagna contro i mamelucchi nel 1312-1313.
| Principali battaglie della coalizione Ilkhanato-Stati vassalli cristiani | |||
|---|---|---|---|
| Data | Battaglia | Coalizione | Esito |
| 29 gennaio - 10 febbraio 1258 | Presa di Baghdad | Ilkhanato Regno armeno di Cilicia Regno di Georgia Principato d'Antiochia | Vittoria |
| 1º marzo 1260 | Presa di Damasco | Ilkhanato Regno armeno di Cilicia Principato d'Antiochia | Vittoria |
| Settembre 1260 | Battaglia di Ayn Jalut | Ilkhanato Regno armeno di Cilicia | Sconfitta |
| 22 ottobre 1281 | Seconda battaglia di Homs | Ilkhanato Regno armeno di Cilicia Regno di Georgia | Sconfitta |
| 22-23 dicembre 1299 | Battaglia di Wadi al-Khazandar (Terza battaglia di Homs) | Ilkhanato Regno armeno di Cilicia | Vittoria |
| 20-22 aprile 1303 | Battaglia di Marj al-Suffar | Ilkhanato Regno armeno di Cilicia | Sconfitta |

Occorre compiere una breve parentesi sui rapporti intercorsi con l'Orda d'Oro, la parte a nord-ovest dell'impero mongolo e, dunque, quella più geograficamente prossima all'Europa occidentale. Le comunità cristiane presenti nella medesima regione erano numerose e una parte di queste era impegnata anch'essa in guerre sante, le cosiddette crociate del nord. Le preoccupazioni nei confronti delle offensive mongole si era protratta per decenni attenuandosi dopo il 1260, quando il numero di iniziative intraprese dalla Curia romana diminuì.
Una fase vibrante si toccò durante l'epoca dell'ambizioso Nogai, de facto comandante supremo dell'Orda tra il 1266 e il 1294. Nel 1285, aveva compiuto delle incursioni ai danni della Lituania e della Polonia, dimostrandosi interessato a espandersi anche in Rus'. In campo diplomatico, cercò di salvaguardare i rapporti diplomatici con gli Ilkhanidi, ma in realtà egli li giudicava come propri rivali, motivo per cui tentò a più riprese di dividere l'avvicinamento tra la Persia e il papato. Per un breve periodo, è anzi corretto affermare che si formarono due forti gruppi di potenze; da un lato l'Orda d'Oro e i mamelucchi di Baibars unirono le loro forze e quelle della repubblica di Venezia, di Giacomo di Sicilia e di Alfonso d'Aragona; dall'altro, gli ilkhan si allearono con i genovesi, Luigi IX di Francia e Carlo d'Angiò. Oltre ad aver sposato Eufrosina, una figlia illegittima dell'imperatore bizantino Michele VIII Paleologo, dialogò anche con l'Occidente autorizzando l'arrivo di numerosi gruppi francescani, divenuti subito molto attivi nelle sue terre e protetti grazie a politiche sempre concilianti. Con i francescani come leali delegati, Nogai ottenne un canale di accesso al papa, contribuendo a ostacolare l'ammirazione dei cattolici per gli Ilkhanidi. Benché si arrivò mai alla costituzione di un'alleanza militare con l'Orda d'Oro, l'afflusso di mercanti italiani ed emissari papali, così come lo sviluppo di reti commerciali nelle regioni baltiche, dimostra che i contatti con quella realtà politica rimasero saldi, così come del resto con la vicina Russia. Con particolare riferimento a quest'ultima, la conversione all'islam garantì comunque tolleranza e sostegno alla Chiesa ortodossa, senza rinunciare ai rapporti con il Medio Oriente e con il mondo cristiano del sud-est europeo.
A partire dai primi decenni del XIV secolo, l'Orda d'Oro fu avviata a un lento declino in favore delle potenze europee circostanti e i rapporti con la Chiesa romana non furono più così essenziali. Qualche sparuta alleanza matrimoniale tra i governanti cristiani e i mongoli dell'Orda d'Oro fu portata avanti dall'imperatore bizantino Andronico II Paleologo, che diede le sue figlie in moglie al governante dell'Orda d'Oro Toqto'a (prima del 1283-1312) e al suo successore Uzbek (1312-1341).

La conclusione delle crociate in Oriente e il disinteresse verso quelle latitudini da parte degli europei coincisero con una fase di estrema flessione per la storia mongola. Nel 1320, il sultano egiziano Qalāwūn invase e devastò indisturbato la Cilicia armena. L'episodio si spiega con la rivoluzione politica dell'ilkhan Abū Saʿīd, che cambiò atteggiamento rispetto ai predecessori e cercò una riconciliazione con l'Egitto, siglando un trattato ad Aleppo con i mamelucchi nel 1322. In verità, già negli ultimi anni di Ghazan la religione buddhista aveva lasciato spazio all'islam, e come Abū Saʿīd, nato musulmano, tutta la nobiltà aveva ormai rinunciato ad altri credi, segnando un mutamento significativo nella storia dell'Ilkhanato. Dopo Abū Saʿīd, la Persia e quanto si trovava sotto il dominio mongolo visse un periodo di profondo turbamento, soprusi e incapacità dell'autorità centrale di arginare torti e crisi, i quali avevano reso l'amministrazione dello Stato totalmente inefficiente. Pertanto, l'implosione dell'Ilkhanato e la nascita di una pletora di piccoli regni guidati da mongoli, turchi e persiani, avvenuta tra il 1330 e il 1340, si rivelò una conseguenza ampiamente prevedibile.
Nel 1336 Toghun Temür, l'ultimo imperatore della dinastia mongola Yuan in Cina, inviò al francese papa Benedetto XII ad Avignone un'ambasciata guidata da un genovese al servizio dell'imperatore mongolo, Andrea di Nascio, e accompagnata da un altro genovese, Andalò da Savignone. Questi portavano lettere con le quali il sovrano mongolo comunicava che da otto anni dalla morte di Giovanni da Montecorvino era senza una guida spirituale e ne desiderava ardentemente una per la comunità cristiana di Khanbaliq. Benedetto XII inviò nel 1338 un'ambasciata guidata dal francescano Giovanni de' Marignolli, che rimase in Cina dal 1342 al 1345; la missione è ricordata dalle fonti cinesi per il cavallo europeo tra i doni offerti. Dopo questo episodio, l'arcidiocesi di Khanbaliq scomparve progressivamente dalla storia. Nel 1353, Giovanni tornò ad Avignone e consegnò una lettera del gran khan a papa Innocenzo VI. Al termine di un'insurrezione perdurata un quindicennio circa e nota come rivolta dei Turbanti Rossi, i cinesi si sollevarono e scacciarono i mongoli dalla propria terra, garantendo l'affermazione della dinastia Ming nel 1368.

In quella fase storica, se si eccettua gli esigui scambi degli anni passati, l'Europa aveva già irreversibilmente raffreddato i contatti per via di molteplici fattori legati alla peste nera del 1347-1349, allo Scisma d'Occidente del 1378-1417, che indebolì ulteriormente l'azione missionaria e, infine, alla scelta dei khan di avvicinarsi al mondo islamico. Tempo dopo, il condottiero turco-mongolo Tamerlano (1336-1405) sviluppò un'amichevole relazione, anche se a distanza, con le potenze occidentali, scambiando lettere con i governanti europei e invitando ambasciatori e commercianti. Nello specifico, discusse l'idea di costituire una coalizione contro i mamelucchi egiziani e l'impero ottomano con Carlo VI di Francia e Enrico III di Castiglia, ma morì nel 1405.
In ambito culturale, alcuni elementi artistici mongoli confluirono in diverse realtà europee, specialmente in Italia, di cui la maggioranza degli esempi sopravvissuti risale al XIV secolo, dopo che la possibilità di un'alleanza militare era svanita. È il caso della raffigurazione di tessuti provenienti dall'impero mongolo e la scrittura mongola in vari contesti, quest'ultima spesso anacronistica. Le importazioni di tessuti ebbero un'influenza considerevole sullo stile tessile italiano. L'uniforme militare mongola è talvolta indossata dai soldati, in genere quelli che agiscono contro figure cristiane, come nei martiri o nelle scene di crocifissione. Esse erano forse copiate da disegni realizzati dagli ambasciatori mongoli in Europa o da quelli riportati dall'Oltremare.

Gli storici hanno dato adito a un vivace dibattito circa l'esistenza, la portata, o anche la lungimiranza di un'alleanza. Secondo l'opinione prevalente, le relazioni non raggiunsero mai un livello così stretto, poiché occorrerebbe più correttamente parlare di una serie di tentativi di alleanza. I pochi storici espressisi in senso contrario hanno comunque faticato a concordare sui dettagli; mentre lo storico francese Jean Richard ha affermato che qualcosa si concretizzò grosso modo dopo il 1260, a detta di Alain Demurger nulla fu suggellato se non dal 1300.
Secondo altri, gli scambi furono assai più flebili. Dan Jones ha asserito, in maniera assai franca, che «l'alleanza tanto agognata non si realizzò mai, ma rimase una possibilità allettante nella mente di alcuni principi occidentali e una prefigurazione dell'incombente annientamento per gli ayyubidi e per i loro successori mamelucchi». Si può dunque soltanto speculare sulle potenzialità e sui risultati che avrebbe potuto garantire un'ipotetica collaborazione. Secondo lo storico britannico Steven Runciman, se la coalizione con i mongoli «fosse stata conclusa e lealmente sostenuta dall'Occidente, l'esistenza di Outremer sarebbe stata certamente prolungata. I mamelucchi sarebbero stati paralizzati, se non distrutti e l'ilkhanato di Persia avrebbe continuato ad esistere come potenza amica dei cristiani e dell'Occidente». L'arresto delle ambascerie verso Roma esaurì ogni prospettiva che si potesse congiungere le forze nel Vicino Oriente o addirittura, nella migliore delle ipotesi, in Persia. Stando a David Nicolle, i mongoli erano «considerati alleati di valore», poiché si credeva che avrebbero potuto causare la sconfitta mamelucca e addirittura anche consentire la caduta del Medio Oriente islamico; al contrario delle previsioni, i mamelucchi prevalsero e i mongoli finirono invece per divenire musulmani. Christopher Atwood ha riassunto così le relazioni tra l'Europa occidentale e i mongoli: «Nonostante i numerosi inviati e l'ovvia logica di un'alleanza contro i comuni nemici, il papato e i crociati non arrivarono mai alla spesso-proposta alleanza contro l'Islam».

È stato versato molto inchiostro dagli studiosi per spiegare perché l'alleanza tra mongoli e franchi, nonostante i copiosi contatti diplomatici, non decollò mai e rimase una chimera. Sul tema, Peter Jackson ha ricordato innanzitutto le mutate condizioni geopolitiche in cui operarono i successori di Genghis Khan, i quali avevano svestito gli abiti di nomadi conquistatori e indossato quelli di amministratori sedentari, perennemente assorbiti da lotte intestine che distoglievano l'attenzione dal fronte della Siria. Gli osservatori occidentali faticavano a seguire queste trasformazioni, non avendo chiara una distinzione tra le diverse regioni dell'impero e non comprendendo che i mongoli dell'Ilkhanato in Terra Santa erano diversi da quelli dell'Orda d'Oro attivi in Europa orientale, oltre che, come detto, spesso poco compatti.
Al netto dei timori verso i brutali modi dei mongoli, gli attacchi dirompenti verso il mondo musulmano avevano spinto vari europei a credere che si potesse provare a compiere assieme una nuova più fortunata spedizione. Queste convinzioni stridevano però con l'ormai calante zelo verso il fenomeno delle crociate, a cui spesso i monarchi apparentemente aderivano per compiacere i rispettivi sudditi, ma nella realtà impiegavano anni in preparativi e talvolta, non arrivavano mai a dare effettivamente battaglia, non dando più credito alla promessa di indulgenze del clero. Le guerre interne in Europa, come quelle scatenate dai Vespri siciliani, distraevano l'attenzione e riducevano le prospettive di una mobilitazione della nobiltà locale, non più intenzionata a disperdere i propri uomini. Il fattore economico rivestiva altrettanta importanza, perché il costo delle crociate era aumentato in maniera esorbitante e la caduta di Outremer non aveva suscitato alcuna scossa presso le corti regie, venendo considerata sì dolorosa, ma anche inevitabile. Alcuni monarchi risposero positivamente alle richieste dei mongoli, ma divennero vaghi ed evasivi quando fu loro chiesto di impegnare realmente truppe e risorse. Pertanto, anche a causa di difficoltà logistiche e soprattutto per via di uno scenario geopolitico molto convulso, l'idea di unirsi ai mongoli finiva per diventare utopica.
Gli europei inoltre diffidavano circa gli obiettivi a lungo termine dei mongoli, temendo tradimenti e adottando estrema cautela. Considerandoli poco affidabili, gli occidentali erano convinti che la controparte si sarebbe rivolta contro di loro una volta sconfitti i mamelucchi, ricordando gli spaventosi assalti dell'Europa orientale. Va poi ricordato che nelle prime iniziative diplomatiche, i mongoli non cercavano rapporti paritari, ma sottomissione, comportando per gli Stati latini una scelta tra distruzione o obbedienza, con la perdita dei privilegi dei franchi e l'imposizione di un dominio che livellava le differenze sociali e religiose. È doveroso tenere a mente che il concetto di "alleato" era estraneo all'immaginario mongolo, ammettendosi soltanto l'idea di vassallo o nemico. Non si possono dunque scoprire con certezza i piani che avrebbero eseguito i mongoli qualora avessero sconfitto i mamelucchi, magari anche ai danni dei franchi. È interessante ravvisare che gli storici di corte della Persia mongola non fanno menzione alcuna delle comunicazioni tra gli ilkhan e l'Occidente cristiano, citando a stento gli Ifranj.

Se tra quegli autori non sembrava trapelare grande entusiasmo verso gli occidentali, lo stesso poteva dirsi per la popolazione d'Europa con riferimento alla prospettiva di alleanza con i mongoli. In molti proposero idee alternative sulla strategia ideale per recuperare la Terra Santa, ma pochi menzionarono i mongoli come una valida opzione. Nel 1306, quando papa Clemente V chiese ai gran maestri degli ordini militari Giacomo di Molay e Folco del Villaret di presentare le loro proposte su come le crociate avrebbero dovuto procedere, nessuno dei due ipotizzò un qualsiasi tipo di alleanza con i mongoli. Poche proposte successive fecero fugacemente cenno ai mongoli come a una forza capace di invadere la Siria e mantenere occupati i mamelucchi, ma non sulla quale si potesse contare per una cooperazione. Più prolungato fu invece il lascito legato agli scambi commerciali che si aprirono lungo le rotte che conducevano dall'Europa all'Asia, le quali proseguirono con relativa costanza e portarono a interessanti resoconti sotto molteplici aspetti, come evince dal celeberrimo viaggio condotto da Marco Polo.