Stefano Turr

István Türr
Türr in camicia rossa durante la spedizione dei Mille
NascitaBaja, 11 agosto 1825
MorteBudapest, 3 maggio 1908
Dati militari
Paese servito Impero d'Austria
Regno di Sardegna (bandiera) Regno di Sardegna
Regno Unito (bandiera) Impero britannico
Forza armataEsercito imperiale
Regia Armata Sarda
Esercito britannico
UnitàCacciatori delle Alpi
Camicie rosse
Legione ungherese
GuerrePrima guerra d'indipendenza italiana
Guerra di Crimea
Seconda guerra d'indipendenza italiana
CampagneSpedizione dei Mille
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István Türr, conosciuto in Italia come Stefano Turr (Baja, 11 agosto 1825 – Budapest, 3 maggio 1908), è stato un militare e politico ungherese. Divenne noto in Italia per aver partecipato alla campagna dei Cacciatori delle Alpi ed alla Spedizione dei Mille.

I primi anni

Targa commemorativa realizzata dall'artista Ferenc Miskolczy (1899-1994) nel 1948 ed apposta sulla facciata dell'edificio che si trova nel luogo dove, un tempo, sorgeva la casa natale di István Türr. La scritta, in ungherese, recita: «Qui sorgeva la casa in cui nacque, l'11 agosto 1825, il generale István Türr, aiutante di campo ungherese del grande combattente per la libertà Garibaldi, l'eroe di Marsala. 1848-1948. La città di Baja»

István Türr nacque nella città danubiana di Baja, nella provincia ungherese di Bács-Kiskun, l'11 agosto 1825, in una famiglia piccolo-borghese. Il padre, Jakab Türr, era un commerciante di ferramenta mentre la madre, Teréz Udvary, era figlia di un medico.

Le informazioni relative alla sua infanzia sono scarse e di natura tendenzialmente agiografica - come la notizia che lo vorrebbe, a sei anni, salvatore di un compagno di giochi caduto nel Danubio.

Le rivoluzioni del 1848-49

Entrato nell'esercito austriaco, nel quale raggiunse il grado di tenente, nel 1848, era distaccato al LII Reggimento Arciduca Francesco Carlo di guarnigione a Milano, dove fu testimone della repressione delle truppe asburgiche nei confronti degli insorti milanesi:

«Devo premettere che essendo io ungherese, e trovandomi all'epoca in cui comincia il mio racconto, in Italia col reggimento nel quale tenevo il grado di luogotenente, provai la più viva ripugnanza a battermi contro gli italiani, la di cui causa io avevo per giusta e per sacra. [...] Questa ripugnanza si cambiò ben presto in vero orrore allorquando fui testimonio della quasi incredibile barbarie con la quale quel povero popolo veniva trattato.»

Quest'esperienza, unita, nello stesso anno, anche alla notizia dello scoppio della rivolta indipendentista di Budapest contro il governo austriaco guidata da Lajos Kossuth, lo spinse, poco prima dell'inizio della seconda fase della Prima guerra d'indipendenza italiana (20 marzo 1849), a disertare (19 gennaio), mandando addirittura una lettera al comandante del suo reparto - che era stato posto a difesa di un avamposto nei pressi di Ponte di Boffalora sopra Ticino - nella quale spiegava le sue ragioni.

Dal punto di vista ideologico, dai suoi scritti del tempo emerge, infatti, l'immagine di un liberale tendenzialmente - seppur non del tutto - moderato: egli viveva, non a caso, in un contesto, quello del XIX secolo, nel quale, nello Stato più potente del mondo, il Regno Unito, il liberalismo, affermatosi a partire già dal XVII secolo, aveva partorito la Rivoluzione industriale, avviando, così, un periodo di intenso sviluppo economico e scientifico che aveva dato, a sua volta, come frutto una grande fiducia nell'idea del progresso, nel significato più esteso che si può attribuire a questa parola - non, cioè, soltanto nei già citati termini economici o scientifici ma anche culturali, soprattutto di alfabetizzazione. In conseguenza di ciò, Türr considerava il liberalismo ciò che avrebbe potuto garantire lo sviluppo economico e sociale dell'Ungheria.

Quest'interesse nel voler migliorare le condizioni di vita dei propri connazionali era, inoltre, dettato anche da un aspetto squisitamente caratteriale: il fatto di provenire da una famiglia non particolarmente agiata, infatti, aveva fatto sì che si sviluppasse in Türr una grande partecipazione emotiva nei confronti di coloro che appartenevano agli strati più bassi della popolazione, non, però, beninteso, in una prospettiva rivoluzionaria - il voler migliorare le condizioni dei deboli e dei bisognosi seguiva, infatti, la classica logica dell'assistenza ai meno fortunati tipica del cattolicesimo, religione cui l'ungherese era molto attaccato.

Unendo, dunque, questa sua compassione, intesa proprio nel significato di compartecipazione alle emozioni altrui, ad un temperamento forte e deciso, come dimostra, chiaramente, la sua decisione di disertare mandando addirittura una lettera al suo ufficiale comandante nella quale spiegava i motivi che l'avevano indotto a questo gesto di modo che il suo non fosse visto come l'atto di un vile e di un codardo, si ottiene l'immagine di un uomo pronto a lottare, con qualunque mezzo, per il progresso; un progresso che egli riteneva essere strettamente vincolato all'indipendenza dalla dominazione asburgica.

Il contesto culturale del tempo giocò, infine, un ruolo fondamentale. Era, infatti, quella, l'età del Romanticismo, movimento filosofico-letterario che, dalla Germania, si era diffuso in tutta Europa e che si caratterizzava - in conseguenza della rottura della concezione della società come composta da ordini tipica dell'Antico regime - per l'esaltazione del singolo individuo. Come, poi, questo movimento esaltava le caratteristiche del singolo individuo, allo stesso modo, celebrava anche quelle delle singole nazioni, l'insieme, cioè, degli individui che condividevano fattori quali lingua, cultura, storia, ecc., e che in virtù di ciò, avevano diritto ad avere anche dei rispettivi Stati di riferimento, liberi dall'oppressione straniera ed anche liberi al loro interno - per permettere, così, ai singoli di esprimere appieno la loro individualità. Ciò aveva creato in Europa una rete di intellettuali nazionalisti - in questo significato ottocentesco del termine - pronta a lottare dovunque si manifestassero le istanze di cui sopra e Türr fu, appunto, un caso emblematico: sostenitore della necessità di liberare l'Ungheria dall'oppressione secolare degli Asburgo, allo stesso modo, si dimostrava pronto a lottare anche per la liberazione di un'altra patria che, guarda caso, condivideva, con la sua, il medesimo oppressore; un oppressore al quale - ed ecco il tratto che lo allontanava, per lo meno allora, parzialmente dal moderatismo - non ci si poteva ribellare che con le armi, data la sua strenua difesa di un principio di governo assolutistico che si rifiutava di venire a patti con un contesto nel quale erano emerse tutta una serie di rivendicazioni nazionali impensabili all'epoca in cui l'assolutismo nacque.

Dopo aver disertato, dunque, l'ufficiale ungherese raggiunse Trecate, Novara ed, infine, Alessandria dove entrò nell'esercito sabaudo - con il quale aveva dei contatti già dall'anno precedente - giungendo in un frangente in cui le autorità piemontesi - che ben conoscevano l'atteggiamento, per così dire, internazionalista dei nazionalisti europei e che avevano capito che avrebbero potuto sfruttarlo a loro vantaggio - avevano creato due reparti formati da soldati disertori non austriaci che avevano prestato servizio nell'esercito di Francesco Giuseppe e che, come Türr, avevano, però, deciso di disertare l'armata degli Asburgo per lottare contro gli oppressori della propria patria: la Legione polacca ed il Corpo speciale di militari ungheresi, quest'ultimo inquadrato nel XIX Reggimento. L'incarico di provvedere all'organizzazione ed al comando di quest'ultimo, costituito da 110 soldati e 2 ufficiali, fu affidato proprio a Türr, che ottenne il grado di luogotenente. Il 18 febbraio, a Marengo, la Legione ungherese - così come questi l'aveva ribattezzata - ricevette ufficialmente la sua bandiera e, in quest'occasione, il suo comandante fece anche pronunciare ai suoi soldati il presente giuramento:

«Noi giuriamo all'Onnipotente di seguire questo vessillo, ed il nostro capo sinchè non ci verrà fatto di tornare in patria, dovunque lo Statuto ed il Re Carlo Alberto vorrà chiamarci all'opera e promettiamo, in qualunque cimento e pericolo di batterci da valorosi soldati fino all'ultima stilla di sangue contro il nemico delle nazioni sorelle, Italia e Ungheria. [...] Valorosi soldati! Conoscete voi quella statua? Essa rappresenta quel Napoleone, che, orora mezzo secolo, combatteva per la libertà, e che solo la difendeva contro le potenze congiurate ad ucciderla. Egli passava un giorno anche dalla nostra bella ed amica patria, offerendo ai nostri padri le sue schiere e sé stesso in aiuto, se si distaccavano dall'Austria. Ma i nostri padri troppo fedeli alla casa degli Asburgo, impugnavano le armi contro di lui; ed ora come ne fummo ricompensati? Col più nero tradimento da quella casa imperiale, che non solo vuole smembrare la nostra cara patria, ma anche strapparci le nostre sacrosante libertà, per cui i nostri antenati tanto sangue e tante volte hanno sagrificato. Ма le sue infamissime brame saranno deluse, perchè piuttosto che assistere a tale strazio miserevolissimo della patria, ognuno di noi, ogni ungherese, giovani e vecchi, uomini e donne spargeranno fino all' ultima stilla il loro sangue. E poichè la nostra bene augurata stella ci ha condotti in mezzo ad una nazione sorella, la quale combatte per lo stesso principio, io combatterò e morrò per la sua libertà, lo giuro alla SS Trinità.»

Nonostante gli appartenenti ai reparti stranieri nutrissero la speranza che, dopo aver battuto l'Austria, Carlo Alberto li avrebbe sostenuti nelle loro guerre di liberazione in Polonia ed Ungheria, le loro aspettative si infransero quando Radetzky sconfisse i piemontesi a Novara (23 marzo) - i volontari ungheresi, peraltro, non ebbero nemmeno occasione di battersi dato che erano stati inviati a Nizza il 21 marzo - costringendoli, poi, a firmare l'Armistizio di Vignale (24 marzo), che imponeva, tra le altre, anche una clausola sullo scioglimento dei reparti formati dai disertori dell'esercito austriaco. A seguito, dunque, dello scioglimento della legione, Türr, raccolti alcuni dei suoi ex commilitoni, raggiunse il Granducato di Baden, dove aiutò gli insorti locali e da dove contava, poi, di poter raggiungere l'Ungheria per continuare la lotta al fianco di Kossuth. Le cose non andarono come sperato: la rivoluzione in Germania fallì nella battaglia di Ludwigshafen, mentre, in patria, Kossuth si arrese il 13 agosto. Benché avrebbe, poi, potuto beneficiare dell'amnistia ai disertori che, per amor di pacificazione, Francesco Giuseppe aveva concesso dopo che l'ordine era stato ripristinato nell'impero - condizionata, però, al rientro immediato nei ranghi dell'esercito - Türr si rifiutò di tornare nella sua patria oppressa e tornò in Piemonte, dove, congedato, ottenne una piccola pensione di cui, però, fu privato in seguito alla sua partecipazione all'insurrezione mazziniana di Milano del 1853 - fu arrestato a Pavia, mentre stava raccogliendo dei volontari - cosa che gli valse, tra l'altro, l'espulsione dal Regno di Sardegna.

La guerra di Crimea

Poco dopo l'inizio della guerra di Crimea (1853-1856), nel 1854, passò al servizio nel British Army arruolandosi nella legione anglo-turca e venendo posto al comando di un corpo di conduttori di 4 ufficiali, lui compreso, 12 sottufficiali, 200 soldati, 100 carri e 200 cavalli, con il quale prese parte alla battaglia della Cernaia (16 agosto). Nel 1856, dopo aver ricevuto l'assicurazione che non sarebbe stato arrestato se avesse messo piede nei territori controllati dagli Asburgo, si recò nella Valacchia asburgica - l'Austria appoggiava, infatti, sottobanco l'alleanza tra Regno Unito, Francia ed Impero ottomano in funzione anti-russa ed aveva, infatti, con il consenso turco, occupato la Moldavia e la Valacchia per far pressione sullo zar Nicola I - per rifornire le sue truppe ma, a Bucarest, fu arrestato (1 novembre). Türr raccontò, poi, anni dopo, la difficile permanenza nelle carceri militari di Francesco Giuseppe, descrivendo una prigionia vissuta incatenato in una cella umida, sporca e infestata dagli insetti - tutte cose che gli provocarono una febbre molto alta - e sottoposto al drammatico spettacolo degli altri prigionieri che venivano bastonati dai secondini, pratica disciplinare comune all'epoca - per mantenere buoni rapporti con le altre potenze alleate, questo supplizio gli fu risparmiato dalle autorità austriache:

«lo soffriva della mancanza d'aria la quale mi era così scarsamente misurata; soffrivo per mancanza di riposo, un po' per la molestia della catena che mi si avvolgeva, coricandomi intorno al corpo, un po' per l'incomodo del mio giaciglio di paglia (che non venne cambiato che due volte in tutto il tempo della mia Parigionia, e ciò soltanto quando il sudiciume degli insetti i più schifosi lo rendevano indispensabile), un po' finalmente perché, sempre disturbato dal continuo cambio delle guardie, e dal continuo "alto chi va là!" della sentinella sotto la mia finestra. Avvenne pertanto che caddi finalmente ammalato. L'irritazione nervosa della febbre aumentava il mal umore e l'ansietà dell'animo mio. [...] Ma ciò che più d'ogni altra cosa mi faceva ribrezzo era il barbaro supplizio del bastone che veniva inflitto ogni sabato sotto alle mie finestre. Io non ero più abituato a quella vista schifosa da quando aveva abbandonato il servizio austriaco, e le grida e gli urli dei poveri pazienti mi laceravano il cuore. Il prevosto, che voleva mitigare d'alquanto quella mia irritazione, mi diceva che il massimo grado di quel castigo era stato ora ridotto dai cento colpi ai settanta. Quale clemenza! Che riduzione considerevole! L'Austria, la quale nei trecento anni dacché esistono gli eserciti stanziali, ha fatto distribuire parecchi milioni di bastonate, è ora giunta alla magnanima determinazione di ridurre del trenta per cento il numero dei colpi da infliggersi sul dorso d'un povero soldato. Se essa va avanti di questo passo, non v'ha dubbio che si può sperare di vedere quella pena intieramente abolita nell'esercito verso la metà del prossimo millennio; purché i popoli sieno tanto pazienti da aspettare sino a quell'epoca.»

Tradotto a Kronstadt, comparve davanti ad un tribunale militare (19 novembre) che, per la sua diserzione del 1849, lo condannò a morte ma, sempre nell'ottica di salvaguardare i buoni rapporti con gli alleati, con commutazione in esilio perpetuo da tutti i territori dell'Impero, pena la fucilazione.

La Seconda guerra d'indipendenza

Negli anni successivi viaggiò in Grecia, Turchia ed Egitto - principalmente per cercare l'appoggio degli inglesi tramite i rapporti che aveva iniziato a tessere, fin dai tempi della guerra di Crimea, con gli ambasciatori britannici all'estero, nel mentre che Cavour stabiliva analoghi rapporti con la Francia per la causa italiana. Nel 1859, in preparazione a quella che sarebbe poi diventata la Seconda guerra d'indipendenza italiana, le autorità piemontesi decisero di ricostituire la Legione ungherese - ben comprendendo, come già avevano capito nel 1849, che ciò sarebbe andato nella direzione di un notevole rafforzamento delle loro forze - e concessero anche l'amnistia a Türr, che poté, così, finalmente rientrare a Torino. Nella capitale sabauda, nello stesso anno, l'esiliato Kossuth aveva costituito, assieme ai compatrioti László Teleki e György Klapka e con il beneplacito dei Savoia, un Comitato nazionale ungherese, proprio con il compito, di arruolare, in preparazione all'istituzione di questo corpo, dei connazionali volenterosi, incitando anche coloro che prestavano servizio nell'esercito austriaco alla diserzione, per sostenere Vittorio Emanuele II - il comitato, tra l’altro, caldeggiava anche la possibilità che le truppe sabaude, dopo aver sconfitto gli austriaci, potessero penetrare a fondo nell'Impero e liberare la loro patria. La seconda Legione ungherese fu, dunque, ufficialmente costituita il 24 maggio - le ostilità erano iniziate il 27 aprile - ma Türr, reintegrato nell'esercito e prontamente promosso capitano, non entrò a farne parte in quanto Cavour in persona riteneva fosse più utile distaccarlo presso un corpo di Cacciatori delle Alpi nel Bergamasco; il conte sapeva, infatti, che molti dei reparti che si trovavano lì erano ungheresi e che, dunque, sarebbe stato molto più efficace inviare in quei luoghi un loro connazionale che potesse, eventualmente, fomentare le diserzioni. Fu proprio in quell'occasione che incontrò Garibaldi, il quale non mancò di esprimergli una grande ammirazione per il suo coraggio e le sue doti organizzative. Gravemente ferito al braccio sinistro - al punto che rischiò l'amputazione - battaglia di Treponti (15 giugno 1859), nella quale si guadagnò la Medaglia d'argento al valor militare, il generale gli scrisse:

«Il Sangue magiaro si è versato per l'Italia e la fratellanza che deve rannodare i due popoli nell'avvenire [...] Io sarò privo d'un valoroso compagno d'armi per qualche tempo, e d'un amico, ma spero di rivedervi presto sano al mio lato, per ricondurre i nostri giovani soldati alla vittoria.»

Ricoverato a Brescia, ricevette, a guerra finita, una pensione vitalizia da 2.400 lire ma, ben lungi dal fermarsi, decise di seguire Garibaldi in Sicilia.

La Spedizione dei Mille

Quando, circa alle dieci di sera del 5 maggio 1860, Garibaldi uscì da Villa Spinola - dove aveva trascorso tutto il mese precedente preparando la spedizione - e, con circa mille volontari, si diresse verso la costa sulla quale erano approntate circa trenta barche per permettere ai primi volontari di salire a bordo dei vapori che li avrebbero, poi, condotti sull'isola con tutto l'equipaggiamento, István Türr - che Garibaldi aveva fatto suo aiutante di campo con il grado di colonnello - lasciò la costa per ultimo sulla stessa barca del generale, assieme a Francesco Crispi. Il momento, tra l'altro, è raffigurato anche nel celebre dipinto di Gerolamo Induno, nel quale Türr è l'uomo al centro, sulla barca.

G. Induno, L'imbarco dei Mille da Quarto, 1860

A proposito del dipinto: qui si vedono i piroscafi già a largo pronti ad accogliere i volontari ma, in realtà, le cose andarono in maniera assai diversa rispetto alla rappresentazione pittorica di Induno. Le navi, il Lombardo ed il Piemonte, appartenevano all'armatore genovese Raffaele Rubattino ed erano state requisite all'insaputa dei rispettivi equipaggi ma con l'assenso dell'armatore - che si era accordato segretamente con Nino Bixio, che guidò l'abbordaggio e rinchiuse i marinai sottocoperta, Agostino Bertani e Garibaldi stesso, dei quali condivideva le idee - verso circa le nove della sera stessa dalla partenza nel porto di Genova ma nessuno di loro sapeva come far partire le caldaie. Dopo tre ore di attesa, dunque, Garibaldi trasbordò su di un'altra piccola imbarcazione con la quale, assieme ad alcuni volenterosi rematori, raggiunse a forza di braccia il porto e fece, finalmente, partire le due navi. Tornati nei pressi di Villa Spinola, iniziò l'imbarco dei volontari e dei materiali ma, preoccupati di svolgere il tutto nel più breve tempo possibile dopo il già considerevole ritardo accumulato, nel buio della notte si persero una barca con armi e munizioni. La mattina del 6 maggio, infatti, resisi conto dell'errore, decisero che durante la sosta - comunque già programmata - a Talamone, si sarebbero dovuti recare alla vicina fortezza di Orbetello per chiedere dei rifornimenti.

Poiché Vittorio Emanuele II intendeva evitare un coinvolgimento ufficiale diretto del Regno di Sardegna in una spedizione che, se fosse fallita, avrebbe potuto risultargli controproducente sul piano dei rapporti diplomatici con Francesco II, l'unico modo per ottenere i rifornimenti dal comandante della fortezza, il tenente colonnello Giorgio Giorgini, era quello di cercare di convincere quest'ultimo che la loro iniziativa fosse autorizzata dalle autorità sabaude. L'inganno fu ideato da Garibaldi e Türr - che, parole sue, preferiva rischiare la fucilazione che passare un'ora di più sul ponte del battello dove si trovava assieme al generale, il Piemonte, in preda al mal di mare, come, del resto, metà dei volontari. Il primo scrisse una lettera con la quale già sperava, in realtà, di poter convincere Giorgini, nella quale la chiusa sembrava far velatamente far intendere che la spedizione fosse sostenuta dai piemontesi:

Illustrazione del Piemonte
«Fate Fede a tutto ciò che vi dirà il mio aiutante di campo Turr, e aiutate con tutti i vostri mezzi la spedizione che sto per intraprendere a gloria del Piemonte per la grandezza d'Italia. Viva Vittorio Emanuele! Viva l'Italia! G. Garibaldi.»

Tuttavia Türr, scrisse, come piano di riserva, anche un'altra lettera. In caso quella del generale non fosse bastata, infatti, avrebbe detto a Giorgini che, se avesse voluto essere sicuro che l'operazione fosse stata autorizzata da Vittorio Emanuele II, avrebbe potuto inviare un suo breve messaggio al marchese Gaspare Trecchi, aiutante di campo del re:

«Mio caro marchese, non so come sia potuto accadere; ma durante le operazioni d'imbarco si è smarrita la barca carica di armi e munizioni. Vogliate domandare ancora una volta per noi a Sua maestà centocinquantamila cartucce, e, possibilmente, un migliaio di fucili con baionette. Il colonnello Turr.»

Ovviamente, Trecchi non ne sapeva assolutamente nulla ma Türr sperava che il tono di familiarità con il quale si rivolgeva a sì nobile destinatario potesse persuadere definitivamente il tenente colonnello a consegnare loro ciò di cui avevano bisogno. Naturalmente, c'era anche la possibilità che Giorgini inviasse davvero quel messaggio ed, allora, la copertura sarebbe saltata. Bisognava, insomma, contare sulla fortuna. Il 7 maggio, sbarcati gli uomini responsabili delle operazioni di diversione a Talamone, Türr ed un piccolo gruppetto vestito di tutto punto con le uniformi piemontesi, per cercare di dar credibilità alla messinscena, raggiunsero la fortezza di Orbetello e, incredibilmente, il tenente colonnello acconsentì alla consegna delle forniture - anche se ci vollero tutt'e due le lettere per convincerlo. I garibaldini, così, si presero un centinaio di carabine Enfield, due cannoni di bronzo e una vecchia colubrina. Nella stessa occasione, in preparazione allo sbarco, Garibaldi divise anche i volontari in otto compagnie ed i battelli ripresero la navigazione il 9 maggio.

L'11 maggio, raggiunta Marsala, Türr fu uno dei primi a scendere: era, infatti, stato stabilito che lui ed altri 25 uomini si sarebbero dovuti imbarcare su tre canotti ed impadronirsi di una caserma dove si pensava, erroneamente, si trovassero 500 o 600 soldati borbonici. Durante lo sbarco, la corvetta a vapore napoletana Stromboli, al comando del capitano Guglielmo Acton, temporreggiò nell'aprire il fuoco per evitare il coinvolgimento di due navi da guerra britanniche, l'Argus e l'Intrepid, che si trovavano alla fonda nel porto - non certo casualmente; Londra riteneva, infatti, che la creazione di uno Stato italiano unitario potesse contribuire alla stabilità del Mediterraneo e facilitare gli scambi commerciali nella regione. Giunti, dunque, a terra dopo uno sbarco che si svolse quasi senza colpo ferire - solo i soldati dell'autorità portuale aprirono il fuoco sulle Camicie rosse, praticamente senza perdite da entrambe le parti - i garibaldini affrontarono, per la prima volta, un consistente schieramento di truppe borboniche nella battaglia di Calatafimi (15 maggio), che si risolse in una grande vittoria per i patrioti e nella quale Türr - che Garibaldi aveva nominato generale il giorno prima - comandò un gruppo di volontari genovesi armati con carabine svizzere. Il bilancio fu di appena 110 tra morti e feriti ma il numero dei soldati che, resisi conto che la spedizione poteva veramente funzionare, iniziò a crescere sempre di più.

Tra questi, in particolare, c'erano anche i circa 50 volontari ungheresi che arrivarono nell'isola appena giunse loro la notizia dello sbarco di Garibaldi e che, dopo una successiva ristrutturazione dell'Esercito meridionale, furono organizzati in una nuova Legione ungherese - la terza in ordine di tempo - istituita ufficialmente a Messina il 16 luglio - quando, ormai, i volontari erano diventati 89 - che fu inquadrata nella II brigata della XV divisione, al comando del generale Nándor Éber.

Definito da Dumas «così buono, così giusto e così pietoso, il cui cuore è metà d'angelo, metà di leone, che ride sotto le pallottole e piange davanti alla miseria», Türr si occupò, oltre che di combattere, anche di amministrare la giustizia, occasionalmente in modo molto severo, in quei territori che, a dire dello scrittore francese, i garibaldini non erano venuti soltanto per liberare ma anche per «purificare [...] da quattrocento anni di dominazione spagnola e napoletana.» Per fare un esempio, quando, a Villafrati, il 25 giugno, Dumas vide, dalla finestra della casa nella quale gli era stato concesso di alloggiare e dove si trovava, in quel momento, anche il generale ungherese, un soldato che portava con sé diverse galline e commentò divertito che «[non sarebbe] certo morto di fame», Türr si affacciò e, riconosciuto in quell'individuo un ladro, assassino ed incendiario siciliano che si era unito ai garibaldini - un picciotto - di nome Santo Meli, subito lo fece arrestare e tradurre dinanzi ad un tribunale militare. La sorte di quell'uomo è sconosciuta ma Dumas riporta che il generale si augurava fosse fucilato.

Dopo aver trascorso luglio-agosto ad Aix-les-Bains ed a Torino per riprendersi da una febbre particolarmente forte, tornò al fianco di Garibaldi ed assunse il ruolo di comandante militare di Napoli dopo la presa della città (7 settembre), dove si occupò, inoltre, di stroncare le ultime resistenze borboniche. A tal proposito, va detto che, in quei giorni, Türr assistette anche ad un episodio particolarmente drammatico che lo segnò profondamente: l'8 settembre 1860, infatti, i generali borbonici Bonanno e Flores, penetrarono, con 4.000 soldati, nella zona di Ariano e fecero insorgere i contadini lealisti, che si abbandonarono a massacri e rapine. Fu proprio la sua divisione ad occuparsi della repressione. Il triste spettacolo che gli si presentò davanti agli occhi - che si andò ad unire anche ad altri episodi simili cui aveva assistito - lo turbò molto e ciò, unito anche, alle gravi perdite che i garibaldini subirono al Volturno (26 settembre - 2 ottobre) - durante la quale la sua divisione sbarrò la ritirata al nemico nei pressi di Santa Maria Capua Vetere e fu, per questo, molto lodata da Garibaldi - lo fece entrare in quella schiera moderata che convinse il comandante della spedizione ad assecondare il progetto unitario sotto la guida dei Savoia, così da porre fine ad una guerra che era già costata troppi morti. Il 15 ottobre, dunque, l'eroe dei due mondi varò il decreto di annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna ed il 26, a Teano, consegnò ufficialmente le terre conquistate a Vittorio Emanuele II.

Dopo la Spedizione dei Mille

La fine della Spedizione dei Mille non determinò affatto quella della carriera di Türr: dopo, infatti, lo scioglimento dell'esercito meridionale, decretato dalle autorità dell'ormai costituito Regno d'Italia nel 1860-1861, l'ufficiale ungherese conservò il suo grado di generale - venendo posto a capo della stessa Legione ungherese, che ormai contava ben 1.877 elementi - e divenne anche aiutante di campo onorario di Vittorio Emanuele II (1862). In questa fase, inoltre, benché fino almeno fino al 1867 sostenesse l'idea che, in caso non fosse possibile dirimere una contesa pacificamente, fosse più che lecito ricorrere alle armi, iniziò ad orientarsi verso posizioni progressivamente più moderate. Basti pensare, ad esempio, al fatto che, di fronte alle numerose diserzioni che ci furono presso la sua divisione da parte di coloro che fecero, poi, parte della fallimentare spedizione garibaldina per prendere Roma nel 1862 egli fece convocare una commissione di inchiesta che si occupò di epurare la stessa di tutti gli elementi più estremisti - il rischio era, infatti, che ciò potesse provocare una guerra contro la Francia che avrebbe destabilizzato uno Stato da poco unificato che aveva, invece, bisogno di stabilità. Ciò spiega anche la partecipazione delle sue truppe alla repressione del brigantaggio in Italia meridionale nel 1861-1866, che avrebbe rischiato di provocare una vera e propria guerra civile che lui, come abbiamo già visto, temeva più d'ogni altra cosa. Tutto ciò finì con l'attirargli sì le simpatie delle autorità politiche del nuovo Stato italiano e della maggior parte della stessa società italiana - le quali, dopo l'avventura garibaldina, si stavano sempre più orientando verso una normalizzazione dei rapporti tra le potenze che non prevedeva più azioni di forza ma solo compromessi diplomatici - ma, al contempo, gli attirò anche le antipatie della maggioranza estremista - soprattutto presso i suoi stessi connazionali, che lo accusarono di essere diventato un reazionario; antipatie che, va detto, si mischiavano anche ad una forte invidia nei confronti di un uomo che era diventato famoso ed influente.

Tra i suoi maggiori detrattori ci furono, in particolare, il colonnello József Krivácsy ed il già citato György Klapka - entrambi membri del Comitato nazionale ungherese - che gli mossero anche, rispettivamente nel 1861 e 1862, una serie di velenose accuse di essere un truffatore, un assassino, un seduttore ed un lenone che portarono, addirittura, alla convocazione di una commissione d'inchiesta che, però, lo assolse da tutte le accuse nel 1862.

Il ritorno in Ungheria

Un momento di svolta particolarmente importante nella sua vita fu rappresentato dall'Ausgleich del 1867, l'atto con il quale fu creato il sistema della duplice monarchia, asburgica ed ungherese, che si risolse in una pressoché totale autonomia della seconda dalla prima. Quest'evento rappresentò, per il generale ungherese, l'evidente e definitiva manifestazione che una linea d'azione moderata poteva effettivamente condurre ai risultati sperati senza che vi fosse la necessità di ricorrere alle armi e non fece che rafforzare ulteriormente la sua convinzione che si potessero dirimere le contese pacificamente al punto che, se, fino a questo momento, era stato un fiero oppositore degli Asburgo, dopo il 1867, divenne un convinto sostenitore del sistema della duplice monarchia, tanto da dichiarare:

«Come in tutte le società umane ogni singolo individuo ha diritto alla vita di famiglia, così anche in ogni Stato composto di varie nazionalità, ad ogni popolo deve essere conferito e garentito il diritto non solo della propria conservazione, ma anche della creazione di istituzioni conformi alle sue specialità nazionali.»

Per non parlare, poi, di quando scrisse:

«La creazione della [duplice] monarchia [...] rappresenta un piccolo vantaggio che noi abbiamo ottenuto; ma attenzione a non pensare di essere, così, salvi. Noi ungheresi abbiamo ancora pesanti obblighi da assolvere se vogliamo salvaguardare l'avvenire della nostra patria.»

Quest'ultima sua affermazione, in particolare, permette di introdurre quello che fu il grande impegno per il progresso della sua patria - ecco che ritorna, ancora una volta, il tema del progresso - che caratterizzò questa seconda parte della sua vita. Dopo, infatti, il congedo dall'esercito italiano (1864) ed il ritorno in patria, previa amnistia, nel 1867 - l'anno dopo lo scioglimento del Comitato nazionale ungherese che, ormai, aveva esaurito il suo scopo - infatti, si dedicò alla risoluzione di problemi di pubblica utilità: si occupò, infatti, di promuovere la realizzazione di importanti opere di canalizzazione tra cui le più importanti furono il Canale Francesco - che metteva in comunicazione le vallate dei fiumi Tibisco e Maros e permetteva, così, di accorciare di 400 km il percorso delle merci che, dall'alta Ungheria, erano dirette verso Vienna e viceversa - ed il taglio dell'istmo di Corinto - un'opera, realizzata nel 1881-1893, che risultò fondamentale per l'economia di tutti i paesi che gravitavano su quell'area del Mediterraneo poiché faceva risparmiare 185 miglia alle navi che, dall'Adriatico, erano dirette al Pireo e 95 miglia a quelle dirette dal Mediterraneo allo stesso porto; promosse anche un progetto di costruzione di un canale che avrebbe messo in comunicazione il Danubio con la Sava per accelerare i commerci in quella parte dell'Impero anche se poi non se ne fece nulla per mancanza di fondi. Profondo fu, poi, il suo impegno a favore dell'alfabetizzazione, tramite, soprattutto, la creazione di circoli privati che non solo si dedicavano all'istruzione dei bambini ma anche a quella degli adulti - in tutto in accordo con il ministro dell'istruzione ungherese József Eötvös - di modo da garantire il progresso economico, politico e morale dell'uomo all'interno della sua comunità nazionale.

«Lo scopo dell'associazione è da una parte di favorire la fondazione dei circoli di istruzione popolare in tutto il paese e, se questi lo desiderano, di dare loro un indirizzo: dall'altra, di promuovere con altri mezzi l'educazione degli adulti. La maggior parte della nostra gente è ignorante, anche quella che ha frequentato la scuola. Dimentica anche quel poco che si è imparato da bambini. È stato anche scritto che il popolo senza conoscenza si perde. Poiché non solo illumina la mente sui diritti e doveri civili, ma nobilita anche la morale, la scienza è alla base anche della vita virtuosa, del miglioramento della nostra situazione economica, insieme alla diligenza e al risparmio. È vero che al Parlamento è stata fatta una proposta per l'istruzione degli adulti, e noi desideriamo tanto che diventi legge al più presto possibile; ma, accanto a questa strada principale, rimane anche quella delle associazioni: ambedue devono essere percorse. Raggiungere lo scopo diventa così più sicuro. La nobile competizione che si potrà creare non sarà che d'aiuto per la causa. Ci sono, purtroppo, anche nelle classi più alte alcuni che considerano l'istruzione degli adulti un esperimento inutile. Quello che non ha imparato Giovannino, non lo imparerà neppure Giovanni, dicono. L'esperienza dimostra il contrario. In Germania, Inghilterra, Francia e Italia sono centinaia, migliaia, gli uomini e le donne che rimediano con successo al loro errore giovanile. C'è chi ha imparato a leggere, a scrivere, a contare, chi ha reso più ricca la sua mente con altre conoscenze utili. Se questo è possibile in altri paesi, perché non dovrebbe esserlo da noi? Oppure il nostro popolo è meno adatto allo studio rispetto a quello di altri paesi? Chi conosce gli occidentali, può tranquillamente negare ciò. Il popolo ungherese è intelligente e portato allo studio come qualunque altro popolo. E, come è successo con i popoli occidentali, si deve far capire anche alla nostra gente che la vergogna non è lo studio tardivo, bensì il non voler studiare mai.»

L'accento che Türr poneva sull'aspetto «dell'educazione morale» ci permette, inoltre, di vedere chiaramente come questo suo impegno si inserisca, ancora una volta, perfettamente in una visione etica tradizionale - cattolica, se guardiamo ad alcune delle massime che lui evidenziava come essenziali per educare gli uomini espresse all'interno di un'opera intitolata, molto eloquentemente, Sui doveri dell'uomo:

«L'uomo in sé non è niente, solamente con l'aiuto degli altri può diventare operoso, felice e ricco. Di conseguenza, è obbligato ad aiutare il suo prossimo.

[...]

Siamo tutti fratelli. E perciò, se vediamo soffrire qualcuno e non lo aiutiamo anche se potremmo farlo, commettiamo uno sbaglio.

[...]

Ama e stima la donna, non approfittare della sua debolezza, perché saresti un infame e un codardo. Se sei sul punto di approfittarne, pensa a tua madre.

L'uomo riceve non soltanto il piacere, ma anche la vita dalla donna, e per questo alzare le mani su di lei è un peccato così vile per il quale non esistono definizioni e punizioni sufficientemente infamanti.

[...]

Considera il sovrano del tuo paese come il capo di una grande famiglia alla quale appartieni anche tu: amalo e rispettalo.

Sia santa la terra dove sei nato: questa è la tua patria.

Il nome santo della patria anima il cuore e ci stimola a nobili e grandi azioni.»

Solo seguendo questi principi sarebbe stato possibile, secondo lui, educare non solo dei cittadini ligi alle leggi ma che fossero anche coscienti dei propri diritti e li sapessero utilizzare nella giusta misura - giacché riteneva che l'uomo spesso tendesse ad abusare dei suoi diritti in quanto - ecco nuovamente l'influenza del cattolicesimo - era naturalmente un peccatore - e far sì che vi fosse armonia nella società, sempre senza alcuna velleità rivoluzionaria - sebbene, infatti, a tal proposito, non rigettasse totalmente le istanze socialiste di miglioramento delle condizioni di lavoro e dei diritti di lavoratori, si dimostrava, però, anche preoccupato per i possibili eccessi rivoluzionari di una tale dottrina e per l'uso strumentale delle rivendicazioni sindacali al fine di fomentare tendenze anarchiche e destabilizzatrici dell'ordine politico e sociale:

«Tra due uomini, uno comanda e l'altro obbedisce. Ambedue agiscono per il bene della società e, nell'obbedire, si possono dimostrare tanta dignità e tanto merito quanto meno comandare.»

Gli ultimi anni

Gli ultimi anni della vita di István Türr si caratterizzarono per un intenso impegno a favore della pace. A fronte, infatti, di una situazione internazionale che, alla fine del XIX secolo, stava diventando sempre più tesa - e che, secondo lui, era determinata, da una parte, dal fatto che l'imperialismo panslavista russo non aveva più quel freno che aveva, per lungo tempo, rappresentato Napoleone III, a causa della sconfitta di quest'ultimo ad opera della Germania in procinto di unificarsi e, dall'altra, proprio dalla politica aggressiva di Bismarck, campione del desiderio del primato tedesco in Europa e sostenitore della guerra come strumento di risoluzione delle controversie tra le nazioni nonché di affermazione della propria potenza su scala internazionale tramite l'accrescimento delle proprie forze armate, per non parlare, infine, dell'aggressiva politica imperialista britannica, - egli iniziò ad impegnarsi sempre di più per propugnare la causa della pace. In un contesto nel quale andavano diffondendosi dottrine politiche e sociali che teorizzavano l'uso della forza e l'odio razziale per affermare un presunto diritto alla supremazia sul mondo o su di una parte di esso, che si andavano, poi, ad unire a un dilagante militarismo - i «nuovi nazionalismi» - egli criticò aspramente la «pace armata» che si era venuta a costituire tramite quel sistema di alleanze che rischiava di creare un devastante effetto domino che avrebbe portato ad una guerra tra le potenze europee, sostenendo, invece, la necessità di raggiungere una pacificazione duratura tra i popoli tramite l'appello al buon senso dei governi delle grandi potenze, nella convinzione che tutti dovessero tendere al bene dell'umanità ed alla rigenerazione del mondo attraverso la ricerca di larghe intese internazionali al fine di perseguire una politica di pace e di cooperazione, arrivando possibilmente all'obiettivo di una vera e propria Confederazione Europea, che, nel rispetto delle singole nazionalità, potesse costituire un blocco compatto entro il quale fossero impossibili nuove guerre. Non a caso, giudicava negativamente la «follia» dei governi europei di approntare eserciti sempre più grandi e strumenti di guerra sempre più efficienti e sofisticati, al punto da anticipare alcune delle dinamiche distruttive che avrebbero, poi, caratterizzato la Prima guerra mondiale:

«Il sistema di Bismarck ha dotato l'Europa della Pace armata, che io mi permetto di chiamare la Paura armata. Questa istituzione, che le altre parti del mondo non c'invidiano punto, ci è costato un anno per l'altro, 5 miliardi - ciò che costituisce, per gli ultimi ventotto anni, la bella somma di 140 miliardi. Una parte soltanto di questa somma sarebbe bastata a lenire, se non per guarire, le piaghe più dolorose che rodono il corpo sociale di questo nostro grande secolo. Noi abbiamo preferito moltiplicare le spese e prodigare a piene mani i miliardi, per operare tre o quattro successive trasformazioni dei nostri fucili, dei nostri cannoni, delle nostre polveri più o meno senza fumo, senza parlare del materiale umano di più in più numeroso che si tiene pronto ad essere immolato, al Moloch della guerra. E che abbiamo noi ottenuto a prezzo di questi immensi sacrifici? Che un dato numero di soldati potrà uccidere e storpiare una moltitudine di nemici quattro o cinque volte maggiore di quello che non abbia fatto lo stesso numero di soldati nei terribili macelli del 1870 e del 1871. E dire che vi sono dei tecnici che non sono ancora contenti! Che si vantano d'aver inventato dei congegni molto più micidiali ancora; dei fucili il cui effetto sarà venti e trenta volte superiore a quello delle nostre armi attuali! Gli obici caricati a melinite polverizzano le fattorie e i villaggi che servirono di rifugio e d'asilo ai difensori. Non v'è più che un passo da fare. Una volta messa su così buona strada, la Scienza finirà per trovare una scossa elettrica che, dopo aver distrutto i bastioni e gli edifici, piomberà come un ciclone sulle masse dei battaglioni per spazzar via d'un sol colpo il campo di battaglia. Cogli antichi fucili, era raro che una carica di cavalleria potesse distruggere un battaglione disposto in quadrato. Col nuovo fucile, non si oserà neppure di tentare l'assalto. E ben presto la mitraglia micidiale sarà rivolta contro i palloni aerostatici, cui non si tarderà più molto a poter dirigere a volontà. Quando le armi siano rese così distruttive, la guerra diverrà formidabile al punto di diventare decisamente impossibile. La paura spinta all'eccesso produrrà per forza lo stordimento. Da vent'anni ci colgono fremiti di terrore pensando alle formidabili masse umane che una guerra europea metterebbe in piedi. E queste masse non fanno che ingrossarsi. La loro chiamata sotto le armi produrrebbe nell'agricoltura, nell'industria, nel commercio, nella vita intellettuale, perturbazioni tali, che gli abili matematici che hanno tentato simili calcoli sono giunti a cifre addirittura fantastiche. Ed ora, pensate ai problemi che si poseranno allorché queste masse enormi si riverseranno sulle strade che conducono verso la frontiera e domanderanno d'essere nutrite. Lo Stato istesso che assalisce non si troverà dissanguato prima d'aver dato la prima battaglia?»

Impegnato fino all'ultimo per il progresso - sebbene mantenesse delle riserve riguardo al suffragio universale, temendo potesse essere un'arma in mano ai demagoghi ed ai «nuovi nazionalisti» - stava tenendo una conferenza a Budapest contro la pratica del duello quando, colto da una breve malattia polmonare, morì all'età di 82 anni: era il 3 maggio 1908.

Onorificenze

Medaglia commemorativa dei Mille di Marsala - nastrino per uniforme ordinaria
Medaglia commemorativa dei Mille di Marsala
«Ai prodi cui fu duce Garibaldi»
— Palermo, 21 giugno 1860

Note

  1. ↑ P. Fornaro, István Türr. Una biografia politica, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004, pp. 9-10.
  2. ↑ I. Türr, Arresto, processo e condanna del colonnello Türr narrati da lui medesimo, quarta edizione colle ulteriori di lui vicende esposte dall'avvocato P.A. Curti, Milano, Tipografia A. Lombardi, 1862, pp. 8-10 in P. Fornaro, István Türr, cit., pp. 65-66.
  3. ↑ Romanticismo - Enciclopedia, su Treccani. URL consultato il 4 giugno 2026.
  4. ↑ P. Fornaro, István Türr, cit., pp. 10-11.
  5. ↑ Anniversario storico per la solennità della distribuzione della Bandiera alla legione ungherese comandata da Stefano Tür e giuramento all'atto della consegna (18 febbraio 1849), «L’Avvisatore della Provincia», 21-22 febbraio 1903, n. 8, p. 1 in Comune di Milano, Archivio delle Civiche Raccolte Storiche, Museo del Risorgimento, Museo ed Archivio Storico dei Mille di Enrico Emilio Ximenes, busta 65, fascicolo 1028.
  6. ↑ A tal proposito, va detto che, nonostante le riforme liberali che pure erano state concesse da Luigi I (1818-1830) e Leopoldo I (1830-1852), nel maggio del 1849, la rivoluzione aveva raggiunto anche questo Stato. I rivoluzionari avevano dichiarato la repubblica ed il granduca era fuggito da Federico Guglielmo IV di Prussia, le cui truppe avrebbero ristabilito l'ordine in poche settimane. Baden, «Enciclopedia on line».
  7. ↑ Un reparto addetto al trasporto di personale, materiali e mezzi operativi.
  8. ↑ P. Fornaro, István Türr, cit., pp. 12-14.
  9. ↑ I. Türr, Arresto, processo e condanna del colonnello Türr narrati da lui medesimo, cit., pp. 51-52 in P. Fornaro, István Türr, cit., pp. 69-70.
  10. ↑ P. Fornaro, István Türr, cit., pp. 15-19.
  11. ↑ Lettera di Garibaldi a Türr, Paitone, 17 giugno 1859 in S. Türr, L'opera di Stefano Türr nel Risorgimento italiano (1849-1870) descritta dalla figlia, vol. II, Firenze, Tipografia fascista, 1928, p. 30 in P. Fornaro, István Türr, cit., p. 20.
  12. ↑ P. Fornaro, István Türr, cit., p. 20.
  13. ↑ A. Dumas padre, A. Trombadori (a cura di), I garibaldini, Roma, Editori riuniti, 1996, pp. 4-6. A tal proposito, si ricordi che il grande scrittore francese, imbarcatosi sulla sua goletta Emma nella primavera del 1860 alla volta dell'Oriente, dopo aver saputo, mentre si trovava a Genova, dove aveva fatto scalo, che Garibaldi - che lui tanto ammirava per il suo impegno a sostegno di quegli stessi ideali di libertà per i quali lo scrittore si era battuto con tenacia e valore durante i moti parigini del 1830 - era sbarcato in Sicilia, fece rotta per il Sud ed arrivò a Palermo il 9 giugno 1860, dove incontrò il generale. Il suo I garibaldini - frutto della sua esperienza personale ed anche delle carte di Candido Augusto Vecchi (1810-1869), storico che seguì Garibaldi nella sua spedizione - costituisce una preziosa ricostruzione dell'atmosfera in cui si svolse la Spedizione dei Mille. A. Bisi Gaudenzi, Dumas, Alexandre, «Enciclopedia Italiana», 1932.
  14. ↑ Quest'affare, peraltro, gli fruttò anche 1.200.000 lire di compensazione dal governo dell'Italia unificata «per il suo grande spirito patriottico.» W. Maturi, Rubattino, Raffaele, «Dizionario Biografico degli Italiani», vol. LXXXIX, 1934.
  15. ↑ Il piano era, infatti, quello di sbarcare qui un piccolo gruppo di volontari, guidati da Callimaco Zambianchi, che avrebbero, poi, dovuto sconfinare - si ricordi che, dopo la guerra del 1859, i territori corrispondenti alle attuali Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana erano stati annessi al Regno di Sardegna - nei territori pontifici e provocare dei disordini per far credere che l'intenzione di Garibaldi fosse quella di puntare su Roma, non sulla Sicilia. Questi, però, fecero poca strada in quanto Cavour, per non compromettere i rapporti con Napoleone III - che, aveva ottenuto l'appoggio dei cattolici francesi a condizione che tutelasse l'integrità territoriale dello Stato della Chiesa - li fece arrestare prima che passassero il confine, il 10 maggio. L. Mascilli Migliorini, 11 maggio 1860, Bari-Roma, Laterza, 2023, p. 114.
  16. ↑ Garibaldi ordinò, addirittura, che, sulle aste dei pennoni dei due vapori, perfettamente visibili dalla fortezza, fosse issata la bandiera del Regno di Sardegna. L. Mascilli Migliorini, 11 maggio 1860, cit., pp. 109-110.
  17. ↑ Dumas, tra l'altro, riporta anche che Türr, dispiaciuto per l'inganno ai danni di quel «pover'uomo», stava addirittura per dirgli la verità ma si era trattenuto. A. Dumas padre, A. Trombadori (a cura di), I garibaldini, cit., pp. 6-14.
  18. 1 2 MILLE, Spedizione dei - Enciclopedia, su Treccani. URL consultato il 4 giugno 2026.
  19. ↑ Per la cronaca, lo stesso giorno, Giorgini fu destituito dal comando della sua fortezza per essere cascato nel tranello.
  20. ↑ A. Dumas padre, A. Trombadori (a cura di), I garibaldini, cit., pp. 56-58.
  21. ↑ Ivi, pp. 62-69.
  22. ↑ A tal proposito, è doveroso osservare che Garibaldi aveva provveduto, già dal 14 maggio, ad una generale riorganizzazione delle sue forze, con l'intento di farne un vero e proprio esercito regolare. Quel giorno aveva, infatti, proclamato la formazione della Milizia nazionale siciliana, un esercito, in cui confluirono anche gli originali Mille, basato sulla coscrizione obbligatoria di tutti i cittadini maschi abili al servizio da 17 a 50 anni - i soldati dai 17 ai 30 anni avrebbero svolto il servizio attivo, quelli dai 30 ai 40 anni si sarebbero occupati del mantenimento dell'ordine pubblico nei rispettivi distretti militari appositamente istituiti e quelli dai 40 ai 50 del mantenimento dell'ordine pubblico nei rispettivi comuni; di questi, i soldati che appartenevano alla prima categoria erano sotto il diretto comando di Garibaldi mentre le altre due sotto quello di un Governatore distrettuale da lui nominato - inquadrati in compagnie da 60/150 uomini l'una e battaglioni da 4 compagnie (ovvero 240/600 soldati) l'uno. Il grado dei comandanti non veniva specificato ufficialmente in quanto, trattandosi di un esercito venutosi a formare praticamente spontaneamente, l'organigramma risultava essere molto flessibile e dipendente, soprattutto, dalle nomine decise da Garibaldi sul campo di battaglia. Decreto dittatoriale n. 2 del 14 maggio 1860, Decreto per la composizione della Milizia Nazionale in Raccolta degli atti del governo dittatoriale e prodittatoriale in Sicilia (1860), Palermo, Francesco Lao, 1861, pp. 1-2.
  23. ↑ Il 2 luglio gli uomini furono divisi in battaglioni, brigate (4/8 battaglioni l'una) e divisioni (2/3 brigate l'una) - senza specificare ufficialmente, questa volta, nemmeno l'esatto numero di uomini per battaglione, oltre che i gradi per le diverse unità, sempre per le problematiche di cui sopra che, naturalmente, si fecero sempre più grandi in ragione dell'aumento degli effettivi. La prima grande unità fu la XV divisione - il nome serviva per dare un segno di continuità rispetto all'esercito piemontese, composto appunto da 14 divisioni - che fu affidata proprio a Türr. Decreto dittatoriale n. 79 del 2 luglio 1860, Decreto organico dell'Esercito siciliano in Raccolta degli atti del governo dittatoriale e prodittatoriale in Sicilia (1860), cit., pp. 101-102.
  24. ↑ Il numero dei suoi componenti sarebbe, poi, aumentato ulteriormente al punto che, ai tempi dello sbarco in Calabria (18-19 agosto), contava 184 volontari, motivo per il quale fu riorganizzata in un reparto di fanteria ed uno di ussari. P. Fornaro, István Türr, cit., p. 23.
  25. ↑ A. Dumas padre, A.Trombadori (a cura di), I garibaldini, cit., pp. 130-143.
  26. ↑ P. Fornaro, István Türr, cit., pp. 25-26.
  27. ↑ La quale contava, ormai, 1.500 uomini. G.M. Trevelyan, E.B. Dobelli (traduzione di), Garibaldi e la formazione dell'Italia, Bologna, Zanichelli, 1913, pp. 193-194.
  28. ↑ Durante la quale, comunque, si dimostrò clemente dato che, a fronte delle richieste delle vittime, che volevano che almeno dodici teste dei colpevoli cadessero, ne fece fucilare soltanto due. Ivi, pp. 238-239.
  29. ↑ Ad esempio, quando, il 16 maggio 1860, mentre i garibaldini stavano marciando su Palermo, la popolazione di Partinico si era ribellata ai Borbone - attaccando le truppe in ritirata del generale Landi - e c'erano state atrocità da entrambe le parti. Türr rimase letteralmente scioccato alla vista dei corpi carbonizzati abbandonati in strada. I. Türr, Pour la paix, «Revue d'Orient et de Hongrie», 4 ottobre 1896, Nizza, Typographie E. Gauthier & C., p. 1 (MOL, R 211, 11.d., 2646) in P. Fornaro, István Türr, cit., pp. 155-156.
  30. ↑ Una battaglia che, tra l'altro, diede modo a Türr di rifarsi: il 19-21 settembre, infatti, durante la battaglia di Caiazzo, con una mossa molto avventata, in linea con il suo carattere, aveva lasciata sguarnita la città, che fu rapidamente presa dai borbonici, cosa che gli valse un severo rimprovero di Garibaldi. D. Mack Smith, Cavour contro Garibaldi. 1860: la nascita dell'Italia unita, Milano, Rizzoli, 1999, pp. 232, 265.
  31. ↑ Questo il comunicato originale che il generale ungherese lesse ai suoi uomini in quell'occasione: «È con animo veramente lieto che io adempisco all'ordine del nostro generale Dittatore, il quale nella sera del 1º corrente, dopo il combattimento, stringendomi la mano, mi disse: - Dite ai vostri ufficiali e soldati che io sono molto contento di loro, e che gran parte della gloria di questa giornata la debbo al loro coraggio ed all'amore che essi portano alla causa del paese. - Nel compiere a sì bello incarico io non posso fare a meno di dirvi che sono orgoglioso di comandarvi, facendovi rimarcare che un tale elogio del Dittatore è un ambito trofeo per ogni soldato della libertà italiana. Il numero dei morti e dei feriti sono una testimonianza gloriosa della parte importante presa nella battaglia, e se molti sono i militi volontari, non pochi sono gli ufficiali; il che dimostra l'armonico sentimento di coraggio esistente fra gli uni e gli altri.» Ricordi dell'epopea della Camicia Rossa, «Camicia Rossa», 28 gennaio 1906, n. 118, p. 3 in Comune di Milano, Archivio delle Civiche Raccolte Storiche, Museo del Risorgimento, Museo ed Archivio Storico dei Mille di Enrico Emilio Ximenes, busta 65, fascicolo 1028.
  32. ↑ Così replicò, il 13 ottobre 1860, a Napoli, a Carlo Cattaneo, che lo aveva rimproverato d'esser «divenuto piemontese»: «Io credo di essere più italiano di voi, perché ciò che voi volete [proseguire verso Roma e dichiarare la repubblica] ci condurrebbe alla guerra civile. [...] Oggi che abbiamo il terzo della nostra piccola armata morti e feriti o nell'ospedale, è nostro dovere di cercare di unire le forze del paese, di organizzarlo solidamente, se vogliamo che l'Italia diventi una.» I. Türr, Risposta del generale Türr all'opuscolo Bertani “Ire d'oltretomba”, 3a edizione, Roma, Forzani e C., 1903, pp. 23-26 in P. Fornaro, István Türr, cit., pp. 75-76.
  33. ↑ P. Fornaro, István Türr, cit., pp. 28-33.
  34. ↑ Turr in “Enciclopedia Italiana” – Treccani, su treccani.it.
  35. ↑ Si pensi, infatti, a quando cercò di formare un'alleanza tra polacchi ed ungheresi per scacciare i russi e gli austriaci dei rispettivi territori in occasione della fallimentare insurrezione di Varsavia del 1863 o quando, in occasione della Terza guerra d'indipendenza (1866), fece pressione sul Ministro degli Affari Esteri italiano Marcello Cerruti perché appoggiasse un tentativo insurrezionale, organizzato a partire dal territorio serbo, dal Comitato nazionale ungherese che avrebbe potuto indebolire l'Austria e dall'interno ed accelerare la fine della guerra - del quale, poi, non se ne fece nulla per via della rapida conclusione del conflitto.
  36. ↑ Sebbene, comunque, concordasse sul fatto che la Chiesa avrebbe dovuto liberarsi del fardello del potere temporale per poter tornare ad esercitare pienamente il suo antico ruolo di autorità morale.
  37. ↑ L'11 settembre 1861 aveva, infatti, sposato, a Mantova, la ventiduenne Adeline Bonaparte Wyse - dalla quale avrebbe, poi, avuto i figli Raul (1865-1906) e Stefania (1885-1940) - figlia di Sir Thomas Wyse, ambasciatore inglese ad Atene, e della principessa Maria Letizia Bonaparte, nipote di Luciano Bonaparte, Principe di Canino nonché fratello di Napoleone I e, conseguentemente, pronipote dello stesso Napoleone III. Se, a tutto ciò, aggiungiamo, infine, che Adeline era pure la cognata di Urbano Rattazzi, il quale ne aveva sposato (1863) la sorella Maria, capiamo quale fosse il livello di influenza che il generale ungherese aveva ormai raggiunto.
  38. ↑ P. Fornaro, István Türr, cit., pp. 33-64, 87-92.
  39. ↑ I. Türr, La questione d'Oriente, Budapest, Az Athenaeum nyomdájából, 1876, p. 4 in P. Fornaro, István Türr, cit., p. 92. Si tratta di un breve scritto che riproduce il testo di un articolo scritto dall'autore dieci anni prima e apparso sul giornale A Hon (La Patria) nel novembre 1867.
  40. ↑ I. Türr, La réconciliation des nationalités et l'association européenne, «L'Opinion Nationale», Parigi, 20 agosto 1867, p. 6-7 in P. Fornaro, István Türr, cit., p. 93.
  41. ↑ Tutta questa sua attività volta al progresso della propria patria spiega anche la sua adesione alla massoneria, che ha, appunto, come scopo il perfezionamento e l'elevazione dell'uomo. Türr, infatti, era stato già membro di diverse logge massoniche francesi da almeno gli anni ‘50 del XIX secolo e, nel 1869, fondò la loggia di rito scozzese Corvin Mátyás, collegandola all'obbedienza al Grande Oriente di Francia ed assumendo la carica di Maestro Venerabile, il primo passo verso la creazione del Grande Oriente d'Ungheria nel 1871. Nel 1886, infine, questo si fuse con la preesistente Gran Loggia János, dando vita alla Comunione massonica della Gran Loggia Simbolica d'Ungheria. P. Fornaro, István Türr, cit., pp. 132-134.
  42. ↑ Wayback Machine (PDF), su www.epa.uz.ua. URL consultato il 4 giugno 2026 (archiviato dall'url originale il 13 luglio 2022).
  43. ↑ Nel 1893, quando l'Istmo venne inaugurato, re Giorgio I di Grecia conferì a Türr il Gran Cordone dell'Ordine di San Salvatore.
  44. ↑ P. Fornaro, István Türr, cit., pp. 114-125.
  45. ↑ I. Türr, Felhívás népoktatási körök alakítására, Pest, 1870 in P. Fornaro, István Türr, cit., pp. 147-149.
  46. ↑ I. Türr, Az emberi kötelességekről, Pest, Magyar Nyomda, 1871 in P. Fornaro, István Türr, cit., pp. 150-153.
  47. ↑ Ivi, p. 131.
  48. ↑ A tal proposito, va specificato che Türr non era contro l'imperialismo tout court, in quanto lo riteneva uno «strumento di civilizzazione dei popoli inferiori» ma si opponeva ad una politica predatoria nei confronti dei territori conquistati, da cui la sua opposizione alle guerre boere (1880-1902), alla prostrazione della Cina gli interessi europei - che, secondo lui, avrebbe provocato il riversamento in Europa di un gran numero di lavoratori disposti a lavorare per pochi centesimi al giorno accrescendo, così, le tensioni sociali (il «pericolo giallo», come lui lo chiamava) - ed alla guerra ispano-americana (1898), a proposito della quale scrisse: «Molti dei nostri giornali glorificano i yankees come i liberatori di un'isola atrocemente oppressa. Io non ne disconvengo; gli spagnuoli sono stati duri per i negri e per i creoli. Ma i yankees si sono forse messi i guanti glacés quando si sono famigliarizzati i Pellirosse e i loro schiavi neri?» I. Türr, L'America contro l'Europa, «Caffaro», 14-15 giugno 1898, n. 165, p. 1 in P. Fornaro, István Türr, cit., pp. 172-173.
  49. ↑ P. Fornaro, István Türr, cit., pp. 100-114.
  50. ↑ Non a caso egli scrisse, in questo periodo: «Noi rivoluzionari non abbiamo mai eccitato una nazione contro un'altra, non abbiamo mai predicato l'odio o il disprezzo reciproci tra le diverse confessioni. Nel corso delle nostre guerre sanguinose, abbiamo sempre rispettato il prete che predicava alla gente i principi dell'amore cristiano.» I. Türr, Pour la paix, «Revue d'Orient et de Hongrie», 4 ottobre 1896, p. 1 in P. Fornaro, István Türr, cit., pp. 155-156.
  51. ↑ P. Fornaro, István Türr, cit., pp. 155-193.
  52. ↑ I. Türr, La conferenza dell'Aja, «Caffaro», 19-20 giugno 1899, n. 170, p. 1 in P. Fornaro, István Türr, cit., pp. 232-233.
  53. ↑ P. Fornaro, István Türr, cit., pp. 219-225.
  54. ↑ Questo il comunicato, inviato, il 7 maggio, alla figlia Stefania, da Vittorio Emanuele III: «Nell'ora in cui codesta nobile e generosa cittadinanza rende le estreme onoranze alla salma del compianto generale Türr mi associo al solenne tributo di affetto e di stima, e confermo a Lei la vivissima parte da me presa al suo dolore per la perdita irreparabile.» Re Vittorio alla figlia di Türr, «Il Resto del Carlino», 8 maggio 1908, n. 127, p. 2 in Comune di Milano, Archivio delle Civiche Raccolte Storiche, Museo del Risorgimento, Museo ed Archivio Storico dei Mille di Enrico Emilio Ximenes, busta 65, fascicolo 1028.

Bibliografia

Opere di István Türr

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Lettere

Decreti dittatoriali

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  1. ↑ Estratti dalle seguenti opere contenuti in P. Fornaro, István Türr. Una biografia politica, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004.
  2. ↑ Tutte le opere in questa sezione sono contenute in Comune di Milano, Archivio delle Civiche Raccolte Storiche, Museo del Risorgimento, Museo ed Archivio Storico dei Mille di Enrico Emilio Ximenes, busta 65, fascicolo 1028.
  3. ↑ Tutte le opere in questa sezione sono contenute in Raccolta degli atti del governo dittatoriale e prodittatoriale in Sicilia (1860), Palermo, Francesco Lao, 1861.