| Crustumerium Crustumeria | |
|---|---|
| Civiltà | Latini, cultura laziale |
| Utilizzo | Città |
| Epoca | Dalla metà del IX secolo a.C. all'inizio del V secolo a.C. |
| Localizzazione | |
| Stato | |
| Comune | Roma Capitale |
| Altitudine | 90−120 m s.l.m. |
| Dimensioni | |
| Superficie | 570 000 m² |
| Scavi | |
| Data scoperta | 1974-1976 |
| Date scavi | Dal 1982 |
| Organizzazione | Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma; Groningen Institute of Archaeology; Università di Oulu; Università di Cambridge; Università di Lipsia |
| Archeologo | Lorenzo Quilici, Stefania Quilici Gigli, Francesco di Gennaro, Barbara Belelli Marchesini, Angelo Amoroso, Peter Attema |
| Amministrazione | |
| Patrimonio | Riserva naturale della Marcigliana |
| Ente | Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma |
| Visitabile | Solo in occasione di eventi |
| Sito web | soprintendenzaspecialeroma.it/luoghi/parco-archeologico-di-crustumerium/ |
| Mappa di localizzazione | |
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Crustumerium (in latino anche Crustumeria) fu una città del Latium vetus, i cui abitanti erano detti Crustumini. Sorgeva su un complesso collinare tufaceo affacciato sulla valle del Tevere e sulla via Salaria, a circa 15 chilometri a nord di Roma, in località Marcigliana Vecchia, oggi compresa nella Riserva naturale della Marcigliana.
Situata all'estremità settentrionale del Latium vetus, occupava una posizione di confine tra tre ambiti culturali: di fronte, sull'altra sponda del Tevere, l'etrusca Veio; a oriente il mondo sabino di Cures ed Eretum; a nord l'area falisco-capenate. Tutti questi centri distavano meno di un giorno di cammino, e la letteratura recente ne fa uno dei tratti che spiegano la fisionomia del sito. La quasi totalità delle fonti antiche considera la città latina; fa eccezione Plutarco, che ne indica un'origine sabina.
Nata intorno alla metà del IX secolo a.C., conobbe il periodo di maggiore sviluppo tra il VII e il VI secolo a.C., quando raggiunse un'estensione di circa 57 ettari e caratteri urbani riconoscibili nelle opere difensive, nella rete stradale interna e nella presenza di almeno un edificio di rilievo. Le fonti antiche ne collegano fin dall'inizio le vicende a quelle di Roma: i Crustumini figurano tra i popoli invitati ai giochi durante i quali sarebbe avvenuto il ratto delle Sabine, e la città sarebbe stata conquistata prima da Romolo, poi da Tarquinio Prisco e infine, in via definitiva, nel 499 a.C. Pochi anni dopo, nel 495 a.C., sul territorio crustumino fu istituita la tribù Clustumina.
L'abitato perse il proprio carattere urbano intorno al 500 a.C. e fu progressivamente abbandonato nel corso del secolo successivo; il territorio, entrato a far parte dell'ager Romanus, divenne parte del paesaggio agrario del suburbio di Roma. Plinio il Vecchio la elenca tra le città del Lazio scomparse senza lasciare traccia. Il sito, ricordato dalle fonti ma non più identificabile sul terreno, fu localizzato solo tra il 1974 e il 1976; sottoposto a vincolo nel 1989 e in gran parte risparmiato dall'espansione edilizia, è dal 1982 oggetto di indagini della Soprintendenza e, dal 2006, di un progetto internazionale, ed è anche uno dei siti del Lazio antico più danneggiati dagli scavi clandestini.
Nelle fonti antiche il nome presenta diverse varianti. Tito Livio usa sia la forma Crustumeria sia Crustumerium, mentre sono dovute a ragioni metriche le varianti Crustumeri, adoperata da Virgilio, e Crustumium, usata da Silio Italico.
Dal nome della città derivò quello della campagna circostante, l'ager Crustuminus, che continuò a essere usato anche dopo la scomparsa del centro abitato e passò a designare un'area della valle del Tevere rimasta proverbiale per la fertilità; al toponimo si legarono anche i nomi di alcuni prodotti agricoli, in primo luogo una varietà di pera, la crustumina. Il nome ricorre anche in contesti che non riguardano direttamente la città latina: nell'epitome di Festo Crustumerium è detta città etrusca, Plinio il Vecchio colloca un ager Crustumerium in Etruria e ricorda un fiume Clustumium in Umbria, e Angelo Amoroso vi ha visto un possibile riflesso della posizione di frontiera del centro. Al territorio si legò infine il nome della tribus Clustumina, istituita nel 495 a.C. dopo la conquista romana. Secondo Angelo Amoroso si tratta della prima tribù romana a prendere nome da un toponimo e non da un gentilizio, circostanza in cui lo studioso vede l'indizio di un mutamento nei criteri di assegnazione delle terre.
Crustumerium compare fin dai racconti sulle origini di Roma, scritti molti secoli dopo la scomparsa della città. Sull'origine le fonti divergono: secondo Diodoro Siculo fu tra le città fondate da Silvio, figlio postumo di Enea; per Dionigi di Alicarnasso fu fondata prima di Roma da coloni latini di Alba Longa; per Plutarco era invece di origine sabina, mentre Servio ne attribuisce la fondazione ai Siculi. Virgilio la nomina nell'Eneide fra le cinque città impegnate a forgiare le armi contro Enea.
Il nome della città ricorre poi in una serie di episodi collocati fra l'età monarchica e l'inizio di quella repubblicana, che hanno per esito costante la sconfitta di Crustumerium. I Crustumini figurano fra i popoli invitati ai giochi durante i quali sarebbe avvenuto il ratto delle Sabine; dopo il fatto reagirono per primi tre centri latini, Caenina, Antemnae e Crustumerium, sconfitti separatamente da Romolo, e a Crustumerium furono poi inviati coloni romani in numero maggiore che altrove, per la fertilità dei suoi campi. Una seconda conquista è attribuita a Tarquinio Prisco, cui la città avrebbe aperto le porte senza opporre ulteriore resistenza. La conquista definitiva è posta nel 499 a.C., contestualmente all'assedio di Fidenae; seguirono l'istituzione della tribù Clustumina nel 495 e, nel 494 a.C., la notizia della guarnigione romana che segnalò al senato movimenti dei Sabini, mentre nel 468 a.C. le campagne intorno alla città furono saccheggiate dai Sabini.
La ricerca storiografica moderna considera questi racconti, e in particolare quello di età romulea, come proiezione leggendaria di eventi posteriori alla conquista di Veio e di Fidenae, mentre altri episodi, come l'istituzione della tribù, conservano un fondamento documentario; il rilievo che Crustumerium assume nelle fonti sui primordia di Roma è comunque ritenuto indicativo del peso della città nello scacchiere del Latium vetus orientalizzante e arcaico.
Ricordata dalle fonti antiche ma scomparsa da secoli, Crustumerium restò a lungo un nome privo di riscontro sul terreno, e i tentativi di localizzarla procedettero per secoli sulla sola base dei testi. Nel 1624 Filippo Cluverio ne propose una collocazione approssimativa deducendola da Dionigi di Alicarnasso e Plinio il Vecchio: presso il Tevere, al confine con il territorio di Veio, a nord di Fidenae e a sud di Eretum. Nell'Ottocento i topografi della campagna romana tornarono sulla questione senza risolverla: William Gell collocò la città troppo a nordest, verso Monterotondo, e Thomas Ashby ne contestò la proposta senza avanzarne una migliore, concludendo che di Crustumerium non restava nulla. Fra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento Ashby e padre Peter Paul Mackey mapparono sistematicamente l'area, individuando numerose evidenze ma collocando l'insediamento leggermente fuori posto; nel 1956 John Bryan Ward-Perkins vi condusse per la British School at Rome una ricognizione, cui si deve la prima proposta di identificazione alla Marcigliana Vecchia su base archeologica. La localizzazione fu stabilita in via definitiva fra il 1974 e il 1976, con le ricognizioni di Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli, confluite nel volume Crustumerium della serie Latium Vetus del 1980.
I primi scavi furono condotti dalla Soprintendenza nel 1982, mentre l'indagine delle necropoli prese avvio nel 1987 a Monte Del Bufalo; fra il 1995 e il 1996 Angelo Amoroso condusse, nell'ambito del progetto Suburbium, una nuova ricognizione dell'area urbana. Dagli anni duemila le ricerche hanno assunto carattere internazionale: l'Università di Oulu ha indagato la trincea stradale che attraversa l'abitato, l'Università di Cambridge la necropoli di Cisterna Grande, l'Università di Lipsia altri settori dei sepolcreti. Dal 2006 al 2018 il Groningen Institute of Archaeology, diretto da Peter Attema e Albert Nijboer, ha condotto il Crustumerium Project, affiancando allo scavo ricognizioni sistematiche, carotaggi e prospezioni geofisiche su circa 68 ettari; i risultati sono confluiti nella collana Corollaria Crustumina e in una mostra allestita nel 2016 alla Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen.
Il saccheggio è parte integrante di questa vicenda: fu in gran parte l'attività clandestina degli anni Ottanta e Novanta a far conoscere quanto si estendessero i sepolcreti, e le campagne della Soprintendenza furono avviate proprio per arginarli, mentre dal 1996 la mappatura delle buche dei clandestini è diventata essa stessa uno strumento di conoscenza topografica. Parte dei materiali sottratti è confluita sul mercato antiquario internazionale. Nel 1989 circa 600 ettari del territorio archeologico furono sottoposti a vincolo; nel 1997 il pianoro e i sepolcreti circostanti furono inclusi nella Riserva naturale della Marcigliana e nel 1998 una parte delle aree funerarie fu acquisita allo Stato.

Il complesso collinare della Marcigliana Vecchia si trova all'estremità sudorientale del distretto vulcanico dei Monti Sabatini. Il substrato è costituito da depositi piroclastici, genericamente indicati come tufo, rocce tenere e facilmente erodibili, profondamente incise da fiumi e fossi, che hanno prodotto un rilievo di colline ondulate elevate fra i 30 e i 100 metri sulla piana del Tevere. La friabilità del banco rendeva agevoli le modificazioni del sottosuolo, come strade incassate, cave, cunicoli e tombe scavate nella roccia, ma ha anche determinato, insieme all'aratura intensiva, una forte accelerazione dell'erosione, che ha compromesso in profondità la conservazione delle evidenze archeologiche.
I centri antichi noti erano tutti a breve distanza: Fidenae a circa 5 chilometri a sudovest, Nomentum a 8 a est, Marco Simone Vecchio a 10 a sudest, Eretum a 14 a nordest e Veio a 12 a ovest, oltre il Tevere. I confini dell'ager Crustuminus furono ricostruiti da Quilici e Quilici Gigli sulla base della conformazione morfologica e idrografica, con i fossi di Malpasso e Settebagni a sud, il fosso Ormeto a nordest e il fosso Ornale a sudest.
L'estensione del territorio è invece oggetto di valutazioni divergenti, che dipendono in larga misura dal metodo adottato: Quilici e Quilici Gigli, descrivendo i confini naturali, la stimavano fra i 30 e i 35 chilometri quadrati; Tim Cornell le attribuisce 39,5 chilometri quadrati; Angelo Amoroso, applicando i poligoni di Thiessen, aveva calcolato per le fasi IIB e III della cultura laziale un distretto di circa 50 chilometri quadrati, e in un lavoro successivo, con i poligoni calibrati sulla dimensione dei centri, è arrivato a 93,9; Jorn Seubers, calcolando l'area raggiungibile in un'ora di cammino sulla base della morfologia del terreno, ottiene bacini fra i 30 e i 35 chilometri quadrati e giudica troppo ottimistiche le stime superiori ai 40. Lo stesso autore osserva che i poligoni di Thiessen trattano tutti gli insediamenti come equivalenti, ripartiscono per intero il territorio disponibile e prescindono dalla morfologia, con il risultato di confermare l'interpretazione da cui muovono.
La superficie dell'abitato è stata valutata in modo diverso a seconda dell'interpretazione data alla grande trincea che attraversa il pianoro. Quilici e Quilici Gigli la considerarono parte di un aggere difensivo e stimarono l'area urbana in circa 43 ettari, escludendo la collina orientale; quando le indagini successive riconobbero nella trincea il sedime di una strada, la collina rientrò nell'area urbana e la stima salì a 63 ettari, mentre il calcolo più recente, su piattaforma GIS, fissa l'area insediata a 57 ettari.
Il pianoro è difeso naturalmente su quasi tutti i lati da versanti ripidi ed è accessibile da sud e da sudest, dove furono realizzate le opere difensive. Il lato meridionale era protetto da un sistema di fossato e aggere: il fossato, riconosciuto in saggi di scavo nel 2000 e indagato nel 2007 e nel 2010, risulta largo circa 10 metri e fu scavato fino a 3 metri di profondità senza raggiungerne il fondo; il tracciato completo è stato poi ricostruito con magnetometria, fotografia aerea e carotaggi, e le stime più recenti indicano una profondità originaria compresa fra 3,5 e 4,5 metri.
La trincea che divide la parte orientale e quella occidentale dell'abitato è la principale opera infrastrutturale del sito: gli scavi condotti fra il 2004 e il 2009 dall'Università di Oulu vi hanno riconosciuto una strada incassata, con piani stradali sovrapposti che ne documentano il continuo riutilizzo; il primo lastricato risale al 650-630 a.C. circa e la strada rimase in uso almeno fino al III o II secolo a.C. Ad essa si aggiungono altre strade interne, cunicoli e fossati di drenaggio, oltre a cave di tufo attive in età arcaica.
Nel settore sudorientale si eleva il rilievo noto come sito Quilici O, interpretato in un primo momento come tumulo artificiale e poi riconosciuto, grazie allo scavo del 1998 e alle prospezioni magnetiche, come una struttura rettangolare di circa 40 per 60 metri delimitata da muri a secco; le indagini in estensione fra il 2014 e il 2018 vi hanno restituito una sequenza continua dalla fase iniziale dell'insediamento all'abbandono, con una palizzata di fine IX o inizio VIII secolo, un sistema di aggere e fossato di fine VIII, cave e, intorno al 500 a.C., la costruzione di una piattaforma.
Delle abitazioni resta invece molto poco, perché l'erosione del banco tufaceo, aggravata dall'aratura meccanica, ha conservato quasi soltanto le strutture negative scavate in profondità nella roccia. La presenza costante di frammenti di tegole nelle raccolte di superficie documenta comunque che Crustumerium partecipò alla trasformazione edilizia in atto fra orientalizzante ed età arcaica, quando le abitazioni in materiali deperibili furono sostituite da case su fondazioni in tufo con copertura fittile, mentre frammenti di antepagmenta ridatati intorno al 580 a.C. indicano la presenza di almeno un edificio di rilievo. Le stime demografiche restano indirette: Nijboer e Attema indicano per il VII e VI secolo una popolazione compresa fra tremila e seimila abitanti, contro una valutazione assai più bassa proposta in passato.
I sepolcreti circondano il pianoro urbano, e la loro estensione è nota soprattutto grazie alle buche dei clandestini e alle ricognizioni di superficie; quanto se ne sa direttamente proviene però solo da porzioni circoscritte di quattro di esse: Sasso Bianco, Cisterna Grande, Campo Grande e Monte Del Bufalo. Il numero complessivo delle tombe conservatesi fino all'età contemporanea è stimato in alcune migliaia.
La documentazione è stata compromessa in misura rilevante da due fattori concomitanti. La mappatura sistematica delle buche dei clandestini ha permesso di quantificarne l'incidenza: dal 25% delle tombe nella fascia prossima a via della Marcigliana si sale al 60% nelle aree più discoste, mentre all'erosione si deve la scomparsa o la conservazione soltanto parziale di circa il 20% delle sepolture. Considerati insieme, i due fenomeni hanno interessato circa metà delle tombe di Monte Del Bufalo, e non colpiscono in modo uniforme: l'erosione ha danneggiato soprattutto le fosse poco profonde della prima età del ferro, mentre i clandestini hanno puntato sulle tombe a loculo, più ricche di corredo, risparmiando in parte le camere arcaiche, povere di oggetti.
Monte Del Bufalo è il sepolcreto più indagato del sito: dal 1987 vi sono state scavate circa quattrocento tombe, comprese fra la sottofase laziale IIB2 e la fine dell'età arcaica. L'assetto generale è caratterizzato da numerosi nuclei di tombe separati da ampie fasce libere, con lo spazio ripartito fin dalla prima fase in lotti a base familiare. Un settore del sepolcreto, sigillato intorno al 500 a.C. dagli strati che formarono il rilievo del sito Quilici O, ha conservato una porzione del paesaggio funerario originario, con le tombe più antiche protette da bassi cumuli di terra e segnalate da mucchi di pietre o delimitate da recinti, rimaste visibili e rispettate per tre secoli. A Cisterna Grande, dove il progetto Remembering the Dead dell'Università di Cambridge ha scavato fra il 2004 e il 2008, le tombe a camera hanno mostrato una variabilità superiore alle attese, con almeno due tipi in uso contemporaneamente, e hanno documentato pratiche di riordino dei resti che secondo Ulla Rajala indicano l'assenza di un divieto assoluto di spostare i corpi.
La sequenza dei tipi tombali documenta un rapporto costante con le aree contermini. Le sepolture più antiche, della sottofase laziale IIB2, sono piccole fosse; alla fase di transizione alla transizione fra il III e il IV periodo si datano le prime fosse allungate chiuse da lastroni, con una nicchia destinata al vasellame, secondo un'idea di separazione fra lo spazio del defunto e quello del corredo elaborata a Veio intorno al terzo quarto dell'VIII secolo e ben attestata nell'agro falisco; alla fine dell'VIII secolo si aggiungono le tombe a loculo, classe elaborata a Veio, distinta nel tipo Narce a loculo unico e nel tipo Montarano a doppio loculo; dalla seconda metà del VII secolo si passa alle camerette quadrangolari e poi alle vere tombe a camera. La quantità di tombe a camera di VI secolo distingue Crustumerium dagli altri centri del Latium vetus, dove se ne contano poche unità per sito.
I corredi orientalizzanti rimandano con insistenza al consumo cerimoniale del vino: il nucleo essenziale è costituito dall'olla, anche nella versione detta "a coppette", affiancata nelle sepolture femminili da tazze-cratere e circondata da un servizio di tazzine-attingitoio, fino a 38 esemplari, disposte in circolo e legate fra loro attraverso le anse, disposizione riferita alla pratica della circumpotatio. I corpi erano generalmente deposti supini e avvolti in sudari, con il capo rivolto verso l'emisfero celeste settentrionale. Dalla metà del VI secolo si registra una progressiva rarefazione dei corredi, fino alla loro totale scomparsa: fenomeno comune ad altri centri del Lazio antico, spiegato come effetto di norme suntuarie oppure, secondo Nijboer e Attema, come passaggio da riserve di ricchezza personali ad accumuli comunitari rappresentati dai depositi votivi dei santuari.
Fra le sepolture di Monte Del Bufalo si segnala la tomba 232, la cosiddetta "tomba della dama velata", che ha restituito i resti di una donna di 40-50 anni con un copricapo in lega di rame nei cui prodotti di corrosione si sono conservate tracce di tessuto e di capelli; gli scavatori vi riconoscono ipoteticamente una matrona e accostano l'ornamento al tutulus delle vestali, osservando che si tratterebbe del più antico esemplare di questo tipo restituito da uno scavo in Italia.
Nei corredi ricorre un numero ristretto di tipi in impasto bruno, che riprendono forme note in altri centri del Lazio antico rielaborandole secondo un gusto proprio del luogo; il tratto più riconoscibile sono le anse a cuspidi molto pronunciate, che consentono di seguire la circolazione delle anforette crustumine in antico come sul mercato clandestino contemporaneo; il tipo non è però esclusivo del centro, ma diffuso nella fascia tiberina che si stende a settentrione dell'Aniene, fra Crustumerium, Fidenae e Nomentum, da cui esce di rado. Fra le forme caratteristiche si segnalano la scodella detta "crustumina", giunta fino a Narce, e l'olla a coppette, la cui ideazione è attribuita a botteghe del luogo.
Alla classe dell'impasto rosso appartiene la ceramica decorata in bianco su rosso (white on red), documentata a Crustumerium da olle, bacili, piattelli, ciotole, grandi pissidi e un holmos; fra i pezzi più notevoli due pissidi dalla tomba 111 di Monte Del Bufalo e un'anfora dalla tomba 4 con un uccello che ghermisce un serpente fra due pesci. La classe, studiata da Marina Micozzi, è riferita in prevalenza a Cerveteri, ma per Crustumerium è stata proposta l'esistenza di botteghe locali legate all'ambiente falisco-veiente, e Richard Daniel De Puma ritiene che il centro possa essere stato un luogo di produzione latino della classe, con artigiani ispirati ai modelli etruschi ma capaci di elaborare varianti proprie. Negli altri centri del Latium vetus questa ceramica è per contro rara: nessun sito latino ne ha restituito quanto Crustumerium. Il bucchero, che compare dalla metà del VII secolo con un repertorio limitato, è invece ritenuto in prevalenza importato da botteghe di Veio e di Cerveteri.
La documentazione materiale è stata letta come indizio della posizione di frontiera del centro. Secondo Francesco di Gennaro e Barbara Belelli Marchesini né i modelli architettonici condivisi con la riva etrusca del Tevere né l'accoglimento delle ceramiche diffuse nella valle tiberina bastano a mettere in dubbio quanto le fonti dicono quasi all'unisono, cioè che sul piano politico la città apparteneva ai Latini; la comune origine etnica non valse comunque a risparmiarle il modo accentrato in cui Roma amministrò il territorio. Albert Nijboer e Peter Attema individuano tre elementi che distinguono il record archeologico del sito da quello degli altri centri latini, compresa la vicina Fidenae, cioè le tombe a camera di VI secolo, la produzione locale di white on red fabbricato in loco e il copricapo femminile della tomba 232, e ne concludono che si tratta di scelte culturali locali attinenti all'identità della comunità più che a una appartenenza etnica definibile.
La lettura del popolamento rurale del territorio è oggetto di interpretazioni divergenti. Le ricognizioni del progetto Latium Vetus, condotte negli anni settanta, registrarono 128 siti rurali, metà dei quali ritenuti di fondazione arcaica ma solo un quarto sopravvissuti fino alla media età repubblicana: la ruralizzazione veniva così letta come conseguenza del successo del centro arcaico, cui sarebbe seguita una crisi dopo la scomparsa della città. Le ricognizioni condotte fra il 2011 e il 2013 dal Groningen Institute of Archaeology hanno portato a conclusioni opposte: degli otto siti arcaici censiti negli anni novanta nell'area meridionale ne è stato confermato uno soltanto, e degli undici censiti negli anni settanta nelle altre aree nessuno, mentre il grosso del popolamento rurale risulta collocarsi fra IV e III secolo a.C. La revisione dipende in larga misura dall'aggiornamento delle cronotipologie ceramiche, e ne consegue, secondo Jorn Seubers e Gijs Tol, che non vi fu alcuna crisi rurale medio-repubblicana e che la ruralizzazione appare un processo in larga misura indipendente dalle sorti del centro urbano; a conclusioni analoghe è giunto per l'intero suburbio settentrionale Andrea Carandini, che vi riconosce trasformazioni ma non crisi.
Sull'area dell'antico abitato, tre secoli dopo il suo abbandono, si sovrapposero impianti agricoli, documentati da trincee e fosse scavate nel banco di tufo riferibili alla metà del II secolo a.C., e in età imperiale ville con settore produttivo, come avvenne anche a Fidenae. Dalla tarda età repubblicana si sviluppò un sistema di ville sulle alture della Marcigliana Vecchia, alcune con carattere residenziale, altre con settori destinati alla lavorazione dei prodotti, e all'altezza del X miglio della via Salaria è stata ipotizzata una statio. Fra i complessi indagati di recente si segnalano una villa rustica scavata nel 2016 e una grande villa presso Cisterna Grande, scavata nel 2018, con pavimenti musivi e un ampio settore destinato all'immagazzinamento.
L'ager Crustuminus entrò a far parte del suburbio settentrionale di Roma, orientato alla produzione per il mercato urbano, e fu inquadrato nel municipium di Fidenae: secondo Angelo Amoroso la gestione del territorio fra Tevere e Aniene fu affidata a Fidenae, Nomentum, Ficulea e Tibur, gli unici centri di origine protostorica o orientalizzante sopravvissuti alla conquista romana. Dal I secolo d.C. si registra una progressiva riduzione del numero degli insediamenti a fronte del loro accrescimento dimensionale, e le aree indagate risultano completamente abbandonate entro la metà del VI secolo d.C. In età tardoantica il territorio rientrò nell'ambito della diocesi di Nomentum, cui faceva capo il santuario di Sant'Alessandro, cimitero ufficiale delle comunità nomentana e ficulense.
L'insediamento nacque intorno alla metà del IX secolo a.C., come la vicina Fidenae, e la distribuzione dei materiali della fase iniziale su tutta l'area del pianoro indica che fu percepito fin dall'origine come un abitato unitario, e non come un insieme di nuclei destinati a fondersi per sinecismo. Fra il periodo orientalizzante e l'età arcaica conobbe la fase di maggiore sviluppo; la conquista romana definitiva è posta nel 499 a.C. e a essa seguì nel 495 a.C. l'istituzione della tribù Clustumina, con cui il territorio entrò a far parte dell'ager Romanus.
Sul momento e sulle modalità della fine le valutazioni divergono. Quilici e Quilici Gigli ritenevano che l'abitato e il suo paesaggio rurale avessero conosciuto una sostanziale continuità fra VI e V secolo; Angelo Amoroso ha quantificato il calo delle attestazioni sulla base delle proprie ricognizioni, con le aree di frammenti che dalle venticinque di età arcaica scendono a venti nella prima metà del V secolo e a quindici nella seconda, fino a poche unità in età medio-repubblicana, collocando lo spopolamento a partire dal V secolo e l'abbandono definitivo in età medio-repubblicana, e in studi successivi ha posto la scomparsa di Crustumerium come centro primario intorno al 500 a.C. Le ricerche più recenti convergono su una cesura netta intorno al 500 a.C., cui sarebbe seguito un abbandono graduale nel corso del V secolo, il che non contrasta con la data storica del 499; Jorn Seubers ha osservato che la scelta fra le due cronologie non è indifferente, perché da essa dipende l'attribuzione dei siti rurali post-arcaici del territorio. Plinio il Vecchio elenca infine Crustumerium fra le città del Lazio scomparse senza lasciare traccia.
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