| Fidenae | |
|---|---|
| Amministrazione | |
| Territorio controllato | circa 27 km² in età arcaica |
| Territorio e popolazione | |
| Superficie massima | circa 45 ettari |
| Nome abitanti | Fidenati |
| Lingua | latino |
| Localizzazione | |
| Stato attuale | |
| Località | Fidene |
| Coordinate | 41°58′42.76″N 12°30′44.15″E |
| Cartografia | |
Fidenae fu una città del Latium vetus situata sulla sponda sinistra del Tevere, lungo il percorso poi ricalcato dalla via Salaria, nell'area dell'odierna Fidene, a nord di Roma. Sorgeva su un sistema di colline di testata delimitato da due vallecole tributarie del fiume, per un'estensione di poco superiore ai 45 ettari.
L'insediamento nacque come centro protourbano nel corso della prima età del ferro laziale, quando gli abitati superiori ai sei ettari assunsero una posizione gerarchica primaria rispetto agli insediamenti minori compresi nel loro territorio, secondo un modello insediativo policentrico: nella valle del Tevere questo ruolo egemonico è riconosciuto, oltre che alle comunità del Palatino e del Campidoglio, a Fidenae, Crustumerium e Ficana. La sua posizione, in un settore di frontiera fra Latini, Etruschi e Sabini e di fronte al territorio dell'etrusca Veio, ne condizionò la storia: nelle guerre dei secoli VI e V a.C. Fidenae compare quasi sempre schierata con Veio contro Roma.
La tradizione letteraria le attribuisce ripetute conquiste romane, dall'età di Romolo fino al 426 a.C., data convenzionale della sottomissione definitiva. Divenuta parte dell'agro suburbano di Roma, conservò a lungo la funzione di piccolo centro amministrativo del territorio come municipium. Nel 27 d.C. il crollo di un anfiteatro ligneo edificato presso la città provocò una delle maggiori stragi accidentali di età romana.
L'area urbana antica è stata in gran parte compromessa nel Novecento, prima dallo sbancamento per la trincea ferroviaria e poi dalla lottizzazione abusiva su cui è sorta la borgata Fidene.
L'ubicazione di Fidenae è rimasta a lungo controversa. Dal XVI secolo prevalse l'opinione che il centro urbano occupasse il complesso collinare di Castel Giubileo, a nord, lasciando sull'altro lato della via Salaria la sola altura del Monte di Sant'Angelo, antica denominazione dell'altura di Castel Giubileo, ripetutamente e infondatamente considerata l'arce della città; questa opinione restò dominante ancora nei primi decenni del secondo dopoguerra. Secondo l'ipotesi alternativa il centro latino andava cercato poco più a meridione, nella tenuta Serpentara poi detta Villa Spada, ed è lì che sorgeva davvero, a cavallo del confine con la tenuta di Castel Giubileo. Il chiarimento si deve a Lorenzo Quilici e a Stefania Quilici Gigli; l'errore di localizzazione ebbe però una conseguenza pesante, perché l'attenzione degli studiosi si concentrò altrove mentre la vera sede della città veniva distrutta.
Il nome Villa Spada designa l'altura occidentale a partire dalla seconda metà del Cinquecento, quando una villa sorse sulla sommità, entro una grande cisterna rettangolare in calcestruzzo di selce, in luogo di un casale dei Chigi documentato con torre nella carta di Eufrosino della Volpaia del 1557; il nome passò poi a un fabbricato più occidentale, sul ciglio della collina sovrastante la ferrovia.
Notizie di ritrovamenti si succedono dalla fine dell'Ottocento, con le segnalazioni di Rodolfo Lanciani relative a sarcofagi, a un fabbricato rustico con dolii e a una villa con atrio a mosaico. Uno strumento fondamentale per la topografia storica è la carta archeologica del Lazio di Pietro Rosa, rimasta incompiuta e riconosciuta presso la Soprintendenza, che documenta l'assetto dei luoghi prima delle trasformazioni novecentesche. Nel 1942 furono pubblicati antichi rinvenimenti da Villa Spada, fra cui materiale votivo. Sopralluoghi e saggi condotti negli anni sessanta sul pianoro di Castel Giubileo diedero esiti quasi del tutto negativi, senza traccia di un vallo, e misero in luce solo i resti di una villa rustica.
Il quadro delle conoscenze fino agli anni ottanta è raccolto nella monografia che Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli dedicarono a Fidenae nel 1986, nella collana Latium Vetus. A partire dagli anni ottanta la Soprintendenza archeologica di Roma ha condotto una serie continua di interventi preventivi alle trasformazioni urbanistiche, i cui risultati fino al 1992 sono stati pubblicati in forma di relazioni preliminari; le ricerche si svolgono nei lotti ancora liberi, nei settori non distrutti dei lotti già edificati e sulle sedi viarie, interessate dalla posa e dalla manutenzione delle reti dei pubblici servizi. Le indagini sul pianoro nord-orientale furono condotte direttamente da Francesco di Gennaro, al quale si devono anche le relazioni preliminari sui ritrovamenti successivi. Ulteriori indagini si sono svolte negli anni successivi, anche in occasione di grandi cantieri edilizi nel territorio, come quelli della tenuta Radicicoli Del Bene, dove nel 2001 è stato scavato il deposito votivo.
| Mappa del Latium vetus |
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Fidenae occupava un sistema di alture di testata delimitato da due vallecole tributarie del Tevere, in stretto rapporto con il fiume, dal quale la separava una fascia ristretta di terreni bassi percorsa dall'itinerario poi ricalcato dalla via Salaria. Sul fronte sud-orientale, dove la formazione orografica si salda al retroterra attraverso una strozzatura segnata da una lieve insellatura, mancavano barriere naturali, e vi si rese necessario uno sbarramento artificiale; oltre la sella si estendeva uno dei settori della necropoli, mentre altre aree funerarie sono attestate a oriente, nella tenuta Radicicoli.
La posizione controllava i percorsi commerciali con andamento ovest-est, che collegavano attraverso il Latium il territorio transtiberino dell'Etruria alla Campania, in un settore di frizione fra Latini, Etruschi e Sabini. Rispetto al fiume, Fidenae segue il modello distributivo dei centri della riva sinistra, Roma compresa, che sorgono a contatto stretto con l'arteria fluviale, mentre i centri etruschi della sponda opposta ne controllano il corso da una certa distanza.
La ricostruzione dei territori di pertinenza in età arcaica, ottenuta con l'ausilio dei poligoni di Thiessen adattati all'orografia e all'idrografia, assegna a Fidenae un agro di circa 27 km², di estensione ridotta come quelli delle altre città prossime a Roma e inferiore ai 46 km² attribuiti a Crustumerium.
L'assetto arcaico fu modificato agli inizi del V secolo a.C., quando alla riconquista romana del 498 a.C. seguì lo stanziamento della gens Claudia nel territorio trans Anienem, collocato da Dionigi di Alicarnasso fra Fidenae e Piketias. Il confronto fra le attestazioni archeologiche del VI e del V secolo a.C. registra andamenti opposti nei due settori: nella fascia occupata dai Claudii le presenze passano da 68 a 74, mentre nell'agro fidenate residuo, ridotto a circa 18 km², scendono da 45 a 24, con ventisette siti abbandonati contro sei di nuova fondazione. Il dato è stato messo in relazione con le conseguenze della lunga stagione di guerre che interessò il territorio fino alla conquista del 426 a.C..
Dopo la conquista il territorio divenne agro suburbano di Roma e si sviluppò con un popolamento sempre più capillare; il comprensorio amministrato dal centro fidenate risultò anzi più ampio di prima, circa 56 km², essendo nel frattempo scomparsa la città di Crustumerium.
Con il nome di tufo di Fidene era designata già in antico una specifica qualità di tufo rosso a scorie nere, ricordata da Vitruvio e da Plinio il Vecchio, che affiora peraltro anche altrove nell'area vulcanica sabatina. L'estrazione intensiva viene tradizionalmente collocata a partire dal principio del IV secolo a.C. e collegata alla ricostruzione di Roma seguita all'incendio gallico, ma il materiale era già impiegato in precedenza nell'abitato stesso e nel territorio circostante. I fronti di cava noti accerchiano l'abitato da ogni lato; quelli databili all'età imperiale, apparentemente più numerosi di quelli repubblicani, si concentrano sui fianchi della collina di Villa Spada. L'attività estrattiva alterò profondamente la morfologia originaria del rilievo.
La prima occupazione dell'area risale all'età del Bronzo medio ed è documentata sulla collina di Villa Spada, il settore occidentale del sistema, dove strati antropizzati risultano associati ai resti di una probabile palizzata di terrazzamento. Il rapporto fra questa frequentazione e il successivo centro protostorico è stato valutato in modo diverso: gli editori del ritrovamento, nel 1984, escludevano ogni rapporto, mentre nel 1993 è stata avanzata l'ipotesi che Fidene rientri fra i centri occupati ininterrottamente dall'inizio del Bronzo medio fino all'espansione protourbana dell'età del ferro. Nelle ricostruzioni pubblicate fra il 2012 e il 2014 a Fidenae mancano del tutto le tracce del Bronzo recente e finale, così come le attestazioni della fase laziale IIA e della sottofase IIB1, e il centro nasce soltanto a partire dalla fase IIB.
Dalla fase laziale IIB i materiali si infittiscono sull'intero gruppo di alture che circonda Villa Spada, con un ulteriore incremento nella fase III, quando Fidenae emerge come centro protourbano insieme a Gabii, Decima, Ficana e Satricum. Le presenze della prima età del ferro risultano distribuite in maniera capillare all'interno della linea che segna il perimetro lobato dell'unità orografica; i vuoti apparenti sono conseguenza degli sbancamenti ferroviari e dell'edificazione della borgata. La discontinuità dei nuclei insediativi riconoscibili è stata spiegata in alternativa con un'occupazione inizialmente rada, con ampi spazi liberi da abitazioni, oppure con il fatto che in un'area tanto intensamente edificata in epoca moderna i resti si sono conservati e risultano riconoscibili in misura diseguale.
Le abitazioni erano capanne con copertura di paglia e pareti di argilla pressata su intelaiatura lignea, secondo la tecnica del pisé, documentate a Fidenae da un esemplare ben conservato di fase laziale III scavato nel settore nord-orientale del pianoro. Nel settore nord-orientale, lungo il tracciato dell'attuale via San Gennaro, sono stati riconosciuti almeno due fondi di capanne di fase IIB e III-IV, sostituiti in età orientalizzante e arcaica da strutture con muri a blocchi di tufo associate a sepolture infantili; in un lotto contiguo sono state riconosciute due fornaci ricavate entro il banco tufaceo, datate fra la fine della fase IIA e l'inizio della IIB. Sul pianoro nord-orientale gli scavi del 1983-1985 hanno inoltre messo in luce due cavità artificiali rivestite di blocchi tufacei, una ovale e una circolare, entrambe di circa 2,30 m e distanti fra loro un paio di metri, i cui riempimenti contenevano vasi di ceramica fine frammentati prima o al momento della deposizione: sono state ritenute connesse a pratiche rituali di incerta interpretazione ma comunque extrafunerarie, e datate alla fine del VII secolo a.C. Nella stessa area si trovano un edificio a pianta quadrangolare in opera quadrata di tufo, di circa 6 × 3 m interni e forse già del VI secolo a.C., conservato in parte in alzato perché il piano di calpestio interno era più basso di quello di campagna, e un muro dello spessore di una sola fila di blocchi con il medesimo orientamento, presso il quale una depressione ha restituito i frantumi di centinaia di ollette. Nel settore sud-occidentale, lungo l'attuale via San Gimignano, sono stati messi in luce una struttura circolare interpretabile come capanna, con livelli di vita entro il VII secolo a.C., strutture in blocchi squadrati con fasi edilizie fra VII e VI secolo, affacciate sulla strada che dalla via Salaria saliva anticamente al pianoro, e un edificio con ambienti quadrangolari contigui dotato di due pozzi, associato a sepolture infantili.
Sulla forma dell'insediamento le posizioni divergono. Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli, nel 1986, propendevano per una configurazione a più nuclei separati nella prima età del ferro e in età romulea, saldati solo in parte nel VII secolo e comunque distinti in parti dotate di una qualche autonomia reciproca. Di Gennaro ha respinto questa lettura nel 1990, riconducendola al modello sinecistico tradizionale, ritenendo che l'area urbana coincida con l'intera unità orografica, delimitata dai medesimi cigli che avevano segnato il perimetro nella fase protourbana e che l'appropriazione del pianoro, databile ai momenti iniziali dell'età del ferro, sia legata alla scelta di uno spazio unitario.
Lungo il perimetro del sistema collinare sono state documentate opere di recinzione e delimitazione dell'area occupata, attribuite alla prima età del ferro e all'età arcaica. Sul declivio nord-orientale del pianoro uno sbancamento mise in luce in sezione strutture intagliate nel banco tufaceo, la cui interpretazione è stata discussa: proposta nel 1984 una pertinenza alle fortificazioni del centro antico, l'ipotesi fu sospesa in attesa di verifiche e, dopo le indagini del 1986, tornò a essere giudicata la più plausibile in una relazione edita nel 1990, che accertava la natura artificiale e l'antichità del taglio ed escludeva la riconducibilità a lavori di cava. Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli, nel volume del 1986, avevano invece escluso la pertinenza alla fortificazione perimetrale. Per un intaglio riconosciuto nella parete del pianoro, all'estremità settentrionale del rilievo, è stata inoltre proposta una lettura come intervento di sistemazione del perimetro, reso necessario per impiantare abitazioni quasi sul ciglio, con una capanna di fase IIIA come terminus ante quem. Sul fronte orientale, presso l'incisura da cui si diparte il percorso in trincea diretto verso Gabii, corre un muro in opera quadrata di tufo di cui restano scarse tracce.
I riscontri più numerosi provengono dallo sperone sud-occidentale, percorso dall'attuale via Vernio, dove sono stati individuati un fossato perimetrale il cui riempimento è costituito dai crolli di mura in opera quadrata di tufo e, in un lotto a valle, tratti di mura crollate che conservano in parte la struttura a filari. Gli scavi del 1998-1999 vi hanno messo in luce una struttura lunga 19,40 m e spessa al massimo 70 cm, composta di scapoli di tufo legati con argilla, con buchi di palo allineati all'esterno che indicano una palificazione lignea a contenimento di un elevato in argilla: l'opera è riferita alle sottofasi laziali IIB2-IIIA e obliterava una struttura analoga più antica, di fase IIB. Nel Latium vetus l'unico confronto per tecnica costruttiva è offerto dalle mura rinvenute alle pendici settentrionali del Palatino.
Sotto il tratto centrale della struttura è stato rinvenuto lo scheletro pressoché integro di un cane, deposto intenzionalmente e privo di tracce di macellazione. La deposizione è stata ricondotta al sacrificio del cane-guardiano nei rituali di fondazione delle mura, connesso al culto dei lares Praestites, ed è di almeno due secoli e mezzo più antica della corrispondente testimonianza del Palatino.
Alla città arcaica appartengono due tipi distinti di cisterna. Le cisterne ipogee circolari a sezione ogivale, costruite in opera quadrata di tufo e sormontate da un pozzo, sono attestate in più esemplari e per dimensioni e frequenza sono state ritenute sistematicamente connesse a singoli nuclei abitativi; di una di esse, presso il ciglio orientale del pianoro, si è recuperata anche la vera fittile costolata. A queste si contrappone una grande cisterna rettangolare in opera quadrata di circa 5,82 × 3,10 m, conservata per una profondità massima di 1,85 m e dotata sul fondo di due pozzetti di decantazione, rivestita con blocchi squadrati di tufo rosso del posto e di un tufo verdastro assai friabile; i materiali più antichi dal riempimento risalgono alla fine del VII o all'inizio del VI secolo a.C., in coincidenza con il momento in cui la città arcaica veniva edificata. Per questo edificio, confrontabile con la struttura semisotterranea di Casale Pian Roseto presso Veio, è stata proposta una funzione pubblica.
L'ubicazione delle aree sepolcrali di età protostorica e orientalizzante ha costituito a lungo un problema aperto: per lungo tempo si conoscevano soltanto le sepolture infantili dentro l'abitato e, per l'età arcaica, la tomba femminile scoperta nel 1983, una penuria di documentazione stridente rispetto all'importanza del centro. I materiali orientalizzanti che l'Antiquarium Comunale di Roma registra come fidenati vennero probabilmente in luce durante i lavori ferroviari a sud dell'abitato. Le ricerche successive hanno individuato il nucleo principale a sud-est, sull'altura che prosegue il sistema collinare fidenate: qui, ai lati di un asse viario di una certa importanza, si aprono tombe a camera delle fasi laziali IVA e IVB. Un settore della necropoli si estendeva oltre la sella sud-orientale, mentre altre aree funerarie sono attestate a oriente, nella tenuta Radicicoli.
Nel settore prossimo al ciglio orientale del pianoro, che lo scavo del 1986 ha mostrato frequentato quasi senza interruzioni dalla prima età del ferro fino all'età romana avanzata, si impiantarono in età romana cinque tombe a cappuccina, ritenute parte di un sepolcreto più vasto: in una il defunto aveva presso i piedi una lucerna e una brocca in argilla depurata, in altre due una moneta in bocca, e in una di queste anche alcuni aghi crinali in osso. Alcune sepolture risultano tagliate dai muri di fondazione di un edificio di destinazione non determinabile.
All'interno dell'area urbana sono attestate sepolture di adulti attribuite ai momenti più antichi della prima età del ferro laziale nel settore nord-orientale, dove le tracce sono state attribuite con qualche incertezza a un'unica area sepolcrale, con deposizioni coeve anche a sud-est e sul margine sud-occidentale del pianoro. Numerose sono le sepolture infantili, deposte per lo più entro olle sotto le strutture abitative secondo l'uso del suggrundarium: databili al pieno VII secolo a.C. nel settore centrale, di età orientalizzante nell'area di via San Gennaro, dove tre olle accostate sono state ritenute pertinenti a strutture abitative sovrastanti, di fase IVA in associazione a fondi di capanne nel settore orientale e di fase IVB nel settore sud-occidentale, lungo la via glareata che dalla Salaria saliva al pianoro. Una di queste ultime si distingue nettamente: l'infante giaceva in un sarcofago bivalve di tufo, con corredo miniaturistico, un lituo-sonaglio e offerte di fauna, indizio di un rango elevato.
Al margine settentrionale della città antica, lungo un tracciato viario, fu individuata nel 1983 una sepoltura femminile entro un sarcofago a cassone di tufo grigio lungo circa due metri, recuperata con un intervento d'emergenza che non consentì uno scavo accurato: dello scheletro fu raccolto quasi soltanto il cranio, mentre la lunghezza della cassa esclude che si trattasse di una tomba infantile. L'inumata doveva poggiare su un letto di materiale deperibile, di cui restava sul fondo l'incasso per l'alloggiamento dei piedi. Il corredo, privo di ceramica, comprendeva una coppia di orecchini d'oro con protome d'ariete, otto elementi di collana a cilindretto decorati a granulazione, sei sferette in lamina d'oro con decorazione a filo, dischetti e vaghi aurei, quindici vaghi in pasta vitrea, due elementi d'ambra, cerchietti e uno spillone d'osso, un aes rude, una fibula d'argento, un anello in lega d'oro e argento privo del castone e uno specchio circolare di bronzo non decorato. Gli editori collocano la deposizione nel primo secolo dell'età repubblicana, entro la metà del V secolo a.C. e con un limite alto che potrebbe toccare gli ultimi anni del VI, e la mettono in relazione con i sessant'anni che separano la riconquista romana del 498 dalla defezione del 438 a.C., quando Fidenae, tenuta da coloni romani, non figura nelle contese fra Roma e Veio. La tomba assume particolare rilievo in rapporto alla scarsità della documentazione funeraria laziale del VI e V secolo a.C.
Il catalogo della mostra Civiltà del Lazio primitivo, edito nel 1976, comprende fra i rinvenimenti privi di contesto tre scudi fittili, del tipo generalmente associato al carro nelle sepolture di rango laziali di fase IVA, ma il rinvenimento è completamente decontestualizzato. A un'altra sepoltura di rango, databile fra la fine del VI e l'inizio del V secolo a.C., potrebbero appartenere frammenti di una cassetta d'avorio recuperati in vecchi scavi.
La ricostruzione dei luoghi sacri di Fidenae risente delle stesse incertezze che gravano sulla topografia antica del centro, dovute all'erosione, al taglio dell'altura per le opere ferroviarie e all'urbanizzazione incontrollata fra gli anni cinquanta e i primi anni ottanta del Novecento.
Sulla propaggine orientale del sistema collinare, saggi condotti dal 1983 al 1986 individuarono un muro in blocchi di tufo conservato per 17 m, associato a stratificazioni databili dalla fine del VII secolo a.C. all'età tardo-arcaica e orientato come una cisterna monumentale posta circa quaranta metri più a ovest e costruita con la stessa tecnica. Presso il muro fu indagata una depressione con uno scarico di materiale di carattere sacro: ollette globulari e ovoidi databili fra il VI e gli inizi del V secolo a.C., ciotole e bacini di impasto, ciotole carenate e kyathoi miniaturistici in bucchero, un cippetto fittile troncopiramidale e alcune fuseruole. L'assenza di fornelli e la ripetitività di poche forme hanno suggerito un rituale legato alla cottura e al consumo di cibi nell'ambito del culto, mentre le dimensioni del serbatoio ne indicano una funzione pubblica, forse a servizio del luogo di culto, con analogie riconosciute nella conserva d'acqua di Casale Pian Roseto nel territorio di Veio.
Al medesimo complesso potrebbero ricollegarsi altri rinvenimenti del settore orientale: focaccine e vaghi di pasta vitrea raccolti negli anni sessanta circa 250 metri a sud-est, un frammento di arula fittile del V secolo a.C. da strati posteriori e, dal riempimento di un pozzo, un frammento di antefissa a figura intera con menade e satiro databile al primo quarto del V secolo a.C., di un tipo attestato a Satricum, ad Ardea, a Falerii Veteres e a Roma, indicata come probabile centro di elaborazione. Le strutture si collocano presso il percorso che conduceva al punto di traghetto del Tevere verso Veio e mostrano più momenti, fra cui un episodio di incendio e una fase di abbandono che gli editori accostano al rapporto conflittuale con Roma conclusosi con la conquista del 426 a.C.
Tracce di un edificio templare furono individuate nel 1989 alle pendici settentrionali del colle della borgata Villa Spada, in occasione di saggi preventivi alla costruzione di una chiesa: due muri ortogonali in opera quadrata di tufo, in gran parte crollati, con materiale architettonico e votivo. La decorazione del tetto comprendeva un'antefissa a testa di Iuno Sospita databile al 490-480 a.C., simile agli esemplari dalla platea del tempio della Magna Mater a Roma, un'antefissa a testa femminile della stessa epoca e derivata anch'essa da modelli romani, e tegole di gronda dipinte, una delle quali con motivo a denti di lupo databile fra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.C. Due tazzine miniaturistiche di impasto documentano una fase cultuale più antica, entro il VII secolo a.C., e permettono forse di ricondurre a questo complesso i vecchi rinvenimenti votivi del colle. Allo stesso santuario potrebbero appartenere un frammento di lastra di rivestimento tardo-arcaica e un frammento di acroterio a disco, con decorazione geometrica sulla tesa e una figura animale nel tondo centrale, tipo raro nel Lazio e confrontabile soprattutto con esemplari campani, in particolare con l'acroterio del tempio dorico del foro triangolare di Pompei. La continuità del culto fino all'età tardo-repubblicana è indicata da ceramica a vernice nera e sovraddipinta, pesi da telaio, frammenti di statua fittile, teste e votivi anatomici.
Il colle della borgata Villa Spada è stato talvolta definito acropoli, non però sulla base di dati urbanistici, bensì per la sua posizione distinta dal corpo principale dell'altura e protesa verso il fiume; ne è stata rilevata la stretta analogia topografica con il Campidoglio, con la differenza che quest'ultimo rimase occupato ininterrottamente, mentre la sommità di Villa Spada, dopo la piena età del bronzo, torna a essere frequentata solo in una fase avanzata del II periodo laziale.
La composizione dei depositi votivi arcaici, in particolare le offerte simboliche come i vasi miniaturistici e le cosiddette focaccine, riflette la tipologia dei depositi laziali e rimarca il rapporto con Roma e con l'ambiente latino, nonostante la posizione di cerniera fra Latini, Etruschi e Sabini. La frammentarietà dei dati e la genericità delle offerte non consentono di identificare le divinità venerate nei santuari urbani. Per il santuario alle pendici settentrionali di Villa Spada è stata avanzata, senza indizi archeologici, l'ipotesi di un culto di Ercole, che in epoca successiva è attestato a Fidenae per via epigrafica nella forma di Ercole Vincitore e che suggerisce un'assimilazione con il culto tiburtino.
Nella tenuta Radicicoli Del Bene, due chilometri a est della città e presso una strada su cui si affacciavano anche ambienti sepolcrali, è stato rinvenuto un deposito votivo con strutture connesse, frequentato dal IV a tutto il II secolo a.C. Accanto ai consueti votivi anatomici comprende materiali di qualità elevata, fra cui statue di offerenti maschili, femminili e di fanciulli confrontabili con quelle di Lavinium e databili alla metà del IV secolo a.C., e un torso maschile a grandezza naturale con rappresentazione laparotomica che lascia intravedere gli organi interni. Il carattere delle offerte, legate soprattutto alla fecondità e alla sanatio, e l'assenza di attestazioni epigrafiche non permettono di individuare la divinità; l'assenza di terrecotte architettoniche induce a escludere un tempio e a pensare piuttosto a un recinto sacro, la cui posizione presso un tracciato viario ne sottolinea l'importanza come luogo di incontro delle comunità rurali sparse nel territorio.
Altri contesti di carattere sacro sono noti nel territorio, fra cui i materiali votivi rinvenuti nel 1927 durante i lavori della Colonia Agricola Romana, un deposito individuato nel 1994 sulla sponda sinistra del fosso dell'Ormeto e altri indizi di un deposito sull'altura di Castel Giubileo, dove gli archeologi ritennero a lungo che sorgesse la città stessa; nel territorio sono inoltre attestate diverse arule fittili.
Le notizie tramandate dagli autori antichi su Fidenae riguardano quasi esclusivamente i suoi rapporti con Roma e risentono del punto di vista del vincitore. Dionigi di Alicarnasso la dice colonia di Alba Longa e città latina, mentre Livio, a proposito della reazione veiente alla conquista romulea, afferma che anche i Fidenati erano Etruschi. Lo stesso Livio, però, riferendo la presa della città sotto Tullo Ostilio, scrive che gran parte dei Fidenati conosceva il latino in quanto coloni aggregati ai Romani.
La ricerca archeologica riconduce Fidenae all'ambito culturale latino: la cultura materiale del sito vi appartiene già nelle fasi più antiche, e vi manca la componente propriamente villanoviana che caratterizza Veio; alla latinità del centro rimanda anche un'iscrizione numerica di tipo latino su un frammento di dolio di fine VI secolo a.C. proveniente dal territorio. L'affermazione liviana sull'origine etrusca è stata perciò ricondotta alla notorietà dello stretto legame fra Fidenae e la prospiciente Veio, piuttosto che a una diversa appartenenza etnica.
Un secondo elemento di distorsione riguarda la ripetitività del racconto. A contare le menzioni delle fonti, Fidenae, presentata come colonia romana fin dall'età di Romolo, risulta conquistata o riconquistata sette volte. Il fenomeno è stato spiegato con la natura del popolamento coloniale arcaico, diverso da quello di età classica e fondato su contingenti misti, e con la tendenza della tradizione annalistica ad attribuire ai soli Romani imprese condotte in realtà da Romani e Latini. Va inoltre considerato che la storiografia romana non poteva collocare alcun episodio in una fase anteriore alla data convenzionale della fondazione dell'Urbe, e tendeva perciò a rinviare al regno di Romolo un gran numero di episodi formativi.
Sulle modalità della nascita del centro le proposte divergono. Nel 2006 è stato ipotizzato che l'assenza di precedenti del Bronzo finale a Fidenae e a Crustumerium riconduca la loro fondazione a una sorta di colonizzazione a opera di Veio, città legata all'attraversamento tiberino in corrispondenza dei due centri, senza però escludere che i grandi centri contermini si siano limitati a stimolare un allineamento delle genti locali all'organizzazione protourbana; nella formulazione del 2014 la comunità responsabile di tale colonizzazione è invece identificata in Roma, motivata a sottrarre a Veio il controllo delle vie trasversali al fiume.
Quanto al rapporto con Veio, nel 2009 l'alleanza è stata spiegata con l'esistenza di una viabilità diretta, agevolata dal tratto traghettabile del Tevere e dalla foce del fosso della Valchetta, l'antico Cremera. Secondo una formulazione del 2012 Fidenae, prima tappa dell'itinerario diretto verso il meridione, rappresentava per Veio una imprescindibile testa di ponte in territorio latino, anche se gli stessi autori avvertono che non è certo se e quando la nascita del centro sia avvenuta con la partecipazione e il profitto di Veio, oppure solo in opposizione alle spinte del centro etrusco da parte dei Latini. Nel 2024 è stato infine osservato che nessun'altra comunità latina della valle del Tevere poteva competere con il centro etrusco per forza lavoro e per capacità di controllo del territorio, e che per questo Fidenae e Crustumerium, naturali partner commerciali di Veio, si comportarono diversamente dagli altri centri latini alleandosi spesso con essa contro Roma.
La tradizione letteraria colloca in età regia i primi scontri, con la conquista attribuita a Romolo e le successive campagne sotto Tullo Ostilio e Anco Marzio. Per l'età repubblicana le fonti registrano la riconquista romana del 498 a.C., che secondo Dionigi di Alicarnasso comportò l'epurazione dei notabili ribelli e la ridivisione di metà delle terre ai soldati lasciati a presidio della città; segue un silenzio delle fonti lungo circa sessant'anni, interrotto nel 438 a.C. da una nuova azione ostile e chiuso nel 426 a.C., data tradizionale della conquista definitiva. Un ultimo episodio di ribellione è collocato dopo l'invasione gallica, quando i popoli confinanti diedero vita a una lega latina guidata dal dictator fidenatium Postumio Livio, ricordato da Varrone e da Macrobio. Dopo di allora le fonti tacciono, segno di un territorio ormai pacificato.
Il comportamento romano verso Fidenae fu a lungo clemente, e non si riconoscono sul terreno tracce di saccheggi o di dissacrazioni paragonabili a quelle documentate a Veio.
Dopo la conquista del 426 a.C. le notizie letterarie sulla città si fanno estremamente scarse, al punto che non si conoscono le tappe del declino della struttura organizzativa preromana. Fra il IV e il II secolo a.C. l'area urbana fu fisicamente mutilata dalle cave di tufo, mentre il centro si avviava a divenire una sede amministrativa nell'orbita di Roma. Poco prima della metà del IV secolo a.C. i Galli posero il loro accampamento in territorio fidenate, al terzo miglio della via Salaria presso il ponte sull'Aniene, senza che le fonti riferiscano nulla sul trattamento riservato alla città né sul suo atteggiamento verso gli invasori.
Divenuta municipium, Fidenae amministrò un territorio più ampio di quello arcaico, di circa 56 km², essendo nel frattempo scomparsa la città di Crustumerium. La sede del municipio è collocata con verosimiglianza sul colle dell'odierna borgata Villa Spada, dove è stato proposto si trovasse il foro. Sulle pendici orientali della collina, lungo la via Salaria, furono individuati resti di edifici; alla città appartiene la dedica del senatus Fidenatium a Gallieno. Lo status di municipium è attestato da fonti epigrafiche, ma sul terreno la condizione municipale si manifesta soprattutto attraverso un notevole addensamento di impianti produttivi di varia estensione lungo i nodi stradali, mentre lo sviluppo insediativo del territorio dal II secolo a.C. all'età tardoantica è caratterizzato dalla predominanza della villa come nucleo della vita suburbana.
Il territorio a nord dell'Aniene, in precedenza suddiviso fra i centri autonomi di Crustumerium, Fidenae, Nomentum e Ficulea, risultò assegnato in età repubblicana e imperiale all'amministrazione delegata ai municipi di Fidenae e di Nomentum e, in piccola parte, forse di Ficulea; del territorio crustumino, scomparsa la città, restò a lungo nota la qualifica di campagna crustumina, richiamata da Livio, Varrone e Cicerone e sopravvissuta nei nomi di prodotti agricoli come le pere crustumine e le olive crustumie.
I tratti salienti del territorio in età tardo-repubblicana e imperiale sono l'occupazione tramite ville, cioè unità di produzione agraria, e la struttura della viabilità. Le vie maestre non sono più trasversali al Tevere, come al tempo della sovranità delle città-stato delle due sponde, ma orientate su Roma: la Salaria a ovest e la Nomentana a sud-est, con percorsi radiali intermedi e una rete trasversale secondaria, salvo i tragitti che univano il municipio di Fidenae con i centri omologhi posti a est senza passare per Roma. Tombe monumentali fiancheggiavano le grandi vie. Nell'area sono state documentate 460 evidenze compatibili con l'uso abitativo, databili dal III secolo a.C. alla fine dell'età imperiale; vi risultano però scarsi gli edifici con tratti di prestigio e di lusso, il che ha fatto ritenere che la zona non abbia esercitato una particolare attrazione sull'élite romana, che costruì altrove le proprie residenze di campagna, pur potendovi possedere ampie porzioni di terreno coltivate e gestite da schiavi e liberti.
Fra i contesti di età romana meglio documentati nel territorio è la villa della collina di Castel Giubileo, impiantata sopra un edificio in blocchi di tufo rasato e in parte riutilizzato e riferita nella fase principale al II secolo a.C.; le campagne del 1985 e del 1986 vi hanno riconosciuto una pars rustica con magazzino per le derrate e torcularium, un settore residenziale con ambienti mosaicati e una grande cisterna, in uso dal I secolo d.C. ad età traianea o oltre.
I magistrati noti a Fidenae comprendono duoviri e dictatores, questi ultimi attestati sia in età repubblicana sia in età imperiale: Attilio Degrassi ritenne che i magistrati fidenati si fregiassero talvolta della denominazione più antica e onorevole di dictator, tanto più che nella dedica del senatus Fidenatium a Gallieno i dittatori compaiono in coppia come magistrati eponimi, C. Petronio Podalirio e T. Elio Ottobre; per l'età repubblicana un'iscrizione da Aecae ricorda un T. Terenzio Taravos che fu dictator a Fidenae quattro volte. Sono inoltre documentati un sevir e, con qualche dubbio, dei quaestores della cassa cittadina.
Dagli scavi di Castel Giubileo che hanno restituito l'iscrizione onoraria per il senatore M. Claudio Ponzio Ponziano Marcello proviene, in reimpiego, il frammento di una lastra sepolcrale che ricorda un ignoto quaestor alimentorum, amministratore della cassa municipale in cui confluivano gli interessi pagati dai proprietari terrieri locali che avevano ricevuto prestiti imperiali e che venivano distribuiti come alimenta ai fanciulli del posto. Poiché il testo non indica che la carica fosse stata ricoperta altrove, si è ritenuto che la quaestura alimentorum sia stata esercitata a Fidenae stessa, che si aggiunge così ai centri del Lazio coinvolti nel programma alimentare, accanto ai confinanti Ficulea e Nomentum; l'iscrizione è datata preferibilmente alla seconda metà del II secolo d.C.
Al di là del significato generale degli alimenta, si è osservato che la loro presenza in una città può segnalare un declino economico e demografico della sua élite, e che piccoli centri immediatamente vicini a Roma come Fidenae, Ficulea e Nomentum, gran parte del cui territorio fu assorbita da proprietà imperiali, senatorie ed equestri di non residenti, poterono trovarsi in difficoltà di questo genere fra il II e il III secolo. Nel territorio fidenate sono attestate proprietà senatorie e la grande proprietà imperiale nota come praetorium Fidenatium, localizzata sulla collina di Settebagni.
Le attestazioni del culto di Bona Dea, per lo più epigrafiche, si concentrano in modo significativo nel territorio fidenate e indiziano l'esistenza di un culto ben organizzato, strutturato in un collegium e autonomo rispetto a Roma. Altrove la devozione per la dea ha connotati soprattutto aristocratici, mentre a Fidenae il culto, praticato tanto in forma pubblica quanto privata, appare espressione di una religiosità popolare, con dedicanti di condizione libertina o servile. Quattro dediche documentano un sacello a Fidenae: tre furono rinvenute sul colle a est della collina di Villa Spada, insieme a statue, teste di marmo e frammenti di fregi, in un vano di deposito pertinente a una ricca villa di età imperiale, e menzionano alcune magistrae Bonae Deae, fra cui una liberta di nome Maria che offre alla dea un signum palliatum inargentatum, una cathedra, un pulvinar e altri doni. La quarta iscrizione, successiva al 105 d.C., ricorda un epulum offerto da Italia, magistra Bonae Deae e liberta del console Iulius Quadratus, in occasione del restauro di un edificio incendiato, promosso dal senatus Fidenatium.
Nel 27 d.C., sotto Tiberio, un anfiteatro ligneo edificato presso Fidenae crollò durante uno spettacolo gladiatorio, provocando una delle maggiori stragi accidentali dell'antichità. Secondo Tacito l'iniziativa si doveva a un liberto di nome Atilio, che aveva intrapreso l'impresa a scopo di lucro senza fondare l'edificio su terreno solido e senza vincolare adeguatamente le strutture lignee; la folla accorse numerosa perché sotto Tiberio la plebe era tenuta lontana dagli spettacoli. Il disastro colpì una folla accorsa in massa: sotto Tiberio gli spettacoli a Roma erano limitati, e la plebe si riversò nei centri vicini. Nei giorni successivi le case dei maggiorenti furono aperte ai feriti e vi si distribuirono medicazioni e assistenza medica. Dopo il disastro Atilio fu esiliato e il senato stabilì che nessuno con un censo inferiore a quattrocentomila sesterzi potesse allestire giochi gladiatori e che gli anfiteatri fossero costruiti su terreno di solidità accertata.
Le cifre tramandate divergono ampiamente. Tacito parla di cinquantamila persone fra morte e mutilate; Svetonio di oltre ventimila morti, cifra ripresa da Orosio; il Cronografo del 354 indica invece 4.205 morti. Quest'ultima cifra è ritenuta più verosimile, anche in considerazione della capienza degli anfiteatri noti: il Colosseo stesso poteva ospitare circa cinquantamila spettatori.
Sul pendio della collina di Sant'Angelo, poi detta di Castel Giubileo, sorse fra la fine del IV e i primi anni del V secolo una basilica a tre navate lunga circa 32 metri, costruita rasando una villa suburbana di età romana e ritrovata nel 1996. Secondo gli editori dello scavo si tratta del primo santuario dedicato a san Michele Arcangelo in occidente, anteriore a quello garganico; la datazione si fonda sulla menzione in una versione del Martirologio geronimiano non posteriore alla metà del V secolo e su strati di costruzione posteriori al 380 d.C.
Dell'antica Fidenae non è visibile un'area archeologica: il sito è coperto dalla borgata Fidene, sorta per lottizzazione abusiva sulla maggior parte della città antica e su un settore della necropoli. La morfologia del rilievo è stata alterata in modo irreversibile in due tempi. Le opere ferroviarie dei primi decenni del Novecento comportarono lo scavo di una vasta trincea con andamento nord-sud, che approfondì la sella esistente ed erose parte del pianoro orientale, separando completamente il colle di Villa Spada dal resto dell'area urbana; un lungo tratto della cresta residua dello sperone sud-occidentale è stato demolito in anni più recenti, con distruzione totale dei resti archeologici che vi si trovavano. A questa si aggiunse, nel secondo dopoguerra, l'edificazione spontanea della borgata, in un'area lottizzata ed edificata prima ancora che l'identificazione del sito fosse acquisita.
L'urbanizzazione incontrollata proseguì dagli anni cinquanta ai primi anni ottanta del Novecento. Nonostante ciò, gli interventi condotti sotto le strade moderne del settore settentrionale della borgata hanno confermato che le stratificazioni archeologiche si sono in buona parte conservate, sia pure fra numerose resezioni e fosse recenti. Amministrativamente l'area ricade nel Municipio Roma III di Roma Capitale.
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