Il postino è un film del 1994 diretto da Michael Radford.
Il film è stato l'ultimo interpretato da Massimo Troisi, morto prematuramente poche ore dopo la fine delle riprese, ed è ispirato al romanzo Il postino di Neruda (Ardiente paciencia) dello scrittore cileno Antonio Skármeta.
Nell'estate del 1952, su un'isola del Sud Italia popolata in buona parte da pescatori, vive Mario Ruoppolo, un giovane figlio di un pescatore vedovo. L'isola, nello stesso periodo, offre asilo politico al famoso poeta cileno Pablo Neruda, perseguitato nel suo Paese a causa delle sue idee comuniste. In occasione di ciò Mario, che proprio non sopporta il dover vivere con la pesca, vede affisso sulla porta dell'ufficio postale dell'isola un annuncio relativo ad un lavoro come postino, rivolto a qualcuno che sappia leggere e possieda una bicicletta; avendo le caratteristiche richieste, si presenta per un colloquio e viene assunto, accettando il posto nonostante il direttore Giorgio Serafini, anche lui comunista, lo avverta che il lavoro sarà faticoso ed il salario piuttosto basso. Serafini spiega a Mario che dovrà consegnare la posta solamente a Neruda, il quale riceve una nutrita corrispondenza; il resto della popolazione è quasi del tutto analfabeta, quindi non riceve e non invia mai posta, motivo per cui fino ad allora non erano mai stati necessari postini sull'isola.
Mario inizia il suo lavoro, consegnando la posta al poeta tutti i giorni, e si meraviglia del gran numero di donne che gli scrivono e dell’ammirazione nutrita per lui. Giorno dopo giorno, Mario rimane sempre più affascinato dal poeta, tanto da comprare un suo libro di poesie che si fa autografare. Tra il poeta ed il postino nasce ben presto una sincera amicizia; i due passeggiano spesso insieme per l'isola e Mario impara a discorrere di poesia e di metafore, con la semplicità propria di un uomo della sua condizione sociale, e si avvicina alle ideologie comuniste, sotto l'influenza del poeta.
Un giorno Mario entra nell'osteria gestita dalla signora Rosa ed incontra Beatrice Russo, la nipote della proprietaria, con la quale tenta senza successo di giocare con il calciobalilla. I due giocano senza parlare e Mario, ammirando la ragazza, se ne innamora subito. La mattina seguente, all'alba, Mario va da Neruda e gli chiede di aiutarlo a conquistare la ragazza, scrivendogli una poesia da dedicarle per farla innamorare. Dopo qualche esitazione, il poeta gli regala un libro per scrivere poesie e, recatosi all'osteria insieme a Mario per conoscere la ragazza, scrive una frase sul libro di Mario, dimostrando così ai presenti e a Beatrice la loro amicizia.
Nei giorni seguenti Mario corteggia Beatrice recitandole le poesie di Neruda e inizia a fare breccia nel suo cuore. La signora Rosa, comprendendo che la nipote le nasconde qualcosa, le chiede spiegazioni e sospetta che l'amore di Mario non sia serio. Un giorno Mario esagera, dedicando a Beatrice una poesia un po' esplicita che Neruda in origine aveva scritto per la moglie Matilde Urrutia. La zia di Beatrice prende il foglio con la poesia e se la fa leggere dal parroco locale; quando ne sente il titolo, Nuda, si arrabbia tantissimo e si dirige da Neruda per sgridarlo ed intimargli di dire a Mario che non dovrà più incontrare Beatrice, altrimenti gli sparerà. La sera stessa Beatrice scappa dalla zia per incontrare di nascosto Mario e i due si fidanzano e si baciano per la prima volta. In seguito Mario e Beatrice decidono di sposarsi e Neruda fa loro da testimone, anche se inizialmente il parroco non era d'accordo essendo il poeta schierato a sinistra, per poi cambiare idea vedendolo pregare in chiesa. Durante il banchetto matrimoniale, Neruda riceve una lettera dal Cile che gli comunica che il mandato d'arresto nei suoi confronti è stato revocato e che, quindi, potrà tornare a casa.
Il giorno dopo Mario consegna per l'ultima volta la posta a Neruda, il quale vorrebbe offrirgli del denaro, ma Mario rifiuta, quindi i due si abbracciano e si salutano. Da quel giorno Mario inizia a scrivere poesie a propria volta e, non potendo più lavorare come postino non essendoci più nessun destinatario, aiuta la moglie in cucina all'osteria. Il tempo passa e Neruda viaggia da un capo all'altro del mondo per ricevere vari premi; Mario continua a seguire tutte le attività dell'amico, sperando che, passando dall'Italia, torni a trovarlo. Beatrice annuncia di essere rimasta incinta e Mario vorrebbe chiamare il figlio Pablito, in onore del poeta, anche se la moglie non è molto d'accordo.
Mario sente la mancanza del poeta e si rammarica dell'esito delle elezioni politiche, favorevole alla Democrazia Cristiana, partito di cui un esponente, il dottor Di Cosimo, ha conquistato i favori elettorali degli isolani avviando grandi lavori per un nuovo acquedotto per poi interromperli, e tali lavori hanno portato all'osteria una grande clientela, composta dagli operai dei cantieri, i quali non hanno perso occasione per corteggiare Beatrice; il protagonista è convinto che se Neruda fosse ancora lì le cose sarebbero andate diversamente. Un giorno Mario riceve una lettera che si rivela essere stata scritta da qualcun altro per conto del poeta, che chiede di spedirgli degli oggetti personali rimasti nella sua vecchia dimora sull'isola. Mario esegue l'incarico a malincuore e ne approfitta per utilizzare il vecchio registratore a nastro di Neruda, lasciato nella casa, per registrare alcuni suoni tipici dell'isola (tempo addietro, quando Neruda gli aveva chiesto di parlare di una cosa bella dell'isola nel microfono, in modo che gli amici cileni del poeta potessero sentirlo, era stato capace solo di pronunciare il nome di Beatrice).
Cinque anni dopo, Neruda e sua moglie tornano sull'isola ed entrano nell'osteria, dove incontrano un bambino di circa cinque anni che gioca; un attimo dopo compare anche la madre, che è Beatrice e chiama il figlio per nome, "Pablito". Beatrice spiega che purtroppo Mario, poco prima della nascita di Pablito, è rimasto ucciso in un pestaggio con la polizia durante una manifestazione politica, proprio quando avrebbe dovuto leggere una poesia che aveva composto. Beatrice fa ascoltare a Neruda per la prima volta la registrazione fatta da Mario, e Neruda ne rimane profondamente impressionato; l'amico scomparso e la natura dell'isola lasceranno nell'animo del poeta un ricordo indelebile.


Il postino è tratto dal romanzo Il postino di Neruda (1986) di Antonio Skármeta, che lo ridusse anche per il teatro (messo in scena al Festival di Asti 1989 con la regia di Luigi Pistilli).
Dopo aver letto il romanzo in questione, Troisi volle a tutti i costi comprarne i diritti per farne un adattamento cinematografico e affidò la regia della pellicola a Michael Radford, reduce da alcuni anni di inattività nel mondo del cinema dopo Orwell 1984 (1984), con Richard Burton, e Misfatto bianco (1987). Dopo una lunga fase di gestazione della sceneggiatura, durata dagli inizi del 1993 fino al giugno dello stesso anno, Troisi e Radford girarono alcune brevi scene preliminari a Pantelleria, per quanto il copione del film non fosse stato effettivamente completato.
L'inizio delle riprese, inizialmente previsto per settembre 1993, fu rimandato per un improvviso problema di salute che colpì Troisi: sofferente di seri problemi al cuore fin da neonato, l'attore campano fu obbligato dai medici statunitensi a effettuare un intervento cardiochirurgico urgente, il secondo per lui, in quanto la valvola artificiale che gli era stata innestata in America nel 1976 dal famoso cardiochirurgo Michael DeBakey si era completamente deteriorata. Durante l'operazione Troisi ebbe un infarto e i medici riuscirono solo faticosamente a tenerlo in vita ed a portare a termine l'intervento; ciò lo costrinse al rinvio delle riprese e a una lunga convalescenza, durante la quale gli venne consigliato un trapianto. Pur comprendendo la gravità del suo stato di salute, Troisi, coraggiosamente, preferì prolungare la convalescenza il più possibile e cominciare le riprese, programmando di svolgere il trapianto successivamente.
Partite definitivamente il 14 marzo 1994 a Cinecittà, le riprese durarono 12 settimane, con una sola interruzione a Pasqua. Si svolsero per le prime 5 settimane a Cinecittà, dal 18 aprile al 10 maggio a Salina, dall'11 al 23 maggio a Procida, dal 24 maggio al 3 giugno di nuovo a Cinecittà. L'ultimo ciak si svolse proprio a Cinecittà il 3 giugno; il giorno successivo Troisi morì, all'età di 41 anni, stroncato nel sonno da un infarto cardiaco conseguente a un episodio di febbre reumatica.
Oltre a Troisi, al film prendono parte Philippe Noiret, attore francese che per il cinema italiano aveva già interpretato, tra gli altri, il personaggio di Giorgio Perozzi in Amici miei ed Amici miei - Atto II° di Mario Monicelli e il personaggio di Alfredo in Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, e Maria Grazia Cucinotta, lanciata nel mondo del cinema proprio con questo film. In alcune scene Troisi viene sostituito dalla controfigura Gerardo Ferrara. Ricordato per essere stato il film-testamento di Troisi, venne presentato al Festival di Venezia il 1º settembre 1994 e distribuito nelle sale italiane il successivo 22 settembre. Nelle sale americane venne distribuito il 14 giugno 1995, ottenendo il primo posto agli incassi italiani e un'ottima percentuale di critiche positive.
Il film, ambientato nel 1952, tratta il periodo dell'esilio di Neruda in Italia e si svolge interamente in una piccola isola abitata da una comunità di pescatori analfabeti e totalmente dediti al loro mestiere e non collegata al continente da un acquedotto permanente, cosa che costringe gli isolani a raccogliere l'acqua in una cisterna rifornita tramite apposite navi. La storia adatta il romanzo di Skármeta, con alcune modifiche nella trama.
In questo contesto si mette in risalto la figura immaginaria di Mario Ruoppolo, un giovane postino che ha Neruda come unico destinatario della corrispondenza che consegna e che con quest'ultimo riesce ad ottenere un legame di amicizia molto forte e unito.
Dopo aver letto il romanzo di Skármeta, Troisi decise di trasportare nel mondo della celluloide questa originale e poetica favola moderna, aggiungendo un tocco della sua tipica malinconia.
Troisi riesce a dare voce e anima al postino Mario, timido e impacciato, ma che a poco a poco diventa capace di "creare metafore", parola di cui prima ignorava il significato e che anzi lo spaventava al solo suono. Su richiesta specifica di Neruda, Mario suggerisce la definizione di "tristi" per le reti dei pescatori.

Gli incassi dell'ultimo film di Troisi hanno toccato in poche settimane una somma di circa 22000000 $, superando quelli guadagnati a suo tempo da Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore. Comprendendo gli incassi raccolti in tutto il mondo, si è raggiunta la cifra di 80000000 $, fissando il nuovo record del maggiore incasso mai registrato, in tutto il mondo, per un film italiano.
Secondo dati aggiornati al 2014, Il postino detiene l'ottavo posto tra i film in lingua straniera di maggior successo negli Stati Uniti.
In Italia si classificò al 9º posto tra i primi 100 film di maggior incasso della stagione cinematografica 1994-95.
Il film ha ottenuto 5 candidature agli Oscar 1996, quella come miglior film, miglior attore protagonista (Massimo Troisi), miglior regia (Michael Radford), miglior sceneggiatura non originale e miglior colonna sonora drammatica. Solo quest'ultima candidatura, tuttavia, si è tradotta nella conquista di una statuetta.
Ottiene, invece, un BAFTA al miglior regista e un BAFTA alla migliore colonna sonora e altri ambiti premi, tra cui un Critics' Choice Movie Award al miglior film straniero, il David di Donatello per il miglior montatore e un Nastro d'argento alla migliore colonna sonora.
Come la maggior parte delle pellicole di Troisi, il film fu un successo di critica. Sean Connery e Roberto Benigni lo giudicarono uno dei migliori del genere, sia italiani sia europei.
Il New York Times ha inserito la pellicola nella sua speciale classifica dei 1000 migliori film di sempre.
La lettera originale scritta da Massimo Troisi è conservata dalla sua famiglia in forma privata, tutte le lettere che girano sono delle copie.
Giugno 1994
Papà, te lo ricordi quando ero piccolo e ti rompevo sempre cu 'sta storia del cinema? “Papà, papà, io faccio comme a De Sica. Io un giorno vinco pure l'Oscar”. E tu magari mi guardavi pensando: chistu nun sta buono. Io invece ci credevo veramente. Guardavo i film e per me quelli non erano solamente film, erano posti dove andare. De Sica, Totò, Eduardo, Chaplin, tutta quella gente là mi ha cresciuto quasi quanto le persone che avevo intorno. Guardavo Totò e capivo che si poteva far ridere una persona e nello stesso momento metterle dentro una malinconia che non sapeva nemmeno spiegare, guardavo Eduardo e pensavo che bastavano una stanza, una sedia e due parole dette bene per raccontare una vita intera, guardavo Chaplin e quello manco aveva bisogno di parlare, guardavo De Sica e pensavo che un italiano poteva arrivare dall'altra parte del mondo senza diventare americano, senza perdere la propria voce, e tornare pure con un Oscar in mano. E allora io dicevo: “Papà, 'o faccio pur'io”. E mo', dopo tutti questi anni, mi viene da ridere perché forse ci siamo arrivati davvero vicino. Ma per arrivarci quante volte l'ho stracciata 'sta sceneggiatura. Quante volte ho detto basta, nun funziona, nun è chesta, ricominciamo. Io questa storia me la porto appresso praticamente da quando avevo sedici anni. L'ho scritta, buttata, cambiata, dimenticata e poi ripresa. Nel 1988 è tornata di nuovo a bussarmi dentro e da allora non se n'è più andata. Ogni volta pensavo di aver trovato il film e ogni volta strappavo tutto perché sentivo che mancava qualcosa. Forse aspettavo Mario senza sapere che stavo aspettando Mario. Forse dovevo diventare io quello di oggi per riuscire finalmente a farlo. E fa impressione pensare che proprio questo potrebbe essere il punto dove tutto si chiude. Era questa la fine? Non lo so. Non mi piace parlare come se già sapessi come vanno a finire le cose, pecché poi magari Dio s'offende pure: “E chisto mo' che ne sape?”. Però certe sere il pensiero viene. Sono stanco assaje, papà. Sono debole. Molto più di quello che faccio vedere agli altri. La malattia mi sta mangiando piano piano e io me ne accorgo. Mi leva un poco di fiato, un poco di forza, un poco di me ogni giorno. Ci sono mattine in cui alzarmi dal letto è già fatica, faccio pochi passi e devo fermarmi, giro una scena e poi mi devo sedere mentre gli altri continuano a lavorare. E io li vedo tutti. Vedo Philippe, vedo Michael, vedo Maria, Renato, vedo la troupe intera che cerca di proteggermi senza farmelo capire. Mi aspettano, rallentano, cambiano le cose per me. Ogni tanto mi guardano come per chiedermi senza dirlo: “Massimo, ce la fai?”. E io: “Sì, sì, sto buono, jamme, facimmo 'a scena”. Sto buono un cazzo, però la scena la facciamo. Perché questo film lo devo finire. Qualcuno mi dice che dovrei fermarmi. E forse hanno pure ragione. Forse se mi fermassi adesso vivrei qualche anno in più. Forse se lasciassi tutto, se pensassi soltanto a curarmi, al cuore, agli ospedali, al riposo, guadagnerei del tempo. Ma che tempo sarebbe per me? Questa è la cosa che non riesco a spiegare. Non puoi togliere una chitarra dalle mani di un musicista e poi dirgli: “L'ho fatto perché così vivi di più”. E che campa a fa', se gli hai levato la musica? Non puoi togliere la penna a un poeta e dirgli di stare tranquillo perché scrivere lo affatica. Quello magari respira altri dieci anni, ma gli hai tolto proprio la cosa per cui respirava. E a me non potete togliere il cinema. Il cinema è la mia vita. Non è il lavoro mio. È diverso. È proprio il modo in cui ho imparato a stare al mondo. Quando dicono “azione” per qualche minuto io non sono quello malato, non sono quello che deve stare attento al cuore, non sono quello che tutti guardano per capire quanto gli resta dentro. Sono Mario Ruoppolo. E Mario va in bicicletta, s'innamora, conosce Neruda, scopre le metafore, guarda il mare e capisce che pure uno che non sa parlare può avere dentro una poesia. Poi dicono “stop” e torna tutto insieme. La stanchezza, il fiato, il corpo che non mi viene appresso. Ma fino a quando qualcuno continuerà a dire “azione”, io voglio esserci. E poi, papà, alla fine una cosa bella è successa veramente: la gente di Napoli mi ama. Questa cosa ancora oggi mi mette in imbarazzo. Io non ho mai saputo bene che fare quando uno mi dice che mi vuole bene. Faccio una battuta, abbasso gli occhi, cambio discorso. Però lo sento. Napoli mi ha dato una cosa enorme. Mi ha fatto partire e nello stesso momento non mi ha mai fatto andare via veramente. Ovunque sono stato mi sono portato dietro quella voce, quella maniera di aspettare mezzo secondo prima di rispondere, quella paura di sembrare troppo sicuro di quello che dici. E in mezzo a tutto questo viaggio ho conosciuto pure Pino e Roberto, due amici che per me sono diventati famiglia. E questa cosa la voglio scrivere: dategli voce. Dategli spazio. Sono bravi. Nun guardate sempre soltanto quello che sta davanti. Guardate pure quelli accanto. Pino tiene la musica dentro e Roberto tiene un mondo intero da raccontare. Io li conosco, so quello che valgono. Fateli parlare, fateli suonare, fateli creare, perché certe persone non hanno bisogno che qualcuno gli insegni qualcosa, hanno bisogno solamente che qualcuno gli apra una porta. Io ho avuto la fortuna che qualche porta nella vita si è aperta. Adesso sono arrivato addirittura a fare quel film internazionale che da ragazzino sembrava una cosa impossibile. Hollywood, papà. Ma alle condizioni mie. Questa è la soddisfazione più grande. Non sono dovuto diventare un altro. Non sono andato là a imparare a fare l'americano. In un certo senso abbiamo fatto venire Hollywood qua. Con la mia faccia, con la mia voce, con le pause mie, con Napoli dentro pure quando Napoli non si vede. E mo' voglio pure l'Oscar. Sì, lo dico. Perché tanto a questo punto che me ne fotte di fare quello modesto? Lo voglio. Lo voglio per quel bambino che ti correva appresso dicendo: “Papà, papà, faccio comme a De Sica”. Vorrei che un giorno qualcuno aprisse quella busta e dicesse Il Postino. E io mi girerei verso di te, dovunque stai, e direi: “Papà, hai visto? T' 'o dicevo. Comme a De Sica”. Però prima dell'Oscar, prima dell'America, prima delle fotografie e di tutte 'ste cose, tengo un desiderio molto più piccolo e molto più grande: io questo film lo voglio vedere. Voglio arrivarci. Voglio sedermi in fondo a una sala, magari dove nessuno mi vede, e aspettare che si spengano le luci. Voglio vedere il mare enorme sullo schermo. Voglio vedere Mario sulla bicicletta. Voglio sentire la musica. Voglio vedere Philippe diventare Neruda. Voglio sentire la gente ridere nei punti dove speravamo che ridesse e soprattutto voglio sentire quel silenzio che viene quando un film riesce veramente ad arrivare da qualche parte. Voglio arrivare fino ai titoli di coda. Pure se devo stare seduto là stanco morto, voglio arrivarci. E quando compare l'ultima scritta voglio poter dire soltanto: “Marò... allora l'abbiamo fatto veramente”. Forse dentro questo film ci sto mettendo le ultime forze che tengo. Ogni scena se ne prende un poco. Però va bene così. Se davvero questa doveva essere la fine, almeno è una fine scelta da me. La malattia può decidere quanto posso camminare, quanto fiato tengo, quante ore riesco a stare in piedi. Ma non deve decidere chi sono. Quello lo decido ancora io. E io sono uno che fa cinema. Forse fermandomi camperei qualche anno in più. Può essere. Ma io non voglio soltanto aggiungere anni alla vita, voglio sapere che dentro quegli anni ci sono stato veramente. E io, quando sto davanti a una macchina da presa, ci sto veramente. Perciò domani mi alzo un'altra volta. Piano piano, senza fare 'o fenomeno. Arrivo sul set, mi siedo quando devo sedermi, respiro quando devo respirare e poi quando sono pronto diciamo “azione”. Una scena ancora. Poi un'altra. E un'altra ancora finché ce n'è. E alla fine qualcuno dirà che Il Postino è finito. Allora mi posso fermare. Ma prima fatemelo finire. E soprattutto, se potete, fatemelo vedere. Pecché tengo ancora da controllare una cosa. Voglio vedere se quel ragazzino che diceva “Papà, io faccio comme a De Sica” aveva capito qualcosa oppure era solamente nu' scemo 'e sedici anni che s'era innamorato troppo del cinema. Massimo
La colonna sonora è di Luis Bacalov che vinse l'Oscar alla migliore colonna sonora.
È composta dalle seguenti tracce:
Nel 2013 Luis Bacalov ha riconosciuto a Sergio Endrigo, Riccardo Del Turco e Paolo Margheri la co-paternità delle musiche dopo una lunga querelle giudiziaria che aveva visto prevalere in Tribunale gli eredi di Endrigo, morto nel 2005.
Nel 2004 è uscita in Italia un'autorevole edizione in DVD, con un'intervista, il making of in inglese con sottotitoli, il dietro le quinte (con scene di prova inedite), il trailer originale statunitense, una galleria fotografica, e il cast completo con biografia e filmografia dettagliata.
Negli Stati Uniti d'America è uscito il DVD del film nella versione sottotitolata e in quella doppiata in inglese.
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