
Lord George Warren Venables-Vernon, nato George John Warren Venables-Vernon, (Stapleford (Nottinghamshire), 22 giugno 1803 – Sudbury (Derbyshire), 31 maggio 1866), è stato un diplomatico inglese filologo e dantista.
Vernon unì alla carriera politica e diplomatica una vasta attività di mecenate e studioso. Fin da giovane coltivò la passione per Dante Alighieri, raccogliendo manoscritti, edizioni e commenti antichi della Divina Commedia, e avviando un progetto di riproduzione filologica dei testi trecenteschi.
La rilevanza del personaggio, uomo politico e diplomatico, è infatti legata particolarmente alla sua passione per gli studi danteschi e alla conseguente attività di collezione e pubblicazione di essi, compresi commenti o chiose di cui fu eponimo.
Appartenne all'aristocrazia colta del primo Ottocento: era figlio unico di Frances Maria Warren, anch'ella unica figlia dell'Ammiraglio sir John Borlase Warren, e di George Charles Venables-Vernon, quarto Barone Vernon (1779–1835) di Sudbury, Derbyshire, e discendente di sir Richard Vernon, Presidente della Camera dei Comuni britannica dal 1425 al 1426.

George frequentò, per la propria istruzione, l'Eton College e la Christ Church di Oxford, dove maturò un profondo interesse per le lingue classiche e per la letteratura italiana.
Vernon fu nominato Capitano del reparto di Burton-on-Trent della Staffordshire Yeomanry il 5 giugno 1830. Due anni dopo, accorse da Londra per riunirsi al proprio reparto richiamato a Derby per intervenire sui gravi disordini che vi si stavano verificando. Si dimise dall'incarico nel 1839.
Esperto tiratore e deciso sostenitore del reclutamento volontario, nel 1860 fondò un corpo di fucilieri, detto "The High Peak Rifles", formato da due compagnie.
La sua vita politica prese avvio nel 1831 dalla partecipazione alla Camera dei Comuni, mentre alla morte del padre nel 1835 ebbe diritto ad assurgere alla Camera dei Lord.
Fu uno degli ultimi membri del parlamento del Derbyshire, dopo averne caldeggiato la scissione mediante la Legge del 1832 sulla Rappresentanza del Popolo comunemente nota come il "Reform Act 1832", e il primo del Derbyshire del Sud.
Nel 1837, mutò il proprio cognome da Venables-Vernon a Warren ma i figli nati prima del 1839 poterono mantenere il cognome paterno originario.
Vernon morì, più precisamente, nella residenza di Sudbury Hall, Derby.

Dal primo matrimonio, celebrato nel 1824, con Isabella Caroline, figlia di Cuthbert Ellison di Hebburn, Durham, nacquero 5 figli, tra i quali Augustus Henry Warren Venables-Vernon, che ne ereditò il titolo divenendo il sesto barone Vernon, e William John Borlase Warren Venables-Vernon (1834–1919) che seguì le orme del padre come collezionista, studioso e pubblicista.
Dal secondo matrimonio, celebrato nel 1859, con la cugina Frances Emma Maria Boothby, non nacquero figli.
Vernon viaggiò a lungo in Italia, dove da una relazione con una giovane donna, Louise Charlotte Anette Lavoignat, ebbe 4 figlie, nate tra il 1843 e il 1853. Di esse, Georgina Jeanne Margheret, sposata con Augusto Agostini, ebbe due figli.

Sin dalla giovinezza, George Vernon aveva frequentato l'Italia, Venezia e soprattutto Firenze, dove aveva imparato ad amare la letteratura italiana e iniziato ad appassionarsi in particolare agli studi danteschi, di cui progressivamente divenne cultore, e in Italia continuò a formare quella raccolta di codici danteschi che avrebbe poi utilizzato per le proprie edizioni. Tali interessi condivise con alcuni giovani amici italiani quali Giuseppe Antinori, Giunio Carbone, Stefano Audin (Étienne Audin de Rians), Sir Anthony Panizzi, Sir Giacomo Filippo Lacaita, Vincenzio Nannucci, Pietro Fraticelli, Luigi Passerini, Francesco Bonaini, Brunone Bianchi, Giuseppe Canestrini e Mariano Armellini da cui poté apprendere la lingua italiana e al quale dedicò il proprio saggio su "I primi sette canti dell'Inferno", del 1842. Della collaborazione di alcuni di loro Vernon poté fruire per l'edizione di talune sue opere.
In Italia ebbe contatti anche con Paul Colomb de Batines che nel 1845 lo ringraziò per le informazioni fornite su manoscritti e stampe antiche della Commedia, mentre l’uso del "codice Poggiali" (poi "Palatino 313") e il rapporto con quegli fu solo indiretto, poiché il tipografo era morto da tempo e il manoscritto passò a Vernon tramite intermediari.
Del 1842 è I primi sette canti dell'Inferno, il saggio che riguarda la prima cantica della Commedia. L'opera fu dedicata a Mariano Armellini, che l'aveva introdotto nello studio della lingua italiana.
Di seguito, Vernon curò la pubblicazione, non a titolo di guadagno, di una serie di edizioni dantesche, tra cui «due [opere] monumentali», alle quali il suo nome resta legato.
Una di esse fu L'Inferno di Dante Alighieri secondo il testo del P. Baldassarre Lombardi M.C. disposto in ordine grammaticale e corredato di brevi dichiarazioni [ossia delucidazioni].
L'edizione, realizzata tra gli anni Quaranta e Sessanta del XIX secolo, era composta da tre volumi e includeva illustrazioni di Seymour Kirkup, pittore dilettante e bibliofilo collezionista.
Il primo volume dell'opera conteneva il testo dell'Inferno ma il secondo volume consisteva piuttosto in una raccolta enciclopedica di erudizione dantesca che continuava nel terzo, pubblicato postumo rispetto alla morte di Vernon, il quale presentava anche un cenno biografico su di lui con l'elenco delle sue pubblicazioni e una serie di 112 incisioni d'interesse dantesco oltre che un recitativo ritmato di Gioachino Rossini.
Le prime quattro edizioni della Divina Commedia letteralmente ristampate per cura di G. G. Warren Lord Vernon fu un'edizione di lusso a tiratura limitata (a 100 copie), in mezza pelle marrone e piatti ricoperti in percalina, con titolo in caratteri applicati sul dorso e comprendente cinque tavole, che riproducono le carte e il colophon degli incunaboli utilizzati per l'edizione.
L'opera fu dedicata agli Accademici della Crusca.
Il testo della Commedia, stampato in 4 colonne, è tratto da 4 incunaboli rari, ossia dalle edizioni del 1472 pubblicate a Foligno, Mantova, Jesi (o Venezia) e dalla Commedia stampata nel 1474 dal tipografo napoletano Francesco Del Tuppo.
Ne scrisse l'introduzione il bibliotecario e bibliografo Antonio Panizzi, mentre i testi danteschi furono curati da lord Vernon.
Vernon fu curatore dell'edizione delle Chiose alla "Cantica dell’Inferno" di Dante Allighieri attribuite a Jacopo suo figlio.
Le chiose attribuite a Jacopo Alighieri rappresentano uno dei più antichi commenti in volgare alla Commedia, probabilmente redatto verso il 1322: offrono una spiegazione letterale e talvolta allegorica, utile per comprendere il testo e la ricezione immediata dell'opera dantesca. Inedite fino all'edizione Vernon, del 1990 è l'edizione curata da Saverio Bellomo.
A cura di Vernon uscì nel 1847 II Febusso e Breusso, poema ora per la prima volta pubblicato.
"Phebus li Fort" è il personaggio di uno dei "cantari" in ottave a tema cavalleresco appunto su «Febus-el-Forte, che prende la sua materia dal Roman de Palamèdes».

Francesco Novati desume dalla corrispondenza di Giberto da Correggio con lo zio Ludovico Gonzaga testimonianza dell'esistenza, nel 1378 data supposta della lettera, o comunque alla fine del XIV secolo, del romanzo cavalleresco francese dal nipote richiesto in prestito. Studi ulteriori, nel primo ventennio del XXI sec., avrebbero precisato l'evento cui allude Novati, le circostanze, la data della lettera, l'esatto nome dell'opera, il manoscritto che la veicolava, ossia il codice "London, British Library, Add. 23930", in cui, nota Stefanelli, «l'episodio di Brehus nella caverna, potrebbe coincidere con il "librum de Phebus li fort" richiesto da Giberto da Correggio in una lettera del 17 febbraio 1378 indirizzata a suo zio, Ludovico Gonzaga.»
Novati sottolineava che «anche se l'originale» del romanzo, in prosa o versi che fosse, non si trova, «noi ne possediamo in compenso una traduzione in quell’antico poema toscano, che da un codice magliabechiano, ben noto per le sue singolari vicende, diede alla luce nel 1857 Lord Vernon. Ognuno intende come io voglia alludere al Febusso e Breusso; giacché con questo titolo, certo arbitrario e fors’anche inesatto, il dotto bibliofilo inglese mandò in pubblico il poema che dal suo autore era stato invece chiamato, e ben a ragione, Febus il forte».
ʍ Il manoscritto magliabechiano in questione è il "Cod. II,II,33", codice cartaceo scritto e istoriato verso la metà del sec. XIV, che reca la descrizione storica e nota sul contenuto: «Dai figliuoli di Domenico di Cante Compagni fu donato allo Stradino, il quale dice che "fu trovato in una bucha del fondamento della fortezza di Monte bicchieri". In ultimo appartenne al Magliabechi. Forse la rozza alluminatura delle storie è da attribuirsi allo Stradino stesso.
Contiene: Febusso e Breusso, poema in ottava rima, pubblicato integralmente da lord Vernon a Firenze, nel 1817 con una prefazione di Francesco Palermo.
Il poema è diviso in cantari, al primo dei quali manca il titolo.»
Sotto tale nome si identifica una raccolta di glosse trecentesche all’Inferno della Divina Commedia che Lord Vernon fece stampare a tiratura limitata nel 1846 con il titolo Chiose sopra Dante, testo inedito, ora per la prima volta pubblicato.
Nella voce su Lord Vernon allestita per "Enciclopedia Dantesca (1970)", l'autrice Maracchi Biagiarelli scrive:
«Tra i codici danteschi il più famoso della collezione [di Lord Vernon] è il codice già Poggiali, oggi conservato nella biblioteca di San Francesco in Ravenna, dal quale il proprietario aveva pubblicato due commenti che riteneva sconosciuti; questo codice è riconosciuto ancor oggi molto interessante quale esempio di antologia della critica dantesca del Trecento, raccolta forse a scopo didattico».
Era noto come Codice Poggiali Vernon il manoscritto in tempi più recenti poi catalogato come Codice Palatino 313, che a sua volta deve la propria denominazione alla collocazione nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (BNCF), dove appunto fa parte del fondo Palatino.
L'identificazione ottocentesca derivava dal nome dei suoi ultimi possessori, ovvero il bibliofilo e tipografo livornese Gaetano Poggiali (1754–1814), che lo acquistò nel 1807 e lo utilizzò per la propria edizione della Commedia, e Lord George Vernon, che ne promosse la pubblicazione di due commenti inediti.
Ve n'è una descrizione nella Bibliografia di Paul Colomb de Batines che lo cita come Codice Poggiali, mentre la doppia denominazione Poggiali-Vernon si attestò nella bibliografia novecentesca dopo lo studio di Piero Ginori Conti, che nel 1938 ne ricostruì la storia e la fisionomia codicologica con il titolo "Il Codice dei commenti alla Commedia ‘Poggiali-Vernon’, oggi ‘Ginori Conti’".
Primo manoscritto miniato contenente il capolavoro dantesco, il Palatino 313, vergato in littera textualis, risultava appartenente a Piero del Nero, letterato e uomo politico fiorentino deceduto nel 1598, finché nel 1807 fu acquistato da Gaetano Poggiali che lo utilizzò per l'edizione della sua Commedia: per questo motivo è conosciuto anche con il nome di Dante Poggiali.
Contiene altresì il commento all’"Inferno" di Jacopo di Dante.
Piuttosto controversa la datazione: Batines e Palermo datarono il codice tra il 1333 e il 1345; Petrocchi lo colloca invece intorno al 1350.
Oltre a una «notevole» raccolta di antichità, Vernon riunì una ricca biblioteca che fu parzialmente venduta nel 1840 a Robert Steyner Holford, suo conterraneo, collezionista e bibliofilo. Le acquisizioni successive, insieme con le restanti non vendute e rimaste nella residenza di Sudbury Hall, furono battute ulteriormente nel decennio 1918-1928 in aste di Sotheby's.
Più codici danteschi sono entrati a far parte della collezione Vernon, come testimoniano parecchie notizie e testimonianze di compravendita e di studi cui essi furono sottoposti negli anni.
Tra questi, il cosiddetto "MS Vernon", ovvero "Vernon Manuscript", o "manoscritto Vernon", custodito a Milano in collezione privata, è un codice in pergamena, la cui datazione probabilmente risale al XIV secolo, contenente la "Commedia" per intero, se non per una lacuna accidentale dovuta alla perdita di un "folio" per i versi Par.XXXI,130-XXXII,54. È vergato in "littera textualis" in colonna singola con alcune note e marginalia di inchiostro e mano diversa ma dello stesso periodo rispetto al testo del poema.
L'esame paleografico del manoscritto risale per lo più al periodo in cui fu proprietà del marchese Pierfrancesco Rinuccini (1788–1848), quando fu esaminato e descritto da Batines.
Il manoscritto pervenne nella disponibilità di Lord Vernon e fu indicizzato col numero identificativo "2243" ma seguì man mano diversi passaggi di proprietà: nel 1918 fu acquistato dal mercante di libri Quaritch e rivenduto, ad un'asta, al collezionista romano Franco Moroli; in seguito, riapparve in un catalogo d'asta della libreria De Marinis di Milano e fu comperato da Goffredo Meli Lupi, che lo acquisì per la propria collezione nel castello di Soragna, dove Giorgio Petrocchi lamenta di non aver potuto prenderlo in esame: «La stessa via, o analoga -scriveva Petrocchi nel 1967- è stata presa di recente da un codice che speravamo di poter esaminare tra i primi, il Rinuccini, poi Vernon 2243, sino a qualche mese fa nel castello di Soragna dei principi Meli Lupi», e dalla quale Meli Lupi lo estromise vendendolo poi nel 1970.
Edward Moore (1835-1916), dantista e fondatore della Società Dantesca di Oxford dove fu rettore, studioso di critica testuale e della cronologia della "Commedia", fu il solo esperto che poté esaminare il manoscritto, all'inizio del XX sec., mentre era di proprietà di Lord Vernon: lo assegnò alla famiglia stemmatica vaticana, cui aveva dedicato lunghe e considerevoli ricerche.
Non solo l'équipe di filologi diretta da Paolo Trovato di cui faceva parte la Tonello ed ella stessa hanno potuto appurare l'esistenza "genealogica" di una "famiglia" più complessa, che denominano "vatbocc", la quale presenta rapporti di "contaminatio" fra codici cosiddetti "vaticani" e codici appartenenti alla "tradizione Boccaccio", ovvero copiati dallo scrittore e antigrafi, o apografi, di quelli da lui trattati, ma altresì, studiate le lezioni caratteristiche e innovative condivise tra gruppo "vatbocc" e manoscritto "MS Vernon", e le parecchie altre lezioni condivise da quest'ultimo con la maggior parte dei manoscritti del gruppo "Boccaccio", l'équipe ha potuto concludere che il manoscritto Vernon fa parte del gruppo cosiddetto "vatbocc".
"Le prime quattro edizioni della Divina Commedia letteralmente ristampate per cura di G. G. Warren Lord Vernon", opera dedicata agli "Accademici della Crusca", fu considerata opera di pregio e tali meriti fruttarono a Vernon riconoscimenti formali: divenne infatti socio corrispondente dell'"Accademia della Crusca" e di molte altre accademie italiane e fu creato cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.
"L’Inferno di Dante Alighieri secondo il testo del P. Baldassarre Lombardi M.C. disposto in ordine grammaticale e corredato di brevi dichiarazioni per uso degli stranieri da Lord Vernon" «for utility of purpose, comprehensiveness of design, and costly execution, has never been equalled in any country.’ Some of the most distinguished artists and men of letters in Italy were occupied for twenty years in its preparation» [per utilità di scopo, completezza di progettazione e per la preziosità dell'esecuzione, non è mai stata eguagliata in nessun paese. Nella sua preparazione sono stati occupati per vent'anni alcuni degli artisti e letterati più illustri in Italia].
L’opera editoriale di Lord Vernon esercitò un’influenza duratura sia sulla filologia dantesca britannica sia sulla rinascita degli studi danteschi in Italia nella seconda metà dell’Ottocento.
In ambito inglese, studiosi come Karl Witte e Edward Moore riconobbero nelle edizioni vernoniane della Commedia un contributo determinante alla conoscenza dei testimoni trecenteschi e alla comparazione delle varianti testuali. Witte ne segnalò la cura nella riproduzione dei codici e la fedeltà paleografica, mentre Moore ne utilizzò i risultati per la revisione del testo dantesco e per la compilazione degli "Studies in Dante".
In Italia, le edizioni di Vernon furono presto note e stimate negli ambienti accademici. Giovanni Andrea Scartazzini e Michele Barbi le citarono tra i primi esempi di editoria dantesca moderna, apprezzandone il metodo riproduttivo e la fedeltà ai codici originali.
Nella prima metà del Novecento, Piero Ginori Conti valorizzò l’opera di Vernon per il suo contributo alla conoscenza delle Chiose fiorentine, e gli studi successivi di Giorgio Petrocchi e Paolo Trovato ne collocarono l’attività tra le premesse della moderna filologia dantesca, in quanto esempio di “riproduzione integrale e documentaria” dei testimoni antichi.
In sintesi, l’impresa editoriale di Lord Vernon — dalle prime ristampe anastatiche alla pubblicazione delle Chiose fiorentine — segnò un passaggio decisivo nella storia della critica dantesca, ponendo le basi per gli studi successivi di Moore, Ginori Conti e Petrocchi, e lasciando un modello di rigore filologico riconosciuto fino alla storiografia contemporanea.
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