| Rea Silvia | |
|---|---|
| Universo | Mitologia |
| Lingua orig. | Latino |
| Caratteristiche immaginarie | |
| Sesso | Femmina |
| Luogo di nascita | Penisola italica |
| Data di nascita | IX-VIII secolo a.C. |
Rea Silvia (in latino Rhea Silvia), Ilia secondo altre fonti, fu una vestale, madre dei gemelli Romolo e Remo, fondatori di Roma; morì sepolta viva per ordine dello zio Amulio. Le sue vicende sono narrate nel I libro Ab Urbe condita di Tito Livio, in frammenti dagli Annales di Ennio e da Fabio Pittore.

Stando al racconto di Tito Livio, Rea Silvia era la figlia di Numitore, discendente di Enea e re di Alba Longa, mentre negli Annales è ella stessa figlia di Enea. Il fratello minore di Numitore, Amulio, usurpò il trono, uccise i figli maschi del fratello e costrinse Rea Silvia a diventare una sacerdotessa della dea Vesta, per impedirle di avere una discendenza, dato che le vestali avevano l'obbligo della castità per trent'anni.
Per una versione il dio Marte si invaghì della ragazza, che era andata ad attingere acqua al fiume Almone , e la sedusse in un bosco. Livio invece riporta che Rea Silvia venne stuprata e che, per rendere meno turpe il fatto, ne dichiarò la responsabilità del dio. Per altri l'autore della violenza fu un giovane pretendente, lo stesso Amulio per altri ancora.
Secondo l'opera di Ennio, quando lo zio seppe della nascita dei due gemelli di Rea la fece gettare nel Tevere, ma ella si salvò sposando il dio del fiume. Per un'altra versione invece la fece incarcerare su richiesta della sua unica figlia, cresciuta insieme a Rea, e ordinò a una serva di uccidere Romolo e Remo. Un'altra versione ancora riporta che invece ella morì di stenti dopo essere stata imprigionata. La serva, tuttavia, ne ebbe pietà, li mise in una cesta e li affidò alle acque del Tevere. Sempre Livio racconta invece che l'ordine di gettare i gemelli al fiume venne da Amulio.
La cesta, prodigiosamente, navigò tranquilla per il fiume e si arenò nel luogo dove più tardi i gemelli avrebbero fondato Roma.
Il nome di Rea Silvia è stato oggetto di numerosi studi vòlti a ricostuirne il significato. Se per il nome Silvia è facile intuire il legame con l'ambiente boschivo (Silva in latino), più complesso è comprendere il praenomen Rea. Nel 1828 Barthold Georg Niebuhr, nel primo volume della sua Storia romana, propose che esso significasse semplicemente "colpevole" e stesse a indicare, in maniera generica, che la donna avesse violato i sacri obblighi da vestale. Questa ipotesi, un tempo largamente accettata, è oggi ritenuta implausibile, poiché il nome latino del personaggio è Rhèa, mentre l'aggettivo riferentesi ai colpevoli è reus, -a. Revika Gersht e Sonia Muryink fanno invece notare che il praenomen richiama la dea greca Rea (Rhèa in latino), che nel mondo romano fu assimilata a Cibele, Opi e, più in generale, alla Magna Mater di cui Vesta era manifestazione; è pertanto lecito pensare che il praenomen fosse in realtà il suo nome da vestale, consacrato alla dea.
Negli Annales del poeta Ennio viene chiamata col nome di Ilia, chiaro riferimento alla Rocca di Ilio. A lei è dedicato uno dei brani più lunghi che ci siano giunti del Liber I, il cosiddetto "sogno di Ilia".
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