
La storia della matematica nel subcontinente indiano ripercorre l'evoluzione del pensiero matematico nell'Asia meridionale, dalle prime testimonianze della Civiltà della valle dell'Indo (III millennio a.C.) fino agli sviluppi dell'età moderna. Caratterizzata da una peculiare sintesi tra le necessità pratiche (legate all'urbanistica, all'ingegneria e al commercio) e le speculazioni astratte derivanti dalla ritualità vedica e filosofica, questa tradizione ha prodotto innovazioni che costituiscono le fondamenta della matematica contemporanea.
Il contributo indiano è stato determinante nello sviluppo dell'aritmetica, dell'algebra e della trigonometria. Tra le innovazioni cruciali figurano la definizione dello zero come numero operativo autonomo, i primi studi di logica combinatoria e l'introduzione delle funzioni trigonometriche, in particolare della funzione seno.
In epoca medievale, la matematica indiana raggiunse livelli avanzati di astrazione: la Scuola del Kerala anticipò di diversi secoli elementi fondamentali dell'analisi matematica e del calcolo infinitesimale, come lo studio delle serie infinite, precedentemente attribuiti esclusivamente alla rivoluzione scientifica europea. Tale patrimonio di conoscenze fu progressivamente assimilato dagli studiosi del mondo islamico e, attraverso le traduzioni latine, trasmesso all'Occidente, influenzando in modo decisivo il Rinascimento matematico europeo.


Le prime evidenze di una matematica sofisticata nel subcontinente risalgono alla Civiltà della valle dell'Indo, una cultura urbana che richiedeva un elevato grado di standardizzazione per gestire un territorio particolarmente esteso.
Gli scavi archeologici presso Harappa e Mohenjo-daro hanno portato alla luce un sistema unificato di pesi e misure. Tali ritrovamenti testimoniano un'elevata conoscenza della metrologia e un alto grado di standardizzazione. I pesi in chert (selce) sembrano seguire una progressione estremamente precisa:
In ambito lineare, l'ingegneria dell'Indo raggiunse livelli di precisione notevoli. Il cosiddetto "Pollice dell'Indo", identificato su righelli in avorio e conchiglia (come a Lothal), mostra suddivisioni fino a 1,704 mm, la più piccola unità di misura nota nell'Età del Bronzo. Parallelamente, a Mohenjo-daro è stato rinvenuto un righello costituito da un frammento di conchiglia che mostra una calibrazione estremamente accurata. Le incisioni presentano una divisione media di 6,7056 mm con un margine di errore minimo. La distanza tra i marcatori principali di queste scale (pari a 33,5 mm) è stata definita dagli archeologi "Pollice dell'Indo". L'elevata precisione e la natura delle suddivisioni indicano che la civiltà dell'Indo utilizzava un sistema di misurazione standardizzato basato sulla decimalizzazione.
La geometria era strettamente legata all'ingegneria e all'edilizia. La maggior parte dei mattoni prodotti seguiva un rapporto dimensionale rigoroso di 4:2:1 (lunghezza:larghezza:spessore), proporzione ancora oggi considerata ottimale per il legame strutturale. A partire dalla fase Kot Diji (circa 2600 a.C.), si assiste alla prima produzione di massa di mattoni cotti in fornace con proporzioni standardizzate.
La maggior parte dei mattoni seguiva un rigido rapporto dimensionale 1:2:4 (spessore: larghezza: lunghezza). Le misure standard rilevate variavano da moduli di 7 × 14 × 28 cm (usati per le abitazioni) a moduli di 10 × 20 × 40 cm (destinati alle mura perimetrali della città). Questa proporzione permette incastri in diverse direzioni, garantendo giunzioni angolari strutturalmente solide.
L'applicazione di questa geometria sembrerebbe molto estesa:
Oltre a questi rapporti, siti come Dholavira mostrano una pianificazione basata su multipli integrali di un'unità di 1,9 metri (o dhanus), suggerendo l'uso di standard antropometrici codificati e la capacità di approssimare aree e volumi complessi, inclusi quelli curvilinei (parallelepipedi, coni, cilindri).
Un oggetto a conchiglia con fenditure multiple ritrovato a Lothal ha portato alcuni archeologi a sostenere l'interpretazione secondo cui si tratterebbe di uno strumento per misurare angoli su piani o sull’orizzonte in incrementi di 40° fino a 360°. Taluni sostengono che lo stesso strumento potesse essere usato anche per l’osservazione delle stelle: vale a dire per “misurare la posizione delle stelle” o per orientarsi guardando il cielo. Ad oggi si tratta di un'interpretazione minoritaria, dato che non possediamo testi scritti indus che descrivano esplicitamente come lo strumento fosse usato, né prove dirette che esso sia stato impiegato come un moderno sestante o astrolabio.

Il collasso della Civiltà della Valle dell’Indo intorno al 1500 a.C. determinò per lungo periodo la perdita della scrittura in Asia meridionale, la cui rinascita avvenne con lo sviluppo dell'alfabeto Brahmi, di datazione tuttavia incerta (tra il 600 a.C.e il 1000 a.C.).
L'ascesa della cultura vedica spostò l'attenzione matematica dal commercio alla sfera rituale e filosofica. Già lo Yajur-Veda, composto a partire dal 900 a.C., affrontava per la prima volta il concetto di infinità numerica. In questo contesto culturale, il saggio Yajnavalkya (900-800 a.C. circa) arrivò a calcolare il valore di Pi greco () con due cifre decimali.
I Śulba Sūtra ("Aforismi della corda"), databili tra l'800 a.C. e il 200 d.C., sono manuali geometrici destinati alla costruzione degli altari del fuoco (Agni). Sebbene la precisione geometrica fosse ritenuta indispensabile per l'efficacia del sacrificio, il contenuto matematico di questi testi va oltre la sola costruzione: essi trattano numeri irrazionali, numeri primi, la regola del tre, le radici cubiche e offrono metodi risolutivi per equazioni lineari e quadratiche.
Testi attribuiti a Baudhāyana (c. 800 a.C.), Apastamba, Manava e Katyayana contengono la prima formulazione esplicita del Teorema di Pitagora, fornendone sia l'enunciato che una dimostrazione numerica. Baudhayana enuncia:
I testi determinano algebricamente numerose terne pitagoriche utilizzate per costruire angoli retti, come (3, 4, 5), (5, 12, 13) e (15, 36, 39).
Un problema centrale era la trasformazione di figure geometriche mantenendo invariata l'area (es. un metodo approssimato per la quadratura del cerchio). Queste operazioni portarono a diverse approssimazioni di Pi greco (), tra cui 3,004 e 3,088, che affinarono i primi calcoli di Yajnavalkya.
Di particolare rilievo tecnico è il calcolo della radice quadrata di 2 (), necessaria per determinare la diagonale di un quadrato unitario. La formula sanscrita fornisce un algoritmo infinito che permette di calcolare il valore con estrema precisione:
Il risultato è corretto fino alla quinta cifra decimale, dimostrando una padronanza avanzata delle frazioni continue e delle approssimazioni iterative. I Śulba Sūtra non contengono alcun indizio su come sia stata ricavata quest'approssimazione.
L'astronomia vedica, codificata nel Vedāṅga Jyotiṣa (ca. 400 a.C.), utilizzava la matematica per la calendarizzazione dei rituali (yajña).
Alcuni storici della matematica hanno notato paralleli tra la matematica del periodo vedico tardo e quella babilonese (ad esempio, l'uso di un anno ideale di 360 giorni e il rapporto 3:2 per la variazione della durata del giorno). Tuttavia, non esistono prove definitive di una trasmissione diretta di conoscenze dalla Mesopotamia all'India in epoca vedica antica. Le somiglianze potrebbero essere il risultato di evoluzioni indipendenti o di una comune eredità proto-indoeuropea, sebbene la questione rimanga oggetto di dibattito accademico.
Tra il 500 e il 100 a.C., la matematica indiana subì una trasformazione radicale. Mentre i precedenti Śulba Sūtra vedici si concentravano sulla geometria per la costruzione degli altari, lo studio della grammatica e la filosofia giainista portarono la matematica verso l'astrazione numerica, la teoria dei numeri e la combinatoria. In questo periodo, la disciplina cessò di essere puramente funzionale al rituale sacrificale per divenire uno strumento di indagine cosmologica e filosofica.
L’analisi grammaticale è spesso considerata una delle scienze sanscrite più feconde, nonché tra i principali precursori della logica matematica. Lo studio della linguistica e della prosodia si intrecciava frequentemente con significativi progressi nel pensiero formale e algoritmico, contribuendo allo sviluppo di metodi di analisi rigorosi e sistematici.
Pāṇini e la formalizzazione (IV sec. a.C.)
Al grammatico Pāṇini, è ricondotta la realizzazione dell'Ashtadhyayi ("Otto capitoli"), compilato forse nel quinto o quarto secolo a.C.
Pāṇini, basandosi sulla struttura fonetica tradizionale del sanscrito, presentò un sistema per derivare e analizzare le espressioni sanscrite foneticamente e grammaticalmente valide. Per raggiungere il suo scopo, Pāṇini fa uso di un simbolismo notazionale spesso descritto come un metalinguaggio (linguaggio formale) atto a spiegare il corretto funzionamento degli elementi del sanscrito.
La sua opera include la regola della gradazione vocalica (o apofonia), ovvero una classe di mutamenti fonetici che si avvale della sostituzione di una vocale con un'altra in una parola per indicare un cambiamento nel proprio significato semantico o nella forma grammaticale, come nell'inglese "ring, rang, rung").
Il sūtra recita:
Egli aveva precedentemente definito due classi fonetiche, attribuendo a ciascuna una consonante: una classe per le vocali brevi semplici (o a "grado zero") a, i, u e l'altra per le forme vocaliche brevi ṛ e ḷ delle semivocali, come segue:
La notazione "ik" significa quindi "tutte le vocali brevi a partire dalla i fino alla fine della classe-k, cioè terminanti con ḷ". In altre parole, il sūtra citato significa che i, u, ṛ e ḷ sono le vocali a grado zero che devono essere sostituite con vocali di grado superiore quando altre regole decretano che la sostituzione è necessaria.
Non è chiaro se la grammatica di Pāṇini abbia stimolato il primo sviluppo dell'algebra e dei sistemi numerici in India. Tuttavia, l'Aṣṭādhyāyī rappresenta l'analisi linguistica più sviluppata del suo tempo, nonché, un primo esempio di linguaggio formale, anche se i suoi legami con materie esplicitamente matematiche sono ancora speculativi.
Piṅgala e il sistema binario (III-II sec. a.C.)
Le informazioni riguardanti Piṅgala sono scarse, al punto che non è possibile affermare con certezza se sia vissuto prima, dopo o contemporaneamente a Pāṇini. Nel suo trattato Chandahsutra, Piṅgala studiò la prosodia religiosa mappando le sillabe brevi (laghu ∪) e lunghe (guru —) in un sistema che anticipa il sistema numerico binario.
Per classificare i metri, Piṅgala sviluppò il prastāra, ovvero una tabella o matrice costruita algoritmicamente che contiene tutte le possibili combinazioni di sillabe brevi e lunghe per un metro di lunghezza fissata.
Dato un verso qualsiasi, Piṅgala è in grado di classificarlo attribuendo a ogni posizione una potenza crescente di 2. Nella sua analisi, i laghu fungono da unità di calcolo (valore 1) e i guru come valore nullo (valore 0).
Prendendo come esempio un metro di otto sillabe:
| Sillaba | 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| Simbolo | ∪ | ∪ | — | ∪ | — | ∪ | ∪ | — |
| Valore binario | 1 | 1 | 0 | 1 | 0 | 1 | 1 | 0 |
| Potenza di 2 | 20 | 21 | 22 | 23 | 24 | 25 | 26 | 27 |
| Calcolo | 1 | 2 | 0 | 8 | 0 | 32 | 64 | 0 |
Il valore numerico del metro si ottiene sommando le potenze corrispondenti ai laghu:
Aggiungendo 1 al risultato (poiché il sistema di Piṅgala serve a trovare la posizione d'ordine all'interno del prastāra), si ottiene che questo specifico metro occupa la 108ª posizione nella tabella delle combinazioni.
Sebbene questo risultato fosse confinato alla struttura metrica dei canti religiosi della tradizione vedica o sanscrita, i concetti applicati da Piṅgala dimostrano la conoscenza di un sistema numerico a base 2. Tali intuizioni anticipano di quasi duemila anni la formalizzazione del calcolo binario moderno, completata da Leibniz nel 1697 (pubblicata nel 1703 nell'articolo Explication de l'Arithmétique Binaire).
Per i giainisti, la matematica non era una scienza secolare, ma parte integrante della pratica religiosa. Essa costituiva il Ganita-anuyoga ("indagine sul calcolo"), uno dei quattro anuyoga (soggetti di indagine) prescritti dalle scritture.
Il calcolo era ritenuto necessario per comprendere la complessa Cosmologia giainista, che, differendo da quella indù (postulando ad esempio l'esistenza di due soli e due lune), richiedeva calcoli astronomici e topografici avanzati per definire la natura della sostanza materiale, del tempo e dello spazio.
Il contributo più originale della matematica giainista di questo periodo fu la concettualizzazione dell'infinito, che anticipa le moderne teorie sugli insiemi transfiniti. I testi classificavano i numeri in tre categorie principali:
I giainisti furono i primi a teorizzare diverse varietà di infinito, distinguendo tra "infinito in una direzione", "infinito in due direzioni", "infinito in parziale estensione", "infinito in completa estensione" ed "eternamente infinito". Parallelamente ai grandi numeri (generati tramite operazioni di "moltiplicazione multipla" o elevamento a potenza ricorsivo), la filosofia Jaina sviluppò una logica degli infinitesimi. Nel paradosso del "figlio del sarto" (citato nell'Anuyoga-dvāra), si discute la suddivisione della materia e del tempo in unità sempre più piccole, fino a giungere a concetti atomici indivisibili.
Intorno al III secolo a.C., i testi giainisti codificarono una lista di operazioni matematiche fondamentali, che testimoniano il passaggio dall'aritmetica all'algebra e alla combinatoria. I "dieci tipi di calcolo" includevano:

Il Manoscritto di Bakhshali, scoperto nel 1881 nell'odierno Pakistan, rappresenta un ponte fondamentale verso l'era classica. Scritto in caratteri Sarada su settanta fogli di scorza di betulla, la sua datazione è stata oggetto di dibattito; recenti analisi al radiocarbonio (2017) collocano i frammenti più antichi tra il III e il IV secolo d.C., sebbene lo stile matematico suggerisca interpolazioni fino al X secolo. Oggi è conservato presso la Bodleian Library di Oxford.
A differenza di altri testi indiani successivi (principalmente orientati alle regole), il Bakhshali segue un ordine sistematico:
Il manoscritto approfondisce diversi rami della matematica, spaziando dall'aritmetica (con l'analisi di frazioni, radici quadrate, profitti e perdite, interesse semplice e la regola del tre) all'algebra, che include equazioni lineari, simultanee e quadratiche, oltre a progressioni aritmetiche e geometriche. L'opera si distingue per essere la prima testimonianza documentata di equazioni indeterminate nella matematica indiana e comprende, inoltre, svariati problemi di geometria applicata alla misurazione.
Il manoscritto è celebre per l'uso del shunya-bindu (un punto solido) per rappresentare lo zero. A differenza di un semplice segnaposto, nel testo lo zero inizia ad assumere funzioni operative. Il manoscritto contiene inoltre un metodo iterativo per approssimare le radici quadrate di numeri non quadrati con grande precisione, che rappresenta un'espansione dei metodi presenti nei Sulba sutras. Il sutra numero 18 recita:
In formula simbolica:
dove è il quadrato perfetto più vicino ad e vale l'identità: .
Tale formula è impiegata nel manoscritto originale per calcolare la radice quadrata di come il cui risultato è corretto fino a quattro cifre decimali. Sebbene sia stata scritta in India in un manoscritto risalente (probabilmente) al III o IV secolo d.C., questa formula fornisce un'approssimazione particolarmente precisa, equivalente all'applicazione per ben due volte del moderno metodo di Newton-Raphson, scoperto in Europa nel 1600. La formula è, di fatti, una versione più veloce del metodo babilonese , che sfrutta la media tra i lati di un rettangolo per avvicinarsi indefinitivamente alla radice quadrata di un numero qualsiasi.

Nonostante il sistema decimale posizionale di origine indiana (oggi definito 'indo-arabo') sia il frutto di secoli di evoluzione, i suoi presupposti emersero già nel III secolo a.C. I numerali Brahmi e la scrittura Kharosthi, utilizzavano ancora sistemi di tipo additivo e moltiplicativo. Tuttavia, il concetto di valore posizionale iniziò la sua diffusione in India nei primi secoli dell'era cristiana, come dimostrano le testimonianze scritte relative all'uso di "fosse di conteggio" già nel I secolo d.C. L'invenzione del sistema dei "Numeri-Oggetto" (Bhūta-saṅkhyā), documentato nel III secolo d.C., allo scopo di inserire dati numerici nei trattati in versi, si basava sull'uso di parole associate ai numeri (come "fuoco" per il 3) la cui lettura seguiva un rigido ordine posizionale. Parallelamente, si svilupparono sistemi alfabetici come il Katapayadi per la memorizzazione mnemonica di lunghi dati astronomici. Le prime prove fisiche di un sistema decimale posizionale maturo compaiono infine in epigrafi della metà del primo millennio, tra cui una lastra di rame del Gujarat (595 d.C.) e alcune iscrizioni nel sud-est asiatico (683 d.C.). Il completamento definitivo del sistema a base 10 si otterrà solo dopo l'invenzione dello zero. Nato originariamente come concetto filosofico e spirituale di "vuoto" (shunya), fu inizialmente rappresentato con un punto (come si evince, ad esempio, nello stesso manoscritto di Bakhshali) e poi con un cerchio. Per il suo passaggio da spaziatore vuoto a vera e propria entità matematica, ad opera dell'astronomo Brahmagupta, si deve però attendere il VII secolo d.C.; egli ne definì le regole per le operazioni aritmetiche, teoria poi completata nel XII secolo da Bhāskara. L’unione delle nove cifre con lo zero ha dato origine a ciò che è forse il contributo indiano più fondamentale alla civiltà globale.

Questo periodo vede la fioritura dell'astronomia matematica (Siddhanta) e la formalizzazione dell'algebra e della trigonometria.
L'India ha una delle più antiche tradizioni legate allo studio e alla creazione dei quadrati magici, spesso adoperati al pari di amuleti o talismani, incisi nel metallo o indossati, per portare fortuna e protezione agli ammalati.
Il più antico quadrato magico databile in India appare nell'opera enciclopedica sulla divinazione di Varāhamihira, la Bṛhatsaṃhitā (550 d.C.). Egli utilizzò un quadrato magico modificato di ordine quattro per prescrivere combinazioni e quantità di ingredienti per profumi. Il quadrato era composto da due serie di numeri naturali da 1 a 8 arrangiate in una configurazione il cui numero magico () risulta essere .
Esso è inoltre un quadrato magico pandiagonale, poiché non soltanto la somma lungo ciascuna delle due diagonali principali è costante, ma anche quella di tutte le diagonali “spezzate” è uguale a quella costante. Il successivo commentario di Utpala (967 d.C.), include invece molti altri quadrati che hanno la stessa somma.
Varāhamihira chiamò il suo quadrato kacchapuṭa (carapace di una tartaruga), il che richiama alla mente il titolo di un libro sulla magia, Kakṣapuṭa (data sconosciuta), che riporta un metodo per costruire quadrati magici di ordine quattro data una somma costante, oltre a un quadrato con somma 100, attribuito a Nāgārjuna.

Aryabhata I (476 d.C.) è noto soprattutto per aver scritto nel 499 d.C. un importante saggio denominato Aryabhatiya: il primo dei principali testi astronomici giunti a noi integralmente, capace di integrare i metodi matematici e astronomici con componenti ellenistiche ed elementi indigeni. Egli introdusse un cambiamento significativo nella trigonometria sostituendo l'uso delle corde greche con le "mezze corde" (ardha-jya), ovvero il moderno seno. L'opera include inoltre una delle prime formulazioni della regola del tre. Aryabhata riporta di aver portato a compimento la sua opera all'età di 23 anni. Il testo, seppur di breve estensione, rappresenta una sistematizzazione di risultati già noti e probabilmente contenuti in antichi trattati indiani (i Siddhanta). Tuttavia, divenne un testo di riferimento nei secoli successivi. Fu in grado di approssimare il valore di pi greco a 4 cifre decimali () e diede una delle regole generali corrette per il calcolo della somma dei primi numeri naturali, dei loro quadrati e dei loro cubi.
Tra i suoi contributi principali spicca la realizzazione della prima tavola dei seni. Il sistema di suddividere il cerchio in 360 parti, nato in Mesopotamia, influenzò l'astronomia ellenistica e giunse in India attraverso le rotte commerciali romane, venendo assimilato nei Siddhanta. Quando Aryabhata realizzò la sua tavola dei seni, adottò questa stessa notazione. Sapendo che una circonferenza è divisibile in (dove un grado corrisponde a , ossia 60 minuti), ricavò la lunghezza di una circonferenza in minuti come . Poiché i seni indiani rappresentavano le semicorde sottese all'angolo (e non il moderno rapporto trigonometrico adimensionale), i loro valori variavano in base alla lunghezza del raggio scelto. Per semplificare i calcoli algebrici, Aryabhata scelse di utilizzare una circonferenza con un raggio di , ricavato approssimando la frazione (formula inversa del perimetro di circonferenza) con il suo valore di pi (). Questa scelta risulta matematicamente vantaggiosa, poiché mette in corrispondenza 1 minuto d'arco sulla circonferenza con circa 1 unità di raggio. Successivamente, divise un settore circolare corrispondente a un angolo retto in ventiquattro parti equivalenti, ottenendo 24 angoli da . Con questa configurazione, i seni di archi molto piccoli sono quasi uguali agli archi stessi. Ad esempio, nella sua tabella, il seno del valore più piccolo () è esattamente uguale a .
| Angolo θ | Aryabhata | calcolato | Valore moderno di |
|---|---|---|---|
| 3°45' | 225' | 0,06545 | 0,06540 |
| 7°30' | 449' | 0,13060 | 0,13053 |
| 11°15' | 671' | 0,19517 | 0,19509 |
| 15° | 890' | 0,25962 | 0,25882 |
| 18°45' | 1105' | 0,32141 | 0,32143 |
| 22°30' | 1315' | 0,38249 | 0,38268 |
| 26°15' | 1520' | 0,44212 | 0,44229 |
| 30° | 1719' | 0,50000 | 0,50000 |
| 33°45' | 1910' | 0,55556 | 0,55556 |
| 37°30' | 2093' | 0,60878 | 0,60876 |
| 41°15' | 2267' | 0,65910 | 0,65935 |
| 45° | 2431' | 0,70710 | 0,70711 |
| 48°45' | 2585' | 0,75189 | 0,75184 |
| 52°30' | 2728' | 0,79348 | 0,79335 |
| 56°15' | 2859' | 0,83159 | 0,83147 |
| 60° | 2978' | 0,86620 | 0,86602 |
| 63°45' | 3084' | 0,89703 | 0,89687 |
| 67°30' | 3177' | 0,92408 | 0,92388 |
| 71°15' | 3256' | 0,94706 | 0,94693 |
| 75° | 3321' | 0,96597 | 0,96593 |
| 78°45' | 3372' | 0,98080 | 0,98079 |
| 82°30' | 3409' | 0,99156 | 0,99144 |
| 86°15' | 3431' | 0,99796 | 0,99786 |
| 90° | 3438' | 1,00000 | 1,00000 |
(Gheverghese, p. 398)
Oltre a questi contributi, egli fornì regole per la somma di varie progressioni aritmetiche e geometriche.
Anche se recenti studi hanno ridimensionato il ruolo di Aryabhata come matematico, la sua influenza storica è stata tale che il suo nome fu dato al primo satellite artificiale indiano mai costruito (lanciato il 19 aprile 1975).
Nel VII secolo, Brahmagupta scrisse il Brahmasphutasiddhanta (628 d.C.), in cui trattò lo zero come un numero a tutti gli effetti, fornendo le regole per le operazioni aritmetiche con numeri positivi (fortuna), negativi (debito) e lo zero. Sebbene la sua trattazione della divisione per zero fosse imperfetta (sosteneva che ), le sue regole sui segni ("il prodotto di due debiti è una fortuna") furono rivoluzionarie. Scoprì inoltre l'identità per la composizione delle soluzioni dell'equazione , oggi universalmente nota come equazione di Pell.
Mahavira, membro della scuola matematica di Mysore, nell'India meridionale, è stato il più noto matematico indiano del IX secolo. È probabile che conoscesse le opere di Aryabhata e Brahmagupta, tuttavia, a differenza dei suoi predecessori, egli non era un astronomo bensì un matematico puro. Nella sua opera compaiono un esame dettagliato delle operazioni con frazioni, alcuni metodi ingegnosi per scomporre interi e frazioni in frazioni unitarie (argomento di utilità pratica per gli antichi Egizi), l'enunciazione di regole generali per le operazioni con lo zero e con quantità positive e negative. Incluse inoltre un'estensione e una sistematizzazione teorica delle permutazioni e combinazioni (con la formula ), applicate a combinazioni di sapori, di diverse pietre preziose che compongono una collana e di diversi fiori contenuti in una ghirlanda. Soluzioni di diversi tipi di equazioni di secondo grado (quadratiche), nonché un'estensione del lavoro dei suoi predecessori sulle equazioni indeterminate. Lavori geometrici sui triangoli rettangoli i cui lati sono razionali e alcuni tentativi infruttuosi di derivare formule per l'area e il perimetro dell'ellisse.
La sua opera rappresenta sia il culmine del lavoro jaina nella matematica (è l'unico trattato esteso in nostro possesso) sia un avanzamento e una sintesi delle opere dei suoi predecessori (come Aryabhata, Bhaskara I e Brahmagupta).
Bhaskara II (o Bhaskaracharya) è noto a noi per tre sue opere: Lilavati, Bijaganita e Siddhanta-siromani. Egli proveniva da una lunga stirpe di studiosi di corte e i suoi manoscritti furono copiati e commentati fino all'inizio del XIX secolo.
Il Lilavati (letteralmente "la bella" o "la giocosa") testimonia il lavoro di Bhaskara sulle operazioni fondamentali, le regole del tre, del cinque, del sette, del nove e dell’undici, sui suoi studi sulle permutazioni e combinazioni, e sulle sue regole per le operazioni con lo zero. Nel 1587 lo studioso di corte Fyzi tradusse il Lilavati in persiano, includendo la leggenda secondo cui Lilavati fosse il nome della figlia di Bhaskaracharya. Egli, calcolato il momento propizio per il matrimonio della figlia, avrebbe posto una coppa forata in un recipiente pieno d’acqua, in modo che affondasse esattamente all’ora stabilita. Lilavati, tuttavia, si sarebbe chinata sul vaso e una perla del suo vestito, cadendo, ne avrebbe ostruito il foro. L’ora fortunata passò senza che la coppa affondasse e il padre, per consolare la figlia, le avrebbe dedicato il manuale di matematica.
L'opera elenca le otto operazioni su interi, frazioni e zero: addizione, sottrazione, moltiplicazione, divisione, quadrato, radice quadrata, cubo e radice cubica. Include inoltre le regole per la semplificazione di frazioni. Le regole sulle operazioni con zero includono le quatità divise per zero (dette khacheda):
L’opera presenta una vasta raccolta di problemi risolti, strutturati come un dialogo diretto in cui l’autore pone quesiti matematici a un interlocutore immaginario. Il testo spazia dai concetti economici (quali il calcolo degli interessi, la gestione degli investimenti e la caratura dell'oro) alle progressioni aritmetiche e geometriche, includendo le formule per la somma dei primi numeri interi, dei loro quadrati e dei loro cubi. La sezione dedicata alla geometria si apre con il teorema di Pitagora e introduce l’innovativo concetto di 'segmento di base negativo' per i casi in cui l’altezza cade esternamente al triangolo, oltre all'analisi geometrica di cerchi, sfere e corde. L'autore muove inoltre una critica ai suoi predecessori circa il calcolo dell'area dei quadrilateri, sottolineando come questa resti indeterminata se non si conoscono le diagonali (formula di Erone).
Il Bijaganita contiene problemi sulla determinazione di incognite, la valutazione di radicali (ossia radici quadrate che non possono essere ridotte a numeri interi) e la risoluzione di equazioni semplici e quadratiche, oltre ad alcune regole generali riguardo la soluzione di equazioni indeterminate di secondo grado e di equazioni di terzo e quarto grado. Il suo metodo risolutivo (algoritmo ciclico) per le equazioni indeterminate della forma fu riscoperto in Occidente da William Brouncker nel 1657.
L'opera è divisa come segue:
| Sezione | Tematiche |
|---|---|
| Sezione 1 | Le sei operazioni sulle quantità positive e negative (). |
| Sezione 2 | Le sei operazioni con lo zero. |
| Sezione 3 | Le sei operazioni con le incognite (quantità incognite ed equazioni). |
| Sezione 4 | Le sei operazioni con le karaṇīs (o radicali). |
| Sezione 5 | Il polverizzatore (regole di Bhāskara sulle equazioni indeterminate lineari). |
| Sezione 6 | Natura del quadrato (equazioni indeterminate di secondo grado). |
| Sezione 7 | Metodo ciclico (per i problemi sulla natura del quadrato). |
| Sezione 8 | Equazioni in un'incognita. |
| Sezione 9 | Eliminazione del medio (equazioni di secondo grado). |
| Sezione 10 | Equazioni in più di un'incognita. |
| Sezione 11 | Eliminazione del medio con più di un'incognita. |
| Sezione 12 | Prodotti di incognite. |
| Sezione 13 | Conclusione |
Composto quando Bhāskara aveva 36 anni, rappresenta uno dei testi di astronomia più importanti del periodo. Il trattato estremamente vasto nella sua interezza è diviso in due sezioni: la prima, concernente i calcoli planetari (gaṇita), presenta algoritmi computazionali standard per il calcolo dei moti medi, i moti veri, le "Tre Questioni", le eclissi lunari e solari e altri fenomeni. La seconda, riguardante la sfera (gola), contiene capitoli di geometria sferica o manipolazione di sfere. In questo ambito, l'autore fa sfoggio delle proprie conoscenze trigonometriche relative allo studio degli astri, criticando e perfezionando quanto derivato in precedenza dall'astronomo Lalla e altri predecessori.

La narrazione tradizionale vuole che lo sviluppo del calcolo infinitesimale discenda direttamente dalla matematica greca, trovando il suo culmine nel metodo di esaustione elaborato da Eudosso di Cnido (408–355 a.C.) e successivamente perfezionato da Archimede. Secondo questa visione, queste conoscenze sarebbero rimaste dimenticate per secoli, fino alla loro reintroduzione in Europa nel corso del Cinquecento.
È oggi tuttavia ampiamente riconosciuto come, contrariamente a una visione eurocentrica della storia, alcune delle idee alla base dell'analisi (in particolare lo sviluppo in serie infinite di funzioni come il seno, il coseno e l'arcotangente) abbiano trovato origine nell'India meridionale, nella regione del Kerala, nel secondo secolo.
La fioritura in questa regione della Scuola del Kerala di astronomia e matematica è testimoniata da sei manoscritti che ci sono pervenuti:
In ciascuno di questi testi, è specificato che i concetti principali derivino dai lavori del matematico Madhava di Sangamagrama (c. 1340–1425), fondatore della scuola stessa e scopritore di alcune serie infinite per funzioni circolari e trigonometriche, tra cui figurano quelle in futuro conosciute come la serie di Gregory per l'arcotangente, la serie di Leibnitz per pi e la serie di potenze di Newton per seno e coseno.
Madhava di Sangamagrama e i suoi successori della Scuola del Kerala (in particolare Jyesthadeva nel trattato Yuktibhasa e i commentatori del Kriyakramakari) derivarono le espansioni in serie di potenze per le funzioni trigonometriche seno, coseno e arcotangente circa tre secoli prima di James Gregory e Gottfried Leibniz.
La serie per l'arcotangente, oggi nota come serie di Madhava-Gregory, è espressa nel testo indiano mediante una regola iterativa. Tradotta in notazione moderna, la regola afferma che l'arco (dove ) di un cerchio di raggio è dato da:
che equivale alla celebre formula:
I matematici del Kerala avevano compreso l'importanza della convergenza della serie. Il testo della Yuktibhasa specifica infatti che si deve utilizzare il valore minore tra il seno e il coseno dell'arco (ovvero ), altrimenti i termini della serie "non tenderebbero a una grandezza evanescente" (ovvero, la serie non convergerebbe). Questa condizione garantisce che nella serie sia compreso nell'intervallo .
Dalla serie dell'arcotangente derivano importanti serie per il calcolo di :
Ponendo (da cui ), si ottiene la serie di Leibnitz:
Già nota nei testi indiani come "espansione della circonferenza" () rispetto al diametro ():
Poiché la serie sopra citata converge molto lentamente, Madhava utilizzò varianti più efficienti. Utilizzando (ovvero ), calcolò il valore di corretto fino alla 13ª cifra decimale.
Tra il XVII e il XVIII secolo, in seguito agli ultimi contributi originali della scuola di astronomia e matematica del Kerala, che gli storici suggeriscono si sia conclusa con il lavoro di Melpathur Narayana Bhattathiri (1559–1632), i principali contributi in trigonometria si rintracciano nell'opera Karaṇapaddhati di Putumana So mayaji, il quale perfezionò il lavoro dei suoi predecessori nel calcolo di .
Achyuta Pisharati (c. 1550–1621), allievo di Jyesthadeva, fu uno studioso eclettico capace di influenzare i campi della matematica, della letteratura e della medicina. I suoi lavori Sphuta-nirnaya e Raasi-gola-sphuta-neeti (La Regola della Sfera Zodiacale) si concentrarono sulla "riduzione all'eclittica", finalizzata al calcolo di un fattore correttivo delle stime astronomiche basato sulla trigonometria sferica (all'incirca nello stesso periodo in cui lo fece Tycho Brahe nell'astronomia occidentale).. Egli ricavò inoltre la formula del rapporto differenziale tra le funzioni di coseno.
Di Putumana So mayaji (nato a Trisivapur, nel Malabar) non sappiamo molto. Sembra che abbia scritto diverse opere, non solo di astronomia, ma anche di astrologia. Purtroppo, a parte il Karaṇapaddhati (Manuale degli Algoritmi), nessun'altra delle sue opere è stata pubblicata, a eccezione del famosissimo trattato di astrologia Jātakādeśamārga. Il Karaṇapaddhati, redatto nel 1732, fu di grande influenza per la diffusione della matematica e dell'astronomia del Kerala, a quasi duecento anni di distanza dallo Yuktibhasa di Jysthadeva. Questo testo è unico nel suo genere: esso non illustra direttamente delle formule o scoperte matematiche, al contrario consiste in una guida e un trattato sistematico sui metodi di derivazione di tali risultati. Gli algoritmi vengono descritti in forma poetica, attraverso il sistema numerico Katapayadi.
Il testo riveste un ruolo molto rilevante dal punto di vista storiografico: esso testimonia come i matematici indiani derivassero formule estremamente precise attraverso tre fasi successive:
In un processo empirico e matematico del tutto privo di conoscenze fisiche moderne (come quelle di Newton).
Egli era solito firmare le sue opere con la seguente frase:
Il sesto capitolo del Karanapaddhati (La relazione tra circonferenza e diametro e il calcolo dei seni) contiene esplicite espansioni in versi per il e per le funzioni trigonometriche.. A fare la sua ricomparsa tra queste vi è la classica enunciazione della serie di Leibnitz (per il calcolo di una circonferenza partendo dal diametro) per , già nota ed enunciata da Madhava della Scuola del Kerala..
Un contributo molto più originale risiede nella "serie di Putumana So mayaji", anch'essa finalizzata al calcolo della circonferenza dal diametro. Si tratta di una serie totalmente nuova nello studio dell'analisi indiana del periodo.
La poesia recita:
Corrispondenti a:
Questa serie si può riscrivere come:
La scuola del Kerala sviluppò tecniche matematiche per "trasformare" la serie originaria aggiungendo termini di correzione per accelerarne la convergenza. Tuttavia, la formula ricavata da Putumana è estremamente più veloce (ha una velocità di convergenza superiore) rispetto a entrambe le versioni classiche. Con soli 10 termini egli è in grado di raggiungere una precisione che la serie di Madhava non raggiunge nemmeno a 50. Arrivata a 50 termini, l'errore si avvicina a .
Dettaglia inoltre le serie per le funzioni seno e coseno:
Queste vengono descritte nella stessa poesia di pochi versi:
Da notare il riferimento al fatto che, la serie del seno possa essere impiegata per calcolare 24 seni di un quadrante circolare, che rappresenta un diretto riferimento alla tabella dei seni sviluppata dall'astronomo Aryabhata I.
Una questione che accende un gran numero di dibattiti nella comunità degli storici e dei matematici è se la scoperta di determinate leggi matematiche in India sia stata trasmessa in Europa, o se i diversi popoli abbiano sviluppato gli stessi concetti in modo indipendente. Oggi sappiamo mediante prove dirette che la trasmissione di parte della matematica e dell'astronomia indiana o greca verso l'Europa sia effettivamente avvenuta. L'astronomia indiana fu trasmessa verso ovest a Baghdad, grazie a una traduzione in arabo dei Siddhanta intorno al 760, e in Spagna, attraverso una traduzione in latino della stessa opera nel 1126. Esistono inoltre prove documentali di matematica e astronomia indiana importate in Cina, Thailandia, Indonesia e altre regioni del sud-est asiatico a partire dal VII secolo. Benché non sia sempre facile stabilire se formule corrette siano state tramandate, risulta più probabile che sia avvenuta una trasmissione di conoscenze nel caso in cui si noti la comparsa di medesime formule errate o approssimative in più paesi. Tuttavia, questo approccio metodologico non è stato storicamente applicato in modo equo: mentre per le scoperte europee gli studiosi si sono mostrati positivi all'idea di influenze da Ovest a Est (come nel caso di Van der Waerden e Neugebauer, sostenitori della tesi secondo cui i Siddhanta si basano su conoscenze greche), trattando questo quasi come un fatto certo, la stessa disponibilità non è mai stata dimostrata nel caso di possibili influenze in senso opposto (da Est a Ovest). Secondo George Gheverghese, questo doppio standard avrebbe alimentato secoli di pensiero eurocentrico. Nell'Europa del Rinascimento i matematici tendevano a celare le fonti da cui erano originate le loro idee. Marin Mersenne tenne una fitta corrispondenza con Descartes, Pascal, Fermat e Roberval, da cui si evincono tracce di contributi di Goa e Cochin oltre che una conoscenza dei bramini degli "Indicos" e di orientalisti come Erpen (si fa menzione della sua collezione di manoscritti in arabo, siriaco, persiano e lingue indiane). George Gheverghese ha pertanto congetturato che tra il 1560 e il 1650 la conoscenza delle tecniche matematiche, astronomiche e calendariali indiane si sia accumulata a Roma e si sia diffusa nelle vicine università italiane come Padova e Pisa, e in regioni più ampie attraverso Cavalieri e Galileo, e tramite visitatori a Padova come James Gregory. Quest'ipotesi tuttavia non si basa su prove certe, ma indiziarie, e ancora oggi non è chiaro in che modi o quantità il bagaglio culturale indiano si sia effettivamente diffuso in Occidente.
IX secolo: Al-Khwarizmi sistematizzò l'aritmetica indiana nel suo Algoritmi de numero Indorum, introducendo il termine "algoritmo" e diffondendo le cifre indiane.
La tradizione matematica indiana ha continuato a influenzare il mondo moderno attraverso figure come Srinivasa Ramanujan (1887-1920), le cui intuizioni sulle funzioni theta, le serie infinite e la teoria dei numeri continuano a essere oggetto di studio per le loro applicazioni nella fisica teorica (buchi neri) e nella matematica pura. Nel XXI secolo, matematici come Manjul Bhargava (Medaglia Fields 2014) portano avanti questa eredità nel campo della teoria dei numeri.
