| Lingue retoromanze | |
|---|---|
| Parlato in | |
| Regioni | Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Trentino-Alto Adige, Cantone Grigioni |
| Parlanti | |
| Totale | Fra le 900 000 e 2 000 000 persone |
| Tassonomia | |
| Filogenesi | Lingue indoeuropee Lingue italiche Lingue romanze Lingue italo-occidentali Lingue romanze occidentali Lingue gallo-iberiche Lingue galloromanze Lingue retoromanze |
| Statuto ufficiale | |
| Ufficiale in | |
Carta di distribuzione geografica delle lingue galloromanze. Lingue Retoromanze | |
Le lingue retoromanze sono un insieme di varietà romanze parlate nell'arco alpino centro-orientale, comprendente il romancio della Svizzera sud-orientale, il ladino delle Dolomiti e il friulano del Friuli. Il numero di locutori è di circa 900 000 persone (1 500 000/2 000 000 se si contano coloro che conoscono una lingua retoromanza, ma non la utilizzano quotidianamente). Fin dall’Ottocento queste parlate sono state talvolta considerate un ramo unitario delle lingue romanze, distinto dall'italoromanzo e dal galloromanzo, sulla base di alcuni tratti condivisi. La loro unità genetica è però controversa (questione ladina). Secondo una posizione, le somiglianze riflettono soprattutto conservazioni del latino volgare e non innovazioni comuni, per cui il gruppo non costituirebbe un vero sottogruppo genealogico. Un'altra posizione, invece, riconosce alcune innovazioni condivise come prova di un’origine comune.
Il termine «ladino» (e il suo corrispettivo tedesco Ladinisch) originariamente era diffuso per indicare le parlate romanze della Val Badia all'interno del contesto austriaco, mentre successivamente si è naturalmente esteso alle contigue aree ladinofone delle Dolomiti. Fu per primo il glottologo Graziadio Isaia Ascoli ad analizzare sistematicamente i comuni caratteri delle parlate friulane, dolomitiche e romance, a raggrupparle in un unico gruppo (il retoromanzo, per l'appunto) e a formulare la teoria dell'unità ladina secondo la quale queste parlate avrebbero un comune antico substrato, più antico della loro matrice latina, che lo stesso Ascoli identificava in un ipotetico protolinguaggio retico (anche se oggi sappiamo che la lingua retica ha influenzato solo in misura minima le lingue retoromanze, e che in realtà le somiglianze fonetiche, lessicali e sintattiche fra queste lingue sono dovute a un sostrato celtico-carnico); fu inoltre con tale teoria che il termine «ladino» acquistò una seconda accezione, più ampia di quella tradizionale, tesa a indicare la totalità delle parlate retoromanze.
In Italia attualmente prevale l'uso dell'espressione ladino in luogo di retoromanzo, tuttavia questo uso genera ambiguità dal momento che la stessa espressione ladino è usata per indicare il ladino dolomitico o più semplicemente ladino, lingua che fa parte del gruppo retoromanzo ma come già detto non ne è unica appartenente. Ulteriore ambiguità è generata dal fatto che la stessa parola «ladino» è utilizzata anche relativamente alla lingua giudaico-spagnola, che a dispetto del nome non ha prossimi rapporti di parentela con le lingue retoromanze.
Le parlate retoromanze, in epoca alto medioevale, non dovevano differenziarsi dalle restanti parlate romanze dell'Alta Italia. Queste differenziazioni si fecero marcate nel Basso Medioevo, con l'italianizzazione (o meglio toscanizzazione) delle principali parlate gallo-italiche. Gli stati regionali furono, dal Trecento in poi, sempre più attratti dalla parlata fiorentina, tanto è che progressivamente andarono sostituendo il latino, quale lingua della cancelleria e dell'insegnamento, non con i dialetti locali, bensì con il toscano, cosicché anche il dialetto si andò "italianizzando" fino a perdere le S finali del plurale e delle coniugazioni e acquisendo termini toscani. Ciò non avvenne in aree più marginali, prive di grandi centri urbani e di cultura, come appunto l'area reto-romanza, che conservò fenomeni linguistici in declino nel resto dell'area gallo-italiana.
Il primo riferimento che colleghi in qualche modo i dialetti reto-romanzi svizzeri e italiani è una lettera del 1559 di Pietro Paolo Vergerio, il quale si limita a osservare che la lingua delle Tre Leghe (romancio) è "quasi peggiore del friulano, a sua volta estremamente impoverito", probabilmente alludendo a contaminazione o impoverimento lessicali, senza implicare una reale prossimità genetica tra i sistemi.
Una posizione più avanzata compare in Giusto Fontanini in Della eloquenza italiana (1737), che propone una relazione genetica tra romancio, friulano e alcuni dialetti savoiardi, ricondotti a un supposto “romanzo originario” identificato con il latino volgare. Nel 1776 J. von Planta, in An account of the Romansh language, sostiene invece una vicinanza tra reto-romanzo e la lingua carolingia, su una presentazione plurilingue del Giuramento di Strasburgo (842), nel gallo romanzo originale, nel francese del XII secolo, in engadinese e in un "romancio di entrambi i dialetti". Egli distingue chiaramente le due varietà svizzere come lingue separate, e introduce un confronto documentale sistematico. Successivamente H. Lehmann (1790) identifica il cosiddetto "romancio di entrambi i dialetti" con il sursilvano.
Gian Rinaldo Carli, in un saggio comparso nel 1788 nella rivista Antologia italiana, collega per la prima volta friulano e romancio, derivandoli dal provenzale antico. Tale impostazione è ripresa implicitamente da C. L. Fernow (1808), che li tratta come sottogruppo romanzo basato su tratti arcaici condivisi. Parallelamente, il primo tentativo lessicografico ladino è attribuibile a Simone Petro Bartolomei (Catalogus multorum verborum quinque dialectuum, ante 1763), in cui raccoglie parole del badiotto, mentre P. Placi a Spescha, in Die Rhaeto-Hetruskische Sprache (1805) propone una classificazione "reto-etrusca", identificando il sursilvano come la varietà più arcaica e ipotizzando anche una limitata intelligibilità reciproca con il ladino dolomitico.
La raccolta di 500 traduzioni del Padre Nostro (iniziata da Adelung e conclusa da Vater, 1809) suggerisce per la prima volta una connessione fra le tre aree reto-romanze. L. Diefenbach (1831) individua un insieme romanzo (francese, romancio, friulano, piemontese) caratterizzato da tratti galloromanzi, notando inoltre l’influenza sintattica germanica sul romancio. J. Haller (1832) collega ladino e romancio, paragonando i dialetti tirolesi di Badia, Marebbe e Gardena (per i quali conia il termine "ladino") con i dialetti svizzeri sursilvano e vallader, sulla base di corrispondenze lessicali condivise. Studi successivi (Mitterrutzner 1856; Schneller 1870) definiscono il reto-romanzo come ramo autonomo del romanzo, pur privo di unità scritta o consapevolezza interna; Schneller identifica della famiglia il tratto distintivo fonologico: la palatizzazione delle occlusive velari prima di /a/.
Graziadio Isaia Ascoli e Theodor Gartner sono considerati i fondatori degli studi retoromanzi moderni, in quanto fissarono i criteri classici di classificazione ancora oggi sostanzialmente accettati. In particolare, Ascoli nei Saggi Ladini, identifica il “ladino” (retoromanzo) sulla base di un insieme di tratti fonologici condivisi, tra cui: palatalizzazione delle velari davanti ad /a/, mantenimento di /l/ dopo occlusive, conservazione della -s finale, dittongazione delle vocali medio-basse latine in sillaba chiusa, dittongazione di Ē/Ī in ei, anteriorizzazione di ū, velarizzazione di /l/ dopo /a/ in nesso consonantico.
Tali caratteristiche, tuttavia, non sono né esclusivamente retoromanze né uniformemente distribuite: diverse sono condivise con il dominio galloromanzo, e alcune non sono presenti in tutte le varietà interne (il friulano ad esempio non partecipa alle dittongazioni).
Nonostante tali cautele, la sua classificazione e i tratti diagnostici da lui individuati si sono mantenuti nella tradizione successiva, divenendo quadro di riferimento standard nella letteratura specialistica.
Gartner, con la sua Rätoromanische Grammatik (1883), introduce per la prima volta il termine "reto-romanzo" per indicare la famiglia linguistica, e aggiunge ai tratti già individuati da Ascoli i pronomi ego/tu e uso del piuccheperfetto congiuntivo nei condizionali irreali.
La letteratura successiva modifica poco questo quadro. Von Wartburg (1950; 1956) segnala la conservazione della distinzione /j/ ~ /g/ palatalizzata in alcune varietà del romancio (Bravuogn, Müstair), tratto condiviso col sardo ma anche con dialetti adiacenti norditaliani (Val Bregaglia, Livigno) e assente in altre aree ladine (Moena, Gardena), indebolendone il valore diagnostico ai fini dell'unità retoromanza. Kuen (1968) aggiunge la conservazione dell’opposizione indicativo/imperativo nella 2ª plurale, persa in francese e italiano.
Rohlfs (1975) riprende sostanzialmente la lista tradizionale senza ampliarla in modo decisivo. Tentativi ulteriori risultano problematici: i tratti proposti sono spesso non pan-retoromanzi o condivisi con altre varietà romanze. Ad esempio, la anteriorizzazione di /uː/ è condivisa da romancio e alcuni dialetti ladini, ma non dal friulano, ed è condiviso anche da piemontese e lombardo.
Ne deriva la questione già di Schneller (1870), cioè se i tratti definitori siano davvero esclusivi. Carlo Battisti (in Popoli e lingue nell'Alto Adige, 1931) risponde negativamente, interpretando ladino e affini come varietà periferiche alto-italiane. Egli riconosce come unico tratto relativamente distintivo la palatalizzazione di velari davanti ad /a/, ma la considera innovazione indipendente e apparsa in diversi momenti nelle tre aree, non prova di unità genetica. Le relazioni strutturali interne al retoromanzo sarebbero meno forti di quelle tra romancio e lombardo, ladino e trentino e friulano e veneto, quest'ultime più arcaiche e pervasive.
Tentativi successivi non risolvono il problema: Leonard (1972) postula un proto-retoromanzo distinto dal latino volgare, assumendo l'unità retoromanza, anziché dimostrarla; Redfern (1971), su base lessicale, suggerisce unità ma evidenziando forte eterogeneità. Pellegrini (1972a, 1987a) riafferma la continuità con i dialetti alto-italiani, soprattutto sul piano lessicale.
I sostenitori della originale unità etnico-linguistica delle popolazioni retoromanze individuano due possibili momenti di unità: i Reti preromani e il periodo delle migrazioni. La prima possibilità solleva dei problemi, quali l'identità dei Reti, non chiara data la scarsità e oscurità delle iscrizioni e la localizzazione geografica di queste in Norico e nella X Raegio, non nelle province retiche. Anche la teoria del substrato celtico come base dell'unità retoromanza, avanzata per primo da Ascoli, è debole, data la presenza di popolazioni celtiche in tutto il Nord Italia, che quindi non può essere addotto a elemento distintivo dei Reti.
La romanizzazione del Friuli cominciò nel 181 a.C. con la fondazione di Aquileia, e nel 15 a.C. Tiberio e Druso conquistarono e colonizzarono le province della Rezia, del Norico e della Vindelicia. Ernst Gamillscheg, nel 1935, per tentare di fondare la primigenia unità linguistica retoromanza, e per spiegare la supposta scarsa presenza di longobardismi nel friulano, ipotizzò che il Friuli, che non fu mai parte della Rezia, venne popolato da popolazione migrate dal Norico fuggite dagli invasori avari. Tuttavia questa ipotesi rimane puramente congetturale, l'unica prova addotta da Gamillscheg è un proclama di Odoacre che ingiunge di lasciare il Norico, citato da Eugippio nel Vita Sancti Severini, che però è anacronistico in quanto precedente (V secolo) rispetto all'epoca delle migrazioni. Inoltre la presenza di prestiti dal longobardo nel friulano è stata rivalutata.

Secondo lo studioso Carlo Battisti le valli del Sella vennero colonizzate da contadini neolatini soltanto due o tre secoli dopo il 1000 d. C., inviati in quelle valli dal potere religioso-feudale di Bressanone, Novacella e Castel Badia.
Oggi però l'ipotesi comunemente accettata è una continuità insediativa nelle valli alpine sin dall'epoca romana. Con la conquista delle Alpi da parte di Roma, la lingua ufficiale latina si impose sui diversi sostrati linguistici delle popolazioni alpine celtiche, retiche e noriche, dando vita a parlate latine volgari a carattere regionale. Da queste basi regionali emersero le tre aree neolatine nelle quali viene suddiviso oggi il mondo retoromanzo: il romancio dei Grigioni, il ladino dolomitico, e il friulano.
Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente la regione di parlata romanza da cui si sarebbero sviluppate le lingue retoromanze si estendeva ininterrotta dagli attuali Grigioni al Friuli. Nei secoli seguenti le popolazioni alpine, frammentate e prive di strutture politiche e sociali comuni, rimasero però soggette a forti pressioni demografiche, culturali e linguistiche da parte delle popolazioni circumalpine.
Nel V secolo sotto la protezione degli Ostrogoti gli Alemanni si insediarono nella provincia Raetia Secunda, tra il lago di Costanza e il Reno. Gli Alemanni cercarono ripetutamente di espandere la loro presenza oltre i confini dei territori attribuiti loro da Teodorico il Grande, entrando in conflitto con le popolazioni romaniche, che però riuscirono a mantenere la loro identità culturale. Nel territorio dell'odierno Alto Adige invece i Baiuvari colonizzarono le principali valli alpine, imponendo la loro presenza alle popolazioni locali.
L'inclusione delle aree alpine nel Regno dei Franchi e poi nell'Impero carolingio cambiò ulteriormente l'assetto politico e sociale della regione. Il potere politico venne centralizzato e dato in feudo ad aristocratici di origine germanica. Cominciò così un lento processo di assimilazione che porterà, attraverso i secoli, a una graduale riduzione dell'area retoromanza.
Nel territorio dell'odierno Alto Adige l'uso delle lingue germaniche si espanse dal primo medioevo in poi, a partire dalle valli principali, giungendo a una sostanziale compattezza linguistica germanofona sin dal XII e XIII secolo. Ancora nel XVII secolo però alcune zone periferiche, come una parte dell'Alta Val Venosta, confinante con i Grigioni, risultano solo parzialmente germanizzate. L'idioma romanzo sopravvisse nelle valli ladine. La prevalenza della lingua tedesca non escluse continui contatti e presenze di persone e piccoli gruppi di lingua neolatina.
Nei primi secoli dopo il 1000 l'area retoromanza viene ulteriormente ridotta dall'avanzata delle lingue neolatine dell'Italia peninsulare. La parlata trentina/lombardo/veneta si espanse verso nord, a danno delle parlata ladina lungo la val di Fiemme, mentre la lingua veneta si afferma nel Bellunese e fa sentire i suoi influssi fin nel cadorino, ampezzano e nell'alto Cordevole.
Le prime attestazioni retoromanze risalgono a questo periodo di frammentazione e sono l"’Omelia di Einsiedeln” (XII secolo), in protosursilvano e i registri censuari (~1150) in latino e con nomi propri e toponimi friulani.
Fino al Settecento questo processo di cambiamento della parlata degli strati popolari (la stragrande maggioranza della popolazione) fu una assimilazione culturale spontanea, slegata da ancora inesistenti implicazioni di carattere nazionalistico.

Le parlate retoromanze si dividono in tre gruppi: romancio, ladino dolomitico (o più semplicemente ladino) e friulano.
Il romancio grigionese o romancio (ISO 639-2: roh) è parlato nel cantone svizzero dei Grigioni, è la quarta lingua nazionale della Svizzera dal 1937. Si divide in:
a) gruppo Renano, parlati nelle aree occidentali e centrali del Grigioni (Val Surselva e Val Sursette):
b) gruppo Ladino, parlati nelle aree orientali del Grigioni (Engadina e Val Monastero):
Parlate affini a quelle del gruppo engadinese furono in passato presenti nelle contigue aree della val Venosta (oggi in Italia), con influssi da parte del ladino dolomitico.
Il Ladino (ladin) è parlato principalmente nelle comunità dolomitiche:
In Provincia di Bolzano (Bulsan) e di Trento è ufficialmente riconosciuto come lingua e la minoranza ladina viene tutelata con diverse norme riguardanti tra le altre cose l'insegnamento nelle scuole pubbliche. Infatti nelle scuole delle località ladine dell'Alto Adige la "lingua ladina" è lingua d'insegnamento assieme al tedesco e italiano.
Recentemente è stato concluso il progetto SPELL che mira alla creazione di una lingua ladina standard.
La lingua friulana (friulano/furlan), (ISO 639-2: fur) si è formata, come tale, più o meno intorno all'anno Mille, e ha mantenuto durante i secoli un'originalità tutta sua che la rende, ancora oggi, diversa dall'italiano e dagli altri idiomi parlati nei territori limitrofi (veneto, istroveneto). Il friulano è parlato nelle province di Gorizia, Pordenone e Udine e nella provincia di Venezia (parte orientale del Mandamento di Portogruaro) da circa 700 000 − 750 000 persone. Nella parte orientale, tra l'Isonzo e il Timavo, lo spopolamento alto-medioevale con successive immigrazioni venete ma anche morlacche e slave, ha portato a una forma ibrida friulano-veneta (dialetto bisiaco). Ancora nel Rinascimento la valle dell'Isonzo fino a Idria parlava il ladino con caratteristiche friulane.
Se ne individuano alcune varianti principali, caratterizzate principalmente da una diversa terminazione vocalica di alcune forme nominali (sostantivi, aggettivi e articoli), che investe in particolar modo la declinazione del femminile, e dalla loro demarcazione geografica:
I linguisti sono concordi nel definire come lingue autonome (e pertanto non come dialetti o varianti di una stessa lingua) i tre idiomi romancio, ladino dolomitico e friulano.
Anche a livello politico e istituzionale, questi idiomi hanno avuto riconosciuto il rango di "Lingua" in Svizzera (il Romancio è quarta Lingua Nazionale) e in Italia (Ladino e Friulano sono riconosciute come distinte lingue minoritarie) e vengono pertanto insegnate nelle scuole e utilizzate negli atti pubblici, oltre che nella cartellonistica ufficiale.
La legislazione italiana riconosce il ladino dolomitico con la denominazione più semplice di Ladino.
Il gruppo retoromanzo ha tratti in comune con le lingue romanze occidentali, p.es. la lenizione – talvolta fino alla scomparsa – delle intervocaliche (latinu > ladin) e il plurale in -s anziché in -i, -e, ma a volte se ne discosta (la c dinanzi a e e i non passa a [t͡s] > [s] ma diventa [t͡ʃ] come nel gruppo orientale (italiano centro-meridionale, romeno) (romanice > rumantsch [ruˈmant͡ʃ]).
| Origine latina | friulano | ladino | ladino (alcuni) | romancio (surmiran, sursilvan, sutsilvan) | romancio (vallander e puter) | italiano |
|---|---|---|---|---|---|---|
| C + I/E | C | C | Z | TSCH | TSCH | |
| [tʃ] | [tʃ] | [ts] | [tʃ] | [tʃ] | ||
| cinc | cinch | zinch | tschun, tschintg | tschinch | cinque | |
| G + I/E | GJ | G, J | G | G | ||
| [ɟ] | [dʒ], [ʒ] | [dʑ] | [dʑ] | |||
| gjenar | gelus (geloso), jëne | gener | gener | genere | ||
| C + A | CJ | C(I) | TG(I) | CH | ||
| [c] | [tʃ] | [tɕ] | [tɕ] | |||
| cjan | cian | tgia(u)n(g) | cha(u)n | cane | ||
| G + A | GJ | I | G(I) | G(I) | ||
| [ɟ] | [j] | [dʑ] | [dʑ] | |||
| gjat | iat | giat | giat | gatto | ||
| -C- + I/E | S | SC | S | SCH | SCH | |
| [s] | [ʃ] | [s] | [ʃ] | [ʃ] | ||
| dîs | diesc | dies | diesch | diesch | dieci | |
| CT | T | T | TG | CH, T | ||
| [t] | [t] | [tɕ] | [tɕ], [t] | |||
| vôt | (v)ot(o) | otg | och, ot | |||
| I | Z | J | G(I) | |||
| [dʒ] | [ʒ] | [dʑ] | ||||
| zovin | jonn | giuven | giovane | |||
| -Q | C(H) | CH | (TG) | CH | ||
| [k] | [k] | ([tɕ]) | [tɕ] | |||
| cinc | cinch, zinch | tschun, tschintg | tschinch | |||
| [ts] | Z | Z | Z, C(I/E) | |||
| esercizi (esercizio) | mazé (battere) | celebrar (celebrare) | ||||
| - | ||||||
| [dz] | Z | - | - | |||
| zoo | - | - | ||||
| zoo | ||||||
Un esempio di puter. Un popolare proverbio grigionese:
Un esempio di una leggenda in ladin dolomitan / standard:
Altri esempi:
| Ladin Dolomitan | Ladin Nones | Ladin Solandro | Friulano collinare | Friulano Clautano | Vallader |
|---|---|---|---|---|---|
|
Pere nost, che te ies en ciel, |
Pare Nos, che es en tel ziel, |
Pàre nòs chje ses intal ciel, |
Pari nestri, che tu sês tal cîl, |
Pare nostre, che te suò in tal thel, |
Bap nos, tü chi est in tschel, |
Per il mutare della situazione politico-normativa negli anni a cavallo tra il XX e XXI secolo si assiste a una grande produzione di testi normativi nelle varie lingue e dialetti retoromanzi.
Il Cantone dei Grigioni provvede a tradurre nel romancio grigionese standard molte leggi federali.
Per il ladino la strada scelta è quella di utilizzare per i testi normativi i singoli dialetti: si hanno pertanto testi in badioto e gardenese in provincia di Bolzano, in fassano in provincia di Trento.
In Friuli con legge regionale approvata nel 1996 la grafia è stata normalizzata. Viene usata obbligatoriamente nei testi ufficiali, nella toponomastica e nelle scuole. La grafia unica normalizzata è utilizzata anche per le varianti della lingua friulana.
| Controllo di autorità | Thesaurus BNCF 5640 · GND (DE) 4120321-5 · BNF (FR) cb11945838s (data) |
|---|