La gens degli Spurinna (in etrusco Spurina/Spuriana) fu un'antica famiglia etrusca di Tarquinia. Attestata in città già dalla metà del VI secolo a.C., raggiunse un ruolo egemone di rango principesco nel periodo della cosiddetta "rinascita" tarquiniese, la ripresa politica seguita alla crisi del V secolo a.C.: a questa fase, fra la fine del V e la metà del IV secolo a.C., appartengono i grandi magistrati celebrati dagli Elogia Tarquiniensia.
Il nomen Spurinna appartiene alla classe dei gentilizi di origine etrusca riconoscibili dal suffisso -inna ed è la forma latinizzata dell'etrusco Spurina/Spuriana. Sulla base della distribuzione del gentilizio, che è ben radicato tra Chiusi e il territorio senese (ager Saenensis) ed è assai raro nell'Etruria meridionale, Torelli ha ipotizzato che il ramo tarquiniese derivasse dal trasferimento di una famiglia dall'area chiusina, in parallelo ad altre gentes. Le iscrizioni della gens documentano la forma femminile Spurinnia. Come cognomen il nome compare nella gens Vestricia, i cui membri ebbero notorietà fra l'età di Cesare e quella di Traiano; nella maggior parte delle occorrenze epigrafiche, però, Spurinna figura come nomen gentilicium.
La famiglia è attestata a Tarquinia già dalla metà del VI secolo a.C., quando un Arath Spuriana venne ricordato da un'iscrizione dipinta nella Tomba dei Tori. Allo stesso ambiente rimanda una tessera hospitalis d'avorio a forma di leone recante l'iscrizione etrusca con il nome Spurianas, rinvenuta nell'area sacra di Sant'Omobono, ai piedi del Campidoglio, a testimonianza dei rapporti fra Tarquinia e la Roma arcaica.
I documenti più importanti sulla gens sono tre epigrafi in marmo, note come Elogia Tarquiniensia o "elogi degli Spurinna", incise su una lastra marmorea in età giulio-claudia e ricostruite da Mario Torelli a partire da frammenti in gran parte già editi da Pietro Romanelli. Gli elogi accompagnavano tre statue perdute e derivano dagli archivi gentilizi di Vestricio Spurinna, senatore di rango consolare tarquiniese vissuto fra il 24 e il 105-106 d.C., che li fece redigere per celebrare i (pretesi) antenati della famiglia.
I tre onorati appartengono a generazioni successive, attive tra il tardo V e la metà del IV secolo a.C.: il fondatore del casato, Velthur Spurinna figlio di Larth (Lartis f.); suo figlio, un altro Velthur Spurinna (Velthuris f., detto convenzionalmente "Velthur II"); e Aulus Spurinna (Velthuris f.), nipote o figlio minore del fondatore. I testi sono conservati in modo assai frammentario.
V[ELTH]UR SPUR[INNA] / [L]ARTIS F. / PR(AETOR) II MAGISTRATU AL[TERUM] / EXERC[I]TUM HABUIT ALTE[RUM IN] / SICILIAM DUXIT PRIMUS O[MNIUM] / ETRUSCORUM MARE CU[M …] / TRAIECIT A QU[…] / AUREA OB VI[CTORIAM …]
Traduzione: «Velthur Spurinna figlio di Larth fu praetor (la suprema carica politico-militare cittadina) due volte; nell'esercizio della magistratura ebbe un esercito [...] e, primo fra tutti gli Etruschi, ne traghettò un altro oltre il mare, conducendolo in Sicilia [...] [ricevendo la corona] d'oro per la vittoria». L'integrazione della terza riga fu discussa: Gabba aveva proposto Al[eriae] (un'impresa in Corsica), ma Torelli, sulla base della traccia superstite sulla pietra, conferma la lettura al[terum], intendendo che Velthur ebbe un esercito e ne condusse un altro in Sicilia.
L'impresa siciliana è l'unico dato certo dell'elogio. Della Corte e Torelli l'hanno identificata con l'intervento etrusco a fianco degli Ateniesi durante l'assedio di Siracusa (415-413 a.C.): secondo Tucidide, tre pentecontere tirreniche parteciparono alla spedizione e gli Etruschi, rimasti a difesa dell'accampamento, colsero l'unica vittoria della coalizione ateniese, impedendo al nemico di incendiare la flotta. Su questa base Torelli colloca la nascita di Velthur I intorno alla metà del V secolo a.C. L'identificazione, accolta dalla maggior parte degli studiosi, non è però unanime: Colonna ha proposto di riconoscervi piuttosto la conquista etrusca di Lipara, e in passato non erano mancate datazioni più alte (fine VI secolo a.C.) o valutazioni prudenziali, come quella di Pallottino, secondo cui l'impresa «può aver avuto luogo in qualsiasi momento nel corso del V o del IV secolo».
La seconda epigrafe è la più lacunosa e le imprese che vi erano ricordate sono in gran parte perdute; il personaggio celebrato è però identificato con Velthur Spurinna Velthuris f. ("Velthur II"), figlio del capostipite.
AULUS S[PU]RINNA V[ELTH]UR[IS F.] / PR(AETOR) (TER); ORGOLN[IU]M VELTHURNE[…]ENSI[…] / CAERITUM REGEM IMPERIO EXPU[LIT …] / [A]RRETIUM BELLO SERVILI V[EXATUM LIBERAVIT (?)] / [LA]TINIS NOVEM OP[PIDA …] CEP[IT …] / FALIS[C …]
Traduzione: «Aulo Spurinna figlio di Velthur fu praetor tre volte; scacciò dal potere Orgolnio, re dei Caeriti [della città di *Velthurna]; liberò Arretium, travagliata da una guerra servile; tolse ai Latini nove oppida [...]; [azione contro i] Falisci [...]». A differenza di quanto talora si legge, l'elogio non ricorda quindi una guerra contro Arezzo, ma la sua liberazione da una rivolta servile, e nomina il re di Caere, Orgolnio (gentilizio etrusco ricostruibile in *Urcl-nas, accostato da Torelli alla gens imperiale delle Urgulanie). Torelli mette le imprese di Aulo in rapporto con la guerra romano-tarquiniese e cerite della metà del IV secolo a.C. (circa 358-351 a.C.), stabilendo un sincronismo puntuale con il racconto di Livio.
Torelli attribuisce agli Spurinna anche la Tomba dell'Orco I-II di Tarquinia e legge la devastazione subita dall'ipogeo come il segno della fine violenta del lignaggio. L'attribuzione è però controversa: Massimo Morandi Tarabella e Giovanni Colonna, sulla base della lettura del gentilizio in CIE 5360 (Murinas, non Spurinas), hanno assegnato la Tomba dell'Orco I alla gens dei Murina. Un membro tardo della famiglia, il giovane Arnth (o Larth) Spurinas, figlio di Vel Spurina e di Thanchvil Cuclni, fu sepolto agli inizi del III secolo a.C. nella Tomba dei Partunu di Tarquinia, dove la madre si era risposata con un Partunu.
Alla gens apparteneva, secondo la tradizione, l'aruspice Spurinna che avvertì Giulio Cesare del pericolo delle idi di marzo. Il nome è tramandato da Svetonio e da Valerio Massimo; Plutarco riferisce il celebre scambio di battute («Le idi di marzo sono giunte» / «Sì, ma non sono ancora trascorse»), senza però nominare l'indovino.
Altri membri sono noti dagli Elogia e da iscrizioni: