| Il fuoco dal profondo | |
|---|---|
| Titolo originale | The Fire From Within |
| Autore | Carlos Castaneda |
| 1ª ed. originale | 1984 |
| 1ª ed. italiana | 1985 |
| Genere | saggio |
| Sottogenere | magia, antropologia |
| Lingua originale | inglese |
Il fuoco dal profondo è il settimo libro dell'antropologo Carlos Castaneda, in cui sono rievocati gli insegnamenti del suo maestro don Juan sulla stregoneria tolteca.
Il testo riprende la distinzione, già introdotta nel libro precedente, tra gli insegnamenti impartiti da don Juan al «lato destro» del suo allievo Castaneda, cioè nel suo stato di coscienza quotidiano, e quelli rivolti al suo «lato sinistro», una condizione di concentrazione particolare i cui apprendimenti poterono essere ricordati dallo scrittore protagonista solo dopo anni di dura disciplina.
Destra e sinistra, in tal senso, si riferiscono alle due sezioni in cui è suddiviso il campo luminoso di energia delle persone, visibile solo dai veggenti.
Il fuoco dal profondo tratta quindi delle lezioni ricevute da Castaneda nel lato sinistro, riguardanti in particolare il primo dei tre capisaldi dell'antica conoscenza tolteca detenuta dal suo maestro, ossia:
Don Juan apparteneva ad una nuova stirpe di guerrieri toltechi, che revisionando queste tecniche pratiche erano divenuti capaci di acquisire una libertà totale, con cui dominare persino la propria morte:
Nel primo capitolo vengono rievocate le spiegazioni di don Juan impartite al suo discepolo Castaneda durante una loro permanenza nella città messicana di Oaxaca.
Mentre gli antichi veggenti, vissuti molto tempo prima della colonizzazione spagnola del Messico, erano talmente esperti nella veggenza da divenirne ossessionati, così da perdere il proprio potere e finire sterminati dai conquistatori, un nuovo ciclo di veggenti affinò dopo di allora i loro metodi con maggior rigore, dedicandosi a coltivare la conoscenza più che la stregoneria, sviluppando in particolare i procedimenti dell'agguato, del sogno e dell'intento, anziché l'uso delle piante di potere, per diventare autentici guerrieri della liberà totale.
Costoro diedero inizio a singole stirpi di toltechi, isolate le une dalle altre. Quella di don Juan, che durava da quattordici generazioni, ognuna guidata da un capo detto nagual, aveva ricevuto un impulso significativo a partire dal 1723.
Nella casa del seguito dei veggenti di don Juan, situata in un luogo imprecisato del Messico meridionale, don Juan spiegò nel dettaglio le strategie dei nuovi maestri dell'agguato, basata su concetti come l'impeccabilità, l'esigenza di non disperdere energia in attività incentrate sull'importanza personale, e cinque attributi del guerriero: controllo, disciplina, equilibrio, tempismo e intento; a questi aggiunse un sesto elemento esterno, chiamato il pinche tirano, ossia un despota o un torturatore, definito «piccolo» o meschino rispetto al grande monarca dell'universo, indicato con una metafora come «l'Aquila».
Grazie ai pinches tiranos, di cui esistono varie classificazioni, il guerriero può forgiare la propria capacità di far fronte alle avversità dell'ignoto e disfarsi dell'importanza personale. L'errore degli antichi veggenti fu di pensare, al contrario, che avventurarsi nell'ignoto li avrebbe resi automaticamente capaci di sfidare qualunque tiranno, quali furono ad esempio i conquistatori spagnoli, da cui invece furono sconfitti, mentre i nuovi se ne avvantaggiarono.
Lo stesso don Juan riferì di una propria esperienza con un pinche tirano quando all'età di 20 anni ebbe la «fortuna» di venir sottoposto in uno zuccherificio alle angherie di un caposquadra, del quale riuscì a liberarsi grazie all'aiuto del suo benefattore, il nagual Juliàn.

La successiva lezione di don Juan riguardò la scoperta delle emanazioni dell'Aquila, ossia la forza inconcepibile e onnipervasiva da cui proprompe una quantità incalcolabile di filamenti luminosi che costituiscono tutto quanto esiste. Tali campi di energia determinano la percezione del mondo da parte degli esseri coscienti, come una sorta di comandi, limitando la consapevolezza alla prima delle seguenti suddivisioni:
I sensi umani dunque percepiscono in forma di oggetti qualcosa di irreale, che però non è un semplice miraggio, ma corrisponde a certe caratteristiche di consapevolezza dotate di forza coercitiva.
Gli umani sono infatti una sorta di uova luminose, la cui percezione, riguardante solo una minima frazione dei filamenti dell'Aquila, avviene quando le emanazioni interne, di cui è costituito il loro bozzolo energetico, si allineano con quelle corrispondenti esterne.
La consapevolezza di qualcosa consiste in un punto di particolare splendore dell'uovo luminoso, situato lungo una fascia ambrata che scorre verticalmente sulla destra di questo, in grado di isolare o bloccare certe specifiche emanazioni interne, per allinearle solo con alcune dell'esterno, le quali esercitano una forte pressione sul bozzolo, e così dirigere il senso della percezione.
Don Juan proseguì le sue spiegazioni nella casa di Genaro, un altro maestro di Castaneda, in cui erano giunti dopo un'escursione, sostenendo come i veggenti siano capaci di manipolare la consapevolezza agendo sulla struttura del bozzolo luminoso umano, grazie alla loro visione che è simile a una voce da udire.
Il grado di consapevolezza degli umani cresce fin dal concepimento, ma l'atto sessuale con cui essa viene donata ai propri figli può in tal modo disperderla, per questo occorre essere avari della sua energia.
Recatisi in un «posto originario», un tempo dimora degli antichi veggenti, don Juan spiegò che la consapevolezza negli adulti si tramuta progressivamente in attenzione, della quale esistono tre tipologie:
Al cospetto di quest'ultima nel momento della morte, in cui si rompe il bozzolo, riuscire a mentenere la propria energia vitale evitando che venga divorata dall'Aquila era lo scopo ultimo dei veggenti.
A differenza degli altri organismi viventi, che adeguano le proprie emanazioni sotto la pressione di quelle esterne, l'uomo usa la prima attenzione per fare un «inventario» delle sue emanazioni interne, riflettendo su di esse e sviluppando così la logica razionale, ma lasciandole in tal modo inquiete e rendendosi vulnerabile per la possibilità che la loro agitazione rompa il bozzolo, se quest'interesse verso se stesso non venga bilanciato da un senso di sobrietà.
La prima attenzione d'altra parte può fungere da scudo contro il terrore suscitato dai pericoli del lato sinistro, come in occasione di un incontro con strani esseri inorganici che inseguirono Castaneda e i suoi due maestri fin dentro la casa di Genaro.
Poiché la conoscenza degli antichi toltechi li aveva portati alla rovina, gli esponenti del nuovo ciclo fecero poco ricorso alle loro pratiche: si trattava di formule e incantesimi che usavano la forza diffusa in tutto l'esistente, chiamata volontà dell'Aquila, o intento, ed erano suddivisi in cinque gruppi, composti ognuno da due categorie: 1. terra e regioni di tenebra; 2. fuoco e acqua; 3. sopra e sotto; 4. rumore e silenzio; 5. mobile e stazionario.
Don Juan ne parlò nella casa del suo seguito di veggenti, dove erano ritornati, spiegando come le profondità della terra siano abitate da creature viventi ma inorganiche, prive cioè di metabolismo e riproduzione, ma dotate anch'esse di un bozzolo della consapevolezza, seppure diverso rispetto agli esseri organici.
Insieme a Castaneda fece quindi un esperimento sconvolgente in un torrente, attirando attraverso uno specchio un essere inorganico dagli strati del sottosuolo, usando la capacità di trasporto fluido dell'acqua: si trattava di quelle entità conosciute già nei libri precedenti come «alleati», molti dei quali però risultano per lo più inutilizzabili, e pochi invece realmente utili all'uomo, dotati di emanazioni a lui simili.
Egli riferì di un analogo episodio della sua gioventù, quando fu inseguito da un cataplasma orripilante che il proprio benefattore aveva fatto fuoriuscire da uno specchio, attratto dalle sue emozioni di spavento; lo stesso terrore veniva spesso utilizzato come esca dagli antichi veggenti per assoggettarli.

Mesi dopo, nel Messico settentrionale, nella casa di Sonora di don Juan, questi colse l'occasione di un incontro terrificante che Castaneda ebbe con un suo alleato per aggiungere un ulteriore tassello alle precedenti spiegazioni, ossia che la percezione viene convogliata da un punto luminoso specifico che sceglie quali emanazioni interne al bozzolo raggruppare e allineare con quelle esterne dell'Aquila, a seconda di dove si localizza lungo la fascia ambrata dell'uomo, sulla superficie della quale si sposta la consapevolezza.
La prima attenzione, ad esempio, mette in rilievo certe emanazioni di quella fascia, unificando il mondo della vita quotidiana: si tratta del lato destro, chiamato anche tonal, mentre quelle scartate costituiscono l'ignoto, esteso anche oltre la fascia stessa, e attinente al nagual o alla seconda attenzione. Riuscire a muovere deliberatamente tale punto di unione consente la percezione di un alleato, o la comprensione di una verità, che non è questione di raziocinio ma di energia.
Un veggente può spostare il punto di unione di un suo allievo assestandogli sulle spalle il «colpo del nagual», producendo una tacca provvisoria sul suo bozzolo e facendolo entrare nella seconda attenzione. Più esso scende in profondità verso il centro, più lo splendore della consapevolezza si intensifica, ma questi stati di esperienza vengono presto dimenticati una volta che il punto d'unione sia tornato nella sua posizione abituale: ricordarsene significherebbe riattivare quelle insolite emanazioni dell'ignoto, recuperando la totalità di se stessi.
L'interesse egoico verso di sè conduce a mantenere fisso e indurito il punto di unione nell'auto-riflessione dell'inventario umano, per questo gli stregoni devono addestrarsi a muoverlo come sotto la pressione dei comandi dell'Aquila, conservando al contempo un'impeccabile serenità per far fronte agli effetti devastanti che un simile scardinamento comporta. Accendere tutte insieme le emanazioni dell'uovo luminoso produce infine la propria consumazione in un fuoco dal profondo.
Tornati nella casa dei veggenti nel Messico meridionale, chiamata anche la «casa delle ombre» ritenuta di proprietà di Silvio Manuel, don Genaro diede una dimostrazione di come spostare il punto d'unione di Castaneda facendolo camminare al «passo del potere»: come conseguenza, quest'ultimo visse un momento di intensa religiosità e di amore per Dio.
L'indomani don Juan gli spiegò che grazie alla sua capacità di pervenire al silenzio, bloccando il dialogo interiore della mente, il suo punto d'unione si era spostato lateralmente, pur restando sulla superficie, verso il bordo sinistro della fascia di consapevolezza: in questa zona marginale, chiamata di «pattume», si hanno visioni mistiche e spirituali, mentre sul bordo destro si producono allucinazioni di violenza e sensualità.
Lo stesso dialogo interno viene appreso dai bambini per imparare a fissare il proprio punto d'unione sotto l'insegnamento dei maestri, mediante un atto di volontà: si tratta di una vera magia, capace di fermarlo a comando in una posizione in fondo arbitraria, ma ne occorre altrettanta da adulti per spezzare tali legami attraverso il silenzio, e diventare guerrieri della «libertà totale».
Oltre che nelle profondità del bozzolo, meta naturale della specie umana, il punto d'unione può anche spostarsi involontariamente verso le zone basse della fascia, dette il «posto della bestia», in cui si assumono sembianze di animali, ma che rappresentano una pericolosa tentazione, come lo furono per gli antichi veggenti, perché provocano una perdita di potere, a cui soccombono più facilmente le donne tramutandosi in streghe.
Don Juan sottolineò infne il miracolo della percezione umana, il cui realismo consiste anche nella scrematura (desnatar in spagnolo) con cui essa viene raffinata, ma della quale purtroppo ci si dimentica che è solo l'effetto di un proprio comando.
Di nuovo nel deserto di Sonora, dove erano venuti a raccogliere piante medicinali, don Juan in compagnia di Genaro spiegò a Castaneda che aree geografiche come quella favoriscono lo spostamento del punto d'unione verso il basso: in tal caso esso non allinea una percezione, ma quasi un altro mondo, benché si tratti solo di una tremenda prospettiva.
Qui non per nulla dimorava la Catalina, una strega appartenente al seguito del nagual Juliàn, anteriore al loro. Costei era un esempio di come i veggenti possano a volte lasciarsi sedurre dall'avventura dell'ignoto, piuttosto che lottare per la libertà. Quando essa apparve, nelle sembianze di un mostruoso lombrico, Castaneda si fece attrarre dall'ammirazione che provava da sempre nei suoi confronti, e anziché eseguire la manovra di protezione insegnata dai suoi maestri, si tolse i vestiti e corse via con lei trascinato in maniera disinibita verso il basso, mentre il paesaggio intorno mutava.
Ne risultò in seguito uno scombussolamento interiore, come naturale conseguenza per aver dato uno sguardo all'ignoto, che lo induceva ora a doversi cercare un nuovo alloggio per il suo punto d'unione. Genaro rammentò in proposito quanto fosse stato timido con le donne prima di riuscire a trasferire il proprio punto d'unione in una fossetta apposita del suo bozzolo, diventando così notevolmente più audace.
Un'altra scoperta degli antichi stregoni di cui don Juan mise al corrente il suo allievo Castaneda nella casa di Silvio Manuel riguardava l'esistenza di specifici raggruppamenti delle emanazioni dell'Aquila, chiamate «fasce», diffuse in numero infinito nell'universo, ma delle quali ne giungono 48 sulla Terra. Di queste solo una produce creature organiche, simili a bolle, 7 producono ricettacoli di consapevolezza inorganica, e le restanti 40 sono fasce di semplice struttura senza consapevolezza.
La fascia di emanazioni organiche, estremamente ampia, ospita energie luminose di tre diversi colori:
I tre fastelli di colore sono distribuiti anche tra le 7 bande delle forme di vita inorganica, ma queste sono prive di tensione e movimento, sebbene alcune possano diventare devoti «alleati» dei veggenti purché questi li trattino in maniera impeccabile.
Il punto d'unione degli umani percepisce esclusivamente la fascia organica ed una sola delle 40 inanimate; altre 2 di quelle inorganiche sono facili da allineare, le altre 5 no. Spostandolo verso il basso, come nell'esperienza di Castaneda con la Catalina, si ha un cambio di prospettiva facile e gratificante, ma si viene esposti alla morte più rapidamente, mentre un vero cambiamento di mondi avviene in realtà con uno spostamento all'interno della fascia umana, a profondità tale da agganciare una delle altre grandi fasce di emanazione.
La lezione successiva riguardò le misure pratiche per muovere il punto d'unione, ossia le 3 tecniche, agguato, intento e sogno, con cui i nuovi veggenti sistematizzarono le antiche verità sulla consapevolezza.
| Maestro | Arte |
|---|---|
| Genaro Flores | Consapevolezza |
| Vicente Medrano | Agguato |
| Silvio Manuel | Intento |
| Le specializzazioni dei tre principali maestri al seguito di don Juan. | |
Per far fronte agli effetti debilitanti del sognare, dai mondi del quale molti stregoni antichi non riuscirono più a fare ritorno, occorre sviluppare sufficiente energia interiore, e questa si ottiene attraverso una vita impeccabile ed una serie di tratti caratteriali, tipici della «via del guerriero», sintetizzabili sotto il termine complessivo di «sobrietà».
Don Genaro diede all'allievo una dimostrazione di cosa sia il corpo del sogno mostrandogli il proprio, una sorta di doppio capace di passare attraverso i muri e di trasformarsi in una bolla di luce. Esso si produce a seguito di un circolo virtuoso chiamato «cimento», la cui pratica assidua si auto-alimenta della sobrietà, dell'inflessibilità dell'intento, del silenzio interiore, fino a rendere manipolabile la posizione del sogno.
Si avvicinava il momento di partire per i veggenti del seguito di don Juan, che presto avrebbe acceso le proprie emanazioni in un fuoco dal profondo, sparendo nella libertà totale, come già era avvenuto al suo stesso benefattore, il nagual Juliàn.
Costui venne descritto nell'occasione come un maestro dell'agguato, un'arte che pone in rilievo il mistero e l'insensatezza umana, da praticare nella consapevolezza intensa, che altrimenti ripugnerebbe in quella ordinaria, perché tralascia l'inventario razionale umano con le sue reazioni di rifiuto.
Don Juan raccontò come da giovane fosse rimasto vittima delle abilità nell'agguato di Juliàn, venendo indotto a restare presso di lui e a diventare un suo allievo, spaventato dalle sue storie sulle possibili ritorsioni di un mostro vendicativo, in realtà un suo alleato. Gli straordinari drammi dell'agguato recitati da Juliàn, un vero mago con cui egli riusciva persino ad apparire giovane o vecchio, non erano però scherzi mancini, ma servivano a proteggere l'apprendista, facendolo collaborare, infondendogli qualità guerriere, e insegnandogli a spostare il punto d'unione.
Egli era stato a sua volta allievo del nagual Elìas, che prediligeva metodi diversi, poiché esistono due tipi di insegnamento: uno più libero, basato sulla spiegazione a parole, ed un altro invece sull'esperienza diretta, coercitivo perché avviato da un'azione catalizzatrice, a cui ricorreva sempre il maestro Juliàn con le sue finzioni. Don Juan imparò infine a non avere più pregiudizi verso di lui, accorgendosi anche del valore della vita ricevuta dai propri genitori, di cui solo un guerriero della libertà può riconoscere il prezzo tremendo.
Lungo una strada verso Oaxaca, don Juan insieme a Genaro condusse Castaneda sulla cima di montagne scoscese a sperimentare la «spinta» della terra, ossia l'impulso o la chiave monumentale per aprire l'accesso a qualunque altro mondo: la Terra infatti è un essere vivente e consapevole, con un suo bozzolo luminoso, contenente le emanazioni di tutte le creature in essa esistenti.
Castaneda apprese come l'ignoto presente nel bozzolo umano diventi «noto» quando la consapevolezza ne allinei le emanazioni con quelle dell'ignoto della terra: questo pertanto non è solo qualcosa di interiore e immaginario nell'uomo, ma sta anche di fuori, nel bozzolo della terra e perciò uguale per tutti, mentre l'inconoscibile è del tutto esterno.

Per farglielo capire, Genaro ne spostò il punto d'unione con un movimento ipnotico delle gambe, e l'allievo percepì un altro mondo nelle sembianze di un inferno fiammeggiante. Ma non era ancora il tramonto, ossia il momento in cui la spinta giunge al culmine, e i due maestri continuarono a giocare all'agguato con Castaneda, finché l'ultimo fulgore del Sole che calava ad ovest produsse con un rombo immane l'allineamento con un mondo privo di riferimenti, in cui lui venne catapultato fino a perdere i sensi.
Il giorno dopo Castaneda seppe che senza il sostegno di Juan e Genaro non ne sarebbe più ritornato, come accadde ad antichi veggenti che ancora vagano in quell'immensità, sotto il cui impatto l'individuo rischia di soccombere se privo di sobrietà. Di fronte alla sua difficoltà a comprendere, Genaro gli diede altre dimostrazioni di come la percezione scaturisca dall'allineamento tra emanazioni interne ed esterne, al quale la terra offre la spinta determinante: dapprima, agitando le mani, gli fece superare la barriera della percezione verso altre fasce, e Castaneda ebbe una visione di nubi luminose, mentre i due maestri erano divenuti bolle di luce; poco dopo, infine, Genaro stesso allineò un'altra fascia, sparendo in un soffio d'aria da una via di Oaxaca in cui stavano camminando.
Per vedere le emanazioni dell'Aquila, don Juan spiegò che occorre spostare il proprio punto di unione, una manovra fondamentale da effettuare però esclusivamente nel sogno. Se la volontà è una forza impersonale che mantiene fermo il punto d'unione, l'intento può muoverlo a nostro servizio essendo personalizzato, sicché lo spostamento risulta facile, ma il difficile è convincersi di poterlo fare.
Lui e il suo allievo si recarono così nel centro del paesino della casa dei veggenti, e grazie all'incantesimo del silenzio interiore, Castaneda cadde addormentato su una panchina pur restando cosciente. Vide allora i bozzoli ovoidali dei passanti, tra uno spiegamento di numerose fibre luminose, una delle quali si gonfiò e lo urtò duramente: si trattava di una forza letale chiamata rotante o tumbadora, le quali scaturiscono dalle emanazioni stesse dell'Aquila, e colpiscono ininterrottamente i viventi per tutta l'esistenza fino a causarne la morte.
Le persone ne sono protette da uno scudo frontale sul proprio bozzolo, il quale possiede un'apertura centrale in cui consiste il suo punto di fenditura; tale scudo protegge in realtà dalla paura di vedere quelle palle di fuoco, ma dall'altro offre una falsa sensazione quotidiana di sicurezza. I guerrieri devono perciò imparare ad aprirsi intenzionalmente all'impatto delle tumbadore, rendendosi amica la morte, e rinunciando così alla propria «forma umana», cioè l'allineamento che li rende persone, fino a consumarsi in un fuoco dal profondo inondati da quella forza.
Riadattando la tradizione degli antichi toltechi, che attraverso il controllo morboso della rotante cercarono l'immortalità a qualunque prezzo, i nuovi veggenti notarono piuttosto due aspetti diversi della stessa forza:
L'equilibrio tra le due forze è fondamentale per l'esistenza, e quando si spezza provoca la rottura inevitabile del bozzolo.
Tornati alla casa di don Genaro, Castaneda e i suoi due maestri si recarono nel precedente «luogo originario» degli antichi veggenti, dove 7 di questi giacevano sepolti vivi da millenni, in sfida alla morte, grazie ad aberranti tecniche di allineamento con cui si erano rifugiati nei mondi inorganici dei loro alleati, i quali avendo sul ventre un'apertura meno marcata rispetto agli umani, sono in grado di resistere più facilmente ai colpi della rotante.
Quando cadde la notte, quattro sfidanti della morte con 12 aiutanti li attaccarono: il loro scopo era incutere terrore, perché se Castenda avesse ceduto alla paura sarebbe morto, e loro si sarebbero nutriti della sua energia vitale. Per questo i suoi maestri lo invitarono a ridere e cantare. Egli comprese allora la forza che il guerriero trae dal considerare la morte come propria amica. Riuscì infine a smarcarsi dal controllo della prima attenzione, a cui solo appartiene la paura, e a spostare il suo punto d'unione alla consapevolezza di non avere nulla da temere da esseri di 2000 anni ormai inumani.
Di nuovo nella casa di Silvio Manuel, don Juan espresse comunque ammirazione per il loro amore per la vita, rivolto al mistero anziché a quotidiane avidità, sebbene usassero la forza rotante come propulsione verso posizioni sempre nuove e impreviste, invece di cercare la libertà totale sotto la spinta della terra. Il loro aspetto mostruoso era dovuto allo spostamento del punto d'unione lungo il bordo destro, al fine di assumere un corpo luminoso più forte simile al fisico, mentre i nuovi veggenti lo muovono nelle profondità del centro, creando così un corpo del sogno maggiormente impersonale, portato all'indagine distaccata.
Uno degli ultimi sfidanti della morte fu incontrato nel 1723 da un nagual chiamato Sebastiàn, capostipite della stirpe di don Juan: soprannominato «l'inqulino», sarebbe stato tuttora in vita perché capace di chiudere l'apertura sul proprio bozzolo, dalla quale fuoriescono le emanazioni individuali al momento di morire, riallineando ogni volta il mondo quotidiano. Egli riceveva energia dai nagual delle varie generazioni, concedendo in cambio favori, pur restando intrappolato in un cammino che non conduce alla libertà.
Muovere il punto d'unione, con l'aiuto delle due forze sopra descritte (rotante e spinta della terra), consente di infrangere la barriera della percezione, interpretata dall'inventario della prima attenzione come un «muro di nebbia»: era ciò che restava ora da compiere a Castaneda.

Per farlo occorre prima paradossalmente allestire un dialogo interno (o appunto «inventario») ma per poi disfarsene; questo è tenuto insieme da una colla potente, cioè l'idea di Dio, in cui consiste la «forma» dell'uomo, risultato di un allineamento specifico del punto d'unione in una certa posizione, così chiamata perché composta dalle emanazioni che riempiono tutto il bozzolo umano.
Per disfarsene è neccessario saperla vedere, attraverso la forza dell'intento, oltre a tecniche come la rotazione degli occhi con cui Castaneda ne rievocò ricordi già vissuti: allora si scopre come la forma umana non sia altro che uno stampo, che ci ha creati «a sua immagine», ma i mistici e gli antichi veggenti la fraintesero come un Dio creatore onnipotente, il quale in realtà non può mai aiutarci, né d'altronde castigarci.
Nonostante Castaneda avesse trovato scandalosa per la sua educazione cattolica tale spiegazione, era rimasto più volte estasiato da quella luce divina di beatitudine, in cui sembrò condensarsi un Uomo verso il quale provò un sentimento di timor di Dio; era però solo una visione prodotta dal nagual. Don Juan gli aveva inoltre rinfacciato la comodità di considerarlo un essere maschile come lui, dovuta al desiderio di accogliere l'incomprensibile in termini familiari, esito dello spostamento verso destra del punto d'unione.
Uscendo verso il centro del paese, di nuovo Castaneda rivide quella Forma ma stavolta come pura luce ambrata, essendosi il suo punto d'unione spostato adesso verso la parte mediana della fascia di consapevolezza. Provò per lei una devozione e un affetto incondizionati, ma anziché ricorrere alla sobrietà per cercare di comprenderla, le rivolse promesse inutili, da servitore disinteressato di un padrone inservibile.
Castaneda e il suo maestro si recarono per l'ultima volta a Oaxaca, dove sedettero sulla panchina preferita di don Juan, ormai prossimo al commiato. Adesso Castaneda avrebbe dovuto ricordarsi di un viaggio nel corpo del sogno (chiamato anche l'«altro») da lui compiuto in precedenza, per rievocarne le potenzialità.
Si era trovato allora in due posti contemporaneamente, quando nel Messico settentrionale Genaro aveva recitato con lui una danza oscena per indurlo a sdoppiarsi facendo leva sulla sua vergogna puritana: egli si era separato così dalla sua persona, osservando se stesso da un altro corpo a poca distanza, pur identificato con entrambi.
Don Juan tuttavia volle che ricordasse di un altro episodio in cui lui era riuscito a generare da solo un proprio corpo del sogno, senza aiuti dai maestri. E Castaneda rammentò allora quando, su quella stessa panchina, una volta era entrato nella consapevolezza intensa, e pur dormendo profondamente si era alzato fino a giungere a chilometri di distanza nella città americana di Tucson, dove aveva interagito con una cara ragazza, che in seguito riconobbe come Carol, la donna nagual di cui si era inspiegabilmente dimenticato.
Don Juan gli spiegò come il ricordo non sia questione di razionalità, la quale è solo una condizione legata all'allineamento del punto d'unione, mentre l'autentica comprensione avviene nella vulnerabilità della seconda attenzione, priva di difese mentali. Le emergenze della memoria si manifestano infatti come eventi isolati, accessibili solo in particolari stati di consapevolezza. Compito dei guerrieri, una volta terminato l'addestramento, è di integrare le varie posizioni in cui hanno mosso il loro punto d'unione in un ordine coerente, che però non è quello della logica razionale.
L'importanza del viaggio del corpo onirico non sta nella distanza percorsa, ma nella posizione del sogno in cui si localizza il punto d'unione, responsabile della stabilità e sostanzialità del mondo quotidiano, ma capace di farlo scomparire rendendo percepibili altre realtà, persino oltre i confini del conosciuto. Quella volta anche don Juan si era recato nella casa di Carol condividendo la stessa posizione del sogno di Castaneda. Egli rimarcò infine come la sua tristezza per averla dimenticata non avesse rilevanza di fronte all'immensità del mistero.
Dopo la rievocazione di precedenti allineamenti, l'ultimo esercizio dell'apprendistato di Castaneda nella consapevolezza intensa, prima della prova finale, consisteva ora nell'infrangere da solo la barriera della percezione, spostando il punto d'unione verso uno dei 7 mondi inorganici, e così sparendo da quello comune, come ad esempio da Los Angeles in pieno traffico.
Si alzò dalla panchina di Oaxaca e seguì don Juan in una strada deserta, dove Genaro era già sparito una volta, e questo ricordo lo fece piombare in una pianura di dune giallastre di zolfo, simile all'inferno cattolico, oltre la quale giunse in un altro mondo di luce, chiamato «gloria», affine al paradiso, ma si trattava di spostamenti laterali. Vide allora i 3 alleati di don Juan, somiglianti a sacchi a pelo privi di vita organica, i quali attraendolo a sé gli fecero allineare un mondo completamente nero, stavolta appartenente alla loro fascia.
Tornati a Oaxaca, don Juan gli riconobbe di aver centrato l'obiettivo di fuoriuscire dalla solita fascia organica senza il proprio aiuto, ma aggiungendo che in tale occasione lui gli aveva fatto compagnia, perché i mondi allineati dai guerrieri sono possessivi, e costoro rischiano di restarvi imprigionati in una solitudine senza limiti. In quel mondo nero, in particolare, il tempo scorre più veloce rispetto all'ordinario, ed una volta lui stesso vi era invecchiato di 10 anni in pochi giorni nel tentativo di usare l'intento per tornare da dov'era partito.
I giorni seguenti Castaneda avrebbe dovuto saltare da una rupe e allineare un altro mondo per evitare di morire, ma stavolta nella consapevolezza ordinaria: era la prova finale dei guerrieri, sospinti in tal caso non dalla terra ma dal bisogno imperativo di riuscire di oltrepassare la barriera della percezione e conservare al contempo la sensazione di sé, che resterà l'ultimo baluardo della consapevolezza quando il fuoco dal profondo li avesse consumati.
Gli antichi veggenti avevano mostrato audacia nello spostare il punto d'unione verso posizioni dell'ignoto oltre ogni limite, ma anche poca saggezza, perché cambiarono soltanto il luogo dove comunque dover morire. I nuovi veggenti invece risolsero il dilemma di allineare inutilmente altri mondi, scegliendo di spostarsi nella posizione della consapevolezza più intensa, che significa libertà totale.
In tal modo divennero i più autentici sfidanti della morte, perché capaci di farsi consumare dal fuoco nel profondo in uno stato di impeccabilità, raggiunto cioè risparmiando energia per averne a sufficienza da accettare dall'Aquila il dono supremo della libertà.
Fu quel che fece don Juan col suo seguito di veggenti, gettandosi da una vetta, e trasformando il comando di spostare il proprio punto d'unione nell'intento di allineare contemporaneamente tutte le emanazioni ambrate del suo bozzolo.
Analogamente Castaneda e i suoi colleghi apprendisti, appartenenti alla generazione successiva, si lanciarono da quella cima, ma per l'impatto di un gesto così radicale riuscirono ad entrare in altri mondi, salvo poi fare ritorno per ricordare quegli stati di consapevolezza intensa e recuperare la totalità di sè, fino a diventare capaci, in futuro, di accettare anch'essi il dono della libertà.