| Tragedie | |
|---|---|
| Titolo originale | Tragoediae |
| Autore | Lucio Anneo Seneca |
| 1ª ed. originale | 49-64 ca. |
| Editio princeps | Ferrara, Andrea Belfort, 1478 |
| Genere | tragedie |
| Lingua originale | latino |
Con il titolo Tragedie (lat. Tragoediae) è conosciuto un insieme di opere di Lucio Anneo Seneca.
Le tragedie di Seneca sono le sole opere tragiche latine pervenute in forma non frammentaria, e costituiscono quindi una testimonianza preziosa sia di un intero genere letterario, sia della ripresa del teatro latino tragico, dopo i vani tentativi attuati dalla politica culturale augustea per promuovere una rinascita dell'attività teatrale. In età giulio-claudia (27 a.C.–68 d.C.) e nella prima età flavia (69–96) l'élite intellettuale senatoria ricorse al teatro tragico per esprimere la propria opposizione al regime (la tragedia latina riprende ed esalta un aspetto fondamentale in quella greca classica, ossia l'ispirazione repubblicana e l'esecrazione della tirannide). Non a caso, i tragediografi di età giulio-claudia e flaviana furono tutti personaggi di rilievo nella vita pubblica romana.
Nonostante gli innumerevoli tentativi, è impossibile stabilire con certezza quando Seneca si sia dedicato alla composizione delle tragedie. Il problema cronologico è, inoltre, strettamente connesso a quello degli intenti perseguiti dall'autore: se è vero che la maggior parte dei drammi risale al periodo trascorso dal filosofo al fianco di Nerone in qualità di precettore (49-54 d.C.) e poi di consigliere imperiale (54-62 d.C.), come ritenuto da buona parte della critica, ci si deve allora interrogare sul significato ideologico degli stessi. Come coniugare le tirate antitiranniche presenti all'interno delle tragedie con l'adesione del filosofo al potere imperiale? Facendo di simili personaggi dei paradigmi negativi e del proprio teatro uno strumento di ammaestramento morale, al fine di mostrare al giovane principe le conseguenze rovinose del potere dispotico e delle passioni sfrenate.
L'interesse di Seneca per il teatro non fu, insomma, momentaneo o circoscritto a un periodo specifico della sua vita, bensì costante e duraturo.
L'opinione più diffusa tra gli studiosi è che le tragedie di Seneca siano state composte per la sola lettura, che siano dunque state pensate per essere fruite in ambienti ristretti e da un pubblico selezionato in occasione delle cosiddette recitationes. Il fatto che l'autore scelga di inscenare i delitti, in deroga all'uso del teatro antico che preferiva il racconto a posteriori per ovviare alle difficoltà tecniche della rappresentazione di simili atrocità sulla scena, funge da ulteriore elemento a sostegno di questa ipotesi. Ciononostante, non si può escludere che i drammi siano stati effettivamente portati sulla scena, argomento che negli ultimi anni ha raccolto il favore di un gran numero di studiosi. A supporto di questa posizione viene inoltre addotta la possibile influenza del pantomimo, un genere molto popolare ai tempi di Seneca a cui far risalire l'adozione, da parte dell'autore, di alcune convenzioni estranee al teatro tragico.
Questa affermazione di T.S. Eliot viene più volte citata dagli studiosi al fine di sottolineare che la messinscena avvenga primariamente attraverso il linguaggio, si tratta cioè di dramma della parola, che cattura e catalizza l'interesse dell'autore.
Il cuore pulsante delle tragedie è costituito dallo scontro tra ragione e passioni, un conflitto da cui derivano conseguenze catastrofiche. La ragione viene spesso incarnata dai personaggi secondari (nutrici, cortigiani), che tentano di dissuadere i protagonisti dai loro propositi; questi, al contrario, vengono ritratti come accecati dalle passioni e totalmente in balìa del furor, che in accordo con la dottrina stoica equivale a una manifestazione della "pazzia", in grado di travolgere irrimediabilmente l'animo umano.
L'interesse senecano verso la psicologia delle passioni è ravvisabile nel grande spazio accordato al furor, che risulta essere il vero protagonista delle tragedie; simile scelta risponde tuttavia agli obiettivi dell'autore, vale a dire l'ammaestramento morale del suo pubblico attraverso l'esemplarità negativa dei personaggi tragici.
Alle diverse vicende tragiche fa da sfondo una realtà dai toni cupi e atroci, conferendo al conflitto fra bene e male una dimensione cosmica e una portata universale. Un rilievo particolare ha la figura del tiranno sanguinario e bramoso di potere, chiuso alla moderazione e alla clemenza, tormentato dalla paura e dall'angoscia. Il despota offre lo spunto al dibattito etico sul potere, che è importantissimo nella riflessione di Seneca. I personaggi, infatti, più che figure propriamente drammatiche, si fanno portatori di temi e argomenti da sviluppare e discutere, quali quelli della colpa, del delitto, del regnum, della fides.
Di quasi tutte le tragedie senecane restano i modelli greci, nei confronti dei quali l'autore mostra una grande autonomia che presuppone, tuttavia, un dialogo continuo col modello, sul quale Seneca opera interventi di contaminazione, di ristrutturazione, di razionalizzazione nell'impianto drammatico. Non bisogna tuttavia trascurare l'importanza e l'influenza esercitata dalla poesia di età augustea. Tra i modelli delle tragedie di Seneca si possono annoverare l'Eneide virgiliana, le Metamorfosi ovidiane e, soprattutto per le parti corali, le Odi oraziane. Forte è stata inoltre l'influenza delle opere retoriche (Controversiae e Suasoriae) del padre del filosofo, Seneca il Vecchio.
Ci giungono in totale dieci tragedie sotto il nome di Seneca, una delle quali, l'Octavia, è quasi sicuramente spuria. Negli ultimi anni il dibattito in merito all'autenticità ha interessato anche l'Hercules Oetaeus, in quanto presenta delle caratteristiche, prima tra tutte la lunghezza, che la separerebbero dalle tragedie ritenute autentiche. Ad eccezione dell'Octavia, di argomento romano (praetexta), gli altri drammi sono di soggetto mitologico greco (a Roma tale genere veniva definito "cothurnata", dal "coturno", calzatura tipica degli attori tragici):
Il linguaggio poetico delle tragedie ha origine nella poesia augustea (cospicua la presenza di Virgilio, Orazio e Ovidio), dalla quale Seneca mutua anche le raffinate forme metriche, come il particolare tipo di scenario, già adottato dal teatro tragico augusteo. Le tracce della tragedia latina arcaica si avvertono soprattutto nel gusto del pathos esasperato, nella tendenza alla frase sentenziosa, isolata, in netto rilievo, alimentata soprattutto dal gusto retorico del tempo.
La stessa tendenza si manifesta anche nella frammentazione dei dialoghi (un verso per ogni personaggio) ed in una costante influenza della retorica asiana, percepibile nella continua tensione, nell'enfasi declamatoria, nello sfoggio di greve erudizione nelle tinte fosche e macabre. Spesso l'esasperazione della tensione drammatica è ottenuta mediante l'introduzione di lunghe digressioni, che alterano i tempi dello sviluppo scenico isolando singole scene come quadri autonomi, estraniati dal contesto della dinamica teatrale (forse "pezzi di bravura" destinati ad esser letti nelle sale di recitazione). Uno stile che costituisce un documento tra i più rappresentativi del gusto letterario contemporaneo.
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 6254157527332827300006 · BAV 492/10443 · LCCN (EN) n84164453 · GND (DE) 4381162-0 · BNF (FR) cb165184154 (data) · J9U (EN, HE) 987007324034705171 |
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