
Il nazi-maoismo fu una corrente politico-ideologica sviluppatasi in Italia tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta all'interno di alcuni ambienti dell'estrema destra extraparlamentare. La corrente tentò di coniugare elementi del fascismo rivoluzionario e del nazionalsocialismo con aspetti del maoismo, del terzomondismo e dell'antimperialismo, proponendo una sintesi che intendeva superare la tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra in nome di una comune lotta contro il sistema liberal-capitalista e la società borghese.
A livello organizzativo, la corrente trovò espressione in sigle come l'Organizzazione Lotta di Popolo e, a Padova, nel Fronte Popolare Rivoluzionario, rendendosi celebre nelle piazze per l'utilizzo di slogan ibridi e d'impatto come "Hitler e Mao uniti nella lotta" o "Né Cristo, né Marx, viva Mao". Sebbene rimasto un fenomeno minoritario e spesso osteggiato dai leader storici dell'estremismo di destra (Stefano Delle Chiaie, ad esempio, respinse l'etichetta bollandola come una mera "suggestione estetica"), il nazi-maoismo esercitò una significativa influenza sul dibattito interno alla destra radicale italiana. Esso contribuì profondamente alla diffusione di tematiche quali il terzaforzismo, il sostegno ai movimenti di liberazione nazionale (inclusi i vietcong asiatici e i guerriglieri palestinesi contro il sionismo) e la critica congiunta agli imperialismi statunitense e sovietico, ponendo le basi per l'ideologia di futuri movimenti giovanili come Terza Posizione.

L'elaborazione teorica del nazi-maoismo è strettamente associata alla figura dell'editore e militante Franco Giorgio Freda, autore nel 1969 del saggio La disintegrazione del sistema. In quest'opera Freda sviluppò una critica radicale al capitalismo, alla democrazia parlamentare e alla società borghese, prendendo le distanze sia dal conservatorismo della destra tradizionale sia dall'anticomunismo che caratterizzava gran parte del neofascismo italiano.
Allargando il suo orizzonte alla lotta nazionale in stile Mao Zedong (Guerra popolare e Rivoluzione culturale) e ai movimenti di decolonizzazione, Freda teorizzò una spregiudicata alleanza tattica con l'estrema sinistra e con i popoli oppressi per creare un "fronte unito" in grado di disintegrare il sistema borghese e capitalista. Egli provava infatti un'affinità elettiva e strategica molto più forte per il popolo guerriero del Nord Vietnam, per i guerriglieri latino-americani e per i terroristi palestinesi rispetto al mondo occidentale borghese, ammirandone la prassi rivoluzionaria, militare e la strenua lotta antimperialista.
Pur non aderendo al marxismo come dottrina filosofica, Freda individuava nella Repubblica Popolare Cinese di Mao Zedong un modello di disciplina collettiva, mobilitazione politica e organizzazione totalitaria contrapposto all'individualismo e al materialismo consumistico dell'Occidente. La sua ammirazione per il maoismo derivava quindi soprattutto dalla sua interpretazione del regime cinese come espressione di una visione del mondo "spartana", uno Stato rivoluzionario e comunitario in cui trionfava l'ordine totalitario e la figura del "soldato politico" povero ma potente. Questo "spirito spartano" doveva tradursi in un radicale rifiuto del benessere materiale (simboleggiato da comodità come la lavatrice o il frigorifero) a favore di un'ascesi politica e militante animata da uomini decisi a "sproletarizzarsi e sborghesizzarsi".
Sul piano politico ed economico, nell'opera La disintegrazione del sistema (1969), Franco Freda teorizzò l'edificazione di uno "Stato popolare", un modello radicale caratterizzato dall'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, mantenendo esclusivamente la proprietà dei beni di consumo individuali. L'amministrazione delle imprese industriali e agricole sarebbe stata sottratta alla borghesia e affidata in maniera diretta a consigli operai, i "Comitati di gestione", coordinati da "Commissari aziendali" e "Commissari del comprensorio". Tali entità sarebbero state inquadrate territorialmente da Praesidium regionali, dipendenti al vertice da un "Praesidium politico di Stato" presieduto da un Reggente. La politica economica di questo Stato avrebbe capovolto diametralmente la logica del mercato capitalistico, all'interno del quale è la produzione esasperata ed espansionistica a suscitare artificialmente il consumo. Freda teorizzò invece la rigorosa "programmazione dei consumi" in posizione di assoluta preminenza rispetto alle necessità della produzione. In ambito finanziario, il progetto frediano prevedeva l'eliminazione totale del pluralismo bancario a favore di un'unica Banca di Stato, privata di qualsiasi funzione creditizia e incaricata unicamente di emettere moneta, il cui potere d'acquisto sarebbe stato garantito solo dalla reale ricchezza economica della Nazione. Questa dottrina radicalizzava in ottica anticapitalista alcune delle tendenze storiche vissute dai regimi nazifascisti negli anni Trenta, epurandole da quelli che Freda considerava vili compromessi con la borghesia. Da un lato, il modello esasperava l'impianto dirigista e statalista adottato dall'Italia fascista che, per fronteggiare la crisi del 1929 e sovvenzionare l'autarchia, aveva assunto uno stretto controllo del credito: il regime mussoliniano arrivò di fatto a "statalizzare" indirettamente il sistema varando istituti come l'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) per inglobare le tre maggiori banche miste (Comit, Credito Italiano, Banco di Roma), mentre con la riforma bancaria del 1936 (R.D.L. n. 375/1936) rese la Banca d'Italia un istituto di diritto pubblico al vertice del sistema creditizio. Dall'altro lato, il violento ostracismo verso la finanza e il signoraggio delle "plutocrazie" internazionali riecheggiava le istanze della sinistra del nazionalsocialismo tedesco e del movimento "nazional-bolscevico" (rappresentato storicamente dal Fronte Nero di Otto Strasser), che già negli anni Venti propugnava l'esproprio dei grandi fondi, la nazionalizzazione dei monopoli e la rottura del "sistema della sopraffazione del denaro sul lavoro".
Per consolidare organicamente il sistema, l'intero assetto civile e repressivo veniva riprogettato: le tradizionali forze armate (esercito, polizia, carabinieri, eccetera) avrebbero lasciato il posto a una "Milizia popolare" interamente volontaria e rigidamente selezionata. Il compito di questa Milizia sarebbe stato duplice: stroncare all'interno ogni risorgere di tendenzialità borghesi e operare attivamente all'esterno in collaborazione con i movimenti rivoluzionari. Anche l'istruzione e l'ordinamento giuridico avrebbero subìto mutamenti profondi: ripudiando le basi umanistiche, la scuola sarebbe stata abbattuta per divenire nudo avviamento al lavoro (privo di titoli accademici), mentre la "Giustizia popolare" avrebbe punito in unico grado di giudizio ogni delitto contro lo Stato prevedendo i lavori forzati o la pena di morte. Infine, in ambito di relazioni internazionali, lo Stato avrebbe receduto dal Patto Atlantico e rescisso i vincoli con le strutture del neocapitalismo (come la nascente Comunità Europea) per stringere alleanze con i Paesi anticapitalisti e supportare militarmente la lotta contro l'imperialismo e i blocchi di potenza mondiali (USA e URSS), attuando sul piano mondiale quel "fronte unito" con l'estrema sinistra e con il terzo mondo utile a spezzare definitivamente l'egemonia borghese.

Il pensiero di Freda si sviluppò inizialmente all'interno della tradizione evoliana. Le sue prime elaborazioni furono infatti profondamente influenzate dalle opere di Julius Evola, in particolare da Cavalcare la tigre (1961), nel quale il filosofo tradizionalista proponeva un atteggiamento di distacco spirituale (apolitia) nei confronti della decadenza della modernità e della società mercantile. A questa matrice si univa la profonda suggestione della filosofia di Friedrich Nietzsche, da cui Freda trasse l'ispirazione per superare il nichilismo borghese attraverso l'affermazione di una volontà di potenza e l'attesa di una ristretta casta superiore, spiritualmente ed eticamente temprata, destinata a possedere il comando. Freda reinterpretò tuttavia radicalmente questa impostazione, mutandone l'approccio da difensivo ad offensivo. Se Evola invitava l'individuo tradizionale a sopravvivere interiormente alla decadenza del mondo moderno senza identificarsi o sporcarsi con esso, Freda tradusse l'apolitia in una spietata prassi eversiva. Egli sostenne la necessità di una violenta azione rivoluzionaria finalizzata non alla semplice attesa, ma alla "disintegrazione" totale e immediata del sistema borghese capitalista. In questa radicalizzazione dell'agire politico, l'ideologia frediana presentava evidenti correlazioni con l'etica originaria del fascismo intransigente e, in particolare, con i postulati della Scuola di mistica fascista. Come i mistici degli anni Trenta, Freda provava un disprezzo viscerale per lo spirito borghese, identificato nella "vita comoda", nel carrierismo, nell'edonismo e nel compromesso; in netta contrapposizione, egli propugnava la figura dell'"asceta della politica", un militante chiamato a "sproletarizzarsi e sborghesizzarsi" per dedicarsi a un'esistenza di assoluto sacrificio, disciplina ed eroismo al servizio del "vero Stato", riprendendo così il concetto fascista della vita intesa come continua milizia e missione. Questa evoluzione teorica condusse alla formulazione di quello che lo stesso Freda definì un "comunismo aristocratico", concepito come sintesi ideale fra la Repubblica di Platone, l'ordine gerarchico del Terzo Reich e il modello rivoluzionario della Cina maoista. Dalla Germania nazista (attraverso la rilettura che ne facevano gli ambienti evoliani), Freda mutuava il mito prussiano dello Stato-Ordine, esaltando la struttura marziale e aristocratica delle SS, intesa come un'élite di "soldati politici" contrapposta all'egualitarismo plebeo e massificante.
Parallelamente, pur respingendo il marxismo come dottrina economica, egli guardava con immensa ammirazione alla Cina di Mao Zedong e ai movimenti di liberazione del Terzo Mondo. In questi "popoli in lotta" - dal popolo guerriero del Nord-Vietnam ai guerriglieri latinoamericani fino ai terroristi palestinesi - Freda vedeva incarnato uno "spirito spartano", un ritmo organico di fedeltà e una volontaria disciplina collettiva considerati infinitamente superiori all'incompostezza individualistica e alle oligarchie mercantili dell'Occidente. Su queste basi, teorizzò un'inedita alleanza tattica militare con l'estrema sinistra e con le forze anti-imperialiste internazionali, pur di sferrare il colpo decisivo al sistema liberal-capitalista globale. La reinterpretazione frediana e le sue derive filocomuniste e terzomondiste non furono condivise da Evola, che prese nettamente le distanze da tale elaborazione. Freda riconobbe apertamente la divergenza con il filosofo, sostenendo tuttavia in modo polemico che fosse di gran lunga più importante mantenere fedeltà allo spirito eversivo e rivoluzionario delle idee (a ciò che l'opera in sé "intende e sottende"), piuttosto che mostrare una sterile devozione e riverenza verso l'autorità dell'autore. Un atteggiamento, quest'ultimo, che secondo l'editore padovano mascherava soltanto l'inquietudine, la codardia e la paura di agire da parte di coloro che definiva ironicamente i membri della "congrega dei testimoni di J. Evola".

Sul piano internazionale il nazi-maoismo sviluppò una visione geopolitica riconducibile al terzaforzismo e al terzomondismo. La corrente individuava negli Stati Uniti d'America e nell'Unione Sovietica due manifestazioni complementari dell'imperialismo moderno, contrapponendo loro i movimenti rivoluzionari del cosiddetto Terzo mondo.
All'interno della destra radicale occidentale, tuttavia, la concezione geopolitica nazi-maoista si differenziò nettamente dalle posizioni del prevalente europeismo neofascista. Negli stessi anni, infatti, l'Internazionale Nera era profondamente influenzata dall'impianto mitologico-letterario dello scrittore francese Marc Augier (noto con lo pseudonimo di Saint-Loup, apologeta delle Waffen-SS come embrione del primo "esercito paneuropeo"). Queste suggestioni estetiche vennero tradotte in un preciso programma politico dal belga Jean Thiriart, fondatore di Jeune Europe. Thiriart propugnava un "nazionalismo europeo" e la creazione di un impero continentale e giacobino "da Dublino a Vladivostok", indipendente da USA e URSS ma comunque portatore di una forte supremazia dell'uomo bianco. In Italia, il principale teorico di questa linea d'impronta continentale fu Adriano Romualdi, il quale legava indissolubilmente l'idea di un'Europa unita e armata al retaggio del "Nuovo Ordine" hitleriano.
Al contrario, la frangia più intransigente del nazi-maoismo respinse totalmente il mito continentale. Franco Freda, nel suo saggio La disintegrazione del sistema, attaccò violentemente l'idea di Europa, definendola una "vecchia baldracca" ormai infettata in modo irreversibile dal liberalismo, dal mercantilismo e dal marxismo. Secondo questa prospettiva, le affinità tattiche non andavano ricercate su base geografica, razziale o di patriottismo continentale, ma unicamente sulla condivisione di uno spirito "spartano" e sull'ostilità frontale al sistema borghese.
Per queste ragioni, superando il progetto di Thiriart, l'Organizzazione Lotta di Popolo si fece promotrice dell'idea di un'"Europa delle patrie" di stampo federalista, concepita non come un "terzo blocco" imperialista, ma come una forza-guida per tutti i popoli oppressi. In tale prospettiva vennero espressi aperto sostegno politico ai vietcong durante la guerra del Vietnam, profonda simpatia per la Cina maoista e appoggio incondizionato ai movimenti palestinesi (in primis Yasser Arafat) nella loro lotta contro Israele e il sionismo internazionale. L'obiettivo dichiarato era la costruzione di un fronte rivoluzionario internazionale indipendente sia dal blocco capitalista occidentale sia da quello sovietico, arrivando persino a schierarsi a favore delle frange indipendentiste e autonomiste dei sudtirolesi contro lo Stato italiano, in palese antitesi con il nazionalismo della destra istituzionale.
Le prime manifestazioni concrete di questa sensibilità si verificarono nel contesto delle occupazioni universitarie del 1968 presso la facoltà di giurisprudenza dell'Università di Roma. In questa fase embrionale, il movimento non aveva ancora chiarito del tutto i propri referenti ideologici, ma si caratterizzò per il netto rifiuto delle direttive della destra istituzionale del Movimento Sociale Italiano.
Una testimonianza coeva di questa rottura è riportata da Eduardo M. di Giovanni e Marco Ligini nel saggio La strage di Stato (1970), espressione della "nuova sinistra". Gli autori, nel ricostruire l'assalto squadrista alla facoltà di Giurisprudenza nella primavera del 1968 (in cui rimase ferito il leader di Potere Operaio Oreste Scalzone), evidenziarono come gli studenti occupanti di Legge respinsero i tentativi di mediazione sia di Stefano Delle Chiaie sia dei vertici del MSI:
La principale organizzazione riconducibile al nazi-maoismo fu l'Organizzazione Lotta di Popolo (Olp), fondata ufficialmente a Roma il 1° maggio 1969, presso la Casa dello Studente di via Cesare de Lollis a Roma, dalla confluenza di militanti provenienti dal FUAN, da Avanguardia Nazionale (in particolare dal movimento studentesco di Giurisprudenza guidato da Serafino Di Luia), dalla Primula Goliardica e, a partire dalla fine del 1969, anche dalla sezione italiana del movimento europeo Jeune Europe (Giovane Europa). Il movimento venne guidato da un Ufficio politico i cui principali dirigenti figuravano, per ripartizione geografica, Ugo Gaudenzi ed Enzo Maria Dantini per Roma, Leucio Miele in rappresentanza del profondo Sud e della Puglia, Raimondo Ciasullo e Aldo Guarino per la Campania, e Dante Polverosi per la Lombardia.
L'organizzazione si definiva extraparlamentare, rivoluzionaria e antisistema, individuando come propri avversari il capitalismo, il parlamentarismo borghese, il bipolarismo sovietico-statunitense, il sistema bancario mondiale, il Vaticano e il sionismo internazionale. Sul piano economico, Lotta di Popolo proponeva forme di autogestione orgogliosamente ispirate alle esperienze jugoslave, algerine e malesi e si faceva portavoce di posizioni di stampo quasi "proudhoniano" per la socializzazione dei mezzi di produzione e delle imprese strategiche. Questa impalcatura economica era accompagnata da una feroce critica filosofica della finanza, dell'usura e del capitalismo moderno: esso veniva interpretato come esito storico della Riforma protestante e dell'etica di Lutero e Calvino, accusati di aver eliminato il libero arbitrio per favorire un mero materialismo produttivo e speculativo (riassunto nell'attacco al motto statunitense "In God we trust", interpretato dai militanti come "Con Dio noi speculiamo"). La propaganda del movimento si caratterizzò per l'impiego di slogan volutamente provocatori, "emozionali" e sincretici, tra cui "Hitler e Mao uniti nella lotta" e "Né Cristo né Marx, viva Mao", destinati a evidenziare la volontà di superare le tradizionali categorie politiche, benché leader della destra radicale come Stefano Delle Chiaie ne criticassero la profonda confusione basata più su "suggestioni estetiche" che su reali contenuti dottrinari.
L'espressione "nazimaoisti" nacque inizialmente come appellativo dispregiativo e polemico utilizzato da organizzazioni dell'estrema sinistra, in particolare da Lotta Continua, che accusavano il gruppo di tentare un'infiltrazione mascherata nel movimento studentesco mediante una retorica rivoluzionaria ritenuta puramente strumentale e camuffata. I rapporti tra Lotta di Popolo e i gruppi extraparlamentari di sinistra furono caratterizzati da una spietata "guerra", con frequenti e violenti scontri di piazza, pestaggi e da una fortissima conflittualità politica, nonostante alcune innegabili convergenze teoriche nella critica del capitalismo, del liberalismo e dell'imperialismo. A livello teorico, lo stesso Franco Freda aveva rivolto un esplicito appello alla formazione di un fronte comune operativo per abbattere e "disintegrare" il sistema borghese capitalista. Freda aveva infatti ribaltato l'impostazione tattica del suo maestro Julius Evola: se quest'ultimo aveva sempre predicato alleanze con l'ordine borghese contro i comunisti, Freda propugnò al contrario un'alleanza militare e tattica con i comunisti contro i borghesi. Tuttavia, tale audace prospettiva metapolitica non trovò alcuna concreta realizzazione operativa, respinta e vanificata dal ferreo e insormontabile muro dell'antifascismo militante dell'ultrasinistra.
Lo stesso Franco Freda, in un'intervista rilasciata nel 1977, avrebbe confermato la natura strumentale e polarizzante del termine, evidenziando come venisse utilizzato in chiave polemica da entrambi gli schieramenti tradizionali:
Le ininterrotte tensioni con l'estrema sinistra (tradotte in persecuzioni fisiche e giudiziarie) e il diverso atteggiamento da assumere nei confronti dell'ambiente del neofascismo provocarono in breve tempo una profonda e lacerante divisione interna a Lotta di Popolo. Nel gennaio 1973 la cosiddetta "linea nera", guidata da Enzo Maria Dantini e Leucio Miele, stanca di subire le aggressioni a causa della perenne etichetta di "fascisti", abbandonò definitivamente l'organizzazione (dopo un ultimo Ufficio Politico) e costituì il "Comitato di Solidarietà per Freda", in difesa dell'ideologo padovano all'epoca arrestato per l'inchiesta sulla strage di piazza Fontana. Questo troncone aprì la "Libreria Romana" e si riposizionò strategicamente negli ambienti della destra radicale (diventando il primo raggruppamento esplicitamente "frediano"), nel tentativo di condurre i vecchi camerati verso le proprie tesi.

In seguito alla scissione interna del gennaio 1973, la restante parte dell'Organizzazione Lotta di Popolo, guidata da Ugo Gaudenzi e definita "linea rossa", accentuò la propria collocazione nell'area della sinistra extraparlamentare e rivoluzionaria. Abbandonando la precedente equidistanza, la fazione superstite cercò alleanze operative concrete all'interno del centrosinistra e dell'estremismo di sinistra. Questa strategia si tradusse in una forma di "entrismo" elettorale che si rivelò particolarmente efficace in alcuni contesti territoriali del Mezzogiorno. Il gruppo di Gaudenzi strinse infatti alleanze organiche con esponenti del Partito Socialista Italiano (PSI) e del Partito Socialdemocratico Italiano (PSDI), riuscendo a inserire i propri militanti nelle liste per le elezioni amministrative locali. L'operazione ottenne un inaspettato successo: in diversi comuni meridionali, militanti provenienti dall'esperienza nazi-maoista vennero eletti consiglieri comunali e riuscirono persino a conquistare incarichi istituzionali di rilievo, diventando assessori e vicesindaci.
La sistematica ricerca di spazi a sinistra divenne una costante nella biografia politica di Ugo Gaudenzi, il quale riuscì ad acquisire una notevole credibilità e influenza all'interno del PSDI. I legami con la socialdemocrazia si fecero così stretti che l'ex leader nazi-maoista arrivò a ricoprire l'incarico di direttore de L'Umanità, lo storico quotidiano ufficiale del PSDI, guidando la testata fino al definitivo scioglimento del partito. Durante la sua direzione, Gaudenzi chiamò a collaborare come editorialista per il giornale socialdemocratico anche Claudio Mutti, figura storica di Giovane Europa e del nazi-maoismo, già animatore dell'Associazione Italia-Cina e in seguito convertitosi all'Islam fondamentalista. Gli storici sottolineano la profonda ambiguità politica di tale percorso: militanti formatisi su un'ideologia ferocemente anticapitalista e anti-statunitense finirono per integrarsi e dirigere la stampa di un partito che, all'epoca, dipendeva finanziariamente dagli Stati Uniti e rappresentava un pilastro della fedeltà atlantica dell'Italia.
La parabola politica dei reduci della "linea rossa" proseguì nei decenni successivi attraverso posizionamenti estremamente eterogenei. Nei primi anni Novanta, Gaudenzi fu il fondatore di una "Lega Latina" operante al Sud, inserendosi nel contesto del fiorire di vari movimenti leghisti e autonomisti meridionali. Nel 1994 aderì invece al movimento "Non Mollare" (nome ispirato allo storico foglio clandestino antifascista dei fratelli Rosselli), un'iniziativa promossa da esponenti di spicco dell'area laica e socialista come Ugo Intini, Margherita Boniver ed Enrico Ferri. Il percorso sembrò chiudersi a cavallo tra la fine degli anni Novanta e l'inizio degli anni Duemila, con un ritorno alle origini sincretiche e rosso-brune di Lotta di Popolo. Dopo aver fondato nel dicembre 1998 il quotidiano Rinascita, il 18 luglio 2000 Gaudenzi diede vita al movimento politico Rinascita Nazionale. Il progetto nacque come confederazione di riviste "nazionalpopolari" con l'obiettivo di creare un blocco alternativo contrapposto sia alla destra sia alla sinistra istituzionali. La piattaforma ideologica mescolava istanze tipiche dell'estrema sinistra (antimperialismo, uscita dalla NATO, antisionismo radicale) a posizioni riconducibili all'estremismo di destra (blocco dell'immigrazione, negazionismo), giungendo al punto di utilizzare, nella primissima fase del movimento, il primo simbolo delle SS italiane, ovvero il cerchio e le tre frecce (da non confondersi con il fascio littorio).

Il nazi-maoismo suscitò reazioni prevalentemente negative e di aperta ostilità tanto nella destra istituzionale ed extraparlamentare quanto nella sinistra italiana. Il Movimento Sociale Italiano, impegnato sotto la guida di Giorgio Almirante nella strategia della "Destra Nazionale", respinse apertamente le posizioni di Franco Freda e dei gruppi extraparlamentari . Il partito riaffermò con forza il proprio anticomunismo viscerale, il sostegno incondizionato all'Alleanza Atlantica e il rifiuto dell'eversione rivoluzionaria, ponendosi come baluardo d'ordine e forza di stabilizzazione del sistema democratico-borghese contro il pericolo marxista. In questo contesto, le simpatie nazi-maoiste per il blocco sino-sovietico o per i movimenti di liberazione del Terzo Mondo erano viste come aberrazioni del tutto incompatibili con la ferrea collocazione occidentale dell'Italia e la dottrina atlantista del partito .
Anche una parte rilevante della destra radicale manifestò forti riserve. Il leader di Avanguardia Nazionale, Stefano Delle Chiaie, considerò il nazi-maoismo un fenomeno puramente "emozionale", un vano tentativo di conciliare, sulla base di esclusive suggestioni estetiche, tradizioni ideologiche ritenute opposte e inconciliabili come il fascismo e il comunismo. Secondo Delle Chiaie, i nazi-maoisti sbagliavano nel vedere in Mao Zedong una semplice continuità storica dell'opera del Führer, finendo per generare unicamente confusione e ambiguità politica .
Sul fronte opposto, la sinistra parlamentare interpretò il fenomeno come un'insidiosa variante del neofascismo eversivo, inserita a pieno titolo nel torbido contesto della strategia della tensione o manovrata come strumento per inquinare e squalificare le lotte sociali. L'estrema sinistra extraparlamentare, in particolare gruppi come Lotta Continua, dichiarò ai nazi-maoisti una guerra spietata nelle piazze e nelle università: li considerava semplicemente come "fascisti travestiti" che impiegavano una retorica rivoluzionaria e slogan ibridi al solo scopo di infiltrarsi e provocare il movimento studentesco.

Pur rimanendo un fenomeno numericamente limitato e organizzativamente frammentato, il nazi-maoismo esercitò un'influenza profonda e duratura sull'evoluzione della destra radicale italiana, in particolare sulle generazioni formatesi negli anni Settanta. Le elaborazioni di Franco Freda, e in primis il suo saggio-manifesto La disintegrazione del sistema, divennero un testo di riferimento per le frange giovanili alla ricerca di nuove idee-forza . Esse contribuirono alla diffusione dell'idea del superamento definitivo della dicotomia destra-sinistra, del rifiuto congiunto dell'imperialismo statunitense e sovietico (uscendo dalla logica di Jalta), e della sostituzione del tradizionale e "borghese" concetto di "nazione" in favore di quello più ampio e organico di "popolo".
Tali temi sarebbero stati successivamente ripresi, con accenti differenti, da organizzazioni e gruppi dell'area del neofascismo rivoluzionario (spesso definita "Autonomia nera") e della cosiddetta Nuova Destra. Il movimento giovanile Terza Posizione, fondato nel 1978 da Roberto Fiore, Gabriele Adinolfi e Giuseppe Dimitri, dichiarò apertamente il proprio debito teorico verso Freda e assunse come propri slogan motti quali «Né fronte rosso, né reazione, Terza Posizione» o «Né destra, né sinistra, Terza Posizione» . Seguendo l'impronta antimperialista nazi-maoista, Terza Posizione simpatizzò per i guerriglieri sandinisti in Nicaragua, per i peronisti argentini (da cui mutuò il nome "Tercera Posición") e per la rivoluzione islamica iraniana . Tracce di questa impostazione risulteranno visibili anche decenni più tardi in formazioni della destra radicale nazionalista come Forza Nuova (fondata dagli stessi fuoriusciti di Terza Posizione), la quale, pur all'interno di un rigido impianto anticomunista, manterrà una forte attenzione per le tematiche sociali anticapitaliste, coniugata a un marcato antiamericanismo e antisionismo.
Analogamente, il gruppo Costruiamo l'azione, nato attorno alla figura di Paolo Signorelli e Sergio Calore, rilanciò l'appello frediano a un'alleanza tattica con l'estrema sinistra (Autonomia Operaia) nel nome di un "fronte unito" per abbattere il sistema capitalista . Il movimento ripudiò l'idea giacobina di nazione per propugnare la nascita di vere e proprie "Comunità Organiche di Popolo" . Anche in campo intellettuale, pensatori della Nuova Destra come Marco Tarchi rielaborarono le istanze di questa galassia, auspicando un'alternativa di civiltà che guardasse al Terzo Mondo e portasse a superare per sempre i vecchi e superati steccati nostalgici tra liberalismo e comunismo .