
Con Triade Capitolina si designa il gruppo delle tre divinità romane Giove, Giunone e Minerva, venerate insieme nel tempio che sorgeva sulla sommità del Campidoglio a Roma, dove ciascuna disponeva di una propria cella. Dal nome del colle deriva quello dei Capitolia, i templi dedicati alle stesse tre divinità in altre città dell'Italia e delle province.
L'idea che il culto capitolino continui una triade etrusca formata da Tinia, Uni e Menrva si fonda su un passo del commento di Servio all'Eneide, secondo il quale i libri dell'Etrusca disciplina prescrivevano che una città, per dirsi tale, avesse tre porte, tre vie e altrettanti templi dedicati a Giove, Giunone e Minerva. A esso si affianca l'argomento architettonico, poiché il tempio capitolino è la prima realizzazione del tipo detto tuscanico, a tre celle parallele e ampio pronao colonnato, la cui formulazione teorica fu poi codificata da Vitruvio.
Entrambi gli argomenti sono stati discussi. Il passo di Servio menziona tre templi distinti, ciascuno con un'unica titolare, e non un edificio unico a tre celle, come conferma la frase successiva, nella quale Enea scorge un solo grande tempio di Giunone; quanto a Vitruvio, la localizzazione del tempio sull'acropoli che egli prescrive riguarda la città romana e non quella etrusca. Sul piano architettonico Giovanni Colonna ha osservato che il progetto capitolino non presuppone un modello etrusco, derivando la pianta dalle case "trasversali" laziali ed etrusche, la forma quadrata dalla dottrina augurale del templum e il colonnato perimetrale dalla peristasi dei templi greci, e che esso costituisce piuttosto un'innovazione destinata a incidere sull'intera penisola, Etruria inclusa; la derivazione della pianta a tre celle dalla casa aristocratica a tre vani della fine del VII secolo a.C. è recepita anche nella manualistica corrente. al punto che ci si può chiedere se l'invenzione stessa del tempio tuscanico non sia avvenuta a Roma nell'età dei re del VI secolo. L'espressione Tuscanico more, del resto, è di età tardo-repubblicana e implica un giudizio più stilistico che storico.
Nelle fonti antiche la presenza etrusca nella vicenda del tempio riguarda del resto le maestranze e non il culto: Livio ricorda che Tarquinio il Superbo si valse, per portare a termine l'edificio, di maestranze chiamate dall'Etruria, e Varrone attribuiva la statua di culto di Giove al coroplasta veiente Vulca. A Roma, inoltre, un culto delle stesse tre divinità è attestato sul Quirinale nel Capitolium vetus, che Varrone dice più antico del tempio sul Campidoglio. Nella documentazione etrusca, d'altra parte, mancano dediche votive rivolte congiuntamente alle tre divinità, il Fegato di Piacenza non le associa e gli specchi le mostrano riunite solo entro assemblee divine più ampie: già nel 1943 Luisa Banti ne concludeva che l'argomentazione corrente è circolare, poiché la prova della triade etrusca è tratta da quella capitolina e l'origine di quest'ultima da una triade etrusca non altrimenti documentata.
Anche l'onomastica non sostiene una derivazione dall'Etruria: se Tinia è nome genuinamente etrusco, i nomi Uni e Menrva appartengono al gruppo dei teonimi di origine italica, ricondotti a Iuno e Minerva, mentre lo sviluppo inverso è escluso dalla ricerca linguistica. Uni, del resto, porta un nome di lontana origine falisco-latina, pur essendo la divinità principale di due o forse tre delle dodici città etrusche. Quanto agli attributi, la folgore non era in Etruria prerogativa esclusiva di Tinia, ma condivisa con altre divinità, ed era anzi attributo comune di Menrva.

Secondo la tradizione annalistica il tempio fu votato a Giove da Tarquinio Prisco durante la guerra contro i Sabini, che ne fece porre le fondazioni, mentre la costruzione fu portata avanti da Tarquinio il Superbo: per liberare l'area si dovettero sconsacrare i santuari che già vi sorgevano, e il rifiuto di Terminus e di Iuventas di cedere il posto fu letto come presagio della stabilità e della perpetuità della città. La dedicazione avvenne nel primo anno della repubblica, a opera del console Marco Orazio Pulvillo.
L'edificio aveva tre celle parallele: quella centrale era dedicata a Giove, la destra a Minerva e la sinistra a Giunone. Il podio, ancora in parte conservato entro Palazzo Caffarelli, misurava circa 62 per 53 metri, per una superficie di oltre 3200 metri quadrati.
Alla protezione accordata da Giove al proprio santuario la tradizione ricondusse l'istituzione dei ludi Capitolini, decretati dal senato dopo la ritirata dei Galli che avevano occupato Roma, perché il dio aveva difeso la propria sede e la rocca del popolo romano nel momento del pericolo.
L'edificio fu distrutto da tre incendi e ogni volta ricostruito: dopo quello dell'83 a.C. il tempio fu ridedicato nel 69 a.C. da Quinto Lutazio Catulo, dopo quello del 69 d.C., avvenuto durante gli scontri fra i sostenitori di Vitellio e quelli di Vespasiano, fu ripristinato nelle forme precedenti, e dopo quello dell'80 d.C. fu ricostruito da Domiziano con colonne di marmo pentelico. Ancora ammirato nel IV secolo, cominciò a essere spogliato sul finire dello stesso secolo; l'ultima dedica aurea al tempio è del 425.
Il titolare del culto è Giove nella forma di Iuppiter Optimus Maximus, che lo distingue dalle numerose altre denominazioni sotto le quali il dio era venerato a Roma e nelle comunità latine; a lui erano associate Giunone, che nel culto capitolino porta l'epiteto di Regina, e Minerva. Le tre divinità non furono aggiunte in tempi successivi: la struttura a tre celle attribuita all'edificio fin dalla costruzione presuppone che il culto nascesse già triplice.
Il carattere pubblico e statale del culto è documentato dai protocolli dei fratres Arvales: all'inizio di ogni anno il collegio scioglieva i voti pronunciati per l'anno precedente e ne pronunciava di nuovi a garanzia della persona del principe, promettendo un bue a Giove Ottimo Massimo e una vacca ciascuna a Giunone Regina e a Minerva. Giunone Regina compare inoltre nei protocolli dei ludi saeculares di età augustea e severiana come destinataria delle preghiere di centodieci matrone.
Le tre divinità erano associate anche nell'epulum Iovis, il banchetto pubblico celebrato in onore di Giove sul Campidoglio durante i ludi Plebeii, alle Idi di novembre, e, almeno a partire dall'età augustea, durante i ludi Romani, alle Idi di settembre. Vi presenziavano il senato e i magistrati, mentre le tre divinità erano rappresentate dalle rispettive statue. L'organizzazione della cerimonia, in origine di competenza dei pontefici, passò nel 196 a.C. al collegio sacerdotale degli epulones, istituito a tale scopo.
L'epiteto Regina viene ricondotto al ruolo tutelare che la dea esercitava sulla comunità civica, forse con un originario valore celeste; il culto di Iuno Regina sarebbe entrato in città dopo la presa di Veio, irradiandosi poi dal Lazio con l'espansione romana.
Templi dedicati alle tre divinità, detti Capitolia sul modello di quello di Roma, furono edificati in numerose colonie e municipi dell'Italia e delle province. L'identificazione dei singoli edifici come Capitolia resta però spesso incerta e dipende dall'incrocio delle fonti letterarie con quelle epigrafiche: una dedica alla triade rinvenuta nell'area del tempio è l'indizio più solido, e nel caso del Capitolium di Brixia essa è stata riconosciuta solo nel 2011, in un frammento d'ara che conserva i nomi di Giove Ottimo Massimo, di Giunone Regina e di Minerva.
Le dediche epigrafiche rivolte congiuntamente alle tre divinità sono in realtà rare, e nettamente minoritarie rispetto a quelle indirizzate ai singoli membri della triade, in particolare a Giove Ottimo Massimo: nella regio X se ne conoscono a Verona, nel pagus Arusnatium, a Tarvisium e ad Aquileia, quasi sempre poste da privati. Fra le dediche pubbliche si segnala quella posta dall'ordo di Florentia a Giove Ottimo Massimo, Giunone Regina e Minerva per il rifacimento del locale Capitolium.
Le raffigurazioni antiche della triade sono relativamente poche. Le tre divinità compaiono sul frontone del tempio capitolino riprodotto nel rilievo con Marco Aurelio sacrificante conservato a Palazzo dei Conservatori, su medaglioni di età adrianea e antonina, e su alcuni sarcofagi, fra cui un esemplare dei Musei Vaticani.
Il gruppo in marmo lunense rinvenuto nel 1992 nel corso di uno scavo clandestino nell'area di una villa romana all'Inviolata, nel territorio suburbano di Tibur, e recuperato nel 1994 dal Comando carabinieri tutela patrimonio culturale, è l'unico esemplare noto in cui le tre divinità si conservino pressoché per intero. Giove siede al centro con il fascio di fulmini, Giunone alla sua sinistra e Minerva alla sua destra; ai piedi di ciascuna compaiono l'aquila, il pavone e la civetta, e tre piccole Vittorie alate, oggi acefale, incoronano le divinità rispettivamente di quercia, di rose e di alloro. L'elemento che distingue il gruppo dalle altre raffigurazioni note è il sedile unico sul quale le tre divinità sono accolte, accorgimento privo di precedenti che le pone su un piano di pari dignità; per questo motivo l'opera, databile su base stilistica al tardo periodo antonino, è stata interpretata non come copia delle statue di culto romane ma come una loro variante, derivata da un prototipo comune ai medaglioni antoniniani. Le indagini archeologiche condotte a partire dal 1994 nell'area della villa hanno accertato che gli scavi clandestini avevano asportato le stratigrafie, rendendo incerta la collocazione originaria del gruppo.
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