Florentia

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Florentia
Plastico con ricostruzione del teatro e dell'anfiteatro di Florentia
CiviltàCiviltà romana
Utilizzocittà
Stileromano
EpocaI secolo a.C. - VI secolo d.C.
Localizzazione
StatoItalia (bandiera) Italia
ComuneFirenze
Altitudine50 m s.l.m.
Mappa di localizzazione

Florentia è il nome latino della città antica da cui ha avuto origine Firenze. Fu dedotta come colonia romana nella media valle dell'Arno, entro la Regio VII Etruria, su un sito già occupato da un piccolo insediamento etrusco; i suoi resti giacciono sotto il centro storico della città moderna, che dell'impianto antico conserva ancora il tracciato di alcune strade.

L'insediamento etrusco era sorto dall'VIII secolo a.C. presso il punto in cui l'Arno era più agevole da attraversare e non raggiunse mai la forma di città. La decisione di dedurre la colonia è stata ricondotta alla lex Iulia del 59 a.C. oppure all'età triumvirale, mentre l'impianto urbano documentato dall'archeologia si colloca in età augustea, fra il 30 e il 15 a.C.

La colonia conobbe il suo massimo sviluppo in età adrianea, quando furono costruiti l'acquedotto, l'anfiteatro e i grandi impianti termali, il foro fu ampliato e il teatro completato in muratura. Dalla fine del IV secolo gli edifici pubblici furono progressivamente abbandonati e spogliati, mentre quattro basiliche paleocristiane ridisegnavano lo spazio urbano lungo l'asse del cardine massimo. La città sopravvisse alla dominazione ostrogota e alla guerra greco-gotica, ma con l'età longobarda l'assetto di impianto romano risulta ormai dissolto.

Toponimo

Florentia è un nome augurale, formato sul verbo latino florēre, del tipo attribuito ad altre fondazioni romane come Potentia, Placentia, Valentia e Pollentia; Florentia Iliberritana era inoltre il nome antico di Granada. In latino medievale è attestata anche la forma Frorentia. Il nome è scarsamente attestato nell'antichità classica.

Le forme volgari non risalgono tutte al medesimo caso latino: Fiorenza e Firenza derivano dal nominativo Florentia e sono documentate a partire dal 1235, mentre Firenze, attestato dal 1255, è stato ricondotto al genitivo locativo Florentiae, con passaggio di flo- a fio- e quindi di fio- a fi- in sillaba protonica. L'ipotesi che in Firenze, come in altri toponimi italiani usciti in -i o in -e, si conservi un antico locativo è stata però giudicata bisognosa di ulteriore chiarimento, dal momento che diverse forme di questo tipo risultano più recenti delle corrispondenti uscite in -a o in -o; in Toscana la città viene del resto ancora frequentemente detta Fiorenza.

Il nome etrusco del piccolo insediamento anteriore alla colonia non è noto.

Il sito prima della colonia

La colonia fu dedotta su una lieve altura presso l'Arno, delimitata a ovest dal Mugnone e a est dal fosso di San Gervaso, in continuità verso nord con il terreno che sale progressivamente verso le pendici fiesolane. Poco convincente è parsa l'ipotesi che la città sia sorta su un'isola ritagliata fra rami intrecciati del fiume, perché il corso secondario che avrebbe occupato la depressione fra San Lorenzo e il Duomo non doveva essere attivo se non durante le piene.

Su quell'altura sono stati riconosciuti segni di presenza umana anteriore all'età romana, e alla stessa epoca etrusca viene fatta risalire l'impostazione della sistemazione agraria della piana. Quanto fossero estesi quei primi insediamenti, costruiti con materiali deperibili, e le più antiche murature del II e della prima metà del I secolo a.C. sfugge però a ogni valutazione: non lo consentono né l'urbanizzazione posteriore né la ristrettezza delle indagini. La quasi totalità dei reperti preromani dal centro proviene infatti da recuperi occasionali, da scassi ottocenteschi o da contesti stratigrafici in giacitura secondaria. Nessuna fonte antica ricorda d'altronde una Firenze etrusca: gli episodi che coinvolgono l'area, dalla sconfitta di Etruschi e Sabini a opera dei Galli nel 225 a.C. al passaggio di Annibale nel 217, sono riferiti dagli autori sempre a Fiesole. I rendiconti di scavo precisano inoltre che gli edifici della colonia poggiano su uno strato livellato che ha obliterato le strutture preesistenti, sicché quanto si sa dell'insediamento etrusco resta parziale e decontestualizzato. Nello scavo di piazza della Signoria i livelli di età romana sono stati raggiunti solo su una porzione ridotta della superficie indagata, e quelli sottostanti su un'estensione ancora minore, priva di contesti intatti.

Età villanoviana

Lo stesso argomento in dettaglio: Cultura villanoviana.
Le demolizioni del Mercato Vecchio negli anni novanta dell'Ottocento, con il ghetto in corso di abbattimento: fu nel corso di quei lavori che vennero individuate le incinerazioni villanoviane

Fra il 1892 e il 1894, durante le demolizioni del Mercato Vecchio, sul lato occidentale dell'attuale piazza della Repubblica furono individuate incinerazioni entro pozzetti cilindrici, riconosciute come pertinenti alla facies villanoviana da Luigi Adriano Milani, allora responsabile del Regio Museo archeologico. Il complesso è noto come necropoli «del Gambrinus», dal nome della birreria che sorgeva nell'area, poi sostituita dall'omonimo cinema. Delle nove tombe individuate sei furono recuperate, mentre tre andarono distrutte verso il 1894 fra via de' Vecchietti e la piazza. I recuperi non avvennero sempre nel corso di indagini scientifiche, e i contesti sono noti in parte attraverso i disegni dell'architetto Corinto Corinti. Sepolture analoghe, note per lo più da sole segnalazioni, sono ricordate nelle immediate vicinanze, in via de' Vecchietti, via Sassetti, via Pellicceria, sotto il palazzo delle Poste e all'incrocio fra via Calimala e via Porta Rossa: si ritiene che facessero parte di un'unica necropoli, per un totale che si aggira intorno alla decina di tombe.

Le sepolture si datano fra la prima metà e la seconda metà dell'VIII secolo a.C. Quattro sono state attribuite a donne, due a uomini; una, priva di ziro di protezione e con corredo che comprende una collana di vaghi in avorio, ambra e steatite, conteneva i resti di almeno tre bambini di età compresa fra pochi mesi e quattro anni. In più casi lo ziro risulta defunzionalizzato mediante l'asportazione di una o di entrambe le anse. L'impiego del dolio come contenitore o come cinerario rimanda alla fase recente del villanoviano, e in particolare alle necropoli di Chiusi e di Volterra, mentre i corredi, poveri e ridotti a fibule ad arco e fuseruole, guardano all'ambito felsineo; i confronti formali e decorativi dei cinerari sono stati letti come indizio della funzione di collegamento svolta dai nuclei villanoviani dell'agro fiorentino fra l'Etruria settentrionale e l'area transappenninica.

Altre tracce coeve provengono da un punto del settore orientale del centro, dove nel 1978 furono raccolti un rocchetto d'impasto e una fibula a sanguisuga riferibili a una sepoltura già distrutta, e dal riempimento della fossa di fondazione delle mura romane sul lato meridionale di piazza della Signoria, che ha restituito frammenti di ceramica geometrica di produzione greca o coloniale attribuiti a corredi funerari. Nell'agro, la piana di Sesto Fiorentino ha restituito, accanto alle sepolture, aree di abitato della prima età del Ferro, e a Quinto Fiorentino è nota una necropoli a incinerazione in uso fra la seconda metà dell'VIII e gli inizi del VI secolo a.C.

Età orientalizzante e arcaica

Le testimonianze di questa fase provengono in massima parte dal centro urbano e sono quasi tutte prive di contesto; fanno eccezione il complesso di via del Proconsolo e l'area artigianale di via Nazionale.

Il tumulo della Montagnola a Quinto Fiorentino, nella piana a nord-ovest di Firenze

I rinvenimenti dal centro urbano

All'età orientalizzante sono riferiti due bronzetti di figura filiforme, uno femminile da piazza della Signoria e uno maschile dai pressi di Orsanmichele, attribuiti alla stessa bottega e databili fra lo scorcio dell'VIII e il VII secolo a.C., con confronti a Tarquinia, ad Arezzo e a Vetulonia. Sotto il piede entrambi conservano un tenone, che serviva per il fissaggio a una base o a un utensile, particolare che rende verosimile una destinazione votiva e ha fatto ipotizzare l'esistenza di un'area sacra, la cui mancata individuazione non costituirebbe un'obiezione, dato che all'epoca dei bronzetti più antichi i luoghi di culto potevano essere semplici altari all'aperto.

Il cippo funerario in arenaria recuperato nel 1891 dalla chiesa di San Tommaso, con figura maschile in aspetto sacerdotale munita di lituo; Museo archeologico nazionale

Dagli sterri di fine Ottocento provengono due bronzetti votivi, un guerriero con elmo ionico decorato a protome di cigno, attribuito a officine dell'Etruria settentrionale e centrale interna e datato fra il 540 e il 520 a.C., e un kouros che nel 1892 comparve fra le fondamenta della demolita chiesa di San Tommaso. Dalla stessa chiesa, dove era murato sulla cantonata, fu recuperato nel 1891 un cippo funerario in arenaria con figura maschile in aspetto sacerdotale munita di lituo, del terzo venticinquennio del VI secolo a.C.: in questo caso la provenienza dal centro cittadino è soltanto induttiva. Da scavi urbani in via Strozzi proviene inoltre un braciere in bucchero pesante di produzione chiusina, richiamato fra le testimonianze della proiezione di Chiusi verso nord nel VI secolo a.C.

Un contesto preromano in giacitura primaria è stato individuato fra il 2003 e il 2004 in un vano sottostante al portico di Benedetto da Rovezzano, presso la Badia Fiorentina, all'angolo fra via del Proconsolo e via Dante Alighieri, in un'area già parzialmente indagata nel 1986. Si tratta di un canale con andamento nord-ovest/sud-est tagliato in un livello sabbioso, cui era tangente una cavità perfettamente circolare; la struttura è stata interpretata in via ipotetica come fondo di capanna con cavità di drenaggio sottopavimentale, come porzione di impianto produttivo o, per la presenza di vasi iscritti, come luogo di culto. Fra i materiali, tre ciotole e un fondo di piattello su alto piede in impasto recano graffiti, le più antiche testimonianze di pratica scrittoria dal territorio in cui sorgerà la colonia. Le forme rimandano a tipi diffusi in Etruria fra la metà del VII e gli inizi del V secolo a.C., con confronti a San Piero a Sieve, ad Artimino, a Volterra e a Roselle; in via preliminare il nucleo è stato datato fra la metà del VII e il primo venticinquennio del VI secolo a.C.

Dei quattro graffiti uno solo si lascia leggere come sequenza alfabetica significante: si tratta di upu, sul fondo di una ciotola carenata, in cui è stata riconosciuta una possibile forma onomastica al nominativus pendens, cioè un nome individuale in -u. Il graffito su un frammento di piattello è stato letto vi, forse una semplice indicazione numerale, mentre i due sul fondo delle scodelle sono stati ricondotti ai contrassegni di dubbio valore alfabetico, con riserve sulla lettura come serie di tre u proposta in sede di edizione. Il carattere di servizio da banchetto dei vasi e la presenza stessa di iscrizioni sono stati letti come indizio del rango dei proprietari, e datano alla fine del VII secolo a.C. l'emergere di un ceto agiato che le sculture funerarie e i manufatti di importazione della seconda metà del VI mostrano ormai radicato.

L'area artigianale di via Nazionale

Nel gennaio del 2011, sotto l'isolato all'angolo fra via Nazionale e via Fiume, l'assistenza archeologica ai lavori nell'area dell'ex cinema Apollo ha messo in luce un impianto artigianale di età arcaica, conservato su circa centotrenta metri quadrati a quattro metri di profondità e sigillato da uno strato alluvionale: è finora l'unico sito etrusco strutturato individuato nel centro di Firenze. Vi si sono contate undici fornaci scavate in terra, di pianta circolare e a camera verticale, chiuse da una volta provvisoria d'argilla, distribuite in tre fasi che si obliterano a vicenda senza strati di abbandono interposti, e vanno quindi intese come momenti successivi dell'attività di una stessa officina, durata forse pochi mesi o poche stagioni. Alla fase più recente appartiene una massicciata di pietre e frammenti ceramici, probabilmente il piano di essiccazione dei vasi sotto una tettoia in materiale deperibile. Gli scarti lasciati nelle fornaci sono laterizi, pithoi, grandi olle e olle di medie dimensioni in impasto grossolano, oltre a due rocchetti da filatura: una produzione rivolta a una clientela di base agricola, che non si negava però comodità di origine greca come il tetto di tegole. La cronologia dell'ergasterion, ricavata dalla tipologia dei materiali lasciati in posto, cade in età arcaica, con ogni probabilità entro il VI secolo a.C. L'area di lavorazione restò estranea allo spazio urbanizzato sia in età etrusca sia in età coloniale, e sorgeva presso il corso del Mugnone, che assicurava l'acqua necessaria a lavorare l'argilla: una collocazione conforme al precetto dell'Etrusca disciplina che voleva il culto di Vulcano fuori dell'abitato, per il pericolo d'incendio connesso alle attività del dio, e che si ritrova nella scelta di collocare fuori città anche le fornaci del Vingone.

L'insediamento e il rapporto con Fiesole

Lo stesso argomento in dettaglio: Area archeologica di Fiesole e Fiesole (città antica).

Il primo abitato è stato messo in rapporto stretto con la città etrusca di Fiesole, di cui avrebbe costituito una sorta di porto-emporio, sorto nel punto d'incontro fra la via fluviale dell'Arno e la viabilità nord-sud. Nella Rivista di epigrafia etrusca le iscrizioni di via del Proconsolo sono infatti schedate sotto la rubrica Ager Faesulanus. Secondo una diversa accentuazione lo stanziamento nacque piuttosto come un complesso di infrastrutture presso il punto in cui il fiume era più agevole da attraversare, e presuppone una comunità stabile, poco numerosa ma capace di controllare il transito e di ricavarne profitto attraverso forme di prelievo imposte a chi vi passava. Nella stessa lettura l'area del Mercato Vecchio, usata come sepolcreto ancora nel VI secolo, non restituisce però manufatti in numero tale da far pensare a una necropoli estesa, mentre i materiali di piazza della Signoria e dei suoi paraggi lasciano ipotizzare un'area abitativa, e il servizio da banchetto con i vasi iscritti di via del Proconsolo potrebbe segnalare un'espansione dell'abitato verso oriente già in età tardo-orientalizzante. L'insediamento non raggiunse mai la forma di città, che sarà conseguita soltanto con la deduzione della colonia; alcuni aspetti emersi dalle evidenze archeologiche rivelano però, già a partire dall'età villanoviana, l'acquisizione di principi di ordine urbanistico e ideologico: la distinzione fra un'area destinata a necropoli e una destinata all'abitato, la presenza in età arcaica di uno spazio riservato alle attività produttive, gli scambi con altri centri e l'affermazione della scrittura. Sulla direttrice meridionale, quella del medio Arno e dell'alta Chiana poi ricalcata dalla via Cassia, resta un indizio anche in età romana: fra i cittadini della colonia ricorrono gentilizi attestati a Chiusi, come Vibius, Aninius, Herennius, Saenius, Tettius e Vettius.

Al territorio della futura colonia appartiene anche una delle «pietre fiesolane», il gruppo di segnacoli funerari in arenaria diffusi fra l'ultimo terzo del VI e gli inizi del V secolo a.C. nella valle dell'Arno intorno a Fiesole e a Firenze e nelle valli adiacenti, dei quali si contano oggi circa quarantacinque esemplari, quasi tutti recuperati in situazioni di reimpiego. Si tratta della stele di Peretola, ritrovata nel 1889 murata nella chiesa di Santa Maria: priva dell'antemio e dell'incastro, misura ancora un metro e sessantacinque. Nel registro inferiore due uomini affrontati siedono su diphroi reggendo un lungo bastone, riconosciuto come simbolo di rango, mentre dietro a quello di sinistra, e probabilmente anche a quello di destra, sta una figura maschile stante: lo schema riprende le cosiddette assemblee di uomini dei rilievi chiusini. Del registro superiore, molto compromesso, restano una kline e due o tre figure stanti senza banco di mescita, che rimandano alle scene di prothesis più che a un banchetto, e costituirebbero l'unico richiamo diretto al rituale funerario in tutto il gruppo delle pietre fiesolane. La distribuzione di questi monumenti è stata letta come indicativa dell'estensione del territorio fiesolano in età tardoarcaica. Alla stessa classe, e alla seconda metà inoltrata del VI secolo a.C., appartiene un cippo recuperato in un carico di terra di un cantiere di via dei Bruni: entrambi i pezzi provengono dall'immediata periferia della città, lungo gli itinerari diretti a nord e a nord-ovest, e in prima destinazione dovevano far parte dell'arredo di tombe non lontane dal luogo di recupero. Al pieno Orientalizzante risalgono invece i tumuli monumentali di Quinto Fiorentino, di Comeana e di Artimino: insieme alle pietre fiesolane del tardo arcaismo, essi ribadiscono la continuità d'importanza dell'agro fiorentino lungo il percorso che collegava l'Etruria interna alla pianura padana.

La camera a tholos del tumulo della Montagnola

Sul ruolo di Fiesole nell'area le posizioni divergono: secondo una lettura recente, prima del IV secolo a.C. il centro fiesolano non appare più significativo degli altri insediamenti del comprensorio, e i nuclei sparsi documentati dalle «pietre fiesolane» si sarebbero coagulati in un'entità politica maggiore soltanto dopo il V secolo.

Età classica ed ellenistica

Villa Fioravanti, sulla collina mediana del sistema di alture di Bellosguardo: i saggi condotti nel parco fra il 2023 e il 2024 vi hanno individuato l'insediamento etrusco

Le notizie relative agli ultimi secoli della civiltà etrusca sono scarse e vaghe: gli scavi urbani segnalano a più riprese materiali ellenistici in giacitura secondaria e strutture anteriori all'impianto coloniale, ma senza documentazione a sostegno e con difficoltà di datazione dichiarate dagli stessi scavatori.

Sul versante meridionale della valle, poco noto dal punto di vista archeologico perché mai interessato da interventi edilizi e infrastrutturali estesi, la presenza etrusca è stata verificata soltanto di recente. I saggi condotti fra il 2023 e il 2024 nel parco di villa Fioravanti, sulla collina mediana del sistema di alture di Bellosguardo, hanno restituito un frammento d'impasto con decorazione geometrica incisa di cultura villanoviana e, sulla sommità del colle, ceramica di età arcaica e tardoarcaica, fra cui un frammento di kyathos in bucchero della seconda metà del VI secolo a.C. Il luogo risulta però stabilmente occupato solo a partire dalla prima metà del III secolo a.C., con il floruit fra III avanzato e inizi del II: sul versante settentrionale è stato documentato in posto il crollo, seguito a un incendio, di un edificio con copertura in laterizi e pareti in argilla, mentre sul versante meridionale gruppi di pietre in arenaria disposti secondo un orientamento regolare potrebbero appartenere a strutture murarie che cingevano la sommità, con funzioni di difesa e di controllo del territorio e della viabilità analoghe a quelle attribuite alla vicina altura di San Martino alla Palma. La sequenza si chiude intorno ai decenni centrali del II secolo a.C., e gli autori dello scavo osservano che la fine di molti siti dell'area coincide, forse non casualmente, con la nascita di Florentia. Le colline di Bellosguardo e quelle di Fiesole, affrontate ai due lati della valle, sono state lette come un sistema di controllo del corso dell'Arno, secondo un modello di occupazione diffuso in età etrusca che accosta due rilievi uniti da una sella alla confluenza di un corso d'acqua minore nel fiume maggiore.

Alla fase immediatamente precedente la deduzione appartiene infine una fornace per vasellame da mensa in ceramica grigia, databile fra II e I secolo a.C. e individuata nel 2019 in via del Proconsolo, sul bordo orientale del terrazzo: serviva l'insediamento precoloniale, del quale restano tracce labili perché già obliterato, alla fine del I secolo a.C., dalle costruzioni della nuova colonia.

La fondazione della colonia

L'evoluzione dell'impianto urbano di Firenze dal I al XVIII secolo; il nucleo quadrangolare corrisponde alla colonia romana
Probabile raffigurazione di Leda, copia di epoca romana del II secolo d.C. di una statua greca, con testa del XVII secolo. Forse già arredo del Palazzo della Crocetta

La data della fondazione è stata a lungo discussa, e la tradizione erudita, dal Rinascimento in poi, l'ha attribuita variamente a Silla, a Cesare o a Ottaviano. La discussione moderna distingue due momenti: la deliberazione e l'effettivo impianto urbano.

La deliberazione è stata ricondotta alla lex Iulia agris limitandis metiundis del 59 a.C., ricordata dal Liber coloniarum, oppure all'età triumvirale, intorno al 44 o al 41 a.C.; secondo una diversa proposta la deduzione sarebbe da collocare dopo la battaglia di Filippi, nel quadro delle assegnazioni ai veterani.

L'impianto urbano è invece datato su base archeologica fra il 30 e il 15 a.C., grazie ai frammenti di sigillata italica raccolti nelle indagini del 1986-1987 presso l'odierna via del Proconsolo, in livelli addossati alla fondazione della cinta, e a una sequenza analoga riconosciuta nello scavo di piazza della Signoria. Nella stessa direzione va il rinvenimento, nell'area dell'ex Canonica di San Giovanni, di una porzione di paleoalveo interpretata come il fossato che costeggiava il primo aggere delle mura settentrionali: i riempimenti hanno restituito una moneta di Cesare insieme a materiali ceramici del I secolo a.C. Lo scarto cronologico fra la decisione di dedurre la colonia e la costruzione delle mura trova riscontro in altri casi. Resta minoritaria la proposta di anticipare la fondazione al corso del II secolo a.C. sulla base di considerazioni di ordine storico.

L'impianto fu realizzato secondo l'orientamento astronomico nord-sud ed est-ovest, secundum coelum, accanto al ponte su cui la viabilità tardorepubblicana valicava l'Arno; secondo alcuni autori fu proprio il controllo di quel passaggio a determinare la scelta del luogo per la deduzione.

Una datazione più alta era stata sostenuta in passato sulla base di un passo di Floro che avrebbe ricordato la città come splendidissimum municipium già in età sillana; la critica ha però respinto quella lettura, ritenendo il toponimo frutto di un'errata trascrizione.

La scelta del sito rispondeva a esigenze precise: il sito serviva bene una rete stradale nord-sud, meno per l'agevolezza del guado che per la strettezza del fondovalle e per la dolcezza della discesa. La fondazione ebbe anche una funzione di controllo nei confronti della vicina Fiesole, che negli anni sessanta del I secolo a.C. era stata utilizzata come base della congiura di Catilina.

Contro ogni lettura strategica si era invece pronunciato Colin Hardie in uno studio del 1965. Fra le due città non si verificò nulla di quanto Roma soleva fare per indebolire un centro d'altura, e Firenze e Fiesole convissero senza attriti fino alla rottura dell'XI e XII secolo: la deduzione si spiegherebbe perciò soltanto con lo sfruttamento di terre nuove, rese coltivabili dalla bonifica della piana e non sottratte all'uso fiesolano, sicché la colonia non potrebbe essere anteriore alla centuriazione che le assegnò quelle terre. La scelta del luogo andrebbe di conseguenza ricondotta a motivi agricoli e alla difendibilità del sito, non al controllo di un valico o di una strada preesistente. Quanto alla divergenza fra l'orientamento della città e quello della maglia agraria, Hardie osservava che ruotare l'impianto urbano fino ad allinearlo alla centuriazione avrebbe portato il lato occidentale sul corso del Mugnone oppure l'angolo sud-orientale su terreni molto più bassi.

L'impianto urbano

Piazza della Repubblica, sull'area del foro; il tracciato del decumano massimo corrisponde a via Strozzi
La stessa area di piazza della Repubblica in età romana, plastico presso il Museo di Firenze com'era

Le mura e le porte

Le mura sono state riconosciute in più punti della città e il loro andamento può essere ricostruito quasi integralmente: sono state intercettate in piazza del Duomo, in via del Proconsolo, in piazza della Signoria, in Por Santa Maria e in via Porta Rossa. La cinta era orientata secondo i punti cardinali per tre lati, mentre il lato meridionale seguiva il corso dell'Arno. Il perimetro disegnava grosso modo un trapezio: a oriente correva lungo l'attuale via del Proconsolo, a settentrione sull'allineamento del fianco nord del Duomo e di via Cerretani, a occidente lungo via Tornabuoni. Il lato meridionale, non ortogonale agli altri, era doppiamente inclinato per adattarsi alla conformazione del terreno presso il fiume: da oriente seguiva l'allineamento delle fondazioni degli isolati di via Vacchereccia fino a Por Santa Maria, dove si apriva la porta meridionale, e di lì proseguiva verso occidente fino all'area dell'attuale piazza Santa Trinita.

Era in laterizio pieno, munita di torri circolari; le quattro porte si aprivano a metà di ciascun lato e passaggi secondari in prossimità degli angoli. Ai lati dell'ingresso la porta settentrionale aveva due torri circolari; quella meridionale una sola torre e una fauce difensiva raccordata al lato sud della cinta; gli edifici delle porte misuravano circa dieci metri di larghezza e dodici-quindici di lunghezza. I mattoni dell'elevato erano in media di 0,49-0,50 per 0,30 per 0,07 metri, pari al sesquipedale provinciale romano; il muro si elevava per circa due metri di spessore e poggiava su una fondazione in calcestruzzo, originariamente spessa tre metri e alta 0,40. Le torri, a profilo troncoconico, sporgevano dalla cortina a intervalli regolari di una cinquantina di metri. Le quattro porte principali si conservarono fino all'età medievale e sono note con i nomi di San Pietro a oriente, Episcopi o Contra Aquilonem a settentrione, San Pancrazio a occidente e Santa Maria a meridione; una porzione del torrione orientale della porta nord, riportata alla luce nel 1895 durante la demolizione del palazzo arcivescovile, è oggi esposta nel cortile dei Fiorentini del Museo archeologico.

Negli anni venti dell'Ottocento tornarono alla luce i resti di un grande arco con armille decorate allo sbocco in piazza San Firenze dell'odierna via della Condotta, che sembra seguire l'andamento ipotizzato per il tratto orientale della cinta; in quella zona i documenti medievali dell'XI secolo attestano una porta detta Aurea, forse una struttura romana riutilizzata dalle difese altomedievali, anche se non è escluso che l'edificio sia di età tardoantica. L'angolo sud-orientale resta il punto più problematico, perché probabilmente già demolito in età imperiale per la costruzione del teatro.

Alcune porzioni della cinta sopravvissero a lungo: agli inizi del XV secolo le torri rotonde della porta settentrionale erano ancora in piedi, addossate al palazzo vescovile, e una postierla è riconoscibile nella porta detta in età medievale Posterula Rubea, per il colore dei laterizi. In almeno tre punti, però, l'elevato risulta rimosso già in età imperiale, per far posto all'espansione edilizia: in piazza della Signoria un tratto delle fondazioni fu riutilizzato per il recinto della fullonica adiacente alle terme. La postierla si apriva all'imbocco di via Porta Rossa, dove è stato individuato un tratto di mura di età augustea: larga circa un metro e mezzo, rimase in uso fino al medioevo, quando fu inglobata nella nuova cerchia, e il nome segnalerebbe appunto il contrasto fra il laterizio della struttura romana e la pietra della cinta comunale.

Strade e fognature

Sono stati censiti venticinque rinvenimenti di strade romane, quasi tutti all'interno del pomerio e riportati alla luce fra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento. La città era attraversata da sette cardini e sei decumani, che la suddividevano in una cinquantina di insulae abbastanza regolari, di circa 65 per 70 metri nella zona centrale e più strette lungo la strada pomeriale. Le vie erano larghe circa sette metri, rivestite di basoli di pietraforte e dotate di fognatura, il cui condotto misurava all'incirca 1,5 metri di altezza per 0,6 di larghezza. In tutti i casi indagati è stato registrato un rifacimento del piano stradale fra la fine del I e gli inizi del II secolo, con un innalzamento di 60-90 centimetri. I basoli, in grandi lastre poligonali di pietraforte, erano solo di rado accompagnati da marciapiedi; i primi tracciati risalgono all'età augustea, ma quanto è emerso dagli scavi appartiene in larga parte al rifacimento, che va inteso come parte integrante del programma di riassetto urbano di età adrianea.

Un cardine minore è stato indagato nel 2012 in via Brunelleschi, su un tratto di appena undici metri per tre: i basoli di pietraforte, di forma e pezzatura irregolari, poggiavano su un rudus di pietrame misto a conglomerato cementizio e conservavano sul lato occidentale tre lastre di crepidine poste di coltello. La superficie mostra segni evidenti di usura ma nessuna traccia di transito di carri, il che ha fatto ritenere che quel tratto, che conduceva al foro, fosse riservato ai pedoni. Sotto il rudus corrono due canalette costruite con mattoni sesquipedali spezzati e legati con argilla, coperte da sesquipedali interi, il cui impianto i rapporti stratigrafici collocano prima della sistemazione dell'asse viario.

Il foro e il Campidoglio

Lo stesso argomento in dettaglio: Foro romano di Florentia.
Resti del tempio capitolino, Museo archeologico nazionale

Il foro ebbe due fasi. Del primo impianto restano i muri perimetrali settentrionale e forse orientale, che restituiscono una piazza larga 44 metri e lunga circa 92, pavimentata in terra battuta o in pietra. Il foro di età adrianea era invece pavimentato in marmo lunense, rialzato di 50-60 centimetri e ampliato: largo circa 61 metri, era delimitato a settentrione da un portico affacciato sul decumano, mentre da sud, percorrendo il cardine massimo, vi si giungeva attraverso un arco monumentale. Lastre della pavimentazione marmorea sono state trovate fino a 111 metri a oriente del tempio capitolino, il che porta a ritenere che la piazza occupasse lo spazio di due insulae; l'accesso doveva essere riservato ai pedoni, dato che i gradini perimetrali impedivano il passaggio dei carri. Nella prima fase la piazza si apriva a oriente ed era chiusa a occidente dal tempio capitolino e dall'aula capitolina, a meridione da edifici monumentali e a settentrione da un muro di recinzione, del quale restano tracce cospicue; il portico d'ingresso della fase adrianea era ornato di statue di imperatori e magistrati, di cui sopravvivono frammenti di panneggi, mani, piedi e zampe di cavallo, insieme a iscrizioni fra le quali una dedica ad Adriano e una al Genio della colonia.

Sul lato occidentale sorgeva il tempio capitolino, i cui resti furono scoperti durante le demolizioni di fine Ottocento. Innalzato con ogni probabilità verso la metà del I secolo a.C., non molto dopo che la deduzione fu deliberata, fu ritoccato in età augustea e rivestito di marmi in età adrianea. Il primo complesso era formato da imponenti sostruzioni alte circa tre metri, sopra le quali si ergeva un edificio in stile tuscanico di circa 30 per 27 metri, con otto colonne di facciata e cella tripartita; ai lati del podio si aprivano due ambienti ipogei, uno dei quali divenne parte della cripta della chiesa medievale di Santa Maria in Campidoglio, che ne conservò il ricordo nel nome. Accanto al tempio, un edificio pubblico con pavimento e decorazioni marmoree è stato ipoteticamente identificato con la curia. La cella tripartita accoglieva le tre divinità capitoline, con il vano centrale più ampio riservato a Giove, quello di sinistra a Minerva e quello di destra a Giunone; già in età augustea l'edificio fu ricostruito su fondamenta più solide e le gradinate d'accesso furono rifatte, senza che ne fossero alterate proporzioni e dimensioni del podio.

Gli edifici pubblici

Terme, fonte pubblica e acquedotto

Lo stesso argomento in dettaglio: Acquedotto romano di Firenze.
Statua maschile identificata come Ercole, rinvenuta nell'area delle terme di Capaccio, Museo di Firenze com'era

Nella prima fase la colonia pare priva sia di terme sia, verosimilmente, di acquedotto: l'acqua veniva attinta da pozzi. Si conoscono in seguito tre grandi edifici termali, quello dietro il Campidoglio, quello di piazza della Signoria e quello di Por Santa Maria detta di Capaccio, a cui vanno aggiunti i vani termali riconosciuti sotto la Torre della Pagliazza e presso il Battistero.

Le terme dietro il tempio capitolino, che occupavano forse un'intera insula, furono realizzate probabilmente nel corso del I secolo d.C. sopra una precedente domus. Quelle di piazza della Signoria, di età adrianea, avevano pianta simmetrica e coprivano un'area di circa 5 600 metri quadrati, dei quali circa 2 100 indagati: vi sono stati individuati il frigidarium con piscina semicircolare, coppie di tepidaria e calidaria, un grande calidarium circolare e due ambienti absidati, forse laconica. Un recinto le separava dal teatro e da altre strutture, fra cui una latrina pubblica e una fullonica. I casi indagati stratigraficamente mostrano un utilizzo almeno fino alla metà del IV secolo.

Torso di atleta dalle terme di Capaccio, rielaborazione del Narciso della scuola di Policleto, 50-100 d.C., Museo archeologico nazionale di Firenze

Le terme capitoline occupavano circa 2 400 metri quadrati: vi si entrava dal decumano massimo, attraverso un vestibolo ampio e pavimentato in marmo alla quota stradale, che dava sul frigidarium, una sala di 11 per 8,50 metri anch'essa rivestita di marmo, con due vasche quadrate su cui si aprivano finestroni a tutto sesto; seguivano, attraverso due ambienti di passaggio, un piccolo tepidarium con pavimento su suspensurae e un vasto calidarium formato da due saloni simmetrici comunicanti a croce absidata. Nell'impianto di piazza della Signoria il frigidarium era un salone rettangolare di 30 per 45 metri, con la vasca semicircolare rivestita di marmo e nicchie per statue alle pareti. Le terme del Capaccio hanno restituito due marmi, recuperati nel 1926 e nel 1950: un torso giovanile e una figura virile in cui si è riconosciuto Ercole con la leontè.

Presso il Campidoglio si apriva una fonte pubblica sotterranea, alla quale si accedeva dal piano del portico settentrionale del foro tramite una gradinata che scendeva per quasi cinque metri; all'interno era collocato un bassorilievo con una divinità fluviale, databile fra I e II secolo. I reperti recuperati nello scavo del 1890 ne attestano l'uso fino all'età tardoantica. L'ambiente misurava circa dodici metri di lunghezza per poco più di due di larghezza ed era occupato dalla scalinata, che scendeva fino a 4,60 metri sotto il piano di calpestio; in fondo alla rampa un bacino quadrangolare era immerso nello strato di ghiaia fluviale, mentre nella parete occidentale era ricavata una piccola nicchia, rinvenuta vuota, e lungo il muro settentrionale restano le grappe che sostenevano il rilievo. Vi è raffigurato un dio barbato cinto da una corona di foglie e appoggiato a una rupe, che regge con la sinistra la bocca di un vaso da cui esce l'acqua e con la destra un ramo: la collocazione nel cuore religioso della città e il soggetto hanno fatto riconoscere nella figura la personificazione dell'Arno.

L'acquedotto fu realizzato probabilmente fra la fine del I e l'inizio del II secolo: partiva dalla Val Marina, correva per una sedicina di chilometri ed entrava in città da settentrione, all'altezza dell'odierna chiesa di Santa Maria Maggiore. Il caput aquae si trovava forse in corrispondenza dell'odierna via del Capaccio, toponimo che sembra derivare dalla denominazione latina. L'acqua era captata dalle sorgenti della Marina, sulle pendici di Monte Morello, e il condotto raggiungeva la città seguendo l'attuale via dell'Arcovata; nel tratto iniziale scorreva in uno speco sotterraneo largo 45 centimetri, con copertura ad arco e pareti in calcestruzzo rivestite d'intonaco, mentre entro l'abitato correva su una struttura sopraelevata ad archi. Il percorso urbano e le diramazioni interne restano sconosciuti; tratti del condotto sono emersi in indagini recenti a Sesto Fiorentino e, in città, in via delle Panche, via delle Gore e via da Tolentino.

Teatro e anfiteatro

Lo stesso argomento in dettaglio: Teatro romano di Firenze e Anfiteatro romano di Firenze.
Resti dell'anfiteatro, Museo archeologico nazionale

Il teatro sorgeva lungo il limite sud-orientale delle mura, in una zona che prima dell'urbanizzazione romana era occupata da una piccola valle digradante verso il fosso poi detto Scheraggio: la cavea sfruttava il declivio naturale, con evidente riduzione dei costi di realizzazione, e il fronte scenico, che correva lungo l'attuale via dei Leoni, era perciò ruotato di qualche grado rispetto agli assi della città. L'emiciclo aveva un diametro calcolato di cento metri e uno sviluppo in altezza stimato intorno ai diciannove; a reggere la cavea erano muri radiali coperti a botte in conglomerato cementizio, le cosiddette burelle, ed era divisa in settori da scale a raggiera.

Statua di togato del II secolo rinvenuta nel teatro romano, tradizionalmente detta di Macrino; cortile di palazzo Gondi

Le indagini condotte sotto la terza corte di Palazzo Vecchio hanno individuato due fasi edilizie: alla prima, di età augustea, appartengono la scena, l'orchestra e i bisellia in muratura, mentre la cavea doveva essere in gran parte lignea; alla seconda, collocabile fra la fine del I e gli inizi del II secolo nel quadro della ristrutturazione adrianea, si deve la realizzazione dell'intera cavea in opera muraria, datazione confermata dallo studio delle anfore reimpiegate nello strato di drenaggio di una burella. La capienza è stata stimata in oltre diecimila spettatori. Dall'area del teatro proviene un ritratto di principe della famiglia giulio-claudia, rinvenuto in via dei Leoni nel 1885 e identificato con Britannico, per il quale è stata ipotizzata l'appartenenza a un ciclo statuario dell'edificio.

L'anfiteatro, costruito all'esterno della città, aveva un perimetro di circa trecento metri, con l'asse maggiore disposto da nord-est a sud-ovest: gli assi della cavea misuravano 113 e 89 metri, quelli dell'arena rispettivamente 64 e 40. La struttura esterna, rivestita di marmi, si elevava in pietra locale per tre ordini: i due inferiori ad arcate sovrapposte, il superiore a parete piena, rotta da piccole finestre. La capienza, stimata in non meno di quindicimila spettatori, e la tecnica costruttiva a filaretto di bozze in pietraforte hanno fatto attribuire l'edificio all'età adrianea; le dimensioni, superiori al fabbisogno della sola popolazione cittadina, hanno suggerito che fosse destinato anche agli abitanti del suburbio e di Fiesole. L'articolazione interna resta però in parte ipotetica: l'ambulacro esterno di circa tre metri che secondo la ricostruzione di Corinti correva lungo tutta l'ellisse, dividendola in due parti come negli anfiteatri di Luni e di Arezzo, non ha trovato conferma nei dati archeologici, e la posizione degli ingressi principali è ignota, con Fraschetti che ne ipotizzava due sull'asse maggiore affiancati da quattro secondari e Corinti quattro, al centro dei due assi. L'anfiteatro smise con ogni probabilità di funzionare entro la seconda metà del IV secolo, e di un suo riuso più tardo non resta notizia.

A differenza del teatro l'anfiteatro è rimasto perfettamente leggibile nel tessuto urbano, nel quartiere di Santa Croce, dove l'ellisse è ricalcata dalle case dei Peruzzi e dal corso di via de' Benci, via Bentaccordi e via Torta, i cui palazzi poggiano sulle fondamenta dell'antica struttura; il primo studio approfondito si deve all'erudito Domenico Maria Manni, che lo pubblicò nel 1746. Un saggio eseguito nel 2014 in Borgo dei Greci, entro il perimetro dell'arena, non ha però intercettato livelli di età romana neppure a quasi quattro metri dal piano stradale, contro l'ipotesi ricorrente che l'edificio si impostasse due metri sotto l'attuale piano di piazza Santa Croce.

Il tempio di Iside

Lo stesso argomento in dettaglio: Tempio di Iside (Firenze).
Resti del tempio di Iside, Museo archeologico nazionale

Poco al di fuori del pomerio, nel quadrante sud-orientale e non lontano dal teatro, sorgeva un tempio dedicato a Iside, venerata con l'epiteto di regina. L'esatta ubicazione e le dimensioni restano ignote: la sua presenza fu rivelata dalle piccole basi votive e dagli elementi architettonici tornati alla luce nei lavori di fondazione dell'oratorio dei padri filippini, nel 1746 e nel 1772-1773, e in seguito negli scavi di fognatura di Borgo dei Greci del 1886. Due basi di colonne in marmo trovate in posto a circa venti metri l'una dall'altra sono state riferite più probabilmente a un portico che delimitava l'area sacra che al tempio stesso. Molti dei materiali recuperati in quegli scavi furono assemblati in un'edicola nel cortile dei Fiorentini del Museo archeologico, dove sono tuttora esposti; manca però una proposta di ricostruzione architettonica che tenga conto dell'intero complesso dei pezzi e che permetterebbe di precisare l'articolazione del santuario, il quale doveva quasi certamente comprendere sacelli e ambienti minori.

Dell'iscrizione dedicatoria, che correva sull'architrave della facciata, restano pochi frammenti: la prima parola è Aufidi, cui segue la formula nomine suo. Nella ricostruzione proposta da Giulio Ciampoltrini nel 1989, accolta negli studi sui culti isiaci, il tempio sarebbe stato eretto e dedicato a proprie spese da una liberta di nome Aufidia. La lettura è stata però messa in discussione, sia perché l'autopsia non conferma il segno d'interpunzione da cui dipende lo scioglimento liberta, sia perché l'uso assoluto di quel termine risulterebbe anomalo, sia perché in un dossier di ex voto isiaci fiorentini per il resto interamente di committenza maschile sorprenderebbe che una donna di estrazione servile avesse finanziato uno dei principali templi della città: non è quindi escluso che il dedicante fosse un Aufidius, e secondo una diversa proposta di integrazione l'iniziativa avrebbe coinvolto anche il coniuge e la figlia.

Il terminus ante quem per la fondazione è la prima età severiana, indicata da una base votiva con dedica a Iside posta probabilmente in seguito a una remissione fiscale di Settimio Severo e Caracalla; alla stessa età rimanda la tipologia dei capitelli. I resoconti settecenteschi ricordano d'altra parte che le strutture del tempio furono erette sul livellamento di una più antica area cimiteriale degli inizi del II secolo, e al II secolo si sono attenute le proposte avanzate in seguito: non anteriore all'età adrianea per Guido Maetzke, intorno al 125 per Mario Lopes Pegna, seguito da Pagni. L'arco così delimitato non sembra suscettibile di restringimenti, mentre andrebbe semmai esteso in avanti: la frequentazione del santuario si prolungò con ogni probabilità a lungo dopo l'età severiana, e la presenza di Isei ancora attivi nel tardo IV secolo e nei primi anni del V non costituirebbe un fatto sorprendente, in Etruria come altrove.

Un'indagine del 2008 negli archivi dell'ex tribunale ha restituito, sotto uno spesso strato di coppi ed embrici bruciati, alcune centinaia di frammenti architettonici in marmo, fra cui una colonna tortile in bigio antico, capitelli, lastre di rivestimento e un'antefissa con maschera teatrale, probabilmente tragica femminile, oltre a una statuetta votiva acefala in bronzo con tracce di doratura, alta quattro centimetri e mezzo. Fra i materiali sono stati riconosciuti anche due frammenti epigrafici inediti: il primo, opistografo, si riferisce alla costruzione o al rifacimento integrale di un monumento; per il secondo l'analisi petrografica ha confermato la compatibilità con l'iscrizione dedicatoria del tempio, della quale costituisce oggi, insieme al frammento con la parola Aufidi, la parte principale. La diffusione del culto isiaco in città è attestata anche da una statua frammentaria della dea recuperata nel quadrante settentrionale del suburbio.

Edilizia privata e produttiva

Bassorilievo con divinità fluviale dalla fonte pubblica sotterranea presso il Campidoglio

Sono almeno cinquantotto i rinvenimenti di edifici di età imperiale, in gran parte all'interno del pomerio, ma quasi tutti riconducibili a scavi non stratigrafici. Le domus della prima fase della colonia avevano di norma pavimentazioni in cementizio, spesso decorato da inserti lapidei, muri perimetrali in pietra e calcestruzzo e muri interni in argilla in cassaforma, intonacati e dipinti; i pavimenti a mosaico, quasi tutti di epoca giulio-claudia, sono molto meno frequenti dei cementizi. Sotto la chiesa di San Pier Scheraggio si conserva una porzione di affresco di giardino del I secolo.

La domus presso il Battistero, per la quale è stata proposta una misura di circa 50 per 30 metri, occupava quasi per intero l'insula sotto l'attuale piazza San Giovanni e fu ottenuta nel corso del I secolo ampliando e collegando abitazioni precedenti più modeste. La pianta comunemente riprodotta fu ricostruita nel 1918 da Edoardo Galli sugli appunti di Corinto Corinti e sulle relazioni di scavo: l'ingresso si apriva sul decumano meridionale della piazza, affiancato da due ambienti interpretati come botteghe, e un lungo corridoio conduceva all'atrio tuscanico, con impluvio rettangolare in lastre di pietra serena e l'imboccatura di un pozzo di mezzo metro scarso di diametro. Nove ambienti avevano pavimento a mosaico bianco e nero, ancora in parte visibile, con repertorio geometrico di triangoli, quadrati, losanghe ed esagoni composti in trecce e in stelle. Intorno alla metà del II secolo l'edificio fu radicalmente trasformato: sopra i mosaici del settore settentrionale, su circa mezzo metro di detriti, fu steso un pavimento di grandi lastre marmoree che ricavò un salone di 14 per 10 metri con pareti rivestite di marmo bianco, e furono realizzati piccoli ambienti riscaldati. Quel complesso sembra non appartenere più alla domus ma a una costruzione contigua, in cui si è proposto di vedere un piccolo edificio termale addossato alla porta settentrionale, rimasto in funzione almeno fino alla fine del IV secolo sulla scorta di sei monete bronzee trovate sul pavimento del presunto tepidarium.

Fra le acquisizioni più recenti si segnala la domus individuata sotto palazzo Tornaquinci della Stufa, in Borgo degli Albizi, con almeno tre ambienti pavimentati in cocciopesto e uno in opus sectile affacciati su una piccola corte, muri perimetrali a filaretto rivestiti internamente d'intonaco policromo e tramezzi in opus craticium; le monete rinvenute a contatto con i pavimenti indicano un impianto di età augustea o di poco successiva e un uso protratto almeno fino alla seconda metà del III secolo.

Fra le strutture produttive sono almeno dieci i rinvenimenti di vasche con rivestimento in cocciopesto, in genere interpretate come fullonicae, anche se in vari casi l'epoca del rinvenimento e la scarsa documentazione non consentono di confermare l'identificazione. È accertata la fullonica di piazza della Signoria, rifornita probabilmente dall'acquedotto e adiacente a una grande latrina pubblica. Un'indagine in via delle Belle Donne ha restituito balsamari in vetro e scorie vetrose, che potrebbero indicare una fornace per la produzione del vetro. L'epigrafia funeraria attesta inoltre lavoratori e commercianti di legname, calzolai, fabbri e mercanti di vario genere, oltre a collegia che riunivano in associazione artigiani e imprenditori. Nell'impianto di piazza della Signoria, costruito in età adrianea, gli scavi hanno riconosciuto alcune pilae fullonicae, i pozzetti per la preparazione dei colori, e una serie di vasche, bacini e piani inclinati a pendenze diverse, sopra i quali doveva sorgere una struttura porticata adibita a tiratoio per l'asciugatura delle stoffe; l'ampiezza dell'impianto ha fatto pensare a una manifattura destinata al commercio, favorita dalla vicinanza dell'approdo sull'Arno. Caduto in disuso nel IV secolo, il complesso fu ripartito fra abitazioni private, fornaci da laterizi e botteghe per la lavorazione di metalli, legno e vetro. Una seconda fullonica sorgeva a settentrione del Battistero, a ridosso delle mura: indagata fra il 2005 e il 2008 sotto l'ex Canonica di San Giovanni, conserva tre vasche di dimensioni diverse, con piano in cocciopesto e pareti a sacco rivestite da uno strato impermeabilizzante di cocciopesto fine e latte di calce, servite da una rampa d'accesso ai vani di lavoro e da un sistema di canalizzazione per le acque reflue.

Le fornaci del Vingone

Alla costruzione della colonia è stato collegato l'impianto produttivo individuato nel 1980 in località Vingone, presso Scandicci, al margine dell'area centuriata: le fornaci risultano attive fra il 20 a.C. e il 20 d.C., un arco cronologico coincidente con l'impianto di Florentia e della sua centuriazione. Vi si produceva vasellame da mensa, da dispensa e da cucina, attrezzi da lavoro, contenitori da trasporto e materiale da costruzione; alcuni bolli laterizi identici a quelli vingonesi sono stati riconosciuti fra i materiali registrati negli scavi fiorentini di fine Ottocento, il che conferma l'impiego di quei prodotti nella colonia.

Le tegole prodotte al Vingone sono tutte del tipo a incasso, di tradizione centro-italica e campana, estraneo alla precedente tradizione etrusca della zona: la sua introduzione è stata messa in relazione con i veterani assegnatari dei lotti centuriati, fra i quali dovevano trovarsi anche dei fabri. Nelle stesse fornaci si producevano inoltre mattoni sagomati a T, impiegati nei condotti per la circolazione dell'aria calda negli ambienti termali, di cui un esemplare è stato rinvenuto in reimpiego in piazza della Signoria. I bolli restituiscono i nomi dei produttori, fra i quali compaiono sia esponenti di antiche famiglie etrusche del volterrano e del fiesolano, come i Volasennae e gli Umbricii, sia gentes di origine cispadana, come gli Avidii e i Cassii.

Le necropoli

Sarcofago romano con caccia al cinghiale, reimpiegato in età medievale presso il Battistero

I sepolcreti principali fiancheggiavano le strade in uscita dal pomerio, e in prevalenza quelle dell'asse nord-sud. Alcune furono investite dall'espansione urbana fra I e II secolo, come quella presso il teatro, in uso fra la fine del I secolo a.C. e il successivo. Altre aree di sepoltura si trovavano lungo le attuali via Faenza e Valfonda, cioè la direttrice verso Pistoia, e probabilmente intorno al Battistero, dove restano alcuni sarcofagi di sicura provenienza urbana. Presso la testata meridionale del ponte si trovavano tombe monumentali, fra cui una piramide attestata fino al XII secolo. La collocazione fuori dell'abitato e lungo le strade principali risponde alla norma delle XII tavole che vietava di seppellire o cremare entro la città. Dal greto dell'Arno, presso il ponte alla Vittoria, provengono un sarcofago cristiano del IV secolo con storie bibliche ed evangeliche, recuperato nel 1933 e conservato nella basilica di San Lorenzo, e l'angolo di un secondo sarcofago strigilato rinvenuto poco distante e alla stessa profondità: si è supposto che fossero scivolati da un'area cimiteriale soprastante, ormai fuori dal perimetro urbano, che non è però mai stata accertata da indagini archeologiche.

La necropoli meglio documentata è quella individuata negli scavi dell'ex convento di Sant'Apollonia, lungo via San Gallo, cioè sulla prosecuzione del cardine massimo verso Fiesole, e sigillata da un accumulo alluvionale connesso al vicino Mugnone. Vi sono state riconosciute quarantotto sepolture di tipologia varia: ventotto inumazioni in semplice fossa terragna, quattro alla cappuccina, tredici deposizioni in anfora, una a struttura mista e due incinerazioni entro strutture in muratura. Il frequente impiego di materiali di riutilizzo e l'assoluta assenza di iscrizioni hanno fatto riferire il sepolcreto a un ambito popolare e a un ceto medio-basso. La compresenza delle due pratiche funerarie e la tipologia delle anfore reimpiegate, di produzione locale, africana e lusitana, collocano l'uso dell'area fra il I-II e il VI-VII secolo; le anfore tardoantiche costituiscono inoltre un indizio dell'inserimento della città nelle rotte commerciali mediterranee. Al sepolcreto si accedeva attraverso una modesta sistemazione inghiaiata, in parte conservata, e nonostante l'ampiezza della superficie esplorata i saggi hanno con ogni probabilità intercettato soltanto un settore limitato di un cimitero assai più vasto. Uno degli ustrina conservava i resti del defunto entro un'olla accompagnata da tre lucerne del tipo Firmalampe e protetta da un'anfora recisa all'altezza delle spalle e rovesciata sopra i resti come signaculum.

L'analisi antropologica di trentasette individui dal sepolcreto ha restituito una statura media di 159 centimetri per le donne e di 166 per gli uomini, leggermente superiore a quella riscontrata su campioni fiorentini di età bassomedievale, e una frequenza di carie del 5,2 per cento, che indica una dieta povera di zuccheri semplici.

I borghi e il territorio

Testa di giovane di età tiberiana o caligolana, dall'area di piazza Pitti, oltre l'Arno, Museo archeologico nazionale di Firenze

L'espansione oltre le difese, già evidente nel corso del I secolo, portò alla formazione di borghi la cui esatta estensione non è ricostruibile. A settentrione, fra piazza San Lorenzo e le vie contigue, sono emerse molte strutture di età romana, fra cui ambienti di piccole dimensioni interpretabili come botteghe affacciate sulla prosecuzione del cardine. A sud esistevano edifici fra la città e il fiume, e grandi terme furono realizzate appena fuori della porta meridionale. Un borgo doveva esistere anche oltre l'Arno, ma sulla sua entità non è possibile pronunciarsi. Nessuna infrastruttura attribuibile con sicurezza a un porto fluviale è stata finora rinvenuta. L'esistenza di uno scalo resta però largamente ipotizzata. Che l'Arno fosse navigabile da Pisa fino a monte di Florentia, almeno nelle stagioni di piena, è stato dedotto dall'elenco di fiumi navigabili conservato nelle Variae di Cassiodoro; l'andamento curvilineo di alcuni isolati del lungarno a monte degli Uffizi è stato letto come la traccia di un'antica ansa fluviale corrispondente allo scalo commerciale maggiore della colonia, e gli scavi condotti fra il 1982 e il 1985 in via de' Castellani hanno suggerito che l'area portuale si estendesse da lì fino all'attuale piazza Goldoni, restando in uso almeno fino all'alluvione del 1333.

La centuriazione

Il territorio pianeggiante a occidente della città fu oggetto di centuriazione, connessa alla bonifica della piana fra Firenze e Prato. Le tracce sono ancora leggibili nella cartografia dell'IGM, e con maggiore evidenza nelle edizioni anteriori all'espansione urbana della seconda metà del Novecento. Lo schema è stato ricostruito su base cartografica come una maglia di quadrati di circa 710 metri di lato. L'orientamento della centuriazione a ovest della città deriverebbe da un più antico sistema di canalizzazione di età etrusca, adattato al deflusso naturale delle acque.

La viabilità

La conca di Firenze era vocata a funzionare da nodo stradale già in età etrusca, trovandosi alla convergenza di più vallate e in corrispondenza del punto in cui il passo dell'Arno è più stretto e più asciutto lungo tutta la depressione compresa fra il Piano di Ripoli e Pistoia: qui scendono verso il fiume due propaggini contrapposte, lo sperone di pietraforte della Costa San Giorgio a sud e il conoide ghiaioso del Mugnone a nord.

Prima della deduzione della colonia le strade romane della zona convergevano su Fiesole: la via Flaminia costruita nel 187 a.C. per collegare Bononia ad Arezzo, il prolungamento della Cassia verso Pistoia, Lucca e Luni, e la via Quinctia che scendeva verso il porto di Pisa, il cui costruttore è noto da un miliario rinvenuto presso Montelupo e identificato con un Tito Quinzio Flaminino, console nel 150 o al più tardi nel 123 a.C. La fondazione di Florentia sul passo d'Arno trascinò però in breve a valle l'intero sistema delle grandi strade, che venne a incentrarsi sulla nuova colonia a scapito della collinare Fiesole. All'età augustea sono state ricondotte tre nuove direttrici, la via Senese, che oltre a collegare le due colonie di Firenze e Siena costituiva un'alternativa alla Cassia per raggiungere Roma, la via Faentina, che portava a Faenza e al porto di Ravenna, e una variante transappenninica per Bologna attraverso la Val Marina e il Mugello; alla stessa fase potrebbe risalire la costruzione del ponte a piloni in muratura sull'Arno. Sul ponte gli studi non concordano: per una lettura diffusa un ponte in muratura sul tratto più stretto del fiume sorse soltanto in età medievale, e la colonia si sarebbe servita di un ponte ligneo ancorato a solide testate, dal momento che la più antica menzione documentaria di un ponte in muratura risale al X secolo. Le indagini urbane hanno inoltre individuato all'angolo fra via Vacchereccia e via Por Santa Maria un tratto di basolato su due livelli sovrapposti che prosegue il tracciato del cardine massimo oltre la porta meridionale: seguendo quell'allineamento il ponte romano non poteva corrispondere al Ponte Vecchio medievale.

Nel II secolo ripetuti interventi accorciarono il percorso della Cassia: la vecchia via da Arezzo cessò di aggirare l'ansa di Pontassieve puntando direttamente su Firenze, il tratto fra Bolsena e Chiusi fu rettificato da Traiano, e nel 123 Adriano tracciò un itinerario diretto da Chiusi a Firenze che evitava il lungo giro per Arezzo, noto da un miliario conservato a Montepulciano. Fra le stazioni obbligate degli itinerari di III secolo, l'Itinerario Antonino e la Tabula Peutingeriana, dove le è riservata una vignetta, la città compare con la denominazione Florentia Tuscorum. Un miliario della Cassia rinvenuto nella valle del Salarco indica la distanza fra Firenze e i fines Clusinorum. Alla nuova centralità di Florentia è stato messo in relazione l'inizio della decadenza di Arezzo, collocato nel corso del II secolo.

Alcune località a nord-ovest della città conservano nel nome la distanza in miglia romane dal centro urbano, come Terzolle, Quarto, Quinto, Sesto Fiorentino e Settimello lungo la Cassia, Settimo lungo la Quinctia, Quintole e Santa Cecilia a Decimo lungo la via Senese.

Dall'età imperiale alla tarda antichità

Frontone di monumento funerario con l'iscrizione di Publio Fontinio Priamo, sevir Augustalis, dall'area della Fortezza da Basso; Museo archeologico nazionale

Dopo un primo sviluppo nel corso del I secolo, in età adrianea la città fu interessata da grandi investimenti, con la realizzazione delle terme e dell'acquedotto, l'ampliamento del teatro, la costruzione dell'anfiteatro e il rifacimento generale delle strade e del foro. Dal II secolo la città risulta inserita nel sistema economico imperiale, e nel III sono testimoniate importazioni africane di vasellame da mensa, olio e garum.

L'unica menzione di rilievo dei cittadini di Florentia in età imperiale riguarda il fiume: Tacito ricorda che nel 15 una delegazione di Fiorentini si recò a Roma per opporsi in Senato al progetto di deviare la Chiana dal Tevere nell'Arno, concepito per contenere le piene del fiume di Roma. La protesta ebbe effetto e il progetto non fu realizzato.

Plinio è l'unica fonte antica a menzionare le due città nello stesso contesto, elencando i Fiorentini posti presso l'Arno e, subito dopo, Fiesole. Entrambe le colonie erano ascritte alla tribù Scaptia, cui in Etruria apparteneva anche Vetulonia: l'assegnazione avvenne però in periodi distinti, in età sillana per Fiesole e in età cesariana per Firenze, e non è possibile stabilire se dipendesse da una ragione specifica. La vicinanza territoriale, l'appartenenza alla medesima tribù e il fatto che i confini diocesani siano noti soltanto dalla fine del XIII secolo, senza coincidere con l'estensione delle città romane, rendono difficile tracciare una linea netta di demarcazione fra l'agro fiesolano e quello fiorentino, al punto che l'attribuzione di singole epigrafi all'una o all'altra resta in più casi incerta.

Alcuni elementi indicano forme di cooperazione fra le due comunità. Un'arula marmorea rinvenuta a Fiesole nel 1879 reca la dedica alla triade capitolina posta dall'ordo splendidissimus Florentinorum in occasione del restauro del Campidoglio fiesolano: il contributo della curia fiorentina a un monumento pubblico di una città limitrofa è un caso raro, che potrebbe riflettere rapporti di collaborazione ma anche una qualche forma di preminenza di Firenze. Il culto di Iside era diffuso in entrambi i centri, e un'iscrizione ostiense del 184 ricorda il cavaliere Quinto Petronio Melior come pontifex Faesulis et Florentiae, formula che indica probabilmente un pontificato ricoperto separatamente nei due collegi, senza che si possa escludere l'esistenza di un collegio unico per le due città. Un suo omonimo discendente, console fra il 240 e il 245, è il solo personaggio di origine fiesolana o fiorentina noto ad aver raggiunto il consolato.

Sulla base di questi elementi la convinzione, a lungo diffusa, che la deduzione di Florentia avesse comportato l'eclissi della vicina Fiesole è stata considerata priva di basi convincenti: fra la fine del I secolo a.C. e la prima metà del I d.C. il paesaggio urbano fiesolano risulta anzi potenziato, con una superficie stimata intorno ai 29 ettari, superiore a quella di Florentia, e la costruzione di un teatro, di un nuovo tempio e di un complesso termale poi ampliato in età adrianea.

Dalla fine del III secolo fino alla metà inoltrata del IV Florentia divenne probabilmente capitale della Tuscia et Umbria e sede del relativo governatore, anche se è stato osservato che l'ufficio dei correctores poteva essere itinerante e non stanziale in una città. Nel 1873, presso Por Santa Maria, fu rinvenuta una statua dedicata a Diocleziano nel 287 da Elio Marciano, corrector Italiae; il soggiorno fiorentino del corrector Massimino nel 366 è stato addotto a sostegno dell'idea che la città fosse davvero divenuta capitale della provincia a partire dalla riforma tetrarchica. Che la Toscana a nord dell'Arno, la Tuscia Annonaria, ricadesse nella diocesi che abbracciava gran parte dell'Italia settentrionale è stata dedotta da un luogo di Ammiano Marcellino in cui, a proposito del corrector Terenzio negli anni 364-365, quel termine compare per la prima volta per la parte settentrionale della regione. Al rango di capitale non sembra però aver corrisposto un programma di nuove opere pubbliche; quanto alla crisi del III secolo, le tracce che se ne riconoscono altrove nella Tuscia mancano finora tanto a Firenze quanto a Fiesole.

La cristianizzazione

Pavimento musivo della basilica paleocristiana sotto il Duomo, poi chiesa di Santa Reparata

Il primo vescovo di Firenze, Felice, è attestato nel 313, quando fu convocato a Roma per far parte del collegio giudicante chiamato a trattare la controversia donatista: era l'unico dell'Etruria insieme al vescovo di Pisa. Nella Pasqua del 394 il vescovo di Milano Ambrogio, giunto in città nel quadro del contrasto con l'imperatore Eugenio e della lotta per l'affermazione dell'ortodossia, consacrò la basilica di San Lorenzo, che sorgeva a poche decine di metri oltre la porta nord ed era stata edificata con il lascito di una vedova facoltosa.

L'archeologia ha restituito i resti di altre tre basiliche paleocristiane. Nessuna delle quattro dispone però di un'edizione moderna ed esauriente degli scavi, e alle carenze della documentazione si deve gran parte delle discussioni che le riguardano. Quella sotto il Duomo, probabilmente dedicata in origine al Santo Salvatore, era lunga 52 metri e larga circa 25, con tre navate separate da ventotto colonne, portico frontale e pavimento a mosaico recante l'elenco di quanti contribuirono alla sua realizzazione; la datazione, a lungo controversa, è compresa fra la fine del IV e il primo trentennio del VI secolo. Secondo una lettura non sarebbe stata la cattedrale, ruolo che in questa fase spetterebbe a San Lorenzo, pur essendo dotata fin dall'origine di cattedra e solea: la ridedicazione a Santa Reparata e la consacrazione a sede vescovile sono state datate al IX secolo, al tempo del vescovo Andrea. L'identificazione della cattedrale è però controversa e ha oscillato fra le due chiese: secondo un'altra lettura è la basilica sotto Santa Maria del Fiore a dover essere preferita, con una prima costruzione non posteriore al primo quarto del V secolo, di pochi anni successiva alla consacrazione di San Lorenzo, e da quel momento la sede vescovile non si sarebbe più spostata. Resta invece insolubile allo stato della documentazione il problema della chiesa episcopale del IV secolo, posto dall'attestazione di un vescovo a Firenze già nel 313. La basilica di Santa Felicita, di circa 26 per 40 metri e a tre navate, era una basilica cimiteriale realizzata nella seconda metà del IV secolo presso una necropoli alla testata meridionale del ponte: le numerose epigrafi in greco rinvenute nell'area, comprese fra l'inizio del V e la metà del VI secolo, testimoniano una comunità orientale di religione cristiana comprendente un gruppo di origine siriana. Sepolture furono impostate sotto il pavimento della chiesa almeno fino alla metà del VI secolo, e al di sopra è stato riconosciuto un livello cimiteriale con inumazioni in nuda terra, forse fra la seconda metà del VI e il VII secolo, coperto a sua volta da un ampio strato di terreno scuro che potrebbe essersi formato durante una fase di abbandono o di trasformazione dell'edificio. Una terza basilica, di circa 27 per 50 metri, a tre navate, con pastophoria ai lati dell'abside, solea musiva e base della cattedra vescovile, è emersa nelle indagini di piazza della Signoria sotto la chiesa medievale di Santa Cecilia; sorgeva sui resti della grande fullonica urbana e fu ridotta alla sola navata centrale intorno alla metà del VI secolo, per essere infine distrutta da un incendio fra la fine del VI e gli inizi del VII. La presenza della cattedra e di un edificio adiacente a pianta centrale con vasca interna, interpretato come battistero, ha fatto ipotizzare una seconda insula episcopale nel settore meridionale della città, contrapposta a quella settentrionale, e ha portato a riconoscere nell'edificio la sede del culto ariano: la coesistenza di episcopati e luoghi di culto cattolici e ariani è del resto caratteristica dei centri urbani dell'Italia ostrogota.

Le quattro basiliche risultano allineate lungo l'asse che dalla Cassia attraversava il ponte sull'Arno e percorreva la città seguendo il cardine massimo, per proseguire verso nord in direzione dell'Appennino: due si levavano appena dentro le porte, due appena fuori, l'una in mezzo a un borgo e l'altra in mezzo a una necropoli. La collocazione periferica risponde in parte alla maggiore disponibilità e al minor costo del terreno, ma corrisponde anche a una scelta condivisa da altre città dello stesso periodo, e presuppone che l'area del foro non fosse più l'unico centro sociale e politico della città. Se il modello di riferimento è stato tradizionalmente individuato in Milano, per via del soggiorno di Ambrogio, alcuni elementi rimandano piuttosto a Roma: la dedica al Salvatore è la stessa della cattedrale romana, e l'intitolazione della basilica settentrionale è esplicitamente collegata a San Lorenzo fuori le mura.

Un ulteriore elemento ricorrente è la sovrapposizione delle basiliche a impianti termali, riscontrata sotto San Lorenzo e nell'area fra il Battistero e la cattedrale, e attestata anche in altre città dell'Etruria come Roselle e Lucca: è stato ipotizzato che di quegli edifici, ormai fuori uso per il venir meno di una gestione centralizzata del rifornimento idrico, si conservasse comunque una qualche coscienza della natura pubblica, e che l'assegnazione alla chiesa locale sia stata facilitata dal ruolo che il vescovo veniva assumendo nell'amministrazione civica.

La datazione del Battistero resta irrisolta e le proposte si distribuiscono su un arco compreso fra il IV e il XII secolo; le indagini archeologiche, condotte a più riprese fino al 1948 e quasi sempre inedite, non hanno permesso di avvalorare nessuna delle ipotesi.

Anche l'esistenza di un episcopio tardoantico presso l'edificio battesimale resta ipotetica. La casa del vescovo è attestata dai documenti solo a partire dall'897, nella stessa posizione del vescovado bassomedievale e moderno, immediatamente accanto alle mura e alla porta romana settentrionale; l'ala orientale del palazzo, verosimilmente la più antica, fu demolita in fretta fra il 1893 e il 1895 e la stratificazione fu rilevata in minima parte, sicché non è possibile stabilire se la scarsità di strutture tardoantiche nella documentazione dipenda dal disinteresse di chi sterrava o dall'effettiva assenza dell'edificio.

La crisi tardoantica

Rilievo romano reimpiegato nel Battistero

Fra il 405 e il 406 l'esercito di Radagaiso tentò di stringere d'assedio la città, ma fu bloccato da Stilicone nei dintorni; la piana e i rilievi vicini furono messi a ferro e fuoco prima dall'avanzata dei Goti, poi dalle operazioni militari addensatesi sotto Monte Morello. Nel primo ventennio del V secolo due condoni fiscali quinquennali interessano molte regioni italiane, fra cui la Tuscia, probabilmente in ragione della crisi economica causata dalle guerre, mentre una lettera di papa Gelasio della seconda metà del secolo lamenta lo spopolamento della Tuscia e dell'Emilia.

Dalla fine del IV secolo i templi e i sacrari pagani risultano demoliti, ridedicati o riutilizzati per altre funzioni, come mostrano i casi del Campidoglio e del tempio di Iside, mentre le terme, il teatro e l'anfiteatro furono in parte smantellati e spogliati di materiale destinato al reimpiego, spesso nella costruzione degli edifici religiosi. Gli ambienti delle terme di piazza della Signoria e della vicina fullonica risultano disarticolati e ripartiti fra utenze private ed ecclesiastiche, che li adibirono ad abitazioni, officine e spazi sepolcrali; le sole terme della Pagliazza potrebbero essere rimaste in funzione, forse come struttura privata, fino alla prima metà del VI secolo. Il quadro non è però di abbandono generalizzato: allo scavo di via Brunelleschi appartengono alcune canalette in pietra e in tubuli fittili di età tardoimperiale, segno che perfino in una fase di difficoltà politica ed economica le opere di pubblica utilità continuavano a essere manutenute.

Il teatro conservava ancora buona parte della struttura originaria, ma con la cavea in larga misura crollata: i suoi vani accolsero alloggiamenti militari, stalle, rincalzi difensivi addossati alle mura e gruppi di sepolture, senza che sia riconoscibile un piano organico di riqualificazione. L'area dell'odierna piazza San Giovanni si spopolò nel corso del IV secolo; vi si tornò a costruire soltanto nella prima metà del V, quando sopra le rovine dell'atrio termale sorsero edifici di fattura molto povera, tirati su con materiale asportato alle strutture preesistenti e datati da una moneta di Onorio; nell'area sono state recuperate oltre sessanta monete di modico valore, comprese fra il 253 e il 395.

Nel 2014 i lavori per i Nuovi Uffizi hanno intercettato, in un settore contiguo a piazza del Grano, un vasto sepolcreto della fine del IV e degli inizi del V secolo. Le circa sessanta inumazioni, di adulti e di bambini, si presentano scomposte, ravvicinate, prive di orientamento univoco e disposte in senso cranio-caudale: i dati tafonomici indicano una deposizione frettolosa, tesa a sfruttare al massimo lo spazio disponibile entro un arco di tempo molto limitato, e sono stati messi in relazione con l'insorgenza di una malattia epidemica.

Fra le aree progressivamente destinate a sepoltura vi fu anche quella dell'attuale via Brunelleschi, a poche decine di metri dal foro, dove lo stesso scavo ha individuato cinque inumazioni in fosse a cassa litica costruite con blocchi sommariamente sbozzati e materiali di reimpiego, riferite alla fine del VI e al VII secolo. Le tombe si dispongono lungo il margine occidentale di un cardine minore basolato e si trovano a una quota di pochi centimetri superiore a quella dei piani romani: la strada doveva quindi essere ancora visibile, e l'area libera che le sepolture occupano risultava evidentemente ancora riconoscibile e suscettibile di rispetto.

L'età ostrogota

Con la dominazione ostrogota (489-552) si chiude l'ultima fase di Florentia come città di impianto propriamente romano. La Tuscia aderì alla causa di Teoderico senza spargimento di sangue circa un anno dopo il suo arrivo in Italia, mentre l'insediamento dei Goti nella penisola seguì l'eliminazione di Odoacre nel 493; in Toscana la presenza gota appare non diffusa ma sistematica, in funzione del controllo del territorio, con le maggiori evidenze nel medio Valdarno e nel Senese. La regione fu inoltre sottoposta per circa un quarantennio al monopolio fondiario di Teodato, nipote di Teoderico, ricordato anche come rex Tusciae.

La provincia manteneva la ripartizione fra Tuscia Annonaria, a nord dell'Arno, e Tuscia Suburbicaria, a sud: Florentia sorgeva proprio dove il confine fluviale fra le due circoscrizioni incrociava la via Cassia. Il ruolo di prestigio che la città aveva avuto fra età tetrarchica ed età teodosiana non trova però riscontro in questa fase, durante la quale non risulta né il centro più importante né il più popoloso della provincia: Procopio indica come principale città della Tuscia Perusia, e la documentazione presenta Chiusi, Spoleto, Lucca e Pisa come non meno rilevanti.

Lo stato delle mura in questa fase non è ricostruibile con precisione, ma la cinta risulta oggetto di una ricostruzione o di un parziale rifacimento fra IV e VI secolo. È stata prospettata l'esistenza di un circuito difensivo funzionante di composizione eterogenea, formato da nuove fortificazioni, tratti superstiti della cinta coloniale, fossati e terrapieni verso l'Arno e il Mugnone, ma impostato in sostanza sul perimetro augusteo e ancora servito dalle porte originarie; resta invece più discussa l'ipotesi di un ristabilimento della cinta con perimetro ridotto soltanto a partire dall'occupazione bizantina.

Il foro conservava solo in parte l'assetto adrianeo e presentava ormai una superficie irregolare e stratificata, ma restava sede di edifici pubblici, luogo di mercato e spazio di affissione dei decreti. Nella città dovevano essere operativi un tribunale del governatore provinciale e un distaccamento del suo officium, oltre a un presidio dell'esercito regio retto da un comes civitatis: alcune epigrafi dell'area sepolcrale di Santa Felicita sono state riferite a militari di origine germanica stanziati in città fra V e VI secolo.

La guerra gotica e l'età longobarda

La distruzione di Florentia per mano di Totila in una miniatura medievale: la tradizione non trova riscontro nelle fonti, che ricordano assedi non riusciti

Le fonti tornano a occuparsi della città con la guerra greco-gotica. Nel racconto dell'invasione del medio Valdarno da parte di Belisario, nel 539, Procopio non menziona Florentia, evidentemente occupata senza difficoltà, e si sofferma invece sull'assedio di Fiesole, dove un presidio ostrogoto resistette per sei mesi: dopo Radagaiso i momenti di instabilità militare avevano progressivamente imposto il centro collinare come fortezza strategica rispetto alla più esposta città di pianura. Nel 541 Firenze risulta occupata dai bizantini al comando di Giustino e Totila pose l'assedio alla città, ma lo scontro decisivo avvenne nel Mugello e vide la vittoria dei Goti. Un'epigrafe da Santa Felicita attesta la presenza di truppe bizantine nel 547; nel 552 la città è citata come occupata da Totila, e nello stesso anno si arrese al generale bizantino Narsete.

I quasi vent'anni di guerra e i saccheggi furono seguiti da carestie ed epidemie e, nel 589, da una grande alluvione; nello scavo di via de' Castellani due eventi alluvionali della prima e della seconda metà del VI secolo sono stati riconosciuti e datati al radiocarbonio. Il ricordo di quel periodo rimase così vivo che i cronisti fra XIII e XIV secolo raccontarono di una città quasi interamente rasa al suolo; il racconto di Giovanni Villani mescola tuttavia elementi di epoche diverse.

In questo quadro si colloca l'arrivo dei Longobardi nella Tuscia, nel 570, e la progressiva conquista della regione. Il VII secolo resta uno dei periodi più oscuri della storia cittadina, e nel secolo successivo è ricordato un Gudibrandus dux civitatis fiorentine; alcune chiese sono state riferite al periodo longobardo per la dedicazione o per l'appartenenza a monasteri di fondazione longobarda, ma oltre a queste notizie mancano testimonianze scritte sulle condizioni della città. In questa fase Lucca appare la città più importante della Tuscia, sede del principale ducato longobardo della regione, e l'interesse per il vivere cittadino sembra essersi spostato verso la vicina Fiesole.

La fortuna della città antica

Resti delle terme romane sotto la Torre della Pagliazza

Alcune evidenze monumentali rimasero a lungo leggibili nel tessuto urbano: nel XV secolo si vedevano ancora la porta settentrionale e alcuni tratti del teatro, mentre dell'anfiteatro la pianta della città conserva tuttora il disegno.

L'anfiteatro in una veduta del Codice Rustici, 1450 circa: nel XV secolo alcune evidenze della città antica erano ancora leggibili nel tessuto urbano

Fra Duecento e Trecento la memoria dell'antichità cittadina prese forma di racconto. La Chronica de origine civitatis florentiae considerava il Battistero una costruzione di maestri romani successiva alle devastazioni gotiche, mentre nella Nuova Cronica di Giovanni Villani compare per la prima volta la tradizione secondo cui l'edificio sarebbe stato un tempio romano dedicato a Marte riconvertito al culto cristiano. La tradizione fu ripresa da Boccaccio, da Vasari e da altri umanisti, e vi allude anche Dante. Gli scavi otto e novecenteschi hanno però messo in luce, sotto il Battistero, i resti di una ricca domus di età giulio-claudia e di strutture termali, e nessuna delle proposte avanzate sull'origine dell'edificio battesimale fa più riferimento a un tempio.

Al nome di Marte era legata anche una statua equestre proveniente dal foro, collocata in età medievale sul Ponte Vecchio e perduta nell'esondazione dell'Arno del 1333: è stato ipotizzato che raffigurasse in realtà un sovrano ostrogoto, secondo la consuetudine tardoantica di esporre nei luoghi pubblici delle province le immagini dei regnanti.

Alla stessa area, del resto, la tradizione erudita legava il nome di Marte in tutt'altra forma: l'impianto termale addossato alla porta settentrionale sarebbe stato chiamato Balneum Martis, denominazione ricavata da un'epigrafe funeraria non datata il cui luogo di rinvenimento è ignoto e che viene citata per la prima volta da un erudito del Settecento.

Anche i due edifici da spettacolo sopravvissero a lungo nella toponomastica. L'anfiteatro è ricordato a partire dal 1013 con i nomi di Perilasio, Perilascio, Parlascio e Parlagio, tutti adattamenti latini del greco perielasium, «spazio circolare»; per contrasto il teatro figura nei documenti dell'XI e XII secolo come Perilasium minor o Parlascio picculo, e un rogito notarile ricorda le burellae del Perilasium picculum. Nei cronisti del XII e XIII secolo ricorre invece per il teatro il toponimo Gardinghum, che deriva con ogni probabilità dalla funzione di fortilizio assunta dall'emiciclo in età bizantina e conservata sotto i Longobardi: «Guardingo fu poi nomato l'anticaglia de' muri e volte che rimasono disfatte dopo la distruzione di Totile», scrive Villani. Una provvisione del 1289 registrata nei Consigli della Repubblica registra chi possedeva una casa con torre e una burella dove oggi è il cortile della Dogana, e gli scavi hanno poi confermato che le strutture del teatro si spingevano fin là.

I due monumenti erano del resto riemersi prima delle demolizioni del centro: il teatro negli scavi di fine Ottocento per il fognone di via dei Gondi, dove le indagini del 1875 restituirono dieci cunei di sottostruttura della cavea e permisero a Desiderio Fraschetti di rilevare il monumento e di proporne la prima pianta ricostruttiva; i resti dell'anfiteatro, già messi in luce nel XVI secolo, furono nuovamente scoperti e rilevati dallo stesso Fraschetti nel 1886.

L'archeologia fiorentina moderna nasce con le demolizioni del Mercato Vecchio, avviate dopo l'approvazione del progetto di risanamento nel 1888. Gli sterri restituirono in pochi anni il tempio capitolino, il foro, le terme, le strade e la necropoli villanoviana, ma la documentazione fu raccolta in condizioni di emergenza: una parte essenziale dei dati di contesto si deve ai rilievi e ai disegni di Corinto Corinti, allora responsabile dell'ufficio tecnico-artistico del Comune. Il recupero dei materiali archeologici ebbe sorte migliore di quello degli edifici medievali demoliti, in buona parte grazie all'intervento di Luigi Adriano Milani, che riuscì a convogliare nel Museo archeologico gran parte dei reperti e a far seguire gli sterri dai soprastanti del museo, incaricati di redigere per ogni cantiere giornali di scavo ed elenchi dei ritrovamenti. Gran parte del materiale lapideo fu poi assemblata nei due cortili del palazzo della Crocetta entro edicole composte in prevalenza secondo criteri di provenienza; nessuno dei protagonisti pubblicò però una sintesi dei risultati, e la documentazione, costituita da album fotografici, oltre mille disegni, rapporti settimanali e giornali di scavo, è tuttora in corso di edizione. Alcuni toponimi del centro conservano memoria degli edifici antichi indipendentemente da quelle scoperte: è il caso di via delle Terme, attestata in precedenza nella forma via di Terma, e di Capaccio, nome che già Giovanni Villani faceva derivare dal caput aquae, il bacino terminale delle acque dell'acquedotto. La via che oggi porta quest'ultimo nome lo ha però ricevuto per un errore dei primi dell'Ottocento, che lo assegnò al vicolo del Panico.

Note

Note esplicative

  1. ↑ La localizzazione del ritrovamento è riportata in modo divergente: come via della Colonna angolo via de' Pilastri nella prima edizione dei materiali, come borgo Pinti angolo via Laura in Martinelli 2010, p. 66.
  2. ↑ La datazione alta della prima fase dipende dal senso che si dà alla «deduzione»: la decisione di dedurre la colonia è ricondotta alla lex Iulia del 59 a.C., mentre l'impianto materiale della città è collocato dai dati archeologici in età augustea.
  3. ↑ Le due sintesi divergono lievemente sull'estensione dell'impianto di piazza della Signoria: circa 5 600 metri quadrati, dei quali circa 2 100 indagati, secondo Scampoli 2010, pp. 24-26; oltre 5 000 secondo Cianferoni 2015a, p. 57.
  4. ↑ L'inizio delle campagne sotto il Battistero è posto al 1895 da Scampoli 2010, pp. 56-62 e al 1882 da Cianferoni 2015a, p. 58.

Note bibliografiche

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