Casato di Nocera | |
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D'argento a due leoni di rosso affrontati e controrampanti ad un albero di noce al naturale. | |
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| Casata di derivazione | Duchi di Benevento |
| Casata principale | Nocera (di) |
| Titoli |
ecc. |
| Fondatore | Dauferio di Nocera |
| Attuale capo |
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| Data di fondazione | XI secolo |
| Etnia | longobarda |
| Rami cadetti |
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| Arme con manto di principe e scudo accollato alla croce melitense | |
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Il Casato di Nocera, arcaicamente Nuceria o Nucera, è la più longeva dinastia sovrana del Principato di Salerno, stato che unificò l'Italia meridionale continentale sotto un'unica corona per la prima volta nella storia.

Fintanto che i dinasti detennero i titoli di Principe di Salerno e Conte di Nocera ebbero la denominazione di Dauferidi, ma il ramo principale dei discendenti di Dauferio di Nocera, lasciato il titolo di Comes de Nuceria, si cognominò con il nome stesso dell’antico feudo. In linea con il mutamento del toponimo, la casata dei Nocera ha poi seguito la relativa evoluzione linguistica del cognome, passando dal latino de Nuceria all'italiano di Nocera.
Rappresentante della linea principale è l’attuale capo Don Antonio di Nocera (n. 1971); gli succede il primogenito Don Antonio Maria di Nocera (n. 2007).
Priva di fondamenti genealogici, da taluni studiosi dell’età moderna, come Giulio Cesare Capaccio e Serafino de' Ruggeri, fu avanzata l’ipotesi che la famiglia avesse antiche origini francesi e che avesse tratto il proprio nome dalla prima città italiana in cui si era stabilita.
Ai tempi del Capaccio incorrere in tali errori era facile, giacché i numerosi onori tributati agli esponenti della stirpe nel periodo angioino inducevano a supporre che i Nocera fossero derivati da quei cavalieri provenzali o borgognoni, i quali, essendo giunti con Carlo d'Angiò a Napoli, in breve accrebbero le proprie fortune. Inoltre, nella maggior parte dei documenti dell'età angioina non si osservava aggiunta al cognome de Nuceria alcuna indicazione relativa al luogo di origine della famiglia nel Regno di Napoli. Tuttavia, v’erano molti documenti, precedenti o di poco posteriori al 1300, nei quali s'indicava la provenienza nocerina, invece del cognome gentilizio. Difatti, non occorreva indicare sia il cognome che la città d'origine, poiché l'uno richiamava l'altra e ciascun personaggio era già noto nella propria patria.
A confutare la tesi che fossero cavalieri francesi, appositamente giunti nel Meridione col monarca, sono infine i singoli esponenti della casata che ebbero continuativo rilievo sia sotto Manfredi di Svevia che il suo immediato successore Carlo I d’Angiò.

La storiografia contemporanea individua l’origine del casato nella dinastia dei Conti di Nocera e Principi di Salerno, il cui capostipite fu Dauferio di Nocera.

Il primo a presentare il cognome, originatosi dal toponimo nocerino, fu Lamberto de Nuceria, figlio del diacono Lamberto o Alberto, nato a sua volta dal conte Landoario, patrono di San Nicola di Gallocanta, discendente del conte Dauferio di Nocera attraverso il conte Landenolfo, padre del conte Alfano, menzionato in un diploma dell'anno 930 nel quale si parla di una pecia de terra cum arbustis de ex eodem loco nuceris ad pratu dicitur; habentes finis de uno latere et de uno capite fine vestra qui supra germani, de alio latere fine alphani comitis filius landenolfi, de alio capite fine waiferii comitis..., ovvero di un terreno ad Pratum (Camarella), confinante con i beni di Guaiferio Conte e con i suoi. Alfano quindi apparteneva alla stessa stirpe, sia per avere beni contigui a quelli di Guaiferio, nipote di Dauferio il Muto, e sia perché i suoi discendenti furono compatroni di San Massimo, chiesa fondata proprio dal principe Guaiferio. In tale periodo si può già riscontrare come le proprietà situate nel territorio di Nocera siano state ripartite tra i diversi rami o membri della medesima stirpe..
La casata assunse infatti tale denominazione nell’XI secolo in ottemperanza alla legge longobarda dell'epoca, cognominadosi con il nome dell’antico feudo, in ricordo del titolo di Comes de Nuceria, allorché si rese necessaria una maggiore identificazione della famiglia per la confusione generata dall’uso del patronimico. Le tracce di un’effettiva cognomizzazione del titolo comitale, tuttavia, sono anteriori: allo stesso nome del capostipite veniva giustapposto il suddetto cognome.
Il primo conte di Nocera, nonché capostipite del casato, fu Dauferio. Di nobile stirpe e strettamente imparentato con la dinastia regnante di Benevento, ebbe tra i suoi figli Guaiferio, principe di Salerno, e Adelchisa, moglie del principe Sicardo di Benevento, la cui sorella fu madre dell’imperatore del Sacro Romano Impero Guido II. I figli e i discendenti più prossimi di Dauferio assunsero la denominazione di Dauferidi. Ricorrente fu il nome Guaiferio nella genealogia dei reggenti di Nocera in onore dell’omonimo avo, principe di Salerno.
In seguito all’assassinio del principe Sicardo di Benevento nell’839, il trono fu usurpato dal tesoriere palatino Radelchi. A guidare l’opposizione furono Adelchi e soprattutto Dauferio, suocero di Sicardo. Radelchi fu invece sostenuto dal conte di Capua Landolfo I.
Dauferio si impegnò subito per restaurare la dinastia di Sicardo, sostenendo il fratello del defunto principe, Siconolfo, che era stato esiliato a Taranto. Eliminato Adelchi e repressa l’opposizione a Capua, Dauferio organizzò una ribellione armata contro Radelchi: conquistò Salerno, lo dichiarò usurpatore e proclamò Siconolfo principe nel dicembre 839, con il riconoscimento dell’imperatore Ludovico II nell’851.
Nel corso dell’840 la rivolta si estese a gran parte della Langobardia Minor. Amalfi, Conza, Acerenza e Taranto si schierarono con i ribelli. Radelchi tentò invano una mediazione e marciò su Salerno, ma fu sconfitto in una sortita guidata da Guaiferio, il figlio di Dauferio. La sconfitta accelerò la frammentazione del potere longobardo e favorì ingerenze. Siconolfo si insediò stabilmente a Salerno, che divenne capitale del principato. Isolato, Radelchi ricorse a mercenari musulmani, responsabili di saccheggi nel Mezzogiorno.
Dauferio scomparve dalla scena politica poco dopo l’ascesa di Siconolfo e morì probabilmente prima dell’851. Le fonti storiche offrono dati piuttosto incerti e confusi sulla successione dei primi principi salernitani almeno fino all'assassinio di Ademaro, quando si assisté all'ascesa al trono di Guaiferio.
I discendenti di Dauferio ebbero un ruolo centrale nella storia di Salerno: dalla sua linea nacque il Casato di Nocera, che noverò sette conti di Nocera e cinque principi di Salerno. La Contea, che all’epoca comprendeva oltre a Nocera Marzano, Balentino, Bracigliano, Siano e Scafati, fu retta da sette esponenti della progenie continuativamente.
Di seguito l'elenco dei Conti di Nocera e dei Principi di Salerno, appartenuti al Casato, in ordine cronologico:
Con la morte del principe Gisulfo I nel 978, privo di eredi, si estinse la linea dei Principi di Salerno, mentre quella dei Conti di Nocera il secolo successivo. Contestualmente, la discendenza di Landenolfo o Landolfo, congiunto del primo conte di Nocera, non ebbe fine, dando vita tra le altre alla famiglia di Nocera, e continuò ad avere numerosi feudi nella Contea di Nocera, territori ereditati dal conte Dauferio, il quale li ricevette per essere stato auspice dell’indipendenza del Principato di Salerno da Benevento.

La storia della famiglia di Nocera è stata oggetto di studio, già dalla fine del XVI secolo, da parte di alcuni dei maggiori storici e genealogisti italiani, come Giulio Cesare Capaccio, nella Neapolitanae historiae a Iulio Caesare Capacio eius vrbis a secretis et ciue conscriptae, Francesco de' Pietri, nel Dell’Historia napoletana, Michele de' Santi, nelle Memorie delle famiglie Nocerine, e Guido Carrelli, nella Rivista araldica.
Secondo la storiografia contemporanea, i Nocera furono tra le maggiori casate del Principato di Salerno, con significativi possedimenti in Vietri, Cava, Nocera e presso il Tusciano. La famiglia, infatti, imparentata con principi ivi reggenti tramite un congiunto di Giovanni II di Salerno, figlio di Lamberto di Spoleto, e proprietaria di vasti fondi, fu investita della dignità comitale, spesso associata alla funzione di giudice, trasmissibile dal padre a tutti i figli maschi, privilegio appartenuto soltanto ad altre sei famiglie sotto il principato di Gisulfo I.

Il casato resse la contea di Eboli, caposaldo del sistema difensivo di Salerno grazie all’imponente castello avito. Controllare in maniera più efficace la porta sudorientale di Salerno poteva essere stato un buon motivo per indurre i sovrani di Salerno all'istituzione del comitatus di Eboli, affidandolo poi ai propri congiunti, in quanto discendenti matrilineari di Giovanni Lamberto II di Salerno, figlio del duca Lamberto di Spoleto. In questo modo i dinasti salernitani si inserivano nella tradizione inaugurata dai principi di Capua, i quali in alcuni casi nel tentativo di limitare le conseguenze della dispersione del potere nelle loro terre, avevano attribuito poteri comitali ai propri consanguinei. La fiscalità principesca, poi, vantava ad Eboli patrimoni fondiari già nel IX secolo e non era improbabile che questi costituissero almeno parte di quelle plures rebus, che gli eredi affermano di possedere fuori dalle mura del castello di Eboli nel 1047, ovverosia la base fondiaria necessaria affinché il conte potesse esercitare quelle prerogative giurisdizionali che il suo ufficio prevedeva. Difatti, nel 1047 la contessa Urania, figlia del conte Ademaro e vedova di Lamberto, primo conte di Eboli, con i figli Ebolo, chierico e abate, Pietro, Aleberto e Landoario, conti, donò all’abbazia foris castello Evoli illorum comitato, ovvero la contea fuori al castello di Eboli. Difatti, nel 1017 al cospetto di Lamberto gratia Dei si compiva una compravendita in località Monte “salernitanis finibus”, in prossimità di Eboli. Si rammenta altresì che nel 996 il conte Adelberto, padre di Lamberto, primo conte di Eboli, e Landoario, conte, aveva acquistato la chiesa di San Nicola e San Felice, la quale fu poi rinominata in chiesa comitale di San Nicola di Gallocanta. Importante punto di riferimento in Vietri e Cava, il monastero Greco con attigue le terre fu un possedimento secolare della famiglia.

Nel 1046, avendo Aloara, figlia del Conte Truppualdo e vedova del Conte Landolfo, avuto anche in enfiteusi una terra in Gorga Lupeni per i suoi congiunti Ademaro del qm. Pietro, mediatorem posuit Rothari, filium q.m Johannis de Nuceria: scelta, che dimostra come costui fosse persona di grado elevato. Nel 1031 poi il prete Pietro, figlio del qm. Pietro de Nuceria, prese a censo da Guaimario Conte, figlio del fu Guaimario Conte, e dall'Abb. di S. Sofia di Salerno terreni in Apusmonte ed in Sarno; ed il medesimo Pietro si ritrova nel 1039 in possesso di un beneficio laicale in Agella, dove appunto i discendenti del conte Dauferio avevano larghi poderi.
Già menzionato nel 1037 come donatore del fondo di Drepo in Nocera, nel 1050 in favore di Lambertus de Nuceria filius quondam lamberti, come si evince dal Codice Cavense, fu costituita dall'Abbazia di San Massimo, fondata dai suoi avi, un'enfiteusi di un fondo a Turriclo, ubi Lenzara dicitur, e furono accordati trenta tarì d'oro, a seguito di una controversia con il Monastero di Santa Sofia per beni siti sempre nei pressi di Lanzara, a est di Nocera.
Sorella di Lamberto fu Urania, la quale sposò il conte normanno Riccardo di Arnes, soprannominato “Angerio”, capostipite della nobile casata dei Filangieri, il cui figlio Roberto effettuò una donazione assieme al citato zio materno Lamberto al monastero benedettino di Cava, confinante proprio con il monastero di San Nicola controllato dalla famiglia e con il feudo personale di Sant’Adiutore dei Filangieri. Al legame con l’aristocrazia normanna va, pertanto, attribuita la presenza di taluni nomi di tradizione non longobarda nella genealogia medioevale quali, ad esempio, Roberto e Riccardo. Inoltre, dalla casata furono progressivamente assunti nomi giudaico-cristiani: alla seconda metà dell’XI secolo e al XII secolo risale l'uso di nomi da parte della famiglia quali rispettivamente Pietro e Giovanni, Matteo, Marco.
Documenti significativi sono altresì gli Annali critico-diplomatici del regno di Napoli della mezzana età di Alessandro Di Meo e Le pergamene di S. Nicola di Gallucanta a cura di Alessandro Pratesi e Paolo Cherubini per la ricostruzione della storia e genealogia del casato in periodo medievale.

Caduto il Principato di Salerno, i Nocera mantennero il rango signorile, noverando diversi esponenti nel Catalogo dei Baroni e continuando a dare i natali a militi, giureconsulti, alti prelati e dignitari. Fonti archivistiche pubbliche hanno, dunque, tramandato il nome di diversi esponenti della casata longobarda anche in epoca normanna, sveva e angioina.
Così, compare in diploma di Roberto il Guiscardo un Hugo de Nuceria e in altro diploma del 1144 un Durante de Nuceriadel q.m Orso; e negli anni 1881-87 risiedono in Nocera un Giovanni q.m Benedetto de Nuceria, stratigoto della città, e un "Giovanni q.m Roffredo" o Gottofredo de Nuceria, suffeudatario del milite Landolfo dell'identica stirpe assieme ad un Ademaro de Ademari. Di quest'ultimo ultimo Giovanni si rammenta la donazione fatta nel 1187 alla Badia di Cava di un arbusto in Angri.
Di uno dei suddetti Giovanni furono figli Matteo, possessore di beni in Montoro nel 1201, Pietro, citato nel Lib. familiar. nell'anno 1194, e Accerino, che nel 1196 con il consenso della moglie per nome Aloara vendette per tarì 80 d'oro a Landolfo del fu Amato tutti i suoi predi rustici intus et foris Castri Nocerie.
Inoltre, Giovanni de Nuceria, dal Catalogo del Borrelli risulta barone in Oletta nel 1187. Nello stesso Catalogo si riportano poi Roberto de Nuceria, barone in Somma, e Matteo de Nuceria, barone in Aversa.
In seguito, Matteo fu dapprima Stratigoto (1209) e poi Prevosto della Badia di Cava (1221). Nel 1253 è invece menzionato un notaio Andrea negli Atti della Reale Accademia di archeologia lettere e belle arti.
Alberto de Nuceria fu milite, come riporta il De' Santi e Il registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240, inviato oltre mare, attivo in Terra Santa, dal Maresciallo Riccardo Filangieri, signore della Baronia in Nocera, per servizio dell'imperatore Federico II. Tra i principali feudatari sotto re Manfredi e Carlo I, assieme ed esponenti delle famiglie Caracciolo, Brancaccio, Pignatelli, Spinelli e Dentice, furono poi i baroni Adenulfo e Truda, definiti domini, al quale il primo rese il servizio militare nel 1260, allorché si apprestava alla guerra contro il Papa. Adenulfo contribuì altresì come milite nel 1270 alla spedizione per la Francia ideata da Carlo I.
In tale periodo il casato fu investito anche della castellania di Nocera nella persona del barone Enrico, fratello di Consio. Questi ultimi che avevano seguito l'imperatore a Viterbo furono da lui rinviati nel Regno nel 1239 con i loro scudieri, con falconi e con 6 cavalli. Ereditiera dei feudi di Ossano, Gagliano, S. Maria di Specchia, Colciano, Casola, Barbiano e S. Salvatore fu la contessa Isolde, figlia di Enrico, moglie del conte Simone Gentile di Nardò, dal quale ricevette il feudo di Zullino. Rimasta vedova, fu data in sposa nel 1269 dal re Carlo I d'Angiò al barone Simone de Beauvoir, già suo genero, signore di Sternatia, Martignano, Ogliastro, Lavello, Azzolino, Belvedere e di vari altri feudi, nonché condottiero, giustiziere della Terra d'Otranto e maestro delle scuderie reali.
Nicola, notaio, nel 1266 ebbe poi da Carlo I l'ufficio d'inquisitore dei beni dei partigiani di Casa Sveva in Monopoli, mentre Giovanni ebbe l'incarico di regio doganiero in Gaeta verso il 1289 e Guglielmo fu assessore presso il giustiziere di principato nel 1274.
Sempre sotto gli Angioini, la famiglia fu aggregata ai sedili della nobiltà napoletana da Carlo I d'Angiò per i servigi prestategli dal giudice di appello della Gran Corte e suo notaro favorito Ademario di Nocera, secreto, maestro portolano e procuratore di Principato e di Terra di Lavoro, il quale, indicato come dominus, viveva nobilmente con armi e cavalli, come riportò altresì lo storico Giovanni Antonio Summonte, presente nei registri del 1290 (A, f. 18 t.) e del 1308-309 (C, f. 74). Legato del re, fu inviato a Pisa al fine di ottenere cinquanta galere dalla Repubblica per la Guerra di Sicilia.
Alla morte di Ademario, gli succedette come vicario di Clemenza in Nocera il figlio Roberto. Quando, intorno al 1300, Carlo II assegnò il feudo al figlio Raimondo Berengario, conte di Andria, Roberto continuò a esercitare le medesime funzioni in Nocera e svolse inoltre l’ufficio di giustiziere nelle altre terre di Puglia appartenenti allo stesso principe. Roberto sposò la nobile Giselda Cicala, appartenente alla famiglia baronale dei Cicala, e fu proprietario di beni feudali in Nola e Nocera. Fu signore di Casalnuovo e Pontenuovo e nei diplomi ufficiali è designato con il titolo di Dominus, allora raro, nonché come cavaliere e familiare reale.Di lui si parla invece nel registro del 1272 (E, f. 182).
Un altro Giovanni ottenne successivamente la dignità di milite, familiare e maestro ostiario della magione del re, ricoprendo gli uffici di camerario e capitano della città di Roma (responsabile dell'amministrazione delle finanze romane) e di regio tesoriere in Romagna, nel Ducato di Spoleto e nel Contado di Brescia. Benemerito, gli furono donate da re Roberto 20 once d'oro e una terra feudale: castrum montis Encis.
Figlio di Giovanni, Francesco beneficiò tra il 1319 e il 1320 di una dispensa papale per "difetto di età" e del contestuale conferimento di un canonicato presso la diocesi nocerina, oltre alla rendita annuale di 200 fiorini d’oro.
Rinnovando la propria vicinanza al clero, nel 1300 Jacopa, vedova di Guaimario de Nuceria, donò al cenobio della SS. Trinità di Cava un terreno con castagneto, nel luogo chiamato San Nicola delli Calamari, e Giovannotto, con l'assenso della madre Filippa e della moglie Bonanna, fece donativo all'Abate di Mater Domini nel 1348 di un fondo alli Ferrandi.

Nel 1309 Matteo fu erario in Abruzzo Citra e nel 1336 Nicola fu scudiero del Duca di Calabria. Nel 1322 Ugolino è riportato con la dignità di Milite, mentre Guglielmo nel medesimo tempo con quella di Regio Familiare. Essendo stato ques'ultimo importunato da regi ufficiali, il re Roberto scrisse al Giustiziere di Principato, affinché provvedesse a garantirgli il trattamento di suo Familiare, non imponendo sibi commissiones et alia servicia fiscalia ac incumbencia. Il 19 settembre 1319, Carlo d'Angiò donò con diploma emesso in Aversa per Bartolomeo di Capua Ministro di Stato e Protonotario del Regno, quattro moggia di terra a Guglielmo e altri tre devoti cavalieri quali Puccio Franconi di Napoli, Andrea Perrucci di Scafati, Matteo de Avitaya (Avitabile) che fondarono una chiesa dedicata alla Vergine Annunziata, un piccolo monastero e un ospizio nel luogo detto "La Calcarola". Tuttora tra le maggiori città campane, l’insediamento, con l’edificazione di una torre difensiva, assumerà il nome di Torre Annunziata. Perpetua la memoria del fondatore una via ivi ubicata.
Nel 1315 il milite e giudice Rinaldo fu erario di Carlo II, il quale gli scrisse di avere accettato il danaro da egli inviato mediante Donato Peruzzi della Società dei Peruzzi a Napoli 20 Aprile 1309. Fu, inoltre, giustiziere e vicario di Giovanni d'Angiò nel Contado di Gravina; ed in seguito di erario in Terra di Lavoro.
Nel 1319 Marino fu familiare della regina Violante e della regina Sancia d'Aragona, mogli del re Roberto, e preposito della Regia Panetteria.
Giureconsulto di rilievo, il giudice Martuccio compare nel Registro angioino del 1325-26 (O, fol. 117 t.). Mella, sua moglie, fu nel 1325 dalla regina Sancia inviata a Firenze alla nuora Duchessa di Calabria, perché potesse accudire suo figlio, del quale si attendeva allora la nascita. Tuttavia, morto prematuramente il neonato, fu richiamata in Napoli. A lei ed al figlio Roberto si assegnarono tre once d'oro annue vita natural durante. La rendita in seguito dal Duca di Calabria fu estesa al giudice Martuccio e tramutata in un vitalizio in perpetuo.
Nel 1340 Perrotto, infans de Nuceria, usufruì dell'indulto concesso a tutti coloro che, parteggiando per Casa Ungaro o Casa Rinaldo, avevano compiuto stragi, incendi ed altre scelleratezze. Venuto a mancare nel 1365, la vedova Filippa de Berardo di Eboli testò in tale anno a vantaggio del figlio Ruggiero. Nel medesimo anno Guglielmo di Nocera ebbe l'ufficio di Camerario della Badia cavese.
La dama Sibilla de Nuceria ebbe nel 1326 per ordine del cennato sovrano restituiti molti beni, urbani e rustici, usurpatile da Simone de Broya, Guglielmo e Nicola Ferraro ed altri nocerini.
Margherita, signora della Val di Piro e della Fratta, sposò Tommaso Sanseverino (1310/1311-1358), V Conte di Marsico, Barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diana e Atena, Gran Connestabile del Regno di Sicilia.
Il milite Riccardo, da valletto e familiare della real Casa, venne intorno al 1335 prescelto a cavaliere stipendiario. Si congiunse in matrimonio a Florizia de Pontelandolfo, signora del feudo omonimo.
Nel 1410 Cecca, vedova di Marco di Nocera, abitante nella piazza del Galdo, fece donazione di terre a S. Pietro di Lanzara al monastero di Mater Domini.
Nel 1463 i Nocera ottennero in concessione enfiteutica, approvata e confermata da Papa Pio II, il feudo di Melicuccà dal priore del Sovrano Militare Ordine di Malta di Sant’Eufemia con il principe Marino di Nocera, il quale fu definito come fedele vassallo e suddito.
Inoltre, la famiglia resse dal 1455 al 1478 il vescovado di Nocera, al tempo Nuceria Paganorum, con il frate dell’ordine dei predicatori Pietro.
Nel propagarsi della famiglia, un primo ramo si trapiantò in Cava, dove il Liber familiar. menziona Rocco nel 1229, Pietro nel 1224, Cicco e Giovanni nel 1328; un altro in Eboli, ove, già presente dagli inizi dell’XI secolo con il conte Lamberto, la famiglia di Nocera figurava tra le sovventrici della Corte il 1276 con la Caso, la Normandia e la Amato; e un terzo in Torre Annunziata con il fondatore della città Guglielmo. Altri esponenti della stirpe passarono in Castellammare agli albori della dominazione angioina.
Dalle antiche Numerazioni dei Fuochi e da altre scritture si apprende, poi, il nome di alcuni notai appartenenti alla famiglia, attivi successivamente in Nocera. La Numerazione del 1532 infatti dà notizia del notar Giovan Tommaso di Nocera del Casal d'Iroma, ben provvisto di mezzi pecuniari, dimorante in Lanzara, e padre di Fabio e di Cesare, il primo dei quali fu il notar Luise Fabio di Nocera, menzionato in atto del 1590 nell'Archivio vescovile.
Nella Numerazione di San Severino del 1643 e in quella di Nocera del 1664 è nominato il notar Antonio di Nocera, del villaggio Monticello, Scriba presso la Gran Corte di Vicaria e poi del S. R. Consiglio.
Esponenti di rilievo nelle pubbliche gerarchie furono altresì Nicolantonio, che fu Viceduca della città e dello Stato di Nocera nel 1718, e il dottor Giuseppe, vivo per circa la metà del Settecento. Nipote di quest’ultimo, la nobildonna Teresa de Fusco di Lettere sposò il dottor Gregorio Broya. Giuseppe fu definito ultimo rampollo nella nostra città di chiarissima stirpe dal De' Santi, riferendosi alla città di Nocera.

Che il ramo stabiese della famiglia fosse originario nocerino lo testificò anche il de' Pietri ed il Capaccio.
In Castellammare e Napoli la famiglia accrebbe significativamente il proprio prestigio per la primazia dei suoi esponenti nell'espletamento dei pubblici uffici e per l'adozione di un'accorta politica di alleanze matrimoniali con casate appartenenti alla nobiltà napoletana e stabiese, tra le quali figurano i de Avitaya, i Revertera, duchi di Salandra, i Longobardi, patrizi stabiesi, i Basurto, viceré e duchi di Alliste, i Rocco, principi, ed i d'Alessandro, duchi..
Nel 1316 Filippo de Nuceria di Castellammare fu inquisito di aver usurpato i beni della Corte; e nel 1414 intervenne in un istrumento rogato in Nocera Nicoloso de Nuceria di Castellammare, ivi domiciliato.
Un altro Filippo fu milite e dottore di leggi, definito nobiluomo nei Registri dei Privilegi di Alfonso I:
Alfonso I comunica al nobiluomo Filippo di Nocera, milite e dottore di leggi, di aver venduto, al prezzo di 2500 ducati, alla ragione di dieci carlini per ciascun ducato, a Francesco Zurlo di Napoli, conte di Montoro e Nocera e gran siniscalco del Regno, la terra e il castello di Montella e al fratello di questi Russillo Zurlo di Napoli, al prezzo di 1000 ducati, alla ragione di dieci carlini per ciascun ducato, la terra e il castello di Cassano Irpino e Bagnoli Irpino, con uomini, vassalli, redditi, diritti, pertinenze, giurisdizioni e diritto di mero e misto imperio e potestà di gladio, e ordina allo stesso Filippo di Nocera di ricevere il giuramento di fedeltà dei vassalli agli Zurlo, o al loro procuratore, fatti salvi i diritti della Curia regia, e di redigere tre istrumenti, uno per sé, uno per gli Zurlo o per il loro procuratore e uno per la Regia Camera della Sommaria.»
Giovannella di Nocera nel 1468 ricorse alla R. Cam. con i signori Pierone, Nicola, Marino, Fabrizio e Baldass. de Baldinis contro l'apprezzo e la confisca dei beni eseguiti dall'università di Nocera: messer Benedetto nel 1475 ottenne che da questa università si riducesse la tassazione dei suoi possedimenti a quella precedente.
Tra i militi si annoverano Moschino di Nocera, tra le lance al servizio di Alfonso II (1487); Giuliano, armigero di Ferrando I (1462), Alonzo e Benedetto, uomini d'arme al seguito di don Ugo de Moncada; ed il secondo di essi entrò come lancia nella compagnia di Ferrante Castriota con stipendio di ann. ducati 100.
Alfonso I, allorché legittimò il figlio naturale Ferrante con il benestare del Pontefice, dichiarandolo Duca di Calabria ed erede al trono, creò molti cavalieri, tra i quali il suo familiare Pier Giovanni di Nocera. Quest'ultimo procreò Antonetta, la quale si congiunse in matrimonio a Vincenzo Longobardi, patrizio stabiano, e Pietro, che, risultando un abile capitano, entrò nelle grazie del principe Ferrante, il quale, divenuto re, gli affidò la custodia di Castellammare dalle incursioni dei predoni, venendo da lui servito con onore nelle guerre contro il Duca d'Angiò. In riconoscenza dei suoi servigi, il sovrano aragonese gli donò la Reggia di Quisisana, decantata dal poeta Giovanni Boccaccio nel Decameron, che, edificata da Carlo II d'Angiò ed ampliata da Roberto, era stata sino ad allora dimora dei loro successori, come indica l'atto rogato dal notaio Nicola de Masso del 30 gennaio del 1484, dal quale si evince che Francesco Coppola, conte di Sarno, nonché castellano e governatore a vita di Castellammare, il 29 gennaio del 1484 aveva scritto a Giovanni Freapane, allora Capitano della città, la seguente lettera, riportando il contenuto di quella indirizzata al re Ferdinando I di Napoli:
Ferrante Il, sperimentata la singolare competenza di Pietro di Nocera nelle imprese di mare, come nelle terrestri, lo nominò generale delle sue galee. Successivamente per ragioni ignote gli fu tolto il dominio di Quisisana, essendone stato fatto dono nel 1495 a Pietro Morello, medico di Corte. In seguito, il 18 luglio del 1498 il re Federico d’Aragona aveva convalidato ex novo tale possedimento alla famiglia con un diploma.
Nel XV secolo, nella prima metà del XVI e nel XVIII secolo, la città di Castellammare eleggeva due sindaci, dei quali uno era nobile e l’altro civile. L'elezione avveniva di prammatica il primo giorno di settembre e gli amministratori rimanevano in carica sino al 31 agosto dell'anno successivo. Così, negli anni 1517-1518 e 1521-1522 a ricoprire tale incarico fu il nobile Pietro.
Pietro generò Pier Giovanni II, altrimenti noto come Pirro Giovanni, che possedette, per compera o per donativo reale, le entrate della Porta, del Quartuccio e della carne di Castellammare, consistenti in grana 2 per ogni carro ed in 2 danari per ogni soma. Sposò la nobildonna Silvia d'Alessandro, della stirpe dei duchi di Pescolanciano, sorella del duca Giovanni Battista d’Alessandro di Castellina, nobile del Seggio di Porto, tra i fondatori del Pio Monte della Misericordia.

Figlio di Pier Giovanni fu Pier Giovanni III, che nel 1572 si trovava sotto la tutela della zia Eleonora di Nocera, viceregina e donna di rara bellezza, talvolta riportata come Diana o Dianora, e che ripristinò la Gabella del Quartuccio. Questi, nel 1605, acquistò da Giov. Franc. Vergara ann. ducati 24 sui frutti di diversi terreni burgensatici in Castellammare. Inoltre, ebbe il patronato della chiesa della Maddalena, adiacente alla succitata reggia, ove creò il Conservatorio delle donzelle povere, e fu il fondatore nel 1609 della chiesa di Gesù e Maria e del collegio gesuita attiguo (successivamente ampliato da Francesco) con un contributo di 13.400 ducati. Lo stesso Nocera, secondo quanto riportato nell'atto notarile, decise l'allora nome del complesso in Santa Maria del Soccorso:
Inoltre, informato dai Sorrentini dell'esistenza di una reliquia di San Catello nel monastero dei Conventuali in Itri, Pier Giovanni pensò di procurarsela per arricchirne la recente chiesa del Gesù da lui edificata. Dopo lunghe trattative, con l’ausilio dell'opera e dell'influenza dei Gesuiti, ottenne di fare una permuta: egli avrebbe dato ai Conventuali d'Itri una reliquia di San Marcello, consistente nella metà d'un braccio, e quei padri avrebbero donato a lui la reliquia di S. Catello, consistente, secondo le parole dell'antico documento, in una parte dell'osso frontale e in una'altra parte dell'osso mascellare inferiore: « reliquiam beati Catelli consistentem in quantam partem ossi frontis et quantam partem ossi mentis subtus barbam ». Il nove ottobre 1616, nel convento di San Lorenzo maggiore in Napoli, convennero il padre provinciale dei Conventuali, il guardiano, il commissario generale ad hoc e il notaio Giovantonio Catino di Itri da una parte e Pier Giovanni dall'altra; accesi tre lumi per maggiore solennità: « tribus luminibus accensis pro servandis solemnibus », fu rogato l’atto di permuta delle reliquie, per mano del notaio Carlo Lombardo di Napoli, nella curia del notaio Fabio Romano. Tuttavia, esso non ebbe subito esecuzione; Pier Giovanni dovette superare molte altre difficoltà per vincere la riluttanza dei Conventuali d'Itri a consegnare la reliquia di S. Catello. Più di un anno dopo, mediante il dono di alcuni parati d'altare, ottenne che fossero eseguiti i patti. Il 20 dicembre 1617, tutti i padri Conventuali del monastero di Itri, congregati e radunati insieme « congregati et coadunati in unum », secondo il costume e nel luogo solito delle adunanze « more et loco solito, in dieto loco», premesse le preci di rito e suonato il campanello « ad sonum campanelli », approvarono e ratificarono la permuta stabilita nell'atto del 9 ottobre 1616. Donata ai padri Gesuiti, la posero nel petto di una statua dorata del nostro Protettore, custodita nella loro Chiesa del Gesù.
Acrioribus Coelum confpicatus oculis , Illuc opes, fefeque tranfcripfit : In conjugio caelebs, In Saeculo Caenobita , Sui Triumphator , ac fpolium : Cuique nunc Quid illacrymamus ablato , Si Coelum plaudit laureato?»
Urbis hujus velut Patriae studiosissimo, Collegii Fundatori; Quod hoc praeterea Templum In Deum, in homines munificus. Excitaverit, Societas Jesu.»

pedestrium copiarum Ductori strenuo; qui cum duodeuiginti ferè annis in re bellica Carolo. V. Cæsari egregiam nauasset operam; Cumq. etiam ab eodem, Duorum oppidorum dominatu In agro Amiternino honestatus esset; Demumq. Lucaniæ, in qua prouintia Regio nomine præerat, Mortem obijsset. Helionora Nuceria uiro charissimo & Clarissimo, .F. Vixit An. LII.
In lingua volgar dice:
“Ad Alfonso Basurto di Tuoro, città di Spagna, di gente a piedi capitano fortissimo, il quale, havendo quasi anni diciotto nella guerra a Carlo Quinto imperatore egregiamente servito, quale anchora li furno donate due terre nel territorio del’Aquila, e finalmente in Basilicata, nella qual provintia era viceré, morì. Helionora di Nucera al marito carissimo et chiarissimo fe’ questo sepolcro”.»
Si spense nel 1625 in Napoli presso la Casa Professa dei Padri Gesuiti, morendo senza aver fatto i voti ma avvolto dalle stesse vesti dei religiosi, ai quali lasciò tutti i propri averi, con cui furono istituite tre scuole e missioni attive in tutto il territorio. Sposò la dama Giulia dei duchi Basurto, sua cugina, in quanto nipote di Eleonora, moglie dal 1530 dello spagnolo Alfonso Basurto «Capitano fortissimo di gente a pie', che a soli 18 anni servì Carlo V imperat. nelle guerre», dal quale sovrano ebbe i feudi di Pizzoli e di Tornainparte in Abruzzo ulter. e due terreni presso L'Aquila (a. 1532), e fu creato Viceré di Basilicata. Morto Alfonso, Eleonora gli dedicò un sepolcro nella chiesa di S. Giacomo degli Spagnuoli in Napoli, commissionato agli artisti Annibale Caccavello e Giovanni Domenico D’Auria per 600 ducati. Francesco Basurto, nato da Alfonso e dalla Nocera, donò alla madre le indicate terre di Pizzoli e di Tornainparte; ma ella vendette la prima a Ferrante de Torres col titolo di Marchese (a. 1575) per ducati 12 000 e la seconda a Luca del Pezzo. Eleonora sposò in secondi voti il Reggente Revertera, signore di Miglionico e Calciano, vice governatore della città di Napoli, luogotenente della Regia Camera Sommaria nel 1548, presidente del Sacro Regio Consiglio nel 1556 e I barone di Salandra, dal quale si originarono i duchi di Salandra. In seguito al matrimonio, la Nocera comprò da Andronico Cavaniglia la baronia di Crispano presso Napoli per ducati 17.000.

Nel 1541, la casata insieme ad altre nobili famiglie quali i Baccari, Vergara, Certa, Sicardo, D'Afflitto, Trentamolla e Castaldo, costituì un Seggio in Castellammare, stabilendone gli statuti. Ivi, la famiglia possedette, poi, altre cappelle gentilizie nel convento di San Francesco, nella chiesa di Gesù e Maria e nella Concattedrale di Santissima Maria Assunta e San Catello.
La famiglia vestì l’abito di Malta nel 1541.
Pier lacopo, si distinse nella battaglia di Lepanto (ott. 1571). Giovan Angelo, proprietario di Quisisana, fu cavaliere di Malta (balì e siniscalco di Napoli) e condottiero. Nel 1557 fu capitano della coronellia del conte di Potenza e nel 1560 partecipò alla battaglia di Gerba in qualità di Sergente maggiore delle Genti della Religione. Durante un breve periodo di pace, nel 1564, si dedicò alla ristrutturazione dell'avito Palazzo di Quisisana per poi tornare a combattere, come unico sergente maggiore italiano del Terzo della Religione, un gruppo di cavalieri scelti capeggiato dal col. commendator don Diego de Guzman, a presidio di Malta dall'assedio di 48.000 turchi, al comando di 2.000 dei 6.100 uomini dello schieramento cristiano. Nel 1567, era ancora attivo nell’Ordine di Malta, assieme ad altri quarantuno cavalieri gerosolimitani della lingua d'Italia. Sua sorella Ovidia sposò il nobile Giacomo de Avitaya.
Giudice e notaio del Regno di Napoli fu Giovan Antonio, il quale, per primo nella Storia, nel 1528 fu creato “Notaio dell'inclita città di Napoli, conservatore ed archivario di tutte le scritture ed istrumenti di essa Città e Deputazioni”. A partire dal 1519 rivestì altresì un ruolo significativo nella costruzione della chiesa di Santa Maria delle Grazie Maggiore a Caponapoli. Nel ruolo di giudice regio ad contractus validò alcuni dei più importanti contratti pubblici del Regno di Napoli, come quello con il condottiero fiorentino Francesco Ferrucci.
Il figlio Giovan Antonio ebbe l'incarico di esattore della Dogana di Napoli nel 1579. Nel 1558 dedicò un sepolcro al padre, morto prima della sua nascita, e al fratello Giovan Paolo, nella Basilica di San Lorenzo Maggiore di Napoli dinanzi la porta del coro, nel mezzo della navata centrale al piano. L’epitaffio del figlio recita:
"Quod Patri haud potuit uiuenti soluere munus, Ingrato soluit Posthumus huic cineri. Qui seruet donec somno consurgat ab alto, Funere pro tristi condidit hunc tumulum Atq. Patrem cineri fraterno reddat honorem, Thebanam uicit sic pietate piam. Officium hoc nati; superest cum puluere Amomi Blanda super structo fundere Thura rogo. Io. Ant. Nucerio. P. B. M. & Io. Paulo fratri cariss. Io. Ant. filius M.D.LVIII."
Vol dire così in volgare:
“A questo ingrato cenere il figlio, nato dopo la morte del suo padre, paga il debito che al padre vivente pagar non potte, e per un mesto esequio l’ha fatto questa sepoltura, la qual il possa conservar fin a tanto si risvegli dal profondo sonno, acciò renda simil honore al fraterno cenere, così questo uffitio del figliuolo ha vinta la pia Thebana con pietà. Resta spargere l’incensi con polvere del’odorato amomo in questa già fatta sepoltura. Giovanni Antonio figliuolo consacra questo a Giovanni Antonio padre ben meritevole et a Giovanni Paulo fratello carissimo nel’anno mille cinquecento cinquant’otto”.»
A partire dal 1566, il duca Ottavio Farnese intraprese un’azione legale contro la casata, rivendicando il possesso del bosco e del Palazzo di Quisisana. La disputa si risolse nel 1598 attraverso una transazione tra Sempronio Scachino, rappresentante del duca Ranuccio Farnese, nipote di Ottavio, e Pier Giovanni, con la cessione ai Farnese il 15 aprile 1598 di Quisisana per 12.192 ducati, 4 tari e 15 grana.
Nel corso del XVII secolo fiorirono rami collaterali in Sant’Egidio del Monte Albino, Sarno e Nola.
Il trasferimento degli interessi principali della casata condusse tuttavia al graduale e inevitabile disimpegno dalla gestione del Seggio di Castellammare, culminato all'indomani del 1598, data della cessione di Quisisana ai Farnese, il cui ultimo proprietario, D. Pier Giovanni, morì a Napoli nel 1625, ove aveva dimorato dal 1598, benché i Nocera fossero ancora annoverati tra le famiglie patrizie della città sino al termine del secolo XVII ed egli stesso avesse finanziato la costruzione della Chiesa di Gesù e Maria in Castellammare nel 1609.
Nel 1664, il frate cappuccino Andrea di Nocera, architetto, ingrandì e ristrutturò il Convento di San Francesco in Quisisana, sebbene il territorio non appartenesse più alla famiglia.
Già presente in Napoli da diversi secoli, come testimoniano altresì le tombe nelle basiliche di San Lorenzo Maggiore e San Giacomo degli Spagnoli, la famiglia vi si trasferì, dunque, in pianta stabile nel 1598.
Il clima di incertezza imperante nel golfo di Napoli all'inizio del Seicento, per le sempre più frequenti crisi pestilenziali e la situazione politica e di ordine pubblico, che lasciava presagire i sommovimenti popolari che sarebbero inesorabilmente deflagrati alla metà del secolo, indusse molte famiglie nobili a cercare nell’entroterra partenopeo altre forme di interesse e di investimento fondiario.

Non si eccettuano i Nocera, i quali, come i Brancia, principi d’Apricena,Carbonelli, Caracciolo, Andreasti, Guevara, di Sangro, Minutillo y Quignones, Schinosi, Ausilio, Limpischi, Marigliano, della Vipera, Fernandez de Cordova, d’Afflitto e Vergara, mantenendo proprietà e interessi nella capitale, si stabilirono nel corso del XVII secolo in Secondigliano, allora regio casale alle porte di Napoli, sviluppatosi economicamente ed urbanisticamente per lo a seguito dell’apertura della strada di Capodichino (1582-86), nonché del principale ingresso della città partenopea al tempo. Ivi, il casato di Nocera diede i natali a giureconsulti, religiosi e ad una dinastia di industriali tessili e banchieri.
Corrispondente all’appellativo di Dominus, rivolto ai membri della famiglia sin dal Medioevo, fu accordato loro il trattamento di Don e Donna, o di Signore e Signora, talvolta accompagnato dalla denominazione di magnifico, come si inferisce da tutta la documentazione secondiglianese. Inoltre, goderono di nobiltà familiare nel corso di tutto il regno borbonico in base al Real Dispaccio del 25 gennaio 1756, al Real Dispaccio di Ferdinando IV del 24 dicembre 1774, al Real Dispaccio del 27 novembre 1780 e al Real dispaccio 20 dicembre 1800.
Con le nobili famiglie Volpicella e Barbato furono contratti molteplici vincoli di parentela, come i matrimoni tra D. Sebastiano di Nocera e Andreana Volpicella (precedente al 1662), tra D. Domenico di Ristanio di Nocera e Vincenza di Scipione Barbato (1616), tra Sebastiano di Nocera e una Barbato (1706)tra D. Alessandro Angelo di Vincenzo di Nocera e Domenica Francesca Barbato (1788) e tra D. Concetta di Nocera e D. Cosmo Barbato. I Barbato furono possidenti, giureconsulti, canonici e patroni di cappelle, come D. Cosma (a. 1718), marito della nobildonna Anna de Gennaro, il Dottor Nando Antonio (a. 1632), D. Scipione, D. Annibale e i Rev. Dott.ri D. Gregorio, D. Domenico e D. Santolo Barbato (a. 1710), avvocato del Regio Consiglio dell’Ordine. I Volpicella possedevano la terza cappella dedicata alla Madonna della Libera nella Chiesa dei Santi Cosma e Damiano; ai piedi del quadro del suo altare maggiore vi era dipinto Domizio Volpicella con i suoi due figli Giovanni e Vincenzo. Dalla lapide si leggeva: "Hunc lapidem faciendum curavit Rev. D. Antonius Volpicella Beneficiatus Venerabilis Capellae S. M. de Libera, sumptibus suis A.D. 1683". Don Cosma Vincenzo Volpicella, U.J.D., fu Rettore Curiale della Chiesa dei SS. Cosma e Damiano di Secondigliano. Esponente dei Rosso fu Allegranza, la quale sposò Don Antonio di Nocera prima del 1636. Appartenenti ad alcune delle più antiche famiglie di proprietari terrieri della zona erano, poi, D. Palma Solombrino, moglie di D. Vincenzo e madre di D. Alessandro Angelo di Nocera, e D. Agostino della Torre, marito di Giulia di Nocera.
Nel 1675, fu governatore della Congrega del Santissimo Sacramento presso la Chiesa dei Santi Cosma e Damiano D. Carlo di Nocera.
Attivi in Secondigliano e Napoli tra i secoli XVII ed il XVIII furono i notai Giovan Battista (a.1698-1746) e Francesco Santolo di Nocera. Cancelliere dell’Università di Secondigliano, quest’ultimo sottoscrisse i documenti necessari ad ottenere l’assenso del re per la riedificazione della Chiesa dei Santi Cosma e Damiano nel 1695.
Uno degli eletti della medesima Università fu poi il magnifico Nicola di Nocera, il quale ebbe l’incarico nel 1770 di decidere quale sarebbe stata la destinazione dell’eredità del sacerdote Francesco dei Marchesi d’Ausilijs di Valva.
Suor Antonia dell'Ascensione († 1779, Scala), al secolo D. Anna di Nocera, fu invece nota per essere stata una dei corrispondenti di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Nata nel 1695 a Secondigliano, proveniente dal conservatorio carmelitano di Marigliano, nel quale aveva professato con il nome di Perseverante Maria della Croce, entrò nel conservatorio di Scala il 20 maggio 1724, vestendo l’abito religioso il 1º gennaio 1727.

In tale periodo Secondigliano divenne celebre per la fertilità delle sue terre, irrigate da fiumi e torrenti che attraversavano le valli circostanti. Numerose ville nobiliari, circondate da giardini ben curati e ampie terrazze, ospitavano l'élite napoletana, continuativamente a contatto con i Nocera, composta da nobili e facoltosi mercanti, i quali vi trascorrevano i mesi estivi per sottrarsi al caldo opprimente e alle insalubrità urbane. Le residenze erano spesso circondate da agrumeti e vigneti, e i contadini, impegnati nella coltivazione dei campi, contribuivano al sostentamento della città di Napoli.
Anche nell’età contemporanea la famiglia continuò di fatto ad avere esponenti di primo piano nei diversi ambiti della società prima del Regno delle Due Sicilie e poi d'Italia. Tra le attività principali appartenute ai Nocera si annoverano infatti una banca ed un’industria, rispettivamente antesignane del nascente movimento cooperativo del credito popolare e della filiera dei tessuti misti di lana e cotone nel Mezzogiorno d’Italia. Rilevante nella casata fu altresì l’impegno profuso da taluni esponenti nelle professioni notarili, forensi e sanitarie.

I Nocera si cimentarono nell’industria serica, già prospera nelle aree contigue all’allora capitale, a partire dal discendente di D. Francesco Santolo D. Alessandro Angelo di Nocera, sposato con la nobildonna Domenica Francesca Barbato, dalla quale nacquero tra gli altri D. Antonio e D. Cosmo, entrambi industriali tessili, i cui rispettivi eredi furono D. Vincenzo Alfonso e D. Luigi, protagonisti dell’acme dell’attività tessile e bancaria della famiglia. D. Vincenzo fu generato dal matrimonio, celebratosi nel 1831, tra D. Antonio e D. Chiara Maria Miranda, sorella del notaio Cosmo Miranda, proprietario del Palazzo Miranda, caratterizzato da ampio cortile quadrangolare, i cui sotterranei funsero da rifugio per la popolazione locale durante i bombardamenti del II conflitto mondiale. Dal matrimonio nacquero altresì il banchiere cav. D. Alfonso Cosmo, i sacerdoti D. Pietro e D. Alessandro e le suore D. Maria Filomena, D. Maria Giuseppa e D. Maria Carmela, quest’ultima nata dal difficile parto di D. Chiara Maria senza il ricorso all’allora ormai inesorabile e probabilmente fatale cesareo, grazie all’intercessione dei Santi Cosma e Damiano, secondo le cronache dell’epoca:

Ai vertici della banca BPS, costituita il 30 giugno 1883 con atto rogato dal notaio Francesco Mele, vi furono diversi esponenti della casata: a D. Luigi, primo presidente del consiglio d’amministrazione della banca, successero nel medesimo ruolo, dapprima, D. Alfonso Cosmo e, poi, D. Damiano. Lo statuto, suddiviso in 101 articoli, fu poi revisionato e adattato alle esigenze sopraggiunte nel 1946 e nel 1962. Nel testo originario si legge: "Preferendo mai sempre il servizio de' prestiti sopra i pegni, di cui la cittadinanza meno agiata, ha tanto bisogno per distruggere l'usura".
Nel bilancio del 1926, il capitale versato e i depositi milionari dell’istituto di credito superarono il doppio di quelli della Banca di Credito Popolare di Torre del Greco, con la quale si fuse nel 1971. La banca fu attiva soprattutto nello sviluppo urbano e nella crescita economica della città metropolitana di Napoli, prestando denaro a privati e comuni e contribuendo al Risanamento di Napoli.
Contestualmente all’attività bancaria, la famiglia s’impegnò altresì in opere filantropiche e nell'amministrazione della maggiore industria di tessuti misti di lana e cotone dell’Italia meridionale. Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia, D. Luigi, infatti, oltre a svolgere l'attività di banchiere e di allevatore di purosangue si dedicò alla gestione degli opifici tessili e allo sviluppo infrastrutturale ed economico del territorio, conseguendo significativi successi con la realizzazione di opere pubbliche, tra le quali figurano scuole, nosocomi, nuove strade e l'estensione della rete dell'acquedotto del Serino, il maggiore acquedotto campano. Fu, inoltre, presidente dell'Unione di Carità e di mutuo soccorso degli operai cattolici del comune di Secondigliano, mentre il presidente onorario fu l'arcivescovo Guglielmo Sanfelice d’Acquavella. Alle riunioni del sodalizio parteciparono i rappresentanti delle società operaie di Napoli, di Frattamaggiore e di Aversa e furono presenti anche gli onorevoli Marco e Pietro Rocco di Torrepadula. Benemerito, a lui fu dedicata una delle piazze partenopee, Piazza Luigi di Nocera. Suo figlio, il cav. D. Cosmo, sposò D. Carlotta dei Marchesi Moscatelli di Castelvetere.

In seguito all’abolizione del feudalesimo, la casata si cimentò altresì nella amministrazione locale, presso la zona dei propri possedimenti, noverando quattro sindaci dell’allora comune di Secondigliano (dal 1926 quartiere di Napoli, temporibus illis comune florido ove taluni nobili napoletani avevano dei possedimenti, caduto nel degrado soltanto nella seconda metà del ‘900), che sotto la guida della famiglia visse un notevole ed inedito sviluppo economico e sociale: D. Raffaele, D. Antonio, D. Luigi, promotore della costruzione del municipio stesso sui terreni della famiglia, e D. Alfonso Cosmo. La via del municipio fu edificata a metà del XIX secolo sui terreni della famiglia, ove sono ubicati tuttora tre palazzi appartenuti alla famiglia ai civici 53, 68, 42 e 48.
Risalente al Maggio del 1854 è l'atto con il quale il sindaco Don Antonio di Nocera dichiarò i Santi Cosma e Damiano protettori del comune di Secondigliano.
I quattro politici, nel corso del XIX secolo, favorirono l’afflusso di nobili, possidenti, mercanti e intellettuali partenopei e la nascita di banche, tra cui proprio la BPS, cotonifici, pastifici e stabilimenti di vario genere, come i pastifici Improta e Barbato, la ditta di formaggi dei Baroni Carbonelli di Letino, il cui provolone "Carbonelli IGP" viene tuttora prodotto e commercializzato dall'azienda Zanetti, le vetrerie Simonetti ed i cotonifici e lanifici di proprietà della famiglia di Nocera.


A tale fervore economico e culturale conseguì una pregevole espansione edilizia all’insegna dell'architettura neoclassica e neorinascimentale, sobria ed elegante, che andava di pari passo con giardini sontuosi, impreziositi da piante, statue e fontane. Tra gli esempi più rappresentativi di tale architettura figurano lungo corso Secondigliano, oltre al Palazzo di Nocera, ispirato al Palazzo Sanfelice, con pavimenti maiolicati, soffitti decorati e scale ad ali di falco in piperno, già residenza della casata, sede della banca BPS e di un circolo musicale e teatrale, il Palazzo Argenta, il Palazzo al civico 209, il Palazzo Capasso-Visconti, la Villa Alfieri (già Villa Capasso) e i Palazzi dei baroni Carbonelli di Letino, costruiti nel ventennio tra il 1880 ed il 1900.

Ad alcuni membri del casato, inoltre, si deve la rifioritura dell’Ordine dei Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e Maria (precedentemente patrocinato anche dai principi romani Santacroce, patroni della Chiesa di Santa Maria in Publicolis, tuttora sede della congregazione), l’attuale configurazione della chiesa dell’Addolorata e la manutenzione della Chiesa dei Santi Cosma e Damiano, la quale fu ristrutturata a seguito degli eventi bellici del secolo successivo anche grazie alle oblazioni di D. Vincenzo e D. Luigi, eredi di D. Alfonso Cosmo. Auspici furono i prelati D. Alessandro e D. Pietro. Successore di San Gaetano Errico in qualità di superiore generale della Congregazione dei Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, quest’ultimo ne proseguì l’uffizio dal 1887. Il primo commissionò altresì le statue dei Santi Cosma e Damiano, custodite nell’omonima parrocchia dal 1887.


Merito di D. Margherita fu, invece, l'istituzione di una cappellania laicale, autorizzata con regio decreto del 1830 e certificata con atto notarile dell’anno successivo. Prime ad essere edificate nel cimitero napoletano di Secondigliano furono le due pregevoli cappelle gentilizie commissionate separatamente da D. Luigi e D. Antonio di stile rispettivamente neogotico e neorinascimentale. Ad opera dei nipoti del secondo furono invece le ultime due strutture sepolcrali.
Il casato, inoltre, continuò a contrarre vincoli di parentela con altre famiglie nobiliari, tra le quali si annovera casa Moscatelli di Castelvetere, rappresentata al tempo dal marchese D. Carlo Moscatelli di Castelvetere. Eredi della casata, ormai estinta, sono i Nocera attraverso i matrimoni con D. Olga e D. Carlotta Moscatelli.

Figura di riferimento della famiglia per più della prima metà del XX secolo fu il dott. Don Antonio di Nocera (1873-1962), medico chirurgo e cavaliere ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia, figlio di D. Vincenzo Alfonso. Laureatosi presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II, fu discepolo del prof. Antonio Cardarelli, amico intimo dei nobili Jelardi-Polvere, zii di primo grado di D. Carlotta Moscatelli dei Marchesi di Castelvetere, moglie del cugino cav. D. Cosmo di Nocera, erede di Luigi. Esercitò la professione sino agli ultimi anni della sua vita con estrema dedizione, in accordo a quanto si apprende dai suoi diari oggi di pubblico dominio e dalle cronache locali. Committente dell’ultima cappella gentilizia della famiglia, fu il bisnonno dell'attuale capo della casata, cui è stato imposto il medesimo nome.
Sorella di D. Antonio fu D. Concetta di Nocera, la quale, già pronipote di una Barbato, sposò il nobile comm. Cosmo Barbato, avvocato e imprenditore, alla guida di una delle maggiori realtà industriali italiane, con tre stabilimenti in Campania deputati alla produzione di farine, semole e paste alimentari, nei quali, come riporta l’Annuario industriale della Provincia di Napoli nel 1939, lavoravano 460 dipendenti. Inoltre, Barbato subentrò ai Nocera nell’amministrazione della banca BPS.
Figlio del medico, D. Antonio, imprenditore edile e commerciale, eresse un parco residenziale in Napoli. Suo figlio, D. Antonio Cosmo fu intellettuale e opinionista.
La famiglia è tuttora fiorente nelle sue varie diramazioni: ultimi eredi del casato, i discendenti del dott. D. Antonio vivono tra Napoli e Roma.

L'attuale capofamiglia D. Antonio di Nocera è nato nel 1971 dall’unione di D. Antonio Cosmo e Silvana Serena, erede primogenita degli Improta, una delle più antiche dinastie industriali del Mezzogiorno, nonché pronipote dell'on. cav. lav. Pasquale Improta e cognata del nipote omonimo del sen. cav. lav. Achille Lauro. Avvocato cassazionista, D. Antonio è stato partner di uno dei maggiori studi legali italiani operanti nell’ambito del Diritto Penale. È padre di D. Antonio Maria e cugino da parte di madre dei nobili Pisani Massamormile e degli armatori Lauro.
La sorella di D. Antonio Cosmo, D. Maria Cristina di Nocera, è madre tra gli altri dell’attore Alessandro Preziosi, nato dal matrimonio con l’avv. Massimo Preziosi, figlio del parlamentare monarchico avv. Olindo Preziosi.
Esponenti odierni del ramo principale sono altresì l'imprenditore tessile D. Roberto di Nocera, il notaio D. Pietro di Nocera, il dirigente d’azienda D. Pietro di Nocera, il professore di microbiologia del corso di medicina e chirurgia presso l’Università Federico II di Napoli D. Pierpaolo di Nocera e il console onorario del Messico comm. D. Cosimo di Nocera.
Il nome Antonio è molto presente nella genealogia familiare per la grande devozione dei membri a Sant’Antonio di Padova, il quale pronunciò una delle sue più significative prediche, un mese prima della morte, proprio da un albero di noce, figura caratterizzante dello stemma della casata. Nell’iconografia popolare, inoltre, il noce viene sovente associato al Santo portoghese.
Nel XV secolo Stefano di Nocera si stabilì in Giovinazzo, ove la sua famiglia fu ascritta al patriziato. Pietro e Cola, celibi, figli del qm. Francesco di Nocera vivevano nella medesima città nel secolo XVI. Estinto nel secolo successivo, il ramo di Giovinazzo, menzionato dagli studiosi Bisanzio Lupis e Ludovico Paglia, risulta essere stato tra le casate giovinazzesi nobili anche in altre città del Regno, sebbene non abbia conservato lo stemma originario nocerino.
Arma: Di rosso a due bande accompagnate da sette gigli posti fra gli otto pendenti di un lambello, il tutto di argento.

Lo stemmario genovese del 1680 Le Università delle insegne ligustiche delineate da Giovanni Andrea Musso, conservato presso la Biblioteca Civica Berio di Genova, riporta lo stemma del ramo genovese della famiglia di Nocera, Noxeura nella lingua locale seicentesca.
Arma: d’azzurro, all’albero di noce al naturale nodrito sul terreno di verde, con la chioma sconfinante nel capo che è d’argento pieno; il fusto dell’albero addestrato da tre sbarre d’oro confinanti e sinistrato da un leone al naturale, coronato d’oro e rampante al tronco.
Un capitano Matteo de Nuhera fu castellano di Catania nell'anno 1628. Dell’arma non si ha notizia. Il cognome è stato riportato seguendo la fonetica siciliana del tempo.
Rami cadetti del casato di Nocera sono costituiti altresì dalle seguenti famiglie estinte:

Sono stati contratti dal Casato vincoli di parentela con le seguenti famiglie:
| Arma del Casato di Nocera | |
|---|---|
La blasonatura è riportata dalla rivista del Collegio Araldico del 20 gennaio 1926. Un'illustrazione seicentesca dello stemma, in “Famiglie nobili che sono in diverse città del Regno”, nella pagina 68 del manoscritto X A 42, è altresì conservata presso la Biblioteca Nazionale di Napoli. Il blasone è un chiaro esempio di “stemma parlante”, giacché l'elemento araldico richiama il cognome del casato. Leggenda narra che una grande alluvione travolse un intero bosco lasciando in piedi un solo albero di noce, dal quale derivò in primo luogo il nome della contea e successivamente l’arma e il motto della famiglia. Quest’ultimo recita infatti: “Numquam avulsa”, ovvero "mai estirpato". Proprio per tale motivo l’albero è nodrito nel terreno in tutti gli stemmi della casata, che non sempre portano i due leoni. Dall’arma della famiglia trasse realmente origine lo stemma di Nocera dei Pagani, di Nocera Superiore, di Nocera Inferiore, di Pagani e di Sant'Egidio del Monte Albino (quest’ultimo provvisto anche dei leoni); il preesistente comune di Nocera presentava il medesimo stemma in campo d’oro. L’albero di noce nodrito nel terreno è altresì presente nell’arma del ramo genovese, benché fortemente influenzata dalla tradizione araldica ligure, mentre non figura in quella della diramazione giovinazzese. | |
| Blasonatura | |
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Intitolate ad esponenti della casata sono le Piazze Luigi di Nocera (Napoli) e Gaspare di Nocera (NA) e le vie di Nocera(Napoli) e Guglielmo di Nocera(NA). Nella prima sono ubicati alcuni tra gli edifici più significativi partenopei: la chiesa dei Santi Cosma e Damiano, edificata nel Medioevo e restaurata nel XVII secolo, e l'ex municipio dell'allora comune, un tempo florido. La prima piazza è dedicata al comm. D. Luigi di Nocera, mentre l’ultima via al fondatore di Torre Annunziata Guglielmo di Nocera, familiare del re Roberto.
In ragione della discendenza agnatizia legittima dalla dinastia sovrana dei Dauferidi, ai membri del Casato di Nocera spetta storicamente il titolo di principe del sangue.
Sotto il profilo successorio, la famiglia segue le norme del diritto longobardo, che non applica il principio della primogenitura. Pertanto, i titoli nobiliari e i beni si trasmettono automaticamente e in parti uguali a tutti i componenti maschili della linea agnatizia, salvo eventuali accordi tra congiunti, monacazioni e titoli legati a giurisdizioni indivisibili; questi ultimi venivano assegnati mediante acclamazione tra i parenti o per investitura sovrana. Oltre alla dignità principesca, i Nocera e le famiglie cadette si fregiano dei seguenti titoli:
In virtù di tali premesse storiche e genealogiche, i titoli spettanti agli attuali esponenti del casato si identificano in quelli di principe del sangue, conte e nobile.
Di seguito alcuni dei titoli appartenuti al casato:
| Immagine | Nome | Località | Costruzione | Note |
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| Palazzo San Massimo | Salerno, Campania | XI secolo | Il principe Guaifero affermava che il palazzo sorgesse in contiguità alla chiesa di San Massimo. La sua famiglia vi accedeva tramite un passaggio coperto a volta, probabilmente ancora esistente, e disponeva anche di una porta secondaria che conduceva a un locale sottostante con un altare dedicato a San Bartolomeo. | |
| Castello di Eboli | Eboli, Campania | XI secolo | Il castello domina il panorama cittadino di Eboli. Fu un caposaldo del sistema difensivo del Principato di Salerno, il cui primo proprietario fu il primo conte di Eboli, Lamberto di Nocera. | |
| Reggia di Quisisana | Quisisana, Campania | XIII secolo | Fu posseduta dalla famiglia per più di un secolo sino al 1598, anno in cui fu venduta ai Farnese, dai quali verrà ereditata dai Borbone. Tra i suoi proprietari vi furono i signori di Quisisana: Pietro di Nocera, padrone di galee, Giovan Angelo di Nocera, cavaliere dell’Ordine di Malta, che la ristrutturò, e Pier Giovanni di Nocera, ultimo detentore della signoria. | |
| Palazzi di Nocera in Napoli | Napoli, Campania | Sono tuttora ubicati ai civici 53 e 68 di via Vincenzo Di Maro, già via Vittorio Emanuele III, costruita sui terreni della casata, due palazzi un tempo di proprietà della famiglia, mentre ai civici 42 e 48 della medesima strada sorgeva un terzo palazzo nobiliare, il cui impianto strutturale si divide odiernamente tra due distinti condomini. | ||
| Palazzo di Nocera | Napoli, Campania | 1870 | Ispirato al Palazzo Sanfelice, con pavimenti maiolicati e soffitti decorati, fu una delle residenze della casata, nonché sede di un circolo musicale e teatrale e della prima sede della Banca Popolare dell’Italia meridionale, fondata ed amministrata per diverse generazioni dalla famiglia. | |
| Casa comunale in Piazza Luigi di Nocera | Napoli, Campania | 1883 | Edificato nel 1883 su iniziativa del sindaco Luigi di Nocera, assolse alla funzione municipale sino all’annessione di Secondigliano al comune di Napoli nel 1926. È ubicato in Piazza Luigi di Nocera. | |
| Palazzo di Nocera-Moscatelli | Castelvetere in Val Fortore, Campania | XVII secolo | Il palazzo marchesale di Castelvetere entrò a far parte dei luoghi d’interesse familiari a seguito dei matrimoni di Carlotta e Olga Moscatelli di Castelvetere con membri della famiglia, ultime eredi del casato marchionale assieme alla sorella Elisa, la quale non ebbe figli. | |
| Immagine | Nome | Località | Costruzione | Note |
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| Chiesa di San Massimo (Salerno) | Salerno, Campania | 868 | La chiesa è situata all’interno del Palazzo San Massimo, edificato dal principe longobardo Guaiferio (861–888). Alla fine del breve principato di Dauferio, Guaiferio ereditò numerosi possedimenti e avviò una politica di forte accentramento patrimoniale. Pur non essendo esclusi motivi religiosi, furono soprattutto esigenze pratiche a determinare la fondazione della chiesa di San Massimo. Nel corso degli anni sono state rinvenute significative decorazioni marmoree risalenti a tale periodo. | |
| Chiesa di San Nicola di Gallocanta | Vietri sul Mare, Campania | X secolo | Possedimento secolare della famiglia, fu acquistata e trasformata in un monastero comitale dal conte Adelberto di Nocera nel 996. | |
| Chiesa della Vergine Annunziata | Torre Annunziata, Campania | 1319 | Il 19 settembre 1319, Carlo d'Angiò donò con diploma emesso in Aversa per Bartolomeo di Capua Ministro di Stato e Protonotario del Regno, quattro moggia di terra a Guglielmo di Nocera e altri tre devoti cavalieri quali Puccio Franconi di Napoli, Andrea Perrucci di Scafati, Matteo de Avitaya (Avitabile) che fondarono una chiesa dedicata alla Vergine Annunziata, un piccolo monastero e un ospizio nel luogo detto "La Calcarola". | |
| Collegio e Chiesa di Gesù e Maria (Castellammare di Stabia) | Castellammare di Stabia, Campania | 1609 | Fu edificata con attiguo il collegio gesuita e intitolata dal patrizio Pier Giovanni III di Nocera con un contributo di 13.400 ducati. In essa vi furono una cappella gentilizia della famiglia e una targa commemorativa di Pier Giovanni. | |
| Chiesa dell’Addolorata | Napoli, Campania | XIX secolo | Don Pietro di Nocera si adoperò per l'ampliamento della chiesa dell'Addolorata, terminato nel 1894, con l'aggiunta della navata laterale e l'abbellimento della navata centrale, da dedicare al fondatore, qualora fosse stato dichiarato beato. Successivamente, la ornò con stucchi, affreschi e rivestimento di marmi policromi, commissionando il lavoro altresì all'artista Vincenzo Galloppi. | |
| Chiesa di Santo Spirito o della Maddalena a Quisisana | Castellammare di Stabia, Campania | Attigua alla Reggia di Quisisana, fu sottoposta al patronato della famiglia. | ||
| Chiesa e Convento di San Francesco a Quisisana | Castellammare di Stabia, Campania | Il Convento e Chiesa di San Francesco, nel 1654, su prospetto del frate cappuccino Andrea di Nocera, architetto, fu ristrutturato ed ingrandito. | ||
| Cappella gentilizia della Concattedrale di Santissima Maria Assunta e San Catello | Castellammare di Stabia e Napoli, Campania | La famiglia ebbe anche una pregevole cappaella gentilizia nella Concattedrale di Santissima Maria Assunta e San Catello, ove furono custodi altresì delle reliquie del Santo. | ||
| Sepolcro commissionato dalla viceregina Eleonora di Nocera | Napoli, Campania | 1547 | Ad opera di Annibale Caccavello e Giovanni Domenico D’Auria, fu commissionato dalla viceregina Eleonora di Nocera per il viceré Alfonso Basurto, suo marito. Sorge nella Pontificia Reale Basilica di San Giacomo degli Spagnoli. | |
| Sepolcro del notar Giovan Antonio di Nocera | Napoli, Campania | 1558 | Un sepolcro nella basilica di San Lorenzo Maggiore di Napoli, dedicato da Giovan Antonio di Nocera al padre omonimo e al fratello Giovan Paolo. | |
| Cappella gentilizia di Don Luigi di Nocera | Castellammare di Stabia e Napoli, Campania | Di stile neogotico, fu commissionata da Don Luigi di Nocera. | ||
| Cappella gentilizia di Luigi e Vincenzo di Nocera | Napoli, Campania | Fu edificata dagli eredi di Don Alfonso Cosmo di Nocera, Vincenzo e Luigi. | ||
| Cappella gentilizia di Don Antonio di Nocera | Napoli, Campania | Fu eretta dal sindaco Don Antonio di Nocera, industriale tessile. | ||
| Cappella gentilizia del dott. Antonio di Nocera | Napoli, Campania | L’ultima cappella gentilizia di cui si ha notizia fu quella edificata dal dottor Antonio di Nocera. | ||
| Cappellania laicale di Margherita di Nocera | Napoli, Campania | 1831 | Un decreto reale del 1832 autorizzò la parrocchia dei SS. Cosmo e Damiano di Secondigliano ad accettare la disposizione eseguita per la fondazione di una cappellania laicale da D. Margherita di Nocera con istrumenti del 25 settembre e 20 dicembre 1831, e del 14 gennaio 183, notai Gennaro Lizzo, Cosmo Miranda e Luigi Cirillo. | |