| Corniculum | |
|---|---|
| Civiltà | Latini, cultura laziale |
| Utilizzo | Città |
| Epoca | Dal X secolo a.C. alla media età repubblicana |
| Localizzazione | |
| Stato | |
| Comune | Guidonia Montecelio |
| Altitudine | 389 m s.l.m. |
| Scavi | |
| Date scavi | 1982; 1987 |
| Organizzazione | Soprintendenza archeologica del Lazio |
| Archeologo | Zaccaria Mari, Maria Sperandio |
| Mappa di localizzazione | |
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Corniculum fu una città del Latium vetus, ricordata dalle fonti antiche soltanto in relazione alla conquista romana e alle origini di Servio Tullio. È identificata con il sito di Montecelio, nei Monti Cornicolani, ai quali avrebbe dato il nome.
Sorgeva là dove il Lazio antico confina, a nordest, con la Sabina meridionale. L'abitato, nato fra il X e il IX secolo a.C., visse fino all'età repubblicana e ha lasciato i resti di un sistema difensivo di età arcaica e di un'arce, sulla quale, secoli dopo l'abbandono, fu edificato un tempietto di età augustea.
Il nome è ricondotto alla conformazione bipolare dell'altura, formata da due sommità coniche accostate come una coppia di piccole corna. Su questa base, e su un passo di Dionigi di Alicarnasso che colloca nei pressi di Ficulea i monti detti Cornicolani e quelli Tiburtini, si fonda l'identificazione con Montecelio, il cui toponimo medievale Castrum Monticellorum conserva lo stesso significato. Proposta dalla tradizione antiquaria di fine Ottocento e sostenuta dallo studioso locale Celestino Piccolini, fu ripresa nel 1973 con argomentazioni topografiche più stringenti da Stefania Quilici Gigli.
Plinio il Vecchio annovera Corniculum fra le città del Lazio antico già scomparse senza lasciare traccia al suo tempo. Tito Livio ne ricorda la conquista da parte di Tarquinio Prisco, insieme a Ficulea Vetus, Cameria, Crustumerium, Ameriola, Medullia e Nomentum. Dionigi di Alicarnasso aggiunge qualche particolare: il re avrebbe messo a ferro e fuoco le campagne e posto il campo sotto le mura, mentre gli assediati confidavano nella loro rocca; accerchiata la cinta, l'abitato fu dato alle fiamme e saccheggiato. Il racconto è pieno di topoi, ma è stato giudicato compatibile con la conformazione del luogo.
Alla città la tradizione lega la nascita di Servio Tullio: Ocresia, vedova del principe di Corniculum e incinta, sarebbe stata condotta a Roma, e il figlio adottato e designato come successore da Tarquinio. Della vicenda esistono due versioni concorrenti: in una il concepimento è prodigioso e avviene per opera di una divinità domestica, il Lare o il Genio, riconosciuta in un presagio manifestatosi nelle ceneri del focolare regio e interpretato da Tanaquilla; nell'altra, propria degli storici che rifiutavano il racconto miracoloso, Ocresia era già incinta al momento della cattura e il marito, di nome Tullio, era caduto in guerra, mentre il figlio sarebbe stato considerato un comune bambino di condizione servile fino al prodigio delle fiamme attorno al capo. Il nome stesso di Servio deriva del resto da servus. Dominique Briquel inquadra il racconto in una serie di leggende latine sulla nascita del "primo re", che comprende Ceculo fondatore di Preneste, concepito da una scintilla presso la fontana, e il racconto sulla nascita di Romolo nella forma arcaica attribuita a Promazione e riportata da Plutarco: in tutte il bambino nasce dall'unione di una giovane donna con un principio maschile legato al fuoco, identificato con Vulcano oppure, per Servio Tullio, con il Lar familiaris.
Eugenio Moscetti giudica del tutto leggendario questo epilogo, e ne trova conferma nei dati archeologici: nel VI secolo l'abitato non solo non fu abbandonato, ma attraversava il suo momento migliore, e il declino comincia soltanto in età medio-repubblicana. Secondo lo stesso autore è più probabile che Corniculum, avamposto fortificato delle lotte antiromane, sia passata stabilmente sotto il controllo romano soltanto a partire dal 338 a.C., anno in cui la resa di Nomentum e di Tibur chiuse la partita con i Latini. Su un piano diverso, Dominique Briquel osserva che la sequenza delle guerre di Tarquinio Prisco in Dionigi, aperta dalle città latine, proseguita con i Sabini e chiusa con gli Etruschi, risponde a un'articolazione ideologica di matrice indoeuropea, e che la precisione stessa dei racconti ne rende sospetta la storicità.
Sull'appartenenza etnica le fonti non divergono: il centro è ritenuto latino di origine, benché i traffici lo avessero esposto ad apporti culturali che venivano dalla sponda opposta del Tevere, dal mondo sabino e da quello falisco.
Scomparso il centro, il suo territorio risulta in età romana ricompreso nell'agro tiburtino; il settore che dai Monti Cornicolani e Lucretili arriva al confine con la Sabina non è stato però oggetto di ricognizioni sistematiche, e la conoscenza del sito si fonda su contributi a tema.
Le ricognizioni condotte ai margini del paese moderno hanno documentato un vasto abitato protostorico, che secondo Zaccaria Mari e Maria Sperandio ebbe una durata insolitamente lunga, dagli inizi del protovillanoviano fino a piena età repubblicana. Più indietro non si va: per il bronzo recente l'unico appiglio è una fibula ad arco di violino, raccolta con ogni probabilità in modo sporadico a più di un chilometro dal paese, che non basta a dimostrare l'esistenza di un insediamento sul colle in quella fase.
Fra il X e il IX secolo a.C. sorse un villaggio di capanne su Monte Albano, che delle due cime è la meno elevata; con l'inizio dell'età del ferro l'abitato si allargò a raggiera lungo i fianchi di migliore esposizione e occupò la sella fra i due rilievi. Alla stessa fase risale l'abbandono progressivo del vicino sito pre- e protostorico delle Caprine, i cui abitanti si sarebbero trasferiti sulle alture di Corniculum.
L'estensione dell'abitato è ricostruibile dai materiali di superficie e dalla presenza di numerose fosse piriformi scavate nel calcare, spesso disposte in allineamenti che seguono le curve di livello: quelle di dimensioni minori sono state riconosciute come silos, per altre si è pensato a cisterne. Accanto vi erano le case, capanne con tetto di tegole, e la loro dislocazione dimostra che l'insediamento arcaico arrivava fino a Monte Albano, ben oltre il perimetro del borgo medievale. I sepolcreti stavano fuori dall'abitato, a quote inferiori, e vi si praticavano entrambi i riti, la cremazione e l'inumazione.
L'insediamento era protetto dai pendii scoscesi; soltanto la sella occidentale, presso la Fonte Vecchia, costituiva un accesso agevole e fu sbarrata da un sistema difensivo vicino allo schema classico a fossa e aggere, con la differenza che manca il muro di controscarpa: il terrapieno doveva quindi appoggiarsi al muro di fronte formando dietro di esso una piattaforma.
Uno sbancamento edilizio del 1987 ne ha sezionato trasversalmente le strutture: un fossato semicircolare scavato nella roccia viva, largo circa 7 metri e profondo 3,40, e un muro di blocchi rozzamente squadrati, largo 3,40 metri in sezione e conservato per quattro filari, ricavati dalla stessa roccia calcarea su cui poggiano. Fra il fossato e il muro corre una fascia di roccia in leggera pendenza larga circa 4,50 metri, che appare poco funzionale alla difesa e che trova riscontro soltanto nell'abitato di Castel di Decima.
Il riempimento inferiore del fossato conteneva pochi frammenti di tegole e di ceramica d'impasto di età arcaica, con ampie tracce di combustione. Mancano appigli cronologici precisi e non è possibile distinguere eventuali fasi edilizie, che in ogni caso precedono lo spopolamento dell'abitato. La fortificazione è ricondotta all'età arcaica per due ragioni: all'esterno del fossato lo sbancamento ha tagliato uno strato di coperture fittili arcaiche, e il modo di costruire è assai meno curato dell'opera quadrata, vicino a quello di certi aggeri antichissimi. Al centro della barriera si apriva verosimilmente una porta: di lì passava la strada che, proveniente dalla località Poscina, saliva al colle ed era in uso ancora in età romana.
In vetta a Montecelio stava l'acropoli, cinta da una muraglia di grossi massi calcarei che i costruttori della rocca medievale reimpiegarono nei propri bastioni; il recinto disegna un ovale di circa 70 metri per 50, e al suo interno è stata ipotizzata l'esistenza di un santuario arcaico in opera quadrata, al quale ricondurre i blocchi squadrati di tufo, ancora visibili su filari paralleli.
In età imperiale la collina non era più abitata da secoli, ma in età augustea vi fu costruito da zero un piccolo tempio, che il maschio della rocca ingloba tuttora: se ne conservano il podio, alto e rivestito di travertino, e i muri laterali della cella pseudoperiptera, scanditi da lesene e realizzati in laterizio. Per Moscetti è il segno che il culto praticato sull'arce in età arcaica era sopravvissuto con forza alla città. All'interno della fortificazione furono inoltre costruiti, fra il I secolo a.C. e il II d.C., un muro in opera incerta e lo stesso tempietto.
Nel febbraio 1982 uno sbancamento edilizio sul versante nordoccidentale di Monte Albano intercettò una sacca di terra contenente ceramica frammentaria concentrata in uno spazio molto ristretto, dalla quale è stato possibile ricomporre tredici forme vascolari, fra grandi e piccole olle ovoidali, dolii, situle e coperchi, oltre a due pesi troncopiramidali. Il complesso è attribuito al momento finale del protovillanoviano sulla base dei motivi ornamentali e della tecnica di esecuzione.
Zaccaria Mari e Maria Sperandio ne escludono la provenienza da una necropoli a incinerazione e lo riferiscono a un contesto abitativo: le grandi olle raggiungono un'altezza media di 40 centimetri e appartengono a un tipo di uso domestico, i pesi si rinvengono di norma soltanto nelle capanne, e quasi tutti gli oggetti mostrano segni di utilizzo. Il vasellame sarebbe stato scaricato nella cavità già nell'antichità, forse quando le strutture abitative furono rimaneggiate o l'area cambiò funzione; appena a monte del taglio il versante si interrompe in un ripiano lungo una ventina di metri, sul quale poteva sorgere un gruppetto di capanne. Moscetti lascia aperta anche la possibilità che il complesso si riferisca a un luogo di culto.
Sempre secondo Mari e Sperandio, alle soglie della fase II l'adeguamento della comunità ai modi della cultura laziale può dirsi concluso, come dimostra il corredo di una tomba rinvenuta presso il villino Balzar, attribuibile alla fase IIA.
Dalla città prese nome la via Cornicolana, ricalcata oggi dalla strada provinciale 28bis, che si staccava dalla via Tiburtina al IX miglio, presso l'odierna Setteville, arrivava a Guidonia e di qui, girando ai piedi del colle di Montecelio all'altezza di Casale Battista, puntava verso l'interno sabino e la via Salaria, attraversando l'estrema propaggine della Campagna Romana ai piedi dei Monti Cornicolani. L'antichità del percorso è attestata dai molti insediamenti che vi si affacciano, dell'età del bronzo come della protostoria e dell'età arcaica; esso metteva in comunicazione due aree di popolamento distinto, la Campagna Romana da un lato e il lembo meridionale della Sabina tiberina dall'altro. Per Zaccaria Mari e Jean Coste si tratta di una direttrice di primo piano, insieme via di transito e raccordo fra le due consolari, sulla quale si innestavano diramazioni minori dirette ai fondi: era essa a mettere in comunicazione con la Sabina questo settore dell'Agro Romano.
La denominazione moderna di via Cornicolana, che presuppone l'ubicazione della città a Montecelio, si affianca ad altre attestate nelle carte e nelle descrizioni dell'agro romano, fra cui strada vecchia di Montecelio e via di Casal Bianco. Il nome di Tiburtino-Cornicolana fu coniato nel 1940 da Celestino Piccolini, che riferì a questa strada, e non alla Tiburtina propriamente detta, l'indicazione topografica di un passo del Martirologio geronimiano; il percorso era però già stato documentato da Thomas Ashby.
Lungo il tracciato si disponevano in età imperiale tre grandi mausolei, fra i quali la Torraccia dell'Inviolata, monumento circolare a cella cruciforme e corona di nicchie databile fra la fine del I e l'inizio del II secolo d.C.; poco distante sorgeva la villa dell'Inviolata, da cui proviene il gruppo scultoreo della Triade Capitolina rinvenuto nel 1992.
Fino a tempi recenti si riteneva che la strada si staccasse dalla Tiburtina all'altezza di Settecamini; lo scavo condotto nel 1997 presso la nuova chiesa di Setteville, che ha messo in luce sessanta metri di basolato in basalto con crepidini in calcare e una carreggiata larga fra 3,40 e 3,50 metri, ha invece dimostrato che l'incrocio fra le due vie si trovava a Setteville. Nuove indagini del 2006 ne hanno riportato alla luce circa quattrocento metri, insieme a muri di contenimento, sepolture alla cappuccina e i resti di un sepolcro circolare di grandi dimensioni, un tempo rivestito di marmo.
Una seconda strada diretta a Montecelio è stata proposta da Filippo Coarelli sulla base di un tracciato arcaico riconosciuto a Casal Monastero: una via in tagliata del VI secolo a.C., individuata per circa 550 metri, che risaliva il pianoro verso un santuario documentato da un deposito votivo compreso fra la fine del IV e la metà del II secolo a.C. Coarelli la identifica con la via Claudia ricordata da Verrio Flacco nel calendario prenestino, al cui quinto miglio sorgeva il santuario di Robigo presso il quale passava Ovidio tornando da Nomentum: la strada sarebbe uscita dalla porta Viminale delle mura serviane, avrebbe lasciato traccia nella Porta Chiusa delle mura aureliane e avrebbe coinciso con l'attuale via Palombarese, raggiungendo Montecelio. Il nome deriverebbe dall'agro assegnato ai Claudii e dalla successiva tribù Claudia, e spiegherebbe perché la via Appia, sola fra le consolari, porti il cognome e non il gentilizio del suo autore.
L'ipotesi non è pacifica. Francesco di Gennaro ha obiettato che, svincolando la ricerca del tracciato dal caposaldo della Porta Chiusa, il tracciato potrebbe correre a nordovest della via Nomentana, e che l'area assegnata ai Claudii andrebbe collocata più vicino a Fidenae; Coarelli ha replicato che la strada deve trovarsi a ovest della Tiburtina e sulla direttrice della Nomentana. Le indagini condotte nel settore non hanno inoltre finora confermato l'arcaicità della via Palombarese, lungo il cui tracciato ipotetico è stato rinvenuto un tratto di viabilità basolata.
Il ricordo di Corniculum e delle origini di Servio Tullio restò legato al luogo: la località oggi detta Torretta Lanciani, dove sorge una grande villa di età repubblicana, era un tempo chiamata Servitola perché ritenuta la villa del re, e nel 1688 Giovanni Giustino Ciampini vi descriveva un antichissimo edificio in opera reticolata che i monticellesi consideravano il palazzo di Servio Tullio.
Sulla vetta di Monte Albano sorse in età medievale il Castrum Montis Albanis, nominato per la prima volta in una bolla di Callisto II del 1124 e distinto dal vicino borgo di Monticelli, mentre la rocca di Montecelio fu edificata riutilizzando i massi della cinta megalitica dell'antica arce.