La diplomatica (derivante dal latino diploma, nel senso di lettera credenziale) è una disciplina nata nella seconda metà del secolo XVII che ha come oggetto di studio i concetti, le tecniche e le procedure per giudicare la genuinità giuridica o meno del documento medievale, sia nella sua dimensione pubblica sia in quella privata. Inizialmente vista come una scienza ausiliaria della storia, nel corso del XIX e XX secolo la diplomatica è diventata una scienza a sé stante, di aiuto nella ricerca storica.

Alla base dello studio dei documenti, così come sarà sviluppato dalla scienza diplomatica nei secoli seguenti, ci furono gli importanti studi filologici compiuti dagli umanisti nel corso del XV secolo. Il precursore dell'umanesimo rinascimentale, il letterato e filologo Francesco Petrarca, già nel 1361 dimostrò la falsità dei pretesi privilegi concessi agli Asburgo d'Austria da Cesare e da Nerone su richiesta dell'imperatore Carlo IV.
Un secolo più tardi, il romano Lorenzo Valla dimostrò, nel 1440, la falsità della donazione che l'imperatore romano Costantino fece a papa Silvestro I sulla base di fattori linguistici, filologici e anche giuridici, chiamando quindi in causa la natura "giuridica" della scienza diplomatica. La dissertazione dell'umanista romano uscì, però, soltanto nel 1517, decenni dopo la morte dell’autore, sotto il nome di Discorso sulla donazione di Costantino, falsamente creduta autentica.

La diplomatica, come scienza, nacque sul finire del XVII secolo in piena età controriformista allorché i vari dotti appartenenti al clero incominciarono a studiare l'autenticità dei documenti della storia della Chiesa. All'interno di questi gruppi di studiosi nacquero delle disquisizioni sulle conclusioni di uno o di un altro autore, determinando i cosiddetti bella diplomatica.

In particolare la disputa ebbe inizio tra un gruppo di eruditi gesuiti di Anversa, impegnati nella pubblicazione degli Acta sanctorum incominciata a suo tempo da Jean Bolland (dal cui nome furono poi denominati bollandisti) e i benedettini francesi della congregazione di San Mauro (detti dunque maurini) che, presso l'abbazia di Saint-Germain-des-Prés, stavano curando e studiando dei documenti d'età merovingia.
Nel 1675 il bollandista Daniel Papebroch, nell'introduzione al secondo tomo degli Acta sanctorum Aprilis (introduzione denominata anche col nome di Propylaeum antiquarium circa veri ac falsi discrimen in vetustis membranis), giunse a un tale rigore di critica filologica e diplomatica che, inficiando di falso un diploma di Dagoberto I, finì col gettare discredito su un gran numero di carte dell'epoca merovingica studiate dai Maurini. Ciò suscitò una forte reazione da parte dei padri maurini i quali, colpiti, sia pur indirettamente, da un indirizzo così radicale, decisero di rispondere alla provocazione del gesuita Papebroch. Contro le tesi di quest'ultimo il padre maurino Jean Mabillon (1632-1707) scrisse, nel 1681, i De re diplomatica libri VI, l'opera che rappresenta il capostipite della diplomatica. In tale volume, Mabillon non negò l'indirizzo del Papebroch, ma rispetto a questi distinse varie categorie dei documenti prendendo in considerazione quelli che verranno definiti poi come gli elementi intrinseci ed estrinseci, instaurando così un metodo di analisi scientifica basilare per il successivo sviluppo della diplomatica e consacrando il benedettino quale il fondatore di tale scienza.

L'opera di Mabillon aprì, nel corso del Secolo dei Lumi, una serie di dibattiti teorici riguardo ai principi generali della neonata scienza diplomatica. Alle tesi sia diplomatiste sia paleografiche del Mabillon rispose qualche decennio più tardi l'erudito veronese Scipione Maffei (1675-1755) il quale, nella Istoria diplomatica del 1727, prospettò la necessità di dare alla materia nuove e più comprensive basi metodologiche. Non molti anni dopo giunse il contributo del sacerdote e storico modenese Ludovico Antonio Muratori (1672-1750) il quale trattò esplicitamente l'argomento della diplomatica nella Dissertazione XXXIV delle Antiquitates Italicae medii aevi (stese tra il 1738 e il 1743), in cui enunciò i principii della diplomatica e presentò numerosi «casi di critica applicata alle fonti documentarie».
Le riflessioni dei due italiani non rimasero confinate nella penisola italiana: due padri maurini, Charles-François Toustain e René-Prosper Tassin (1697-1777), recepirono le novità proposte da Maffei e da Muratori, ampliando quanto esposto tempo prima dal Mabillon in quella che si considera la massima opera del secolo XVIII trattante la diplomatica, ovvero il Nouveau traité de Diplomatique, in 6 volumi pubblicato tra il 1750 e il 1765.
Nel frattempo, i principi metodologici di Mabillon si estesero anche nel Regno Unito, dove furono recepiti dagli storici Thomas Madox (1666 – 1727) e, seppur con alcune critiche, da George Hickes (1642-1715); in Spagna, José Pérez de Rozas, benedettino autore delle Dissertationes stesi secondo la scienza diplomatica (1688); in Germania, infine, fu il filosofo Gottfried Leibniz a importare il metodo del maurino francese in terra tedesca redigendo il Codex iuris Gentium Diplomaticus (1693), seguito poi da Christian Heinrich Eckhard.

Dopo la fine del secolo dei lumi e l'avanzare della mentalità romantica, incentrata sull'amor di Patria e sulla riscoperta delle radici storiche della propria terra d'origine, gli studiosi delle varie nazioni incrementarono ulteriormente l'interesse per gli studi storici e lo convogliarono verso la realizzazione di opere collettive di ampio respiro, dando avvio alla specializzazione della diplomatica (diplomatica speciale), cioè non più al solo studio dei caratteri generali di un qualsiasi tipo di documento, ma allo studio di precisi tipi documentari, che fossero prodotti da una cancelleria (documenti pubblici imperiali/regi o pontifici) o dai notai (documenti privati).
In tale prospettiva romantico-storicistica, fu fondata il 21 febbraio 1821 a Parigi, per decreto di Luigi XVIII, spinto a sua volta dal ministro dell'interno Joseph Jérôme Siméon e dal barone Joseph-Marie de Gérando, l'École nationale des chartes. Tale istituto si concentrò, grazie all'impulso di un suo docente e uno tra i massimi paleografi francesi, Léopold Victor Delisle (1826-1910), sulla ripresa degli studi dei documenti prodotti in terra di Francia dalla dinastia merovingia in avanti (celebri la pubblicazione de Recueil des historiens des Gaules et de la France, 1869 e seguenti; e dei Diplômes des rois de France). Sempre sulla stessa scia, un altro celebre diplomatista, Alain de Boüard (1882-1955), si dedicò allo studio dei documenti cancellereschi dei merovingi. Arthur Giry (1848-1899), invece, si concentrò sulla produzione documentale degli organi cittadini della Francia medievale.

Negli stessi anni si assistette a una medesima iniziativa nel Regno di Prussia.

Nel 1819 infatti, il barone Heinrich Friedrich Karl von Stein e l'archivista e diplomatista Georg Heinrich Pertz patrocinarono la nascita della Societas aperiendis fontibus rerum germanicarum medi aevii, patrocinatrice dei Monumenta Germaniae Historica (MGH), ovvero una serie di studi storici intesi a delineare l’evoluzione del territorio tedesco e dei popoli germanici nel corso del Medioevo, analizzando in particolare i documenti pubblici imperiali ordinati in ordine cronologico: si assiste così alla nascita della diplomatica pubblica di tipo imperiale. I Monumenta, organizzati in cinque serie di studi regolati su un piano di ricerca ben preparato dal Pertz nel 1824 (Scriptores, Leges, Diplomata, Antiquitates, Epistulae), erano finanziati dal governo prussiano prima, e dall'Impero Tedesco poi, in ottica propagandistica, al fine di rafforzare la politica apertamente nazionalistica della Germania di Bismarck e di Guglielmo II. Il tentativo, da parte degli studiosi tedeschi, di fornire un quadro unitario e culturale alla propria nazione attraverso la ricerca di documenti che attestassero luoghi, personalità e documenti politici volti a celebrare la propria patria, ebbe come conseguenza il proliferare degli studi sopra la storia del Sacro Romano Impero. Nel 1831 Johann Friedrich Böhmer (1795-1863) avviò la ricerca dei documenti di cancelleria dei sovrani tedeschi medievali (i Regesta Imperii) identificandone la traditio e offrendo per ciascuno un regesto. L'apporto di Pertz e di Böhmer alla diplomatica imperiale e regia, che toccò il suo vertice con i Beitrage zur Diplomatik (Contributi di diplomatica) di Theodor von Sickel, continua ancora oggi attraverso le fondazioni dei MGH e dei Regesta imperii.

All'interno dell'area tedesca si segnalarono, oltre a Böhmer, in particolare due studiosi le cui teorie promossero uno sviluppo ulteriore dei concetti legati alla scienza diplomatica. Il primo fu lo storico austriaco Theodor von Sickel (1826-1908), considerato «il fondatore della diplomatica moderna» e presidente dal 1869 al 1894 dell'Institut für Österreichische Geschichtsforschung (Istituto per la ricerca storica austriaca), il quale introdusse il sistema della comparazione delle scritture e delle formule nell'ambito di una determinata cancelleria, giungendo ad accertare i caratteri e la genuinità dei documenti prodotti nella medesima (la cosiddetta Kanzleimäßigkeit).
L'altro apporto fu quello dato da Julius von Ficker (1826-1902), storico e giurista tedesco che introdusse, nei Beiträge zur Urkundenlehre del 1877-1878, la distinzione concettuale tra il momento dell'azione giuridica e quello della genesi del documento, dichiarando che c’è un atto giuridico che può essere contestuale al momento in cui si è dal notaio a far scrivere questa disposizione (documento dispositivo), come può non esserlo (documento probatorio).

Il merito principale degli studi di Pertz, Böhmer e Sickel fu quello di coinvolgere il più ampio numero di studiosi, spingendo anche gli storici stranieri a fondare simili realtà nelle loro nazioni d'origine. Nell’Italia preunitaria, il re di Sardegna Carlo Alberto (1831-1849) fondò a Torino, nel 1833, un apposito organismo di natura statale, la Regia Deputazione sovra gli Studi di Storia Patria, associazione che si proponeva di promuovere gli studi storici raccogliendo, pubblicando e illustrando i vari documenti e gli altri tipi di fonti storiche. In seguito all’Unità d’Italia, nacquero varie Deputazioni storiche regionali, coordinate dal 1883 dall'Istituto Storico Italiano. Divenute organi periferici sotto il fascismo (1934), le varie deputazioni regionali tornarono indipendenti con l'avvento della Repubblica.

In questo lasso di tempo, tra i più importanti diplomatisti si ricordano Cesare Paoli (1840-1902), autore di un manuale di diplomatica (Diplomatica, 1883), e il discepolo del paleografo Ludwig von Traube Luigi Schiaparelli (1871-1934), che si dedicò allo studio dei documenti pubblici prodotti dalle cancellerie dei vari sovrani italiani durante l'età medievale.
Sul finire dell'Ottocento, anche la Chiesa Cattolica decise di patrocinare lo studio della paleografia e della diplomatica: papa Leone XIII (1878-1904), nel 1884, aprì agli studiosi l’Archivio Segreto Vaticano, incoraggiando gli studi sui documenti storici legati alla Chiesa. Con questa data si può indicare l'avvio istituzionale della diplomatica pontificia, in quanto gli studi sui documenti pontifici erano già stati avviati dal tedesco Philipp Jaffé con la pubblicazione, nel 1851, dei Regesta Romanorum Pontificorum, sull'esempio dei Regesta Imperii di Böhmer. Oggetto di indagine da parte soprattutto di diplomatisti tedeschi, la diplomatica pontificia ebbe uno sviluppo notevole nella seconda metà dell'Ottocento e nella prima metà del Novecento per opera di August Potthast, Paul Fridolin Kehr, Ludwig Schmitz-Kallenberg e, più recentemente, da parte di Giulio Battelli e di Thomas Frenz.
A fine '800 fu messo sotto attenzione, oltre al documento pubblico, anche il documento privato, in quanto si notò che, nell’ambito delle Cancellerie minori e dei Comuni, questi ultimi guardavano sia alla produzione delle cancellerie regie e pontificie, ma anche agli atti privati stipulati dai notai. Per capire quindi la natura delle cancellerie minori, oltre alle cancellerie maggiori bisognava studiare anche la documentazione privata, dando avvio così alla diplomatica notarile: pioniere in questo settore fu Schiapparelli che, tra il 1932 e il 1934, si impegnò a studiare l'istituto notarile durante la dominazione longobarda. Se l'attenzione verso l'istituto notarile è una peculiarità propria dell'Italia (Giorgio Costamagna per il notariato genovese; Alberto Liva per quello milanese, etc...), non bisogna dimenticare che anche studiosi di altre nazionalità si dedicarono alla diplomatica privata, quali il francese Alain de Bouärd con il secondo volume del suo Manuel de diplomatique française et pontificale, intitolato Acte privé e uscito nel 1948.
Nel corso del Novecento, la diplomatica continuò a evolversi, approfondendo i campi di indagine già segnalati oppure intervenendo nella definizione e nell'analisi dei caratteri generali di questa scienza, dando inizio all'epoca della manualistica. Oltre a diplomatisti del calibro di Harry Bresslau (1848-1927), studioso dei diplomi imperiali degli imperatori Enrico II, Corrado II ed Enrico III e autore dell'Handbuch der Urkundenlehre für Deutschland und Italien (ossia Manuale per gli studi sulle carte e sui diplomi per Germania e Italia) e del già ricordato Luigi Schiaparelli, autori più legati all'800 che al '900, si ricordano in questa sede vari autori, divisi in base alla nazionalità:
Nel 1997 si vide la pubblicazione, per opera della Commission Internationale de Diplomatique, del Vocabulaire international de la Diplomatique a cura della docente e diplomatista spagnola Maria Milagros Cárcel Ortí.
Varie sono le definizioni che sono state coniate per descrivere la diplomatica:

Considerata allora come una tecnica di analisi delle forme dei documenti, risulta oggetto della critica diplomatistica qualsiasi scrittura redatta per scopi giuridici, compilata con l'osservanza di forme abbastanza tipiche da poter esser rapportate a un determinato modello o paradigma o criticamente confrontate a esso. Già alla fine dell'800 Theodor von Sickel diede una sua definizione del documento in ottica diplomatistica, ma risultò incompleta per l'assenza del concetto di forma e dei caratteri intrinseci ed estrinseci che verrà introdotta definitivamente da Cesare Paoli e che fu poi accolta dai diplomatisti successivi, specialmente Alessandro Pratesi: «Il documento è una testimonianza scritta di un fatto di natura giuridica, compilata con l'osservanza di certe determinate forme, le quali sono destinate a procurarle fede e a darle forza di prova». Ne consegue che il documento deve essere caratterizzato da tre elementi essenziali, ovvero:
A seconda delle modalità, delle forme e dei rapporti intercorsi tra autori e redattori del documento, questo può assumere varie caratteristiche particolari.
In base al rapporto tra azione giuridica e genesi del documento, come formula da Julius von Ficker, si hanno:
In base all'autorità emanante il documento può essere:
| Esempio di documento pubblico imperiale | Esempio di documento pubblico pontificio | Esempio di documento privato (atto notarile) |
|---|---|---|
In base alla traditio e alle forme il documento può essere:
Per l’analisi del documento, il diplomatista deve prendere in esame i suoi caratteri estrinseci, cioè quelli “esterni”; e quelli intrinseci, che ne osservano il contenuto. Per l’esattezza, i due tipi di caratteri si occupano nello specifico:
| Estrinseci | Intrinseci |
|---|---|
| Materia (o supporto scrittorio) | Lingua |
| Scrittura | Formulari |
| Segni particolari | Tenore |

Con il termine materia si intende il materiale sul quale è stata tracciata la scrittura o che è stato predisposto per riceverla. I materiali che hanno più profondamente contribuito al progresso intellettuale e culturale dell'uomo sono il papiro, la pergamena e la carta. Ma sia nell'antichità sia oggi vige un concetto molto più allargato di materia scrittoria, grazie allo studio della trasmissione dei documenti in aree geografiche slegate alla dimensione europea. Inizialmente l'uomo, per tramandare la memoria di un evento tramite la scrittura, scelse inizialmente supporti di semplice lavorazione e di facile reperimento, per poi arrivare a superfici più raffinate, rare e predisposte mediante particolari lavorazioni. Spesso si tende a fare una distinzione diacronica (cioè in base alle diverse epoche storiche) tra materiali inorganici (metalli, pietra, argilla su tavolette, terracotta) e organici (pelle di pecora/bovini, tessuti, corteccia, foglie, libro, seta, ossa), ma tale suddivisione non è pienamente valida in quanto diversi tipi di supporti inorganici continuano ancora oggi a convivere in alcune aree del pianeta.
Lo studio del tipo di scrittura adoperata per la stesura del documento appartiene alla sfera della disciplina paleografica, finalizzata alla classificazione delle varie scritture secondo l'area geografica e il periodo storico, con lo scopo di datare un determinato documento grazie a questi parametri. Oltre alla paleografia, si deve ricordare che lo studio delle scritture è proprio anche della codicologia, ossia della disciplina storica che ha per oggetto l'analisi esterna e interna del codice, ovvero il libro formato da più manoscritti in papiro, pergamena o carta.
Per segni speciali si intendono i vari segni (signa) che identificano il rogatario o i sottoscrittori; o i segni di cancelleria, quali i sigilli. Tra i segni speciali troviamo:
La lingua nei documenti medievali è di regola il latino, anche se per latino non ci si riferisce a qualcosa di unitario e univocamente definito, giacché il latino medievale è estremamente diverso dal suo corrispettivo classico, ma piuttosto una sorta di compromesso tra:

I formulari, ovvero raccolte di formule o frasi già parzialmente precostituite, da adattare alle singole fattispecie dei negozi giuridici, sono in stretta correlazione da un lato con la lingua e dall'altro con il tenore dei documenti. Assai presto si sono andate formando e diffondendo apposite raccolte di modelli di documenti, al fine di fornire ai rogatari delle espressioni cristallizzate finalizzate a garantire la corretta forma che si deve dare al documento.
In Italia, prima dell'ascesa e della codificazione dello status giuridico del notaio, non si hanno dei veri e propri formulari. Tra V e XI secolo, infatti, gli unici formulari, dalla funzione incerta e non indispensabili per la formazione giuridica dei notai, sono le Variae di Cassiodoro (537), il formulario (Formulae Marculfi) del monaco franco Marculfo del VII secolo e il Liber Diurnus Romanorum pontificum d'età carolingia, un insieme di formule provenienti dalla curia romana, da quelle delle varie diocesi e anche da istituzioni capitolari o scriptoria monastici.
Dopo una fase di transizione (XI-XII secolo) in cui si fusero i vecchi formulari con l'ars dictandi (Alberico di Montecassino, autore del Breviarum de dictamine), grazie alla facoltà di diritto di Bologna si assistette alla redazione di summe notarili a partire dal XIII secolo. Autori di summe notarili di questo secolo furono Ranieri da Perugia (Summa artis notarie), il bolognese Salatiele (autore di un'opera del medesimo titolo di Ranieri) e infine Rolandino de' Passaggeri, redattore di una Summa totius artis notariae la cui appendica Tractatus notularum divenne il manuale dell'arte notarile per eccellenza, commentata e ampliata tra il XIII e il XIV secolo da Pietro de Unzola e Pietro Boaterio.
Nell'analisi diplomatistica, l'analisi del tenore (ovvero della forma giuridica di un determinato documento) richiede l'applicazione della conoscenza delle diverse parti in cui il documento si può dividere. Il documento, com'è stato formulato da Theodor von Sickel, si divide in tre sezioni imprescindibili (protocollo, tenor, escatocollo) che a loro volta possono presentare ulteriori suddivisioni ulteriori, di cui in questa sede si riportano tutte per avere una visione complessiva della struttura documentaria.

Il protocollo, ossia la parte iniziale del documento, si può dividere in:
Il tenor (da non confondere con il tenore) è la parte centrale del documento, contenente il negozio giuridico e si può dividere in:
L'escatocollo è la parte conclusiva del documento ed è molto variabile a seconda del tipo documentario. In questa parte del documento sono messe in atto, dopo essere state annunciate, le formule che garantiscono l’autenticità del documento. Può comprendere: sottoscrizioni, data topica e cronica (se non già espresse), segni speciali di cancelleria, eventuale apposizione del sigillo.
Il documento giuridico, nella sua stesura, conosce due fasi essenziali:
In termini molto generali, i documenti privati presentano una genesi diversificata a seconda dell'evoluzione dell'istituto notarile, ovvero:
Entrambe queste fasi presentano sempre la petitio, ossia la richiesta da parte dei due autori del negozio giuridico al notaio, persona dotata di publica fides, di stendere le loro volontà secondo precise caratteristiche (fase della rogatio).
Nel caso dei documenti pubblici, ovvero prodotti da una cancelleria, possono nascere direttamente per volontà (Iussio) dell'imperatore o del pontefice (rendendo tali documenti dei motu propri) oppure per la supplica (supplicatio) di una qualsiasi persona non dotata di autorità giuridica che richiede l'esaudimento della sua richiesta a una di queste due cariche. In questo secondo caso, dopo la fase fondamentale della supplica, se questa viene accolta dal pontefice o dall'imperatore, si passa sempre alla fase della iussio dell'autorità emanante il decreto.
Inoltre, perché un documento possa dirsi tale, bisogna che ci siano tre figure di riferimento (l'autore, il destinatario e il redattore/sottoscrittore del documento) divise in due tipi ben distinti:

Riguardo invece alla sua collocazione nello spazio e nel tempo, in diplomatica si fa riferimento alla datatio topica; ovvero il luogo dove è stato redatto il documento e introdotta dal participio passato del verbo latino dare o agire (i.e: Actum in civitate Mediolani; Datum Romae apud Sanctum Petrum) e alla datatio cronica (quella temporale). Riguardo alla loro collocazione nel documento, le due datationes possono variare:
La datatio cronica, com'è stato detto, è estremamente complessa perché, nel corso dell'età medievale, la cronologia variava da una regione a un'altra così come nell'ambiente in cui il documento veniva prodotto, al contrario del modello cronologico occidentale che invece, nell'età contemporanea, è riuscito a imporsi nella comunicazione internazionale. In questa sede si partirà dalle macropartizioni cronologiche fino ad arrivare al calcolo del giorno, del mese e dell'anno (non soltanto quello solare, ma anche nel caso si tratti dell'anno di regno di un determinato sovrano o di un pontefice).
Le ere indicano l'inizio del computo degli anni, come dice il Pratesi, a partire da «un grande avvenimento, perlopiù di carattere religioso o politico» e, nel corso dell'età romana e soprattutto medievale, si possono riconoscere i seguenti tipi di ere:

Nell'Era volgare, adottata in tutti i territori europei di fede cristiana, si possono riconoscere numerosi stili, ovvero l'uso di identificare il Capodanno a partire da una particolare data:

Secondo gli storici, l'indizione (indictione o indicione) deve essere stata un ciclo prima quinquennale e successivamente quindicinale delle imposte adottato nell'Antico Egitto. Successivamente i Romani fecero proprio questo sistema di computo venendo, di conseguenza, trasmesso nei territori dell'Impero e quindi nei vari Stati che sorsero sulle sue ceneri. Sistema cronologico accompagnato quasi sempre da uno di un altro tipo, l'indizione poteva essere di tipo:
Il giorno e il mese (l'anno fu ripartito in dodici mesi da Numa Pompilio) sono elementi di datazione che entrano in modo tardivo: fino al X/XII secolo ci sono documenti datati soltanto con l’anno e il mese, senza il giorno. Comunque, anche queste sottoripartizioni temporali. Per quanto riguarda il giorno, si può dividere il suo calcolo secondo due assi:
Il giorno, per quanto riguarda il calendario romano, era diviso in 12 ore diurne (il giorno andava dalle 6 del mattino - hora prima - alle 18 - hora duodecima) e quattro ore notturne (dalle 18 alle 6 del mattino le ore venivano chiamate vigiliae).
L'analisi di un documento prevede che esso venga redatta attraverso determinate forme e stilemi di ricerca che ne diano efficacia presso la comunità internazionale di studiosi. Come esiste l'edizione critica in campo filologico (sia moderno che classico), esiste anche quella propria della scienza diplomatica la quale, in Italia, adotta queste caratteristiche fondamentali sia nella strutturazione, che nella trasposizione in caratteri moderni del testo del documento analizzato:
La trascrizione del testo del documento che deve avvenire, tenendo conto dell'assoluta fedeltà al medesimo, attraverso delle regole fondamentali che lo trascrivano secondo i canoni linguistici moderni.
L’uso delle maiuscole e delle minuscole deve essere riportato alle norme attuali, quindi si usa la maiuscola:
Per quanto riguarda i capoversi, nella trascrizione dei documenti si fanno solo per:
Importante è anche segnalare la divisione dei righi:
Durante la trascrizione del testo, il diplomatista utilizza due tipologie di note per segnalare delle particolarità o delle precisazioni in merito alla forma o al contenuto del testo:
Prevede l'analisi del tenor così come presentato nelle sezioni antecedenti, l'uso degli stili cronologici e la loro analisi sia teorica che concreta, ossia in merito al documento in questione.
Il commento paleografico prevede l'analisi della scrittura in questione, le particolarità delle singole lettere in merito all'andamento con cui sono state scritte (il ductus), alla loro grandezza (modulo), ai chiaroscuri e ad altre particolarità quali la presenza alternante di scritture diverse (onciali, caroline, gotiche, capitali, etc.), di scritture maiuscole e minuscole e di particolari abbellimenti (miniature, gli "svolazzi cancellereschi") e delle abbreviazioni.
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