Puteoli

Puteoli
Il macellum, detto impropriamente "Tempio di Serapide"
Nome originale (GRC) Δικαιαρχία (Dikaiarchía)
(LA) Puteoli
Cronologia
Fondazione VI secolo a.C.
Fine VI secolo
Causa abbandono della città bassa per il bradisismo
Amministrazione
Dipendente da Cuma (età greca)
Territorio e popolazione
Abitanti massimi circa 65 000
Nome abitanti Puteolani
Lingua greco antico, osco, latino
Localizzazione
Stato attuale Italia (bandiera) Italia
Località Pozzuoli
Coordinate 40°49′32.88″N 14°07′18.12″E
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Puteoli
Puteoli

Puteoli (in greco antico Ποτίολοι, Potíoloi), in origine Dicearchia (Δικαιαρχία, Dikaiarchía; in latino Dicaearchia), è stata un'antica città della Campania, sul sito dell'odierna Pozzuoli. Fondata nella seconda metà del VI secolo a.C. da esuli greci di Samo come scalo di Cuma, ricevette nel 194 a.C. una colonia romana e tra la tarda età repubblicana e il II secolo d.C. fu il principale porto di Roma per i traffici con l'Oriente mediterraneo, in particolare con Alessandria. Decaduta con lo sviluppo dei porti di Ostia e colpita dal bradisismo e dalle invasioni, fu abbandonata nel VI secolo: gli abitanti si ridussero sull'altura dell'antica acropoli, l'attuale Rione Terra.

Toponimo

Obolo d'argento di Fistelia, città che alcuni studiosi identificano con Dicearchia in età sannitica

Il nome greco Dikaiarchía significa «città del giusto governo». Gli scrittori greci continuarono a usarlo anche dopo che la città ebbe assunto il nome latino di Puteoli. Non è noto quando sia avvenuto il cambiamento: l'opinione secondo cui il nuovo nome sarebbe stato imposto con la fondazione della colonia romana è contraddetta dal fatto che Livio lo usa già a proposito degli avvenimenti della seconda guerra punica. Gli autori antichi facevano derivare il nome dai numerosi pozzi (putei) e dalle sorgenti di acqua calda e fredda della zona oppure dal fetore (putor) delle esalazioni di zolfo e di allume.

Alcuni studiosi identificano la città di età sannitica con Fistelia, nota soltanto attraverso le monete con leggenda osca Fistluis, ma la localizzazione di questo centro resta incerta. L'etnico greco era Δικαιαρχεύς (Dikaiarcheús), quello latino Puteolanus.

Geografia

La città sorgeva sulla sponda settentrionale del golfo di Pozzuoli, parte del più ampio golfo detto dagli antichi Crater o sinus Cumanus, a metà strada tra i promontori di Miseno e di Posillipo, circa 12 km a ovest di Neapolis e a circa 5 km da Baiae. L'abitato si estendeva tra un promontorio costiero, sede dell'acropoli, e una corona di colli vulcanici alle spalle, nel cuore dei Campi Flegrei, caratterizzati da esalazioni sulfuree, sorgenti termali e altri fenomeni vulcanici. A breve distanza si trovava il cratere della Solfatara, l'antico Forum Vulcani (Ἡφαίστου ἀγορά), descritto da Strabone; Plinio chiamava Leucogaei colles le colline circostanti, imbiancate dalle esalazioni, e Leucogaei fontes le vicine sorgenti minerali, probabilmente quelle oggi dette dei Pisciarelli.

Dai colli della zona si ricavava una sabbia vulcanica, il pulvis puteolanus, che mescolata con la calce dava una malta idraulica capace di far presa anche sott'acqua, impiegata nella costruzione del molo e di altre opere marittime: da essa ha preso il nome la pozzolana.

A causa del bradisismo la parte bassa della città è sprofondata e si è risollevata più volte dall'antichità: alcuni settori sono scesi di circa 8 m per poi risalire, come mostrano i fori dei molluschi litofagi sulle colonne del macellum, e gran parte dei resti della fascia costiera si trova oggi sott'acqua.

La città era collegata a Capua e alla via Appia dalla via Consularis Puteolis Capuam, detta anche via Campana, e a Neapolis da una strada che in età augustea fu abbreviata con la galleria della Crypta Neapolitana; lungo la costa verso Baia correva la via Herculea, oggi sommersa. In età imperiale si aggiunse la via Domiziana.

Storia

Dicearchia

Secondo Strabone Dicearchia era in origine lo scalo portuale di Cuma; altre fonti, tra cui Stefano di Bisanzio e la Cronaca di Eusebio di Cesarea nella versione latina di Girolamo, ne attribuiscono la fondazione a coloni di Samo, ed è probabile che a un primo insediamento cumano si sia aggiunto un gruppo di emigrati sami. Girolamo colloca la fondazione nel 528 a.C., e gli esuli sarebbero stati oppositori della tirannide di Policrate. Lo storico francese Charles Dubois, considerando le peripezie che secondo Erodoto i fuoriusciti sami affrontarono prima di giungere in Occidente, ne collocò l'arrivo in Campania non prima del 521 a.C., probabilmente verso il 520-519 a.C. Dubois ipotizzò inoltre che l'intesa tra i nuovi venuti e i Cumani, originari di Calcide, fosse stata favorita dall'antica amicizia tra Samo e Calcide, alleate nella guerra che nella seconda metà del VII secolo a.C. aveva opposto Calcide a Eretria.

Dicearchia rimase a lungo subordinata a Cuma, della quale fu porto e avamposto nei confronti di Neapolis, e le fonti non le attribuiscono alcun ruolo autonomo prima della conquista di Cuma da parte dei Campani di stirpe sannitica nel 421 a.C.; secondo Maiuri, dopo il declino di Cuma la città poté sviluppare una propria vita politica e commerciale, favorita dai collegamenti con il retroterra campano. Dell'abitato di età greca restano scarse tracce: nel 1964, sull'acropoli, sono stati individuati i resti di un edificio che riutilizzava blocchi greci della fine del V secolo a.C.

Età repubblicana

La città entrò nell'orbita di Roma con il resto della Campania nella seconda metà del IV secolo a.C. (nel 338 a.C. secondo Maiuri, verso il 334 a.C. secondo Comfort) e, come Capua e Cuma, dovette essere compresa nella prefettura istituita nel 318 a.C.; per il periodo precedente le testimonianze letterarie e archeologiche sono scarse.

Durante la seconda guerra punica il porto assunse un'importanza strategica: nel 215 a.C. il console Quinto Fabio Massimo lo fece fortificare e vi pose un presidio, e l'anno seguente Annibale tentò senza successo di impadronirsene. Nel 212 a.C. vi sbarcavano i rifornimenti di grano provenienti dall'Etruria e dalla Sardegna per l'esercito che assediava Capua; nel 211 a.C. vi si imbarcò per la Spagna Gaio Claudio Nerone con due legioni e nel 203 a.C. vi approdarono gli ambasciatori di Cartagine diretti a Roma.

Nel 199 a.C. i censori vi istituirono una stazione doganale (portorium). Due anni dopo una legge proposta dal tribuno della plebe Gaio Atinio dispose la fondazione di cinque colonie marittime sulla costa tirrenica, tra cui una a Puteoli, che fu dedotta nel 194 a.C. con trecento coloni cittadini romani, insieme a quelle di Volturnum e Liternum. La data è confermata dalla cosiddetta lex parieti faciundo del 105 a.C., un capitolato d'appalto per lavori pubblici datato al novantesimo anno dalla fondazione della colonia, nel quale è menzionato anche un tempio di Serapide.

Dopo che Delo divenne porto franco, nel 166 a.C., Puteoli si affermò come il principale scalo di Roma per i traffici con l'Oriente, tanto che il poeta Lucilio la definì «piccola Delo» (Delus minor). Era consuetudine dei viaggiatori diretti a Roma dall'Oriente sbarcarvi e proseguire per via di terra, come fece anche Cicerone di ritorno dalla questura in Sicilia.

Dalla tarda età repubblicana i dintorni della città e della vicina Baia divennero un luogo di villeggiatura prediletto dall'aristocrazia romana. Cicerone possedeva tra Puteoli e il lago di Lucrino una villa che chiamava Academia, ma che nelle lettere indica per lo più come Puteolanum. Silla, ritiratosi negli ultimi anni in una villa nella zona, poco prima di morire, nel 78 a.C., intervenne nei contrasti interni della città dettandole nuove leggi. Dopo l'uccisione di Cesare i Puteolani scelsero come patroni Cassio e i due Bruti, e ciò potrebbe aver indotto Augusto a stabilirvi una colonia di veterani.

Età imperiale

Affresco da Stabiae con la veduta di un porto, identificato con quello di Puteoli

In età augustea la città fu dotata di un grande molo su piloni ad arcate (opus pilarum) e di vasti cantieri navali (navalia), nei quali, secondo Plinio, erano conservate le enormi navi che avevano trasportato gli obelischi dall'Egitto a Roma. Nelle vicinanze Agrippa realizzò il Portus Iulius, collegando al mare il lago d'Averno e il lago di Lucrino, opere di cui dovette giovarsi anche il porto puteolano.

Nel 39 d.C. Caligola fece costruire, a partire dal molo di Puteoli, un ponte provvisorio di navi che attraversava il golfo fino a Baia; i resti tradizionalmente noti come «ponte di Caligola» appartengono in realtà al molo. Claudio vi stanziò, come a Ostia, una coorte incaricata di prevenire e spegnere gli incendi. In età neroniana Puteoli era ancora il porto d'arrivo delle navi frumentarie alessandrine: Seneca descrive la folla che si radunava sul molo per avvistare le navi postali che le precedevano. Su una nave alessandrina giunse a Puteoli da Reggio, probabilmente nel 61, l'apostolo Paolo, che vi trovò una comunità cristiana e vi si trattenne una settimana prima di proseguire per Roma.

Nel 60 d.C. Nerone concesse il diritto di colonia e l'appellativo di Colonia Claudia Neronensis al vetus oppidum, i cui abitanti erano rimasti fino ad allora distinti dai coloni; progettò inoltre un canale navigabile tra il lago d'Averno e Ostia, che non fu mai realizzato. Nel 66, in occasione della visita in Italia del re d'Armenia Tiridate, vi si tennero spettacoli gladiatori e cacce.

Nella guerra civile del 69 i Puteolani si schierarono con Vespasiano, in opposizione alla rivale Capua, fedele a Vitellio; divenuto imperatore, Vespasiano premiò la città con il titolo di Colonia Flavia Augusta e con l'assegnazione di una parte dell'ager Campanus. Nel 95 Domiziano aprì la via Domiziana, che collegava direttamente la città alla via Appia presso Sinuessa, evitando il passaggio per Capua.

La costruzione dei porti di Claudio e di Traiano presso Ostia (Portus) e di quello di Centumcellae rese progressivamente Roma indipendente dai porti campani, e dal II secolo Puteoli entrò in una lenta decadenza, pur restando il principale porto della Campania. Nel 138 l'imperatore Adriano, morto a Baia, fu sepolto provvisoriamente nella villa che era appartenuta a Cicerone; il suo successore Antonino Pio nel 139 fece restaurare il molo, danneggiato da una mareggiata. Numerose iscrizioni attestano la vitalità della città fino all'età di Onorio: nel IV secolo i governatori della Campania Valerio Erennio Massimo e Fabio Pasifilo restaurarono la ripa del porto e gli imperatori, da Costantino a Giuliano, concessero alla città distribuzioni di grano.

Tarda antichità e abbandono

Lo stesso argomento in dettaglio: Storia di Pozzuoli.

Secondo la tradizione storiografica la città fu saccheggiata dai Visigoti di Alarico nel 410, dai Vandali di Genserico nel 455 e dagli Ostrogoti di Totila nel 545. Più delle invasioni pesò il progressivo sprofondamento della costa provocato dal bradisismo, che costrinse gli abitanti ad abbandonare la città bassa e il quartiere del porto e a raccogliersi sull'altura dell'antica acropoli, dove sorse il castrum medievale. La città romana fu abbandonata nel VI secolo e le sue rovine furono a lungo sfruttate come cava di materiali da costruzione, impiegati tra l'altro per le cattedrali di Salerno e di Pisa.

Società ed economia

Commerci e produzioni

La prosperità di Puteoli si fondava sul porto, naturalmente riparato e protetto da un lungo molo, e sui collegamenti con il ricco retroterra campano, che consentivano di scambiare i prodotti agricoli e artigianali della regione con le merci d'oltremare. La città importava soprattutto grano e merci di lusso da Alessandria, ma commerciava anche con la Hispania meridionale, con l'Africa e con la costa siro-fenicia; vi giungeva inoltre il ferro dell'isola d'Elba, fuso a Populonia. Mercanti di Tiro e di Berito vi mantenevano proprie sedi (stationes). La popolazione, cosmopolita e stimata al culmine dello sviluppo in circa 65 000 abitanti, comprendeva mercanti e artigiani greci, siriaci, fenici, nabatei ed ebrei, riuniti in corporazioni professionali e associazioni religiose; Stazio chiamò la città «ospitale lido del mondo» (litora mundi hospita).

Tra le merci esportate figuravano olio, vino, probabilmente la ceramica a vernice nera detta campana, il vetro e la terra sigillata di produzione locale. L'industria vetraria, favorita dalle sabbie silicee del litorale tra Cuma e la foce del Volturno, diede il nome a un intero quartiere (regio vici vitrarii); un altro (regio vici Vestoriani) lo prese dal banchiere Vestorio, che vi avviò la produzione del pigmento azzurro detto caeruleum (blu egizio). Fiorente era anche la lavorazione della porpora.

Culti

Il carattere cosmopolita della città si rifletteva nei culti: accanto a quelli greco-romani tradizionali e al culto imperiale sono attestati quelli di Serapide, già nel 105 a.C., di Cibele, di Giove Dolicheno, di Bellona, di Dusares e di Giove Eliopolitano, oltre a una comunità ebraica e a una comunità cristiana anteriore all'arrivo di Paolo; non vi sono invece tracce del culto di Mitra.

Nella letteratura

Secondo un'identificazione tradizionale, ma discussa, sarebbe Puteoli la città campana, insieme graeca urbs e colonia romana, nella quale è ambientata la Cena Trimalchionis del Satyricon di Petronio.

Urbanistica e monumenti

Pianta di Puteoli antica in Karl Julius Beloch, Campanien (1890)

La topografia della città antica è nota anche grazie ad alcune fiaschette di vetro incise tardoantiche, rinvenute tra l'altro a Odemira, in Portogallo, e a Piombino o conservate a Praga, che raffigurano schematicamente, con le relative didascalie, i principali monumenti del litorale puteolano e baiano. La città era divisa amministrativamente in regiones; vi si possono distinguere l'acropoli, la città bassa con il porto e il quartiere commerciale, la città alta, residenziale, con i maggiori edifici pubblici, e il suburbio con le necropoli.

Acropoli

Lo stesso argomento in dettaglio: Rione Terra e Cattedrale di Pozzuoli.
Le colonne del tempio di Augusto inglobate nella cattedrale

Il primo nucleo della città greca sorgeva su un promontorio alto circa 36 m, l'attuale Rione Terra. Sulla sommità sorgeva il tempio dedicato ad Augusto da un ricco cittadino, Lucio Calpurnio, e progettato dall'architetto Lucio Cocceio Aucto; inglobato nella cattedrale di San Procolo, fu in gran parte distrutto dai rifacimenti del XVI-XVII secolo, ma ne restano sei colonne corinzie con l'architrave e l'iscrizione dedicatoria. Dopo l'incendio del 1964 si scoprì che il tempio inglobava i resti di un edificio costruito con blocchi greci riutilizzati e di un tempio sannitico o italico.

Porto e città bassa

Lo stesso argomento in dettaglio: Macellum di Pozzuoli.
Plastico del macellum nel Museo archeologico dei Campi Flegrei

Del porto restano scarse tracce. Il celebre molo augusteo su piloni, lungo circa 372 m e largo 15-16 m, poggiava su una quindicina di enormi pilastri in muratura ed era ornato da almeno un arco onorario, da colonne sormontate da statue e da un faro; i suoi resti sono inglobati nel molo moderno. La ripa, la banchina porticata che si allungava ai lati del macellum, e i magazzini (horrea) si trovano oggi sotto il livello del mare. Cicerone ricorda nel quartiere portuale un portico di Nettuno affacciato sul golfo.

Il macellum, il mercato pubblico, è il monumento più noto della città antica; fu a lungo chiamato «Tempio di Serapide» per una statua del dio rinvenuta durante gli scavi del 1750. L'edificio, di età flavia con rifacimenti di età adrianea o antonina, comprende una corte porticata di circa 38 × 36 m su cui si aprivano le botteghe, con al centro un edificio circolare (tholos) su podio circondata da sedici colonne di marmo africano; sul lato di fondo si apre un'abside preceduta da quattro grandi colonne di cipollino, tre delle quali sono ancora in piedi. Le colonne, forate dai molluschi litofagi durante le fasi di sommersione, sono state per secoli il principale indicatore dei movimenti del suolo.

Città alta

I sotterranei dell'anfiteatro Flavio

Sui terrazzi della città alta sorgevano le terme, lo stadio e due anfiteatri. Il più antico e piccolo, di età tardorepubblicana o augustea, aveva assi di 130 × 95 m e un'arena priva di sotterranei; vi si tennero i giochi durante i quali, secondo Svetonio, l'oltraggio subito da un senatore indusse Augusto a riservare posti distinti all'ordine senatorio. Il grande anfiteatro Flavio, costruito a spese della città sotto Vespasiano, misura 149 × 116 m e poteva accogliere da 40 000 a 60 000 spettatori: è il terzo d'Italia per dimensioni dopo il Colosseo e l'anfiteatro campano. I sotterranei, ben conservati, comprendono corridoi e ottanta gabbie per le fiere, che venivano sollevate nell'arena con montacarichi.

Sulla terrazza superiore si trovavano anche lo stadio, le terme dette di Traiano o di Giano, forse identificabili con il cosiddetto Tempio di Nettuno, e grandi cisterne, alimentate da un acquedotto di età repubblicana proveniente da nord e da uno più lungo, attribuito ad Agrippa, proveniente da est. La maggiore riserva idrica era la Piscina Cardito, formata da due cisterne, la più grande delle quali misura 55 × 16 m.

Necropoli e suburbio

Le strade in uscita dalla città erano fiancheggiate da necropoli monumentali. La più importante si estendeva per circa 2 km lungo la via Campana, da via Celle fino a San Vito, con colombari, ipogei e mausolei decorati di stucchi e mosaici, alcuni dei quali furono riutilizzati in età cristiana; sepolcri meno sontuosi sorgevano lungo la strada per Napoli e lungo la via Domiziana. Molti sepolcri accoglievano i membri di corporazioni e collegi di mercanti, artigiani e battellieri. Sulla strada per Napoli Traiano fece erigere un arco onorario. Alcuni ruderi tra la città e il lago di Lucrino sono stati attribuiti alla villa di Cicerone.

Reperti

Gran parte delle sculture, delle iscrizioni e degli altri reperti provenienti dalla città è dispersa in musei di diversi paesi e nel Museo archeologico nazionale di Napoli, dove si trova tra l'altro la base onoraria con le personificazioni delle quattordici città dell'Asia Minore che, colpite dal terremoto del 17 d.C., resero omaggio a Tiberio.

Note

  1. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 (EN) Edward Herbert Bunbury, Puteoli, in William Smith (a cura di), Dictionary of Greek and Roman Geography, vol. 2, Londra, Walton and Maberly, 1857, pp. 679-681.
  2. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 (EN) Howard Comfort, Puteoli (Pozzuoli) Campania, Italy, in Richard Stillwell, William L. MacDonald e Marian Holland McAllister (a cura di), The Princeton Encyclopedia of Classical Sites, Princeton, Princeton University Press, 1976, ISBN 0-691-03542-3.
  3. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 Amedeo Maiuri, Pozzuoli, in Enciclopedia dell'arte antica, classica e orientale, vol. 6, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1965, pp. 413-420.
  4. ↑ Livio, Ab Urbe condita, XXIV, 7.
  5. ↑ Varrone, De lingua Latina, V, 25.
  6. ↑ Sesto Pompeo Festo, De verborum significatu, a cura di Emil Thewrewk de Ponor, parte I, Budapest, 1889, pp. 272-273.
  7. ↑ Edward Togo Salmon, Samnium and the Samnites, Cambridge, 1967, pp. 71, 72 n. 3, 117 n. 4. Altri autori collocano invece Fistelia al confine tra Campania e Sannio o nella pianura campana: Arthur Sambon, Les monnaies antiques de l'Italie. Étrurie, Ombrie, Picenum, Samnium, Campanie (Cumes et Naples), Parigi, 1903, pp. 33 e ss., nn. 826-847 e tav. IV; Ettore Pais, I Daunii e gli Umbri della Campania, in Rendiconti della Reale Accademia dei Lincei. Classe di scienze morali, storiche e filologiche, s. V, vol. XV, Roma, 1906, pp. 31-32, 35-36; id., Italia antica. Ricerche di storia e di geografia storica, vol. II, Bologna, 1922, pp. 201 e ss.
  8. ↑ Strabone, Geografia, V, 4, 6; Plinio, Naturalis historia, XXXV, 166.
  9. ↑ Strabone, Geografia, V, 4, 6.
  10. 1 2 Dubois, p. 2
  11. ↑ Dubois, pp. 6-7
  12. ↑ Livio, Ab Urbe condita, XXIV, 7, 10; XXIV, 12-13.
  13. ↑ Livio, Ab Urbe condita, XXV, 22; XXVI, 17; XXX, 22.
  14. ↑ Livio, Ab Urbe condita, XXXII, 7, 3.
  15. ↑ Livio, Ab Urbe condita, XXXII, 29, 3-4.
  16. ↑ Livio, Ab Urbe condita, XXXIV, 45, 1; Velleio Patercolo, Historiae Romanae, I, 15.
  17. ↑ Cicerone, Pro Plancio, 26.
  18. ↑ Plutarco, Vite parallele, Silla, 37; Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium libri, IX, 3, 8.
  19. ↑ Cicerone, Filippiche, II, 107.
  20. ↑ Svetonio, Vite dei Cesari, Caligola, 19; Cassio Dione, Storia romana, LIX, 17.
  21. ↑ Svetonio, Vite dei Cesari, Claudio, 25.
  22. ↑ Seneca, Epistulae morales ad Lucilium, 77, 1-2.
  23. ↑ at 28,11-14, su laparola.net..
  24. ↑ Tacito, Annales, XIV, 27.
  25. ↑ Svetonio, Vite dei Cesari, Nerone, 31.
  26. ↑ Cassio Dione, Storia romana, LXIII, 3.
  27. ↑ Tacito, Historiae, III, 57.
  28. ↑ Cassio Dione, Storia romana, LXVII, 14; Stazio, Silvae, IV, 3.
  29. ↑ Historia Augusta, Adriano, 25, 7.
  30. ↑ Strabone, Geografia, XVII, 1, 7; Svetonio, Vite dei Cesari, Augusto, 98.
  31. ↑ Svetonio, Vite dei Cesari, Augusto, 44.

Bibliografia

Voci correlate

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