| Aswaran | |
|---|---|
| Descrizione generale | |
| Attiva | III-VII secolo |
| Nazione | |
| Servizio | Esercito |
| Tipo | Cavalleria pesante |
| Ruolo | Truppa d'assalto |
| Equipaggiamento | Elmo, Armatura lamellare/Cotta di maglia, spada sasanide, kontos, arco partico-persiano, mazza d'armi, tabarzin, giavellotto |
| Parte di | |
| Esercito sasanide | |
| Comandanti | |
| Comandante attuale | Aswārān-sardār |
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Gli Aswārān (singolare aswār), scritti anche Asbārān e Savaran, erano la forza di cavalleria che costituiva la spina dorsale dell'esercito sasanide. Forniti dall'aristocrazia feudale sasanide, erano pesantemente corazzati (catafratti) e disimpegnavano servizio sia di lancieri sia di arcieri a cavallo.
Aswārān deriva dalla parola di lingua persiana antica asabāra, composto di asa- e bar, termine tecnico militare achemenide di uso frequente. Le varie altre traduzioni della parola sono: in lingua partica asabāra (scritto spbr o SWSYN); aswār (scritto ʼswbʼl o SWSYA) in lingua pahlavi; in lingua farsi suwār (سوار), uswār/iswār (اسوار), in lingua persiana savār (سوار). La parola di lingua araba asāwira (أساورة), usato per riferirsi ai disertori sasanidi Asawira, è una forma plurale spezzata del pahlavi aswār.
Tuttavia, la parola aswār significa "cavaliere" solo nella letteratura pahlavi ed è solo il termine arabo tardo ad avere un significato più specializzato. Nelle iscrizioni sasanidi, la formula asp ud mard (SWSYA W GBRA in pahlavi e SWSYN W GBRYN in lingua partica; letteralmente "cavallo e uomo") era usata per indicare collettivamente le forze di cavalleria e fanteria dell'esercito sasanide.
In generale, una revisione degli errori di traduzione/interpretazione dei termini pahlavi correlati agli aswārān ed all'esercito sasanide in generale è stato pubblicato da Kaveh Farrokh nel suo The Armies of Ancient Persia: The Sassanians (2014).

Ardashir I (r. 224-241), fondatore dell'impero sasanide e Re dei Re (Shāhānshāh in pahalavi), restaurò le organizzazioni militari degli Achemenidi per costruirsi un esercito in grado di sconfiggere i Parti, integrando al contempo nelle sue forze la nuova cavalleria pesante dei lancieri catafratti in forza presso questi ultimi – oltre a nuove tipologie di armature e armi d'assedio.
Il nuovo esercito persiano, l'esercito sasanide, impostato sul modello professionistico dell'esercito romano, mantenne quale spina dorsale la cavalleria pesante degli aswārān: una leva di guerrieri appartenenti alla nobiltà feudale dell'impero (l'aristocrazia iranica dei wuzurgan e degli azadan) coperti d'acciaio ed armati di lancia, spada, mazza d'arme ed arco composito. La cavalleria leggera, anzitutto arcieri a cavallo, era invece fornita dalle popolazioni vassalle o di tipo mercenario.
Sapore II (r. 309-379) riformò l'esercito per meglio fronteggiare la coeva ristrutturazione dell'impero romano avvita da Diocleziano e proseguita da Costantino I. Per impulso dello Shāhānshāh, la cavalleria divenne ancor più "pesante" e maggiormente efficiente. Gli aswārān di Sapore II indossavano ormai armature di spesse placche di ferro che ne ricoprivano l'intero corpo. Ciò le rendeva assai simili a statue di ferro che si muovevano. Alcuni cavalieri erano armati di lancia ed altri di spada o mazza. Il limite strutturale della cavalleria feudale non venne però, allora, intaccato: il numero degli aswārān che i wuzurgan potevano/dovevano schierare agli ordini del Re dei Re o del suo generalissimo, lo Ērān Spāhbod, restava ridotto.
Dalla metà del IV secolo, la presenza a nord delle terre dei sasanidi – e dei romani – dell'impero nomade degli Unni e delle altre popolazioni della steppa eurasiatica ad essi correlate costrinse gli aswārān a mantenersi una forza bellica agile e manovrabile, non focalizzandosi solo sulla forza d'urto dei lancieri corazzati (com'era invece stato per i Parti) ma riscoprendo l'importanza tattica dell'arciere montato.
Dopo due secoli di torbidi politici, lo Shāhānshāh Cosroe I (r. 531-579) promulgò una riforma dell'esercito – anzitutto degli aswārān – per debellare la minaccia degli Unni bianchi combattendo i quali era perito suo nonno Peroz I (r. 459-484). Le modifiche apportate alle forze armate sasanidi le resero capici di resistere a combattimenti prolungati, impegnarsi su più fronti e dispiegarsi più velocemente.

La riforma permise allo Shāhānshāh (supportato nell'impresa dalla semi-mitica figura di un ministro/sacerdote, Bābak) di contendere il primato politico e militare dei wuzurgan che avevano minato il potere della dinastia sasanide dalla morte di Sapore II, permettendo anche ai semplici proprietari terrieri/capi-villaggio, i dehqan, di fornire all'esercito degli aswārān, con l'immediato risultato di aumentare significativamente gli effettivi della cavalleria pesante. La riforma militare si concentrò sull'organizzazione (fu per esempio fissato lo standard minimo per l'equipaggiamento degli aswārān – che approfondiremo nel seguito – e fu di conseguenza regolamentata la rassegna obbligatoria delle truppe) e sull'addestramento delle truppe ma non minò certo il primato tattico della cavalleria nel modus bellandi persiano-sasanide.
Cosroe I divise inoltre l'impero e la sua vasta armata in quattro macro-aree (la Mesopotamia a ovest, il Caucaso a nord, il Golfo Persico nella regione centrale e sud-occidentale e l'Asia centrale ad est) affidate da un ufficiale plenipotenziario con autorità civile, militare e diplomatica, lo Spāhbod. I quattro Spāhbod controllavano i governatori locali e affidavano il comando delle loro armate ai marzban, marescialli di campo reclutati tra i wuzurgan il cui titolo era ereditario. Questa nuova quadripartizione dell'impero non solo creò un sistema militare più efficiente, ma rese pure più agevole l'amministrazione «di un impero vasto, multiculturale e multietnico».
La riforma di Cosroe I permise all'impero sasanide di raggiungere il suo zenit ma non fu risolutiva delle problematiche intrinseche che l'avevano innescata. Basti su tutto considerare che Cosroe II (r. 590-628), nipote di Cosroe I, fu deposto da una rivolta dei wuzurgan, preludio alla guerra civile sasanide (628-632) che disintegrò il potere centrale trasformando l'impero in una confederazione di principotti semi-indipendenti poi fagocitati dalla giovane umma arabo-musulmana.
La maggior parte degli aswārān si dissolse dopo la conquista islamica della Persia nel VII secolo: gli aswaran del Ērān Spāhbod Rostam Farrokhzād perirono con lui nella battaglia di al-Qadisiyya (636/637); ciò che restava degli aswaran dello Spāhbod Piruz Cosroe furono massacrati nella battaglia di Nihavand (642); ecc. Alcune fazioni di aswārān, invece, passarono dalla parte degli arabi per preservare il loro status e le loro ricchezze. Queste fazioni aswaran si stabilirono in varie località dei territori musulmani appena fondati, dove divennero note con diversi nomi; la più conosciuta e importante fu quella degli Asawira che, sotto la guida di Siyah, dopo aver contrastato la conquista islamica del Khuzestan, risolsero di allearsi ai Banu Tamim (restando fedeli allo zoroastrismo) e si stabilirono nel neonato insediamento califfale di Bassora.
Con la creazione dell'impero Ghaznavide a cavallo tra l'Asia centrale ed il subcontinente indiano nel X secolo, il termine Aswar (poi Sawar/Sowar) passò in India e fu poi utilizzato per indicare il grado delle truppe di cavalleria del Sultanato di Delhi, dell'impero Moghul, dell'impero anglo-indiano e, attualmente, delle truppe di cavalleria di India e Pakistan.
Gli aswārān sono stati spesso intesi dagli studiosi occidentali come un esempio dell'esistenza in Iran di un feudalesimo simil-europeo e, di conseguenza, indicati genericamente come "cavalieri" o "ritter". Gli iranisti d'inizio XX secolo Arthur Christensen e Geo Widengren, per esempio, equiparavano un aswār ad un cavaliere dell'Europa medievale. Tuttavia, sebbene una similitudine sussista, il ruolo socio-economico del cavaliere europeo era molto diverso rispetto da quello di un aswār sasanide.

Gli aswārān erano inizialmente reclutati tra la sola alta aristocrazia iranica (wuzurgan e azadan) con gli alti ufficiali, come visto, reclutati tra i soli wuzurgan, cioè la medesima classe sociale che definiva le dispute ereditarie in seno alla dinastia regnante sasanide. Ognuna di queste casate (tra le quali primeggiano nelle fonti il Casato di Mehrān, il Casato di Suren e il Casato di Spandiyadh) aveva il compito di fornire il proprio esercito privato allo Shāhānshāh quando questi lo richiedeva, In ragione di un tale sistema, inoltre, il numero di aswārān disponibili per la chiamata alle armi era notevolmente ridotto.
Vero e proprio simbolo dell'epica guerresca sasanide, un aswār doveva essere perfettamente addestrato nell'equitazione, nel tiro con l'arco e nella mischia con le armi bianche. Lo stesso Ammiano Marcellino, parlando degli aswārān di Sapore II, lodò la loro maestria con l'arco e la spada. Doveva inoltre essere un esempio di galanteria e buone maniere, seppur ciò sia da ricondursi alla sua appartenenza all'alta classe sociale sasanide di nota vocazione politica. L'addestramento dei cavalieri era ovviamente un processo lungo che cominciava in tenera età, si appoggiava a specifiche figure di istruttori professionisti (gli andarzbad-i aswārān per quanto concerne le arti marziali) e si articolava nella pratica sistematica di talune attività propedeutiche quali la Varzesh-e Pahlavani (l'arte marziale storica della Persia), il gioco del polo, utile per addestrare gli uomini tanto quanto i loro cavalli, e la caccia, attività simbolo della cultura stessa sasanide che era spesso orientata all'abbattimento di prede pericolose come leoni, orsi o cinghiali.
Grazie alle riforme di Cosroe I, furono arruolati anche guerrieri della piccolo nobiltà terriera, i dehqan, innescando così un significativo aumento nel numero di cavalieri pesanti disponibili per l'armata imperiale. Gli aswārān dei dehqan erano pagati (con stipendio massimo fissato a 4000 dirham) ed equipaggiati dal governo centrale.
Le fonti greco-romane, rifacendosi ad una tradizione storiografica più antica, identificarono all'interno dell'armata sasanide il rifondato corpo degli Immortali già parte dell'esercito achemenide. Il nome sasanide del corpo, Zhayedan, non è però riconducibile alla parola "immortali". Si trattava di una vera e propria armata di 10000 cavalieri che veniva solo occasionalmente schierata in battaglia, come occorse alla battaglia del ponte (634) contro gli arabi. Un'altra unità d'élite degli aswārān era la guardia reale o Pushtigbān, una chiliarchia di cavalieri il cui compito era proteggere lo Shāhānshāh in battaglia. Lo Shāhānshāh stesso e che per questo riceveva uno stipendio, simbolicamente aumentato di un dirham rispetto a quello degli altri cavalieri. Altre unità speciali furono create nel corso dei secoli, come i Cosroegeti (i "compagni di Cosroe) fondati da Cosroe II.

Dai documenti sasanidi, estrapoliamo i gradi di specifici ufficiali di cavalleria:
La maggior parte degli alti ufficiali appartenevano ai casati Mehrān, Suren e Spandiyadh e molti aswārān-sārdār provennero appunto dal clan Mehrān. In accordo all'organizzazione decimale delle forze armate sasanidi, è presumibile che i comandanti (sardār/sālār) della cavalleria pesante fossero responsabili per decurie, centurie o chiliarchie (hāzar in lingua pahlavi) di guerrieri. Un'armata di 10000 uomini era invece comandata da uno dei summenzionati Spāhbod.
Le fonti romane tramandano con parole vivide l'impatto provocato dalla vista dei catafratti sasanidi:
Riproduzioni artistiche della cavalleria aswārān ci sono stati tramandati dagli imponenti rilievi rupestri sasanidi, tra i quali primeggia il bassorilievo di Taq-e Bostan ove Cosroe II (r. 590-628) giostra di lancia in sella al suo celebre stallone Shabdiz. Durante le riforme militari di Cosroe I, la panoplia della cavalleria pesante era stata standardizzata. Secondo le fonti arabe e persiano-islamiche, i pezzi di equipaggiamento (zēn in lingua pahalavi) richiesti per un cavaliere sasanide alla rassegna erano i seguenti:
| Equipaggiamento | in lingua pahlavi | in lingua persiana | Note |
|---|---|---|---|
| Elmo | tlg (targ) | ترگ (targ), خود (xōd) | |
| Gorgiera | glywpʾn' (grīwbān) | ||
| Armatura lamellare / Corazza | زره (zirih) | ||
| Cotta di maglia / Usbergo | جوشن (jawšan) | ||
| Guanto d'arme in ferro | ʾp̄dst' (abdast) | ساعدین (sā'idayn) | |
| Cintura | kml (kamar) | کمر (kamar) | |
| Cosciali | rān-band | رانبند (rān-band) | |
| Barda in metallo o cuoio | zynʾp̄cʾl (zēn-abzār), tiğfāf, bargustuwān, silī | زینافزار (zīn-afzār), برگستوان (bargustuwān) | |
| Lancia da cavalleria (kontos) | nyck' (nēzag) | نیزه (nayza) | 1 c.u. |
| Spada sasanide | šmšyl (šamšēr) | شمشیر (šamšēr) | 1 c.u. |
| Scudo | spl (spar) | سپر (sipar) | 1 c.u. |
| Scure d'arcione | تبرزین (tabarzīn) | ||
| Mazza d'arme | wlz (warz, wazr), gt' (gad) | گرز (gurz), عمود (amūd) | |
| Fondina per l'arco | کماندان (kamān-dān) | ||
| Arco composito | kmʾn' (kamān) | کمان (kamān) | 2 c.u. |
| Faretra | kntgl (kantigr) | تیردان (tīr-dān) | |
| Freccia | HTYA (tigr) | تیر (tīr) | 30 c.u. |
| Corda per arco | zyh (zīh) | زه (zih) | 2 c.u. annodate ed agganciate all'elmo |
| Lancia / Giavellotto | sl (sel) | ||
| Lazo | کمند (kamand) | Secondo alcune fonti | |
| Frombola con munizioni | فلاخن (falāxan) | Secondo alcune fonti |
Gli aswārān del periodo precedente alle riforme di Cosroe I avevano molto in comune con i loro predecessori arsacidi. La maggior parte indossava un'armatura a scaglie composta da corazza manicata, rinforzata sul petto da delle stecche longitudinali, e gambali. Il ricorso alla cotta di maglia, nella foggia di un usbergo a maniche corte, era meno frequentemente ma già confermato, per esempio, dai rilievi rupestri del primo Re dei Re sasanide, Ardashir I. Alcune unità aswārān mercenarie potevano indossare poca o nessuna armatura, il che consentiva loro di essere più veloci, silenziosi e mobili.
Altro elemento della panoplia del aswār mutuato dai Parti – ed in uso anche ai Romani – fu l'elmo del tipo spangenhelm che comunque mutò significativamente nel corso dei secoli. Tra il III e il VI secolo, erano probabilmente realizzati in feltro e cuoio indurito e già rinforzati da gorgiera/camaglio. Le maschere facciali furono utilizzate almeno dal IV secolo, quando ce le descrisse Ammiano Marcellino. Tra la fine del VI e l'inizio del VII secolo, gli spangenhelm iniziarono a essere decorati con fiori e sfere viola, con cotta di maglia completa sul volto e piccole aperture per respirare e vedere.
Gli aswārān erano equipaggiati con una gran varietà d'armi. Venivano utilizzate le tradizionali armi pesanti da cavalleria, come mazze/scuri d'arcione, lance e spade, così come armi tipiche dei cavalieri della steppa, quali l'arco ed il giavellotto. In generale, le armi della cavalleria sasanide furono interessate da una continua evoluzione, frutto del loro sistematico scontro con i Romani ad occidente ed i nomadi della steppa ad oriente.
Libanio descrisse il kontos, la lancia da cavalleria già in uso ai Parti (nēzag in lingua pahlavi), come «una lancia che necessitava di entrambe le mani»: era lunga più di 3,5 m e dotata di una lama di ferro simile ad una spada. La spada sasanide (šmšyl in lingua pahlavi; shamshir in lingua farsi) era a lama lunga e diritta, affilata su entrambi i lati, poteva già essere realizzata in acciaio Damasco tipo wootz, ed era assicurata alla cintura del cavaliere da un fodero a due punti di sospensione. L'arco partico-persiano era realizzato in corno di ibex, legno e tendine di gazzella o daino e veniva solitamente portato alla cintura dell'arciere, sul lato sinistro, nel suo contenitore, il kamān-dān – a differenza dei Parti e degli Achemenidi, infatti, i Sasanidi non utilizzavano il gorytos che poteva contenere sia la custodia dell'arco sia la faretra (kantigr in lingua pahlavi) bensì tenevano le due separate ed appese alla cintura con in medesimo sistema di sospensione utilizzato per il fodero della spada.
Alcuni elementi dell'equipaggiamento aswārān sono oggi di difficile interpretazione ed oggetto di acceso dibattito tra gli studiosi. Si tratta di due armi o sistemi d'arma in uso agli arcieri. Anzitutto c'è il nawak, secondo Nicolle 1996 una guida contenente dei dardi di 10-40 cm (più corti ma più potenti di una freccia sasanide standard, la tigr, lunga 80-85 cm) da posizionarsi sull'arco trasformandolo temporaneamente in una balestra. Poi il panjagān (lett. "cinque volte" in lingua pahlavi) altro strumento che permetteva all'arciere di scagliare cinque proiettili contemporaneamente, forse con l'intento di scompaginare le fila dello schieramento avversario prima della carica alla lancia.
Ogni unità aswārān aveva un drafsh, uno stendardo araldico spesso raffigurante un animale (anzitutto le aquile ma anche elefanti, cavalli, orsi, leoni e cervi) o una creatura della mitologia persiana come il bashkuch o la homa. Una forza di aswārān, come parte dell'esercito sasanide, avrebbe anche sfoggiato il vessillo reale Derafsh Kaviani.
Come premio per il coraggio ed il valore in battaglia, gli aswārān ricevevano braccialetti onorifici, registrati nelle fonti islamiche come suwārī e chi li indossava veniva chiamato musaswār. Altra onorificenza per gli aswārān era il titolo di hazārmard, letteralmente "[del valore di] mille uomini", assegnato dopo particolari atti di coraggio, o zih aswār/asbār ("cavaliere superiore") e pahlawān-i gēhān ("eroe o campione del mondo").
Gli aswārān utilizzavano sia destrieri dell'antica razza niseana sia di un'altra razza più piccola ed oriunda dell'altopiano iranico. Il distinguo tra le due tipologie, citate dalle fonti, è stato confermato dal raffronto tra le diverse raffigurazioni di cavalli nei rilievi rupestri sasanidi, per esempio confrontando il grande animale (niseano?) montato da Sapore I nel rilievo di Bishapur con il piccolo cavallo montato da suo padre Ardashir I nel rilievo di Naqsh-e Rostam.

Sia lo Shāhānshāh sia i wuzurgan possedevano un gran numero di cavalli. L'aristocratico iranico era inseparabile dal suo destriero: andare a piedi, anche per un breve tragitto, era considerato irrispettoso. Le razze più pregiate erano l'orgoglio dei wuzurgan che marchiavano gli animali con i loro stemmi araldici (nišān in lingua pahlavi). Nelle stagioni miti, le mandrie pascolavano nei prati ed ogni anno venivano radunate in un prato ben irrigato, dove alcuni esemplari potevano essere catturati con il lazo per essere domati dai korra-tāzān (i "cavalieri di puledri"). La scelta del proprio destriero era un evento memorabile nella vita di ogni aswār e solitamente la scelta ricadeva su uno stallone.
Data l'importanza dei cavalli, appositi veterinari, gli stōr-bizišk, accompagnavano gli aswārān, mentre di alcuni cavalli sasanidi, come il predetto Shabdiz, lo stallone nero di Cosroe II, conosciamo persino il nome. Il cavallo bianco, soprattutto se con criniera dorata alle orecchie e membra snelle, era reputato dai sasanidi il migliore, come riportato nel testo zoroastriano Mēnōg-ī Khrad, mentre una specifica sezione del Grande Avesta, chiamata Artēštārestān (lett. "Codice del guerriero"), nella quale si approfondisce il tema dell'ippicoltura.
La barda del cavallo (zēn-abzār in lingua pahalavi), composta da cuoio bollito eventualmente rinforzato da saglie di metallo, copriva il torso (con un'apertura ovale per il sedile del cavaliere), la testa ed il collo dell'animale. Più raramente, la barda era composta da cinque pezzi separati che coprivano interamente l'animale. La barda a scaglie si diffuse in epoca partica, mentre rinforzi in cotta di maglia non figurarono prima del III secolo. Nonostante la loro imponente panoplia, i cavalieri aswārān non impiegavano la staffa, preferendo al suo posto una sella da guerra – più evoluta rispetto a quella partica – con una piastra/arcione sul retro e due pomoli frontali incurvantisi sulla parte superiore delle cosce del cavaliere che permetteva loro di rimanere in sella anche negli scontri più violenti e concitati.
Oltre ai cavalli, gli aswaran impiegavano anche elefanti da guerra, come avvenne nella battaglia di Avarayr (451) contro il Regno d'Armenia o nella battaglia di Dhu Qar (611) contro gli arabi pre-islamici, dalla cui groppa bersagliavano il nemico con i loro archi.

Come anticipato, la cavalleria degli aswārān costituì la spina dorsale dell'esercito sasanide che privilegiò sempre il ricorso al soldato montato rispetto al fantaccino. Le competenze tattiche del cavaliere sasanide erano molteplici ed, in taluni casi, delle vere e proprie peculiarità: non era affatto inconsueto, per esempio, che due aswār di opposto schieramento si sfidassero ad una singolar tenzone (il mard o-mard nella cultura partico-sasanide) al principio della battaglia campale, in taluni casi documentati persino contro un avversario non persiano quale un romano. La loro competenza nel tiro con l'arco era proverbiale e riconosciuta dai loro stessi nemici: oltre al già celebre tiro alla partica, i sasanidi incoccavano le frecce in modo peculiare, utilizzavano una gran varietà di proiettili di forma e scopo differenti, ecc.
La grande efficacia della cavalleria sasanide fu notata dagli scrittori romani contemporanei, tra cui Ammiano Marcellino, e portò i Romani ad adottare aspetti della cavalleria sasanide, comprese le loro armi, armature e tecniche: v.si Equites cataphractarii.

La strategia difensiva dell'impero sasanide, così come disegnata in seguito alle riforme di Cosroe I, si fondava sull'impiego sinergico di una possente struttura fortificata limitanea (paragonabile al Limes romano o alla Grande muraglia cinese) con la forza mobile degli aswārān. Le unità militari di stanza nelle città di frontiera e in altri sistemi difensivi come le mura di frontiera (una forza stimata complessivamente in 150-180000 soldati) avevano il compito primario di respingere i tentativi nemici di superare e conquistare le posizioni difensive, mentre lo Spāhbod radunava gli aswārān presso le città di frontiera e le strutture difensive "strategiche", come le chiuse di Gorgan e Tammisha, che poi dirigeva verso le zone del confine interessate dall'invasione. Al servizio degli aswārān pare restassero degli appositi fortini/caserme altrimenti inutilizzati dietro la prima linea di difesa (ancora visibili appunto tra Gorgan e Tammisha). Per la difesa del confine centroasiatico, l'applicazione di questa strategia si declinava nella massima concentrazione delle forze in due grandi roccaforti: Merv e, più all'interno, Nishapur. La linea di difesa, qui, era basata su un sistema a tre livelli che mirava ad incanalare in profondità il nemico nei territori sasanidi per essere poi annientato dai raid degli aswārān, liberi di giostrare tra i forti e le pianure (come la Piana di Gorgan e la Piana di Derbent) ai danni del nemico, in pratica trasformando in strategia, come osservato da Farrokh, la tattica del tiro alla partica, cioè una ritirata simulata seguita da un contrattacco.
Dopo la sconfitta delle forze d'invasione, la fortezza, la struttura fortificata e/o la città fungevano da punto di sosta per gli aswārān ove prepararsi allo schieramento contro le forze nemiche ancora disperse in territorio sasanide. Rientrata a questo punto la minaccia, lo Shāhānshāh avrebbe valutato le sue opzioni per espandere l'offensiva o controffensiva nel territorio del nemico aggressore. In caso invece di una campagna d'aggressione pianificata dai sasanidi, lo Shāhānshāh avrebbe comunque incaricato lo Spāhbod di radunare presso i medesimi punti strategici gli aswārān per poi procedere all'invasione. La cittadella di Merv, in quest'ottica, costituì per secoli il punto di raccolta delle forze di cavalleria sasanide per incursioni in profondità nelle steppe della Corasmia.