
Il cinema protogiallo, secondo alcuni studi sul cinema italiano, indica una fase preliminare della produzione cinematografica nazionale che precede la piena codificazione del giallo all’italiana negli anni Sessanta. È caratterizzato dall’impiego di elementi tipici del giallo – come mistero, crimine, indagine e colpo di scena – in forme ancora sperimentali e connesse con la letteratura di fine Ottocento e inizio Novecento, e spesso contaminato da melodramma, commedia o avventura.
Il termine indica la gestazione del giallo cinematografico italiano, iniziata con le prime sperimentazioni nel cinema muto e sviluppatasi fino alle produzioni del cinema sonoro, e i primi sceneggiati televisivi, che evidenziano la serialità delle indagini poliziesche, e l'influenza di letterati come Francesco Mastriani, Emilio De Marchi, Ezio D'Errico, Franco Enna, Cletto Arrighi, Luigi Capuana, Luigi Natoli e altri.
Le prime contaminazioni italiane con elementi gialli provengono da autori letterari come Giulio Piccini e Carolina Invernizio, ed emergono con film come La malia dell'oro (1905) di Filoteo Alberini. Durante il periodo muto furono prodotti in Italia circa 481 film con elementi gialli, e le premesse del protogiallo cinematografico italiano si manifestano già nei primi anni del cinema nazionale. Tra le case di produzione più attive negli anni dieci si segnalano Cines, Ambrosio Film, Itala Film, Milano Films, Lucarelli Film e altre. Pellicole come Il delitto del magistrato e Visione accusatrice (1907), Il tintinnio dell'oro (1908), L'orologio accusatore (1909), L'abisso e Alibi atroce (1910), Liquor somniferus e Cassaforte n. 8 (1914) introducono al pubblico elementi narrativi tipici del protogiallo muto, suscitando un forte interesse che spinge le case di produzione a incrementare le risorse dedicate a questo filone. Alcune opere venivano distribuite anche in Francia e nei paesi anglosassoni, ampliando il raggio d'azione del cinema italiano.
Registi come Oreste Mentasti, Luigi Maggi, Arrigo Frusta, Gian Orlando Vassallo, Ubaldo Maria Del Colle e Raffaello Lucarelli tra i più attivi nel settore, realizzarono numerosi titoli in cui i topoi del protogiallo costituivano la struttura centrale della narrazione cinematografica.
Tra le registe, Elvira Notari, prima donna regista in Italia e tra le prime nella storia del cinema mondiale, dirige Carmela, la sartina di Montesanto (1916). Altre produzioni protogialle includono La regina della notte (1915) della Azzurri Film e, dello stesso anno, le coproduzioni tra la svizzera Lumen Film e la Lucarelli Film: Il romanzo fantastico del Dr. Mercanton o il giustiziere invisibile e Profumo mortale; l'ultimo protogiallo muto fu Villa Falconieri (1928), coproduzione italo-tedesca della Società Anonima Stefano Pittaluga e Messtro-Film Verleih GmbH di Berlino.
Il protogiallo italiano degli anni degli anni Trenta nasce sotto l'influsso dei Gialli Mondadori, la storica collana inaugurata nel 1929 che diffuse in Italia i classici del giallo anglosassone insieme a quello tipicamente italiano. Il primo film sonoro riconducibile al protogiallo è Corte d'Assise (1930) di Guido Brignone, incentrato su assassinio, sospetto, indagine e colpo di scena. Negli anni successivi emergono altri protogialli italiani, sempre più strutturati e spesso ispirati a opere letterarie o teatrali, come L'uomo dall'artiglio (1931) di Nunzio Malasomma. Registi come Alessandro Blasetti e Mario Camerini sviluppano il genere con trame di investigazione, suspense e intrighi, talvolta ambientate all'estero per motivi censori; rispettivamente, è il caso de Il caso Haller e Giallo (1933). Raffaello Matarazzo emerge come regista particolarmente prolifico in questo ambito, con i protogialli Il serpente a sonagli (1935), Joe il rosso e L'anonima Roylott (1936), L'albergo degli assenti (1939) e altri.
Nel secondo dopoguerra il protogiallo consolida la propria identità con opere come Malombra (1942) di Mario Soldati, Il testimone (1945) di Pietro Germi e Cronaca di un amore (1950) di Michelangelo Antonioni. Il genere rafforza gli elementi di suspense, investigazione e moralità, ponendo le basi per il cinema giallo italiano moderno.
Dopo il neorealismo, tra la fine degli anni Quaranta e i primi Cinquanta si sviluppa un crescente interesse per narrazioni "in giallo", caratterizzate da suspense, crimine e investigazioni, spesso influenzate dal cinema anglosassone e transalpino. Il filone del protogiallo (1905-1963) integra elementi polizieschi e melodrammatici, con protagonisti in bilico tra legalità e devianza, anticipando le grammatiche del giallo italiano moderno.
I primi anni Cinquanta vedono confermarsi registi come i succitati Antonioni e Germi, oltre a Riccardo Freda e Fernando Cerchio, con opere che combinano intrigo, delitto e tensione psicologica: Cronaca di un amore (1950), Il tradimento e Il bivio (1951), e Un maledetto imbroglio (1959). Il genere si espande anche alla televisione con format innovativi come Giallo club - Invito al poliziesco (1959-1961), a metà tra il game show e lo sceneggiato, portando il mistero nelle case degli italiani.
All’inizio degli anni Sessanta, il protogiallo raggiunge la sua codifica definitiva con La ragazza che sapeva troppo di Mario Bava, che stabilisce i canoni del giallo all'italiana, consolidando un linguaggio di suspense, delitto e investigazione, e inaugurando una delle stagioni più prolifiche e influenti del cinema italiano di genere.
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