| Chiose Vernon | |
|---|---|
| Altro titolo | Raccolta di glosse trecentesche all’"Inferno" |
| Autore | Lord George John Warren Vernon |
| 1ª ed. originale | 1846 |
| Genere | commento esegetico |
| Sottogenere | esegesi dantesca |
| Lingua originale | italiano |
Chiose Vernon è il nome con cui si indica una raccolta di glosse trecentesche all’"Inferno" della "Divina Commedia", pubblicata a stampa da Lord George Vernon nel 1846 con il titolo "Chiose sopra Dante, testo inedito, ora per la prima volta pubblicato".
In passato le chiose furono attribuite a Jacopo Alighieri o a Giovanni Boccaccio. Gli studi del Novecento le ricondussero invece alla tradizione delle Chiose fiorentine e, per vari nuclei dottrinali e lessicali, a una redazione prossima al commento latino di Graziolo de' Bambaglioli. Da ciò deriva l’uso critico moderno del termine "pseudo-Bambaglioli".
La raccolta appartiene all’ambiente scolastico-didattico delle Chiose fiorentine. L’attribuzione ottocentesca a Jacopo o a Boccaccio fu superata dagli studi novecenteschi, che misero in luce la natura antologica del testo e la sua dipendenza parziale dal commento latino di Bambaglioli.
Le "Chiose Vernon" condividono con le Chiose fiorentine l’impostazione esegetica, il lessico tecnico e le finalità didattiche, distinguendosene tuttavia per la maggiore eterogeneità dei materiali e per la più marcata mediazione pseudo-bambaglioliana. Per questo la critica le considera una redazione parallela e affine, ma non coincidente, del panorama fiorentino trecentesco.
Il manoscritto da cui Vernon trasse le sue "Chiose" non è stato identificato. Le fonti ottocentesche non ne registrano con precisione la provenienza, ma gli studi moderni concordano nel ritenerlo un codice fiorentino trecentesco allora conservato in mano privata e oggi non localizzabile. L’edizione del 1846 costituisce pertanto l’unica testimonianza superstite del testo di quel manoscritto.
L’edizione ottocentesca di Vernon contribuì alla sovrapposizione di materiali differenti della tradizione esegetica fiorentina. Vernon accostò infatti, senza piena distinzione, chiose, volgarizzamenti e commenti latini, considerandoli segmenti di un’unica tradizione esegetica toscana.
Nella stessa cornice, l'editore confrontò codici diversi, compresi i materiali del "Poggiali-Vernon" (Codice Palatino 313), senza esplicitarne la differente natura codicologica. Tale impostazione portò la successiva erudizione a qualificare come “vernoniani” anche altri commenti anonimi, confusione chiarita soltanto dagli studi filologici novecenteschi.
Le "Chiose Vernon" presentano elementi condivisi con la tradizione pseudo-bambaglioliana: definizioni tecniche, nuclei dottrinali e modalità espositive che riflettono una comune matrice scolastica. Tuttavia, non derivano da una redazione diretta del commento latino di Bambaglioli, né da alcuno dei testimoni oggi identificati.
Le "Chiose Vernon" sono distinte dal complesso del "Codice Palatino 313" ("Poggiali-Vernon"), testimone miniato che tramanda una diversa antologia di glosse. La loro identificazione nell’erudizione ottocentesca fu dovuta alla generale confusione tra diverse redazioni fiorentine di commento, poi risolta dagli studi moderni.
Il testo documenta un momento significativo della volgarizzazione esegetica trecentesca: strumenti interpretativi e lessico tecnico passano dal latino al volgare, contribuendo alla formazione della lingua critica che caratterizzerà i commentatori tardomedievali.
Nella voce dell'«Enciclopedia Dantesca» (1970), Francesco Mazzoni descriveva le "Chiose Vernon" come una traduzione trecentesca del commento latino all'«Inferno» di Graziolo de’ Bambaglioli. Tale interpretazione rifletteva lo stato degli studi dell’epoca e la tendenza, allora ancora diffusa, a identificare varie redazioni fiorentine con un unico «volgarizzamento» del commento bambaglioliano.
La filologia successiva ha però chiarito che le "Chiose Vernon" non coincidono con nessuno dei volgarizzamenti antichi (A o B) né dipendono direttamente dal testo latino di Bambaglioli. L’edizione di Lord Vernon pubblicava infatti una raccolta autonoma di chiose fiorentine, caratterizzate da prossimità dottrinale alla tradizione pseudo-bambaglioliana ma prive di un rapporto testuale diretto.
La distinzione fra il commento latino e le sue rielaborazioni volgari fu resa possibile già in età moderna grazie alla scoperta, da parte di Karl Witte, del codice latino conservato nella Biblioteca Colombina di Siviglia. La scoperta, comunicata in una lettera ad Alfred von Reumont, fu confermata e discussa da Carlo Rocca, e costituisce tuttora un passaggio fondamentale nella storia degli studi. Decisiva, nel Novecento, è stata poi la pubblicazione del testo latino da parte di Antonio Fiammazzo, che offrì una base sicura per confrontare il commento originale con le tradizioni volgarizzate e con le diverse raccolte di chiose fiorentine.
Alla luce di questi avanzamenti, l’identificazione proposta da Mazzoni nel 1970 è oggi considerata frutto della più ampia confusione ottocentesca e primo-novecentesca fra commento latino, volgarizzamenti e tradizioni autonome di chiose fiorentine, fra le quali le "Chiose Vernon" occupano un posto distinto.