Gens Caecina

La gens Cecina (in etrusco Keikna, Kaikna o Ceicna; in latino Caecina) era una famiglia etrusca originaria di Volterra (Velaθri in etrusco, Volaterrae in latino), una delle antiche città dell'Etruria. Documentata a partire dalla seconda metà del V secolo a.C. e attestata in più centri dell'Etruria settentrionale, padana e meridionale, si integrò progressivamente nella società romana, dove alcuni suoi membri raggiunsero le più alte cariche dello Stato. Il nome sopravvisse nel toponimo e idronimo Cecina, nel territorio volterrano, oltre che in una serie di località della Toscana.

Il nome

Carta disegnata da Leonardo da Vinci della Toscana centro-occidentale con il percorso del fiume Cecina dall'area di Volterra fino al mare, 1503-04 (conservata nella Royal Collection, Castello di Windsor, Regno Unito

Il gentilizio è attestato in una successione di forme che ne documentano l'evoluzione grafica e fonetica: la variante più antica, con dittongo ai (Kaikna, Caicna), compare a Felsina in Etruria padana; segue la forma Ceicna (con la sua variante volsiniese Ceicnei al femminile) e, in epoca più recente, Cecna. Con la latinizzazione si giunge alla forma Caecina, in cui fra le due consonanti interne è inserita graficamente una vocale anaptittica. La sequenza evolutiva Kaikna > Ceicna > Cecna è stata ricostruita da Carlo De Simone.

Sul piano etimologico, Vittore Pisani e Carlo De Simone hanno ricondotto Caecina / Kaikna / Ceicna alla radice *kaik-, la stessa che è all'origine del latino caecus, ma con un significato originario non di «cieco» bensì di «monoftalmo», come in Cocles e nel greco κύκλωψ. Il membro morfologicamente più trasparente della stessa famiglia onomastica sarebbe Caeculus, nome del mitico fondatore di Preneste.

Quanto al rapporto fra il gentilizio e il nome del fiume, gli studiosi hanno formulato ipotesi diverse. Karl Otfried Müller e Wilhelm Deecke, rilevata l'omonimia, non presero posizione su quale dei due nomi derivasse dall'altro; per Wilhelm Schulze fu invece la famiglia a battezzare il fiume, dato che il nome presenta la tipica formazione dei gentilizi, conclusione verso cui orienta anche l'etimologia da *kaik-. Una diversa spiegazione è stata avanzata a proposito del toponimo e idronimo Cecina del territorio volterrano: al pari di altri toponimi etruschi in -na, esso esprimerebbe in origine la dipendenza del luogo da una gens particolarmente prestigiosa che vi avrebbe esercitato il proprio potere, secondo una lettura storico-sociologica proposta da De Simone e ripresa da Giovanni Colonna.

Attestazioni etrusche

Volterra

Lo stesso argomento in dettaglio: Volterra (città antica) e Volterra.
Urna cineraria di Larthi Ceicnei di Volterra, II secolo a.C., attribuita al Maestro di Myrtilos, conservata al Musée du Louvre di Parigi (stanza 423, CC 104; Ma 2356.2)

Le testimonianze più numerose provengono da Volterra, dove si concentrano le sepolture della famiglia e da cui proviene la parte di gran lunga più cospicua di urne e iscrizioni: segno che qui era il radicamento principale della gens.

Il nome dei Ceicna ricorre tre volte sulla maggiore delle lamine di piombo di III secolo a.C. rinvenute nel dicembre 1755 in un ipogeo della necropoli dell'Ulimeto: il documento elenca su due colonne ventisei persone, verosimilmente gli appartenenti a una confraternita funeraria. Più significative sono le grandi sepolture familiari della necropoli del Portone, sul fianco settentrionale del colle: la prima, la cosiddetta tomba Franceschini, il più vasto ipogeo conosciuto della gens, fu scoperta nel novembre 1739 e conteneva epitaffi in etrusco e in latino; la seconda, la tomba Pagnini, fu individuata nel 1785 più a monte, sullo stesso versante, e recava iscrizioni esclusivamente etrusche, ragione per cui è ritenuta la più antica delle due. Delle fasi iniziali dei due ipogei non si sa nulla: i disegni eseguiti al momento della scoperta mostrano urne e coperchi ormai completamente sconvolti sul pavimento, per opera di violatori o per danni naturali.

L'onomastica volterrana consente di riconoscere l'articolazione della famiglia in più rami, ciascuno individuato da un cognomen affiancato al gentilizio comune e derivato verosimilmente da alleanze matrimoniali con altre famiglie: i Ceicna Fetiu (titolari della tomba Pagnini, con un capostipite probabilmente originario di Perugia), i Ceicna Selcia, i Ceicna Caspu e i Ceicna Tlapuni. Altri rami, non documentati negli ipogei rinvenuti, sono postulati sulla base di cognomina latini che si spiegano come trascrizioni di nomi etruschi (*Ceicna Larce > Caecina Largus; *Ceicna Peiθe > Caecina Paetus). Sulla base dello studio prosopografico delle tombe gentilizie, Mario Torelli, riprendendo Adriano Maggiani, ha proposto di collegare i rami etruschi con le famiglie romane di età repubblicana e imperiale: l'ipogeo dei Ceicna Fetiu, i cui ultimi rappresentanti recano il prenome Avle e le cui urne portano iscrizioni esclusivamente etrusche, indizio di una romanizzazione precoce, sarebbe da riferire ai Caecinae Largi; la grande tomba dei Ceicna Selcia / Caspu andrebbe invece messa in relazione con i Caecinae Paeti. Si tratta comunque di corrispondenze ipotetiche. Le urne funerarie in alabastro provenienti da queste sepolture recano rappresentazioni convenzionali e temi per lo più mitologici. La produzione volterrana di urne fra III e I secolo a.C. rispondeva del resto a una duplice committenza, e i Ceicna sono stati indicati come esempio tipico della cerchia ristretta di famiglie aristocratiche colte che sceglievano il repertorio del mito greco per affermare il proprio rango, in contrasto con i ceti medi di artigiani e piccoli possidenti, rimasti legati a temi di tradizione locale. Alcuni pezzi, dispersi in età moderna, si trovano oggi in vari musei.

Al Musée du Louvre di Parigi il coperchio dell'urna MA 2356 reca inciso sul bordo l'epitaffio di una donna della famiglia, Larthi Ceicnei, morta a venticinque anni secondo la restituzione corrente del testo (CIE, 156); due altre urne parigine documentano invece famiglie legate ai Ceicna: MA 2353 (CIE, 164) proviene dall'ipogeo dei Flave, imparentati con i Ceicna per via matrimoniale, e MA 2357 (CIE, 161) reca il gentilizio Prenθre, lo stesso da cui deriva il cognomen abbreviato Pr. della defunta del coperchio MA 2356. L'urna MA 2356, la più notevole del lotto di cinque urne volterrane vendute nel 1827 da Giuseppe Micali ai Musées Royaux, che ne fecero il primo nucleo della collezione etrusca del Louvre, è stata oggetto di uno studio monografico di Marie-Françoise Briguet: il coperchio, con la defunta semidistesa riccamente adorna, su cui si conservavano tracce di doratura, non è pertinente alla cassa su cui poggia, un'unione realizzata verosimilmente già all'epoca della scoperta secondo la prassi antiquaria settecentesca; la cassa, con la morte di Enomao, attribuita da Françoise-Hélène Pairault-Massa alla stessa mano dell'urna 93484 di Firenze (il cosiddetto Maestro di Myrtilos) e datata da Briguet, con prudenza, poco dopo la metà del II secolo a.C., è considerata fra i vertici della produzione volterrana per la qualità dell'esecuzione e per gli echi della scultura pergamena che vi si riconoscono.

A Volterra la sostituzione dell'etrusco con il latino fu particolarmente tarda: le iscrizioni in latino non compaiono prima del 50 a.C. circa e per lungo tempo affiancano quelle etrusche. I membri della famiglia passarono direttamente al latino, senza una fase bilingue, adottando la forma Caecina. La città fu del resto l'ultimo baluardo delle tradizioni funerarie etrusche, che vi sopravvissero fino all'età augustea e oltre, caso unico in Etruria; Marjatta Nielsen ha rilevato il paradosso di questa tenacia culturale in una comunità che, negli scontri politici del I secolo a.C., si era trovata sistematicamente dalla parte dei vinti.

Felsina

Lo stesso argomento in dettaglio: Felsina.

Le più antiche testimonianze della famiglia non provengono da Volterra ma da Felsina, l'antica Bologna. Fra le stele funerarie caratteristiche delle necropoli felsinee, due, rinvenute nel sepolcreto dei Giardini Margherita, recano il gentilizio Kaikna e sono databili al terzo quarto del V secolo a.C.

La prima (stele Ducati 15 = SIB 4) porta, inciso sul listello superiore, il nome del defunto: veluś kaiknaś arnθrusla («di Vel Kaikna figlio di Arnθ»). La seconda (stele Ducati 10 = SIB 2), nota come «stele della nave», è uno dei monumenti più imponenti dell'intero corpus felsineo e presenta, caso unico, l'iscrizione scolpita a rilievo; secondo l'edizione più recente il testo va trascritto [?] s.uθi veluś kaiknaś, senza integrare con sicurezza il pronome mi all'inizio, come proponevano invece le letture precedenti («io [sono] la tomba di Vel Kaikna»). I due personaggi, che condividono prenome e gentilizio, dovevano appartenere allo stesso nucleo familiare.

Le stele collocano i Kaikna nel gruppo più ristretto ed elevato dell'aristocrazia felsinea; per il settore del sepolcreto dei Giardini Margherita da cui provengono i due monumenti si è pensato a un «recinto dei Kaikna». La famiglia era così parte del nucleo dirigente della città che aveva guidato l'espansione etrusca a nord dell'Appennino, avviata nel terzo quarto del VI secolo a.C. Dopo queste attestazioni la famiglia non compare più nella documentazione bolognese: il silenzio è stato spiegato con il trasferimento di parte dei discendenti nell'Etruria tirrenica sotto la pressione dei Galli, nella prima metà del IV secolo a.C., in coincidenza con un rapido sviluppo delle città dell'Etruria settentrionale, e in particolare di Volterra, che in quel periodo si dota di una nuova e più ampia cinta muraria.

L'immagine della nave scolpita sulla stele Ducati 10 è stata a lungo interpretata in chiave biografica, come allusione al ruolo di navarca svolto in vita dal defunto nell'ambito delle attività marittime condotte dagli Etruschi padani sull'Adriatico, forse dalla base di Spina. Questa lettura è stata successivamente riconsiderata dallo stesso Sassatelli, che ha proposto di riconoscere nella scena non un dato realistico ma il pericoloso viaggio per mare verso l'isola dei Beati, in coerenza con il carattere funerario ed escatologico dell'insieme; Luca Cerchiai aveva a sua volta ipotizzato un riferimento al mito di Teseo.

Altre città dell'Etruria

Urna cineraria di Arnth Ceicna, da Castiglione del Lago, tomba dei Ceicna, II secolo a.C.. Iscrizione: "ar:ceicna:anainal:", Ar(nth) Ceicna (figlio) di Anaina. Museo Gregoriano Etrusco, Città del Vaticano

Documenti sporadici, ma significativi per la mobilità della gens sul territorio del nomen Etruscum, provengono da altri centri.

A Volsinii si trovano alcune fra le più antiche attestazioni dopo Felsina, databili probabilmente all'inizio del IV secolo a.C.: due iscrizioni di ambito volsiniese (un cippo dalla necropoli del Crocifisso del Tufo a Orvieto e uno scarabeo) recano il nome di due probabili fratelli, Caicnas; la presenza della famiglia sul territorio è attestata anche più tardi da un cippo dei pressi di Orte e, in età romana, da iscrizioni di Bolsena. Nel territorio di Clusium la testimonianza principale è un ipogeo familiare venuto alla luce nell'estate del 1901 a San Benedetto, frazione di Castiglione del Lago: conteneva quattro urne, databili fra il 150 e il 120 a.C. e pertinenti a un padre e a tre figli.

Nell'Etruria meridionale la famiglia è documentata sotto la forma Ceicna / Cecna. A Tarquinia, nella necropoli dei Monterozzi, la cosiddetta tomba Querciola III, esplorata nel 1831, era un ipogeo familiare da cui provengono le iscrizioni di due Ceicnas Arnθ, padre e figlio, quest'ultimo morto a ventinove anni; la venuta del gruppo dall'Etruria settentrionale, verosimilmente da Chiusi o soprattutto da Volterra, è collocata nel III secolo a.C., anche se i legami diretti con i Ceicna / Caecinae volterrani non sono provati. Da una camera funeraria presso Sovana, nel territorio di Vulci, proviene una statuetta di piombo con il nome di Zer[t]u[r] Cecnas, del IV secolo a.C. A Perugia e nel suo territorio ricorrono forme affini (Cacnis), talvolta considerate alterazioni del gentilizio.

Un gentilizio distinto ma foneticamente vicino, Ceina (< arcaico Ceiena), è attestato a Vulci già nel VI secolo a.C. ([Ve]nel Ceienas, dal tumulo della Cuccumella), a Volsinii e a Chiusi.

Età romana

Teatro romano di Volterra, I secolo d.C., fatto costruire per volere di Aulo Cecina Severo e Gaio Cecina Largo

Dopo la conquista romana i Caecina si integrarono rapidamente nella società romana pur conservando l'attaccamento alla loro origine etrusca e a Volterra. Come famiglia principale della città, ebbero un ruolo di primo piano nei rapporti fra la comunità volterrana e Roma nel corso del I secolo a.C., un periodo in cui, dopo la guerra sociale, le élite locali dovettero passare da una rete di rapporti fra pari alla dipendenza da patroni romani.

Volterra, che Strabone descrive come città d'altura fortificata e di difficile accesso, aveva alla fine del III secolo a.C. un trattato con Roma, tanto da fornire legname e grano agli allestimenti navali di Publio Cornelio Scipione nel 205 a.C. Come gran parte dell'Etruria, la città non sembra essere stata coinvolta in modo rilevante nella guerra sociale e accettò probabilmente la cittadinanza romana con la lex Iulia del 90 a.C. Nel conflitto seguito al ritorno di Silla nell'83, tuttavia, Volterra offrì una resistenza prolungata: un gruppo di proscritti vi si asserragliò, e l'assedio durò due anni, con la presenza dello stesso Silla; alla resa, secondo Granio Liciniano, i proscritti furono consegnati e uccisi dalla cavalleria romana. La città subì la riduzione dalla piena cittadinanza al cosiddetto ius Ariminensium e la confisca del territorio, che pesò sulla comunità nei decenni successivi.

Aulo Cecina

Il primo membro della famiglia a entrare nella storia romana è Aulo Cecina (Aulus Caecina), possidente di rango equestre, appartenente a un ramo della famiglia stabilitosi a Roma da Volterra nei primi decenni del I secolo a.C., quando la crisi demografica ed economica seguita alla guerra spinse le maggiori famiglie volterrane verso l'Urbe, difeso da Cicerone nell'orazione Pro Caecina, pronunciata probabilmente nel 69 a.C. La lite riguardava l'eredità della defunta moglie di Caecina, Cesennia, appartenente a un antico lignaggio di Tarquinia e già sposa del banchiere tarquiniese Marco Fulcinio: nel testamento Cesennia aveva destinato la maggior parte dei beni al marito, riservando due piccole quote al proprio procurator Sesto Ebuzio e a un liberto di Fulcinio; fu Ebuzio, difeso da Gaio Calpurnio Pisone, a contestare a Caecina il possesso di un fondo e a sostenere che, in quanto non cittadino romano, egli non potesse ereditare da una cittadina. Cicerone impostò la difesa su due punti: l'illegalità dello spossessamento violento subito dal cliente (interdictum de vi armata) e l'inconsistenza dell'obiezione sulla cittadinanza, dal momento che ai Volterrani era comunque riconosciuto, nel quadro dello ius Ariminensium, il commercium, che rendeva pienamente legittimo ricevere un'eredità da una cittadina romana; colse inoltre l'occasione per sostenere che la privazione della cittadinanza imposta da Silla alle comunità italiche era di per sé illegittima, poiché nessuno può perdere la cittadinanza contro la propria volontà. Il discorso conferma che i Volaterrani avevano ottenuto la cittadinanza ma non erano ancora stati iscritti nel censimento del 70/69 a.C. Alcune espressioni dell'orazione, in cui Cicerone allude ironicamente al «parlare latino», lasciano intendere che la controparte avesse tentato di presentare Caecina come un estraneo, facendo leva sulla sua origine etrusca.

Nel difendere per anni le proprie terre dalle assegnazioni ai veterani, i Volaterrani, guidati dai Cecina, seppero far leva sia sul proprio passato etrusco sia sui legami con il mondo politico romano. Da un lato la competenza della famiglia nell'Etrusca disciplina e il prestigio degli aruspici potevano tradursi in strumenti di pressione: a questo proposito è stata richiamata la Profezia di Vegoia, che minaccia sventure a chi altera i confini dei campi e che Jacques Heurgon ha messo in relazione con la difesa degli assetti fondiari etruschi, sebbene manchino prove dirette di un simile impiego. Dall'altro i Cecina poterono contare su patroni romani: Cicerone, patrono e patrocinatore legale di Volterra, difese le terre della città nel 63 a.C. (contro la rogatio agraria di Servilio Rullo) e di nuovo nel 46-45 a.C., con due lettere a Quinto Valerio Orca, incaricato delle assegnazioni cesariane; e i Volaterrani si recarono a Roma per votare il richiamo di Cicerone dall'esilio nel 57 a.C., celebrati dall'oratore come non modo cives, sed etiam optimi cives. Anche i Servili Isaurici, che avevano ricevuto la resa della città nel 79 a.C., intrattenevano con la comunità un rapporto di patronato. La richiesta di esentare collettivamente i Volterrani dalle confische non ebbe però esito; secondo Valentina Limina, se Cesare destinò proprio l'ager Volaterranus alle assegnazioni e lasciò cadere l'intercessione di Cicerone, fu per colpire il radicamento locale di una famiglia, i Cecina, che nella guerra civile aveva parteggiato per Pompeo.

Aulo Cecina (figlio)

Lo stesso argomento in dettaglio: Aulo Cecina.

Corrispondente di Cicerone fra l'agosto del 46 e il febbraio del 45 a.C. fu un altro Aulo Cecina: se una parte della tradizione erudita lo ha identificato con il protagonista del processo (fra gli altri P. Hohti), la critica più recente, sulla base della cronologia e di alcune espressioni delle lettere ciceroniane, tende a distinguere i due personaggi, riconoscendo nel corrispondente il figlio del difeso da Cicerone. La sua figura mostra bene come l'aristocrazia etrusca potesse entrare a pieno titolo nello Stato romano senza abbandonare la propria tradizione culturale: questo Aulo Cecina fu autore di un fondamentale trattato in latino sull'Etrusca disciplina, il corpo di dottrina divinatoria degli aruspici, che gli era stato trasmesso dal padre secondo il costume etrusco; l'opera, la cui pubblicazione è stata definita da Elizabeth Rawson un evento di primo piano nella vita intellettuale della tarda repubblica, fece di lui la principale autorità in materia di dottrina fulgurale, e fu poi utilizzata e citata, con esiti non sempre concordanti, da Seneca e da Plinio il Vecchio. A lui si deve anche un'opera storica sulle tradizioni etrusche. Legato ai repubblicani nella guerra civile, prese posizione contro Cesare con un libello particolarmente offensivo che gli costò l'esilio in Sicilia; menzionato fra i pompeiani graziati da Cesare a Utica nel 46 a.C., compose poi una ritrattazione (le Querelae) per ottenere il perdono. Poté probabilmente rientrare a Roma solo dopo la morte di Cesare.

Aulo Cecina Severo

Lo stesso argomento in dettaglio: Aulo Cecina Severo.

In età augustea la famiglia raggiunge le cariche più alte. Aulo Cecina Severo (A. Caecina Severus) fu console suffetto nell'1 a.C., quindi governatore di Mesia (6-7 d.C.) e legato di Germanico nella Germania Inferiore (14-15 d.C.), dove ottenne le insegne trionfali; nel 21 d.C. pronunciò in senato un discorso, riportato da Tacito, in cui proponeva di vietare ai magistrati inviati nelle province di condurre con sé le mogli. A lui e al fratello Gaio Cecina Largo Volterra deve il proprio teatro romano, la cui costruzione cominciò, secondo Capdeville e Limina, durante il consolato di Severo (1 a.C.): l'iscrizione monumentale del fronte scenico, ricomposta grazie a un nuovo frammento da Alberto Pizzigati, nomina entrambi i dedicanti con il titolo di console (A. Caecina A. f. Severus co(n)s(ul), C. Caecina A. f. Larg[us c]o(n)s(ul)). L'identità del secondo dedicante è stata a lungo controversa: una tradizione erudita risalente a Borghesi, Mommsen e Degrassi, fondata su Cassio Dione e sui fasti Anziati, riconosceva nel console del 13 d.C. un unico personaggio dal polionimo C. Silius A. Caecina Largus, spiegato con l'adozione di un Cecina da parte dei Silii (identificazione con il fronte-scenico accolta ancora da Valentina Limina, che ne fa un fratello di Severo morto suicida nel 24); già i coniugi Gordon e Ronald Syme, seguiti da Munzi e Pizzigati, proponevano invece di distinguere un console ordinario, Gaio Silio, da un suffetto Caecina Largus. Un frammento dei fasti consulares rinvenuto nel foro di Tusculum ha dato ragione a questa seconda lettura: nel 13 d.C. il console ordinario Gaio Silio e il suffetto Gaio Cecina Largo, subentrato in settembre, furono due persone distinte, e il suffetto, fratello di Severo, è da identificare con il co-dedicante del teatro; il prenome Aulus, che compare solo nei fasti Anziati ed è passato da lì in parte della bibliografia, andrebbe quindi imputato a un errore di incisione.

Gaio Cecina Largo

Lo stesso argomento in dettaglio: Gaio Cecina Largo (console 42).

Dal ramo dei Largi provengono dunque il console suffetto del 13 d.C. e Gaio Cecina Largo, console ordinario nel 42 insieme all'imperatore Claudio, di cui fu uno degli amici più intimi.

Aulo Cecina Peto

Lo stesso argomento in dettaglio: Aulo Cecina Peto.

Al ramo dei Paeti appartiene Aulo Cecina Peto (A. Caecina Paetus), console suffetto nel 37, marito di Arria maggiore; la loro figlia Arria minore sposò Trasea Peto.

Gaio Cecina Tusco

Altri membri della famiglia esercitarono importanti funzioni: Gaio Cecina Tusco (C. Caecina Tuscus), fratello di latte di Nerone, fu procuratore d'Egitto dal 63 al 66 e fu poi esiliato per aver usato i bagni fatti costruire in vista dell'arrivo dell'imperatore; rientrò a Roma dopo la morte di Nerone.

Aulo Cecina Alieno

Lo stesso argomento in dettaglio: Aulo Cecina Alieno.

Aulo Cecina Alieno (A. Caecina Alienus), nato a Vicetia, fu uno dei generali di Vitellio e console suffetto alla fine del 69; ucciso nel 79 per ordine di Tito, ebbe un ruolo di primo piano negli scontri seguiti alla morte di Nerone.

Età giulio-claudia

Il ruolo militare della famiglia in età giulio-claudia fu di primo piano. Nella riorganizzazione del fronte renano sotto Tiberio, Aulo Cecina Severo ebbe il comando del gruppo di legioni (I, V, XX, XXI) acquartierato a Castra Vetera, mentre l'esercito della Germania Superiore era affidato a Gaio Silio, che la tradizione erudita fondata sul polionimo di Cassio Dione, seguita ancora da Limina, considerava un fratello di Severo adottato dai Silii. Severo affrontò gli ammutinamenti del 14 d.C. e si distinse nelle campagne al seguito di Germanico, guidando fra l'altro quattro legioni attraverso le paludi renane; per queste imprese ricevette gli ornamenta triumphalia, insieme a Silio e a Lucio Apronio. Silio, accusato insieme alla moglie Sosia Galla di appartenere al cosiddetto «partito di Agrippina», si tolse la vita nel 24 d.C. prima della condanna. Secondo Limina i Cecina esercitarono anche uno stretto controllo sulle magistrature locali: il cavaliere Caius Pompilius Cerialis, tribuno della legio XXI Rapax (una delle legioni agli ordini di Severo) e verosimilmente legato alla famiglia, ricoprì fra il 21 e il 23 d.C. la carica di praefectus iure dicundo a Volterra, in sostituzione di Druso minore, figlio di Tiberio, cui il senato locale aveva conferito a titolo onorario la massima magistratura cittadina. Il legame con la città d'origine si mantenne: Plinio il Vecchio ricorda un Cecina di Volterra, proprietario di una scuderia di quadrighe, che comunicava agli amici volterrani l'esito delle corse di Roma per mezzo di rondini tinte del colore della vittoria; e furono due membri della famiglia, Aulo Cecina Severo e Gaio Cecina Largo, a dedicare il teatro cittadino. Per Nielsen la natura del dono non fu casuale: in una città che da generazioni popolava i rilievi delle urne di soggetti teatrali, i Cecina offrirono ai concittadini un teatro monumentale in pietra per persuaderli dei vantaggi del nuovo ordine, spostando l'autorappresentazione familiare dal fasto della tomba gentilizia all'evergetismo pubblico di stampo romano.

Volterra in età romana

In età romana Volterra, municipio ascritto alla tribù Sabatina, era il centro più consistente fra quelli iscritti in quella tribù (fra cui Saturnia, Visentium, Vulci, Heba e la stessa Mantova) e, secondo Lily Ross Taylor, dovette pesare in modo determinante sul voto che la tribù esprimeva. Un'iscrizione scoperta nel 1989 a Montecatini Val di Cecina, in cui Volterra è designata come colonia, ha inoltre riaperto la discussione sull'ordinamento istituzionale della città: gli editori del testo hanno proposto una deduzione coloniale fra l'età cesariano-triumvirale e quella augustea (colonia Iulia Augusta), avvenuta comunque senza che venisse meno la tradizionale magistratura municipale dei quattuorviri. Camminando lungo il confine fra tradizione etrusca e integrazione romana, i Cecina mantennero un ruolo di guida della propria comunità anche mentre entravano pienamente nel mondo romano. A partire dalla fine del I secolo d.C. la famiglia sembra comunque ritrarsi entro l'orizzonte della città d'origine: per lungo tempo, con poche eccezioni sotto Traiano e Settimio Severo, i Caecina non figurano più ai vertici dello Stato.

Tarda antichità

Solo a partire dal III secolo, e soprattutto nel IV e nel V, si incontrano di nuovo dei Caecina in posti importanti, sebbene non sia sempre possibile stabilirne le genealogie né accertare l'autenticità dell'ascendenza. A questo ambiente appartengono Publilio Ceionio Cecina Albino, consularis di Numidia nel 365 e uno dei protagonisti dei Saturnalia di Macrobio, e il figlio Cecina Decio Albino, praefectus urbi nel 402. Il figlio di quest'ultimo, Cecina Decio Aginazio Albino, fu praefectus urbi nel 414 e compare nel De reditu suo di Claudio Rutilio Namaziano come proprietario di una grande villa a Vada Volaterrana.

Nel corso del V secolo e all'inizio del VI il gentilizio è portato dalla serie dei Caecinae Decii, più volte consoli: Fl. Caecina Decius Maximus Basilius (console nel 463), i figli Fl. Caecina Decius Maximus Basilius iunior (console nel 480) e Caecina Mavortius Basilius Decius (console nel 486), e Caecina Decius Albinus (console nel 493). Che la potente famiglia dei Decii avesse voluto assumere l'antico gentilizio dimostra quanto prestigio esso conservasse ancora; i suoi portatori si segnalarono per un tenace tradizionalismo religioso, schierandosi a difesa del paganesimo in un impero ormai avviato alla cristianizzazione.

La villa di San Vincenzino

Lo stesso argomento in dettaglio: Villa romana di San Vincenzino.

Alla gens Caecina, e in particolare a un suo tardo membro, Decius Caecina Albinus, una tradizione erudita già settecentesca attribuisce la villa romana di San Vincenzino, in territorio dell'odierno comune di Cecina, sulla riva sinistra del fiume omonimo, nel tratto costiero dell'Etruria settentrionale storicamente pertinente all'orbita di Volterra. L'attribuzione si fonda su un passo di Rutilio Namaziano (De reditu, I, 453-478). L'edificio, indagato dall'Università di Pisa a partire dal 1983, conobbe fasi di vita diverse in un arco cronologico di almeno cinque secoli, dall'età tardo-repubblicana (50/30 a.C.) alla metà del V secolo d.C., con continuità di insediamento nei secoli successivi.

Medioevo ed età moderna

Dopo il V secolo ogni menzione dei Caecina scompare. Il ricordo di antichi possessi della famiglia sopravvive però in una serie di toponimi toscani: Cecina di Bardine in Lunigiana, Campo Cecina sopra Carrara, Cecina di Lamporecchio, Cecignano presso Colle di Val d'Elsa; quanto alla villa di Vada Volterrana, la memoria del sito era ancora viva nel IX secolo, quando una tenuta della zona era chiamata «Cecina di Ermerico».

Verso la fine del XIV secolo il nome dell'antica gens torna in uso a Volterra: una famiglia di Pignano, i Cecini, ottenne il diritto di assumerlo, senza che la continuità del lignaggio possa essere dimostrata. Dal XIV al XIX secolo questi nuovi Cecina fornirono magistrati, ufficiali, prelati e scrittori, fra i quali Lorenzo Aulo Cecina (1690-1763), giurista e storico di Volterra, e suo fratello Filippo Nicola Cecina (1693-1765), vescovo della città. Con il canonico Antonio Cecina (morto nel 1810) la linea maschile si estinse; gli eredi, i Leonori, unirono allora il nome dei Cecina al proprio, trasmettendolo fino ai primi decenni del Novecento.

I Cecina più noti

Note

  1. ↑ Gérard Capdeville, I Cecina e Volterra, in Aspetti della cultura di Volterra etrusca fra l'età del Ferro e l'età ellenistica. Atti del XIX Convegno di Studi Etruschi ed Italici (Volterra 1995), Firenze, Olschki, 1997, pp. 253-311: in particolare pp. 264-265 e 270.
  2. ↑ Capdeville 1997, pp. 310-311.
  3. ↑ Capdeville 1997, pp. 310-311, nota 400.
  4. ↑ Massimo Morandi Tarabella, Prosopographia Etrusca. I. Corpus. 1. Etruria meridionale, Roma, L'Erma di Bretschneider, 2004, p. 117, nota 230.
  5. ↑ Capdeville 1997, pp. 265-266, 268.
  6. ↑ Capdeville 1997, pp. 266-267.
  7. ↑ Capdeville 1997, pp. 268-270; Cateni-Bonamici-Rosselli 2012, p. 1025; Marjatta Nielsen, The Last Etruscans: Family Tombs in Northern Etruria, in Jean MacIntosh Turfa (a cura di), The Etruscan World, London-New York, Routledge, 2013, pp. 180-193: p. 182.
  8. ↑ Capdeville 1997, pp. 274-281.
  9. ↑ Mario Torelli, Senatori etruschi della tarda repubblica e dell'impero: qualche addendum, in «Archeologia Classica», 28, 1977, pp. 284-286; cfr. A. Maggiani, Contributo alla cronologia delle urne volterrane: i coperchi, in «Memorie dell'Accademia Nazionale dei Lincei», s. 8, 19/1, 1976.
  10. ↑ Cateni-Bonamici-Rosselli 2012, p. 1029.
  11. ↑ Capdeville 1997, note 112, 114 e 117 (pp. 271-273).
  12. ↑ Marie-Françoise Briguet, L'urne cinéraire étrusque MA 2356 du Musée du Louvre, in «Studi Etruschi», LXII, 1996, pp. 211-248: pp. 212-215 (acquisto Micali e non pertinenza di cassa e coperchio), 233-235 e 240-241 (attribuzione e datazione), 241-247 (il coperchio di Larthi Ceicnei).
  13. ↑ Capdeville 1997, pp. 268-270.
  14. ↑ Nielsen 2013, pp. 182 e 187-188.
  15. 1 2 Andrea Gaucci, Elisabetta Govi, Giuseppe Sassatelli, Le stele iscritte di Bologna, in «Studi Etruschi», LXXXIII, 2021, pp. 163-207.
  16. ↑ Giuseppe Sassatelli, Riflessioni sulla «stele della nave» di Bologna, in Etruria e Italia preromana. Studi in onore di Giovannangelo Camporeale, a cura di S. Bruni, Pisa-Roma, Fabrizio Serra, 2009, vol. II, pp. 833-840: p. 835.
  17. ↑ Capdeville 1997, p. 258, nota 32.
  18. ↑ Sassatelli 2009, p. 835.
  19. ↑ Capdeville 1997, pp. 257-259.
  20. ↑ Capdeville 1997, pp. 259-260.
  21. ↑ Sassatelli 2009, pp. 834-835.
  22. ↑ Sassatelli 2009, pp. 836-840.
  23. ↑ Capdeville 1997, pp. 261-262.
  24. ↑ Capdeville 1997, pp. 262-263.
  25. ↑ Morandi Tarabella 2004, pp. 115-116 (voce CII, Ceicna / Cecna), con lo stemma dei due Ceicnas Arnθ; per la datazione e l'origine settentrionale, p. 116.
  26. ↑ Morandi Tarabella 2004, p. 115, n. 5; cfr. Capdeville 1997, p. 263.
  27. ↑ Capdeville 1997, pp. 264-265, nota 74.
  28. ↑ Morandi Tarabella 2004, p. 117 (voce CIII, Ceina).
  29. ↑ Capdeville 1997, p. 254; Fiona C. Tweedie, Volaterrae and the Gens Caecina, in Processes of Cultural Change and Integration in the Roman World, a cura di S. Roselaar, Leida-Boston, Brill, 2015, pp. 92-105.
  30. ↑ Tweedie 2015, pp. 92-94 (con Livio, 28, 45, e Strabone, 5, 2, 6).
  31. ↑ Tweedie 2015, pp. 93-94.
  32. ↑ Tweedie 2015, pp. 94-95; P. Hohti, Aulus Caecina the Volterran. Romanization of an Etruscan, in Studies in the Romanization of Etruria (Acta Instituti Romani Finlandiae, V), Roma, Bardi, 1975, pp. 416-417, cit. in Limina 2021, p. 16; per il quadro del trasferimento delle famiglie volterrane a Roma, Cateni-Bonamici-Rosselli 2012, p. 1030.
  33. ↑ Limina 2021, pp. 16-17 (con Hohti 1975, pp. 420-421, e Capdeville 1997, pp. 285-289); Tweedie 2015, pp. 94-96.
  34. ↑ Limina 2021, pp. 16-17; Tweedie 2015, pp. 95-96.
  35. ↑ Tweedie 2015, pp. 96-98.
  36. ↑ Tweedie 2015, pp. 98-99, con J. Heurgon, The Date of Vegoia's Prophecy, in «Journal of Roman Studies», 49, 1959, pp. 41-45.
  37. ↑ Tweedie 2015, pp. 99-102; Valentina Limina, Poteri e strategie familiari di Volterra. Il caso di una comunità etrusca nel mondo romano, BAR International Series 3041, Oxford, BAR Publishing, 2021, pp. 16-19 (con Cicerone, Ad familiares, XIII, 4-5; De domo sua, 79).
  38. ↑ Limina 2021, pp. 18-19.
  39. ↑ Capdeville 1997, pp. 289-291 (con la status quaestionis sull'identità o distinzione dei due personaggi, nota 245); F. C. Tweedie, Volaterrae and the Gens Caecina, cit., p. 101; P. Hohti, Aulus Caecina the Volterran. Romanization of an Etruscan, in Studies in the Romanization of Etruria (Acta Instituti Romani Finlandiae, V), Roma, Bardi, 1975, pp. 405-433.
  40. ↑ Nancy Thomson de Grummond, Haruspicy and Augury: Sources and Procedures, in Jean MacIntosh Turfa (a cura di), The Etruscan World, London-New York, Routledge, 2013, pp. 539-556: pp. 543 e 545 (con il giudizio di E. Rawson e, per la dottrina fulgurale, S. Weinstock).
  41. ↑ Capdeville 1997, pp. 289-294; Tweedie 2015, pp. 100-102 (con Bellum Africanum, 89, 5, e Cicerone, Ad familiares).
  42. ↑ Capdeville 1997, pp. 294-296.
  43. ↑ Capdeville 1997, pp. 295-296; Limina 2021, pp. 19-20; Gabriele Cateni, Marisa Bonamici, Lisa Rosselli, Volterra, in Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle isole tirreniche, XXI, 2012, pp. 1023-1070: pp. 1030 e 1034 (con la datazione complessiva della costruzione fra l'11 a.C. e il 25 d.C. proposta da Torelli); Diana Gorostidi Pi, Sui consoli dell'anno 13 d.C.: nuovi dati dai fasti consulares Tusculani, in «Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik», 189, 2014, pp. 265-275: pp. 269-271.
  44. ↑ Gorostidi 2014, pp. 265-275: in particolare pp. 269-271 e 274-275; per la posizione precedente cfr. Capdeville 1997, pp. 295-296, nota 294 (che seguiva Syme nella distinzione dei due personaggi, con il prenome Aulo per il suffetto), e Limina 2021, pp. 19-20.
  45. ↑ Capdeville 1997, pp. 296-298 (con il prenome Aulo per il suffetto del 13); Gorostidi 2014, p. 274.
  46. ↑ Capdeville 1997, p. 298.
  47. ↑ Capdeville 1997, pp. 298-300.
  48. ↑ Capdeville 1997, pp. 300-301.
  49. ↑ Limina 2021, pp. 19-20 (con Tacito, Annales, I, 31-68); per la distinzione fra Gaio Silio e Gaio Cecina Largo, Gorostidi 2014, pp. 274-275.
  50. ↑ Limina 2021, pp. 19-21 (con CIL, XI, 7066).
  51. ↑ Tweedie 2015, pp. 102-104 (con Cicerone, Ad Atticum, e Plinio, Naturalis historia, 10, 71); cfr. Capdeville 1997, pp. 300-301.
  52. ↑ Nielsen 2013, pp. 188 e 190 (con la datazione della costruzione fra l'1 a.C. e il 25 d.C.).
  53. ↑ Limina 2021, pp. 6-8; Mario Torelli, Senatori etruschi, cit. (che classifica Volaterrae nella tribù Sabatina).
  54. ↑ Capdeville 1997, pp. 301-302.
  55. ↑ Capdeville 1997, pp. 302-303.
  56. ↑ Capdeville 1997, pp. 303-305.
  57. ↑ Capdeville 1997, pp. 308-309.
  58. ↑ Fulvia Donati, Ilaria Benetti, Nuovi rinvenimenti di pittura murale tardo romana dall'Etruria costiera: la villa di San Vincenzino a Cecina (Livorno); cfr. Capdeville 1997, pp. 305-307.
  59. ↑ Fulvia Donati, Licia Luschi, Maurizio Paoletti, M. Cecilia Parra et al., La villa romana di San Vincenzino presso Cecina (Livorno). Rapporto preliminare di scavo, in «Studi Classici e Orientali», 47/2, 2002, pp. 403-476.
  60. 1 2 Capdeville 1997, pp. 309-310.

Bibliografia

Voci correlate