Statonia è stata una città dell'Etruria meridionale interna, sede in età romana di una praefectura e in seguito di un municipio. Il nome è tramandato da fonti greche e latine di età romana e da alcuni documenti epigrafici latini. La sua localizzazione è stata a lungo incerta e dibattuta: cercata per secoli nell'entroterra di Vulci, fra il lago di Bolsena e la valle del Fiora, dal 1994 viene collocata nell'Etruria tiberina, nel territorio dell'odierna Bomarzo, in provincia di Viterbo.
Strabone ricorda Statonia nella rassegna dei centri dell'entroterra etrusco, dove però non compare fra le città maggiori, che per lui sono Arretium, Perusia, Volsinii e Sutrium, bensì nell'elenco che segue, quello delle πολίχναι συχναί, le numerose cittadine, accanto a Blera, Ferentinum, Falerii, Faliscum e Nepeta. Plinio il Vecchio registra gli Statonienses nell'elenco alfabetico dei populi d'Etruria.
Alla comunità statoniense si riferiscono soprattutto notizie di carattere economico. Vitruvio nomina la praefectura Statonensis a proposito di un gruppo di cave, dette Anicianae, situate nel territorio di Tarquinia: le officine che ne lavoravano la pietra si trovavano presso il lago Volsiniense e nella prefettura statoniense, e con quel materiale, insensibile al gelo e al fuoco, erano fatte le statue e le decorazioni architettoniche visibili nei monumenti del municipio di Ferento. Plinio riprende la stessa notizia in forma più sintetica, senza distinguere fra cave e officine. Lo stesso Plinio cita i vini Statoniensia fra quelli pregiati del versante tirrenico, accanto ai Latiniensia e ai Graviscana, mentre Varrone, a proposito delle riserve di caccia, ricorda un recinto di quaranta iugeri che Quinto Fulvio Lippino teneva in territorio tarquiniese e ne segnala uno ancora più esteso, del medesimo proprietario, in territorio statoniense.
Un secondo gruppo di passi riguarda un lago. Seneca, trattando delle isole galleggianti, ricorda il fenomeno nel lago Vadimone e precisa in un inciso che quel lago si trovava nel territorio statoniense. Plinio il Vecchio elenca fra i luoghi delle isole sempre fluttuanti l'agro cecubo, il reatino, il modenese, lo statoniense, il lago Vadimone e le acque Cutilie. Plinio il Giovane, infine, ne dà una descrizione minuziosa e situa il bacino fra i possedimenti amerini che era andato a ispezionare, dunque nelle vicinanze di Ameria, l'odierna Amelia.
Negli Strategemata di Frontino si legge poi di uno scontro avvenuto durante un bellum Etruscum presso un oppidum il cui nome è corrotto nella tradizione manoscritta: alcuni studiosi hanno proposto per congettura di riconoscervi Statonia.
La ricerca della città perduta si apre con Filippo Cluverio, che nell''Italia antiqua del 1624 identificò il lago statoniense con il lago di Mezzano, nel territorio di Valentano, e collocò la prefettura nel sito di Castro, nel territorio di Ischia di Castro; la proposta fu accolta dal suo commentatore Lucas Holstenius nel 1666.
Un secondo candidato si affermò alla fine dell'Ottocento. Nel 1898 Giuseppe Pellegrini pubblicò i risultati degli scavi condotti a Poggio Buco, nel territorio di Pitigliano, in un articolo il cui titolo stesso presentava il sito come il luogo «dove supponesi Statonia»: l'argomento decisivo era una ghianda missile in piombo, recuperata ai piedi della rupe delle Sparne, la cui iscrizione veniva letta statnes; nel 1929 se ne aggiunse un secondo esemplare analogo. L'identificazione con Statonia entrò così nella letteratura archeologica e vi rimase per decenni. Altre proposte, rimaste minoritarie, indicarono Farnese, Marsiliana e la stessa Pitigliano.
Negli anni settanta del Novecento il quadro cambiò una prima volta. Nel corso del X Convegno di studi etruschi e italici, dedicato nel 1975 alla civiltà arcaica di Vulci, Giovanni Colonna rilanciò l'identificazione con Castro contro quella con Poggio Buco. Nel bilancio steso da Marisa Bonamici nel 1990 quella proposta era ormai «acquisizione pressoché comune degli studi», con un'avvertenza esplicita della stessa Bonamici, che nel censire le fonti letterarie preferì tenerle fuori dal lemma su Castro perché l'identificazione, «pur ritenuta altamente probabile dalla maggioranza degli studiosi, non può ritenersi tuttavia come sicura».
A togliere ogni fondamento all'ipotesi di Poggio Buco fu la revisione delle ghiande missili condotta da Enrico Angelo Stanco, che ne censì otto esemplari, sei dei quali provenienti dall'entroterra vulcente. Su tre di essi la lettura è sicura e dà statiesi; l'esemplare pubblicato da Pellegrini, l'unico su cui si fondava la lettura statnes, è fortemente corroso in superficie, mentre un pezzo in ottimo stato di conservazione della collezione Massimo legge distintamente statiesi. La sequenza va dunque riferita a un tema onomastico e non all'etnico degli Statonienses. La Bibliografia topografica della colonizzazione greca ha recepito questo esito, dichiarando infondata l'identificazione, escludendo anche i tentativi di riconoscere nel sito Heba o Caletra e osservando che del centro etrusco delle Sparne resta irrisolto il problema del nome antico. Al sito le indagini riconoscono del resto due fasi di occupazione separate da un intervallo di abbandono, la prima e più fiorente fra il VII e il VI secolo a.C., la seconda a partire dall'età ellenistica.
Nel 1994 Stanco propose di spostare Statonia nell'Etruria tiberina, nell'area compresa fra Viterbo e il Tevere e con ogni probabilità nel territorio di Bomarzo. L'argomento principale è testuale: le fonti non parlano di un lago di Statonia distinto dagli altri, ma collocano il lago Vadimone nel territorio statoniense, e il presunto lacus Statoniensis sarebbe nato dal fraintendimento della formulazione sintetica di Plinio. Poiché il Vadimone è identificato da tempo con il piccolo lago presso Bassano in Teverina, l'intero comprensorio si sposta sulla riva destra del Tevere. Concorrono altri indizi: le officine laterizie che rifornivano Roma e sono identificate da un toponimo appartengono quasi tutte all'area tiberina, e nell'area tiberina si colloca il peperino di pregio delle cave descritte da Vitruvio. Stanco ne trae la conclusione che una Statonia nell'entroterra vulcente non sia mai esistita, il che spiegherebbe anche l'assenza del centro dalle fonti itinerarie relative alla via Clodia.
La prova materiale della nuova collocazione è un'epigrafe funeraria rupestre della necropoli della Selva di Malano, fra Bomarzo e Soriano nel Cimino, pubblicata da Lidio Gasperini nel 1989 e riesaminata direttamente da Massimiliano Munzi nel 1994: si tratta del sepolcro di un Caio Anicio, quattuorviro di Statonia. Munzi accolse e ampliò la revisione, osservando però che il documento epigrafico, preso isolatamente, non costituisce un argomento probante e acquista peso solo all'interno di un più ampio quadro indiziario.
Su due punti i due studiosi divergono. Il primo riguarda le cave: Gasperini e Munzi collegano il gentilizio del quattuorviro alle lapidicinae Anicianae, facendone la base della fortuna economica di una gens Anicia locale, mentre Stanco respinge il collegamento perché Vitruvio colloca quelle cave in finibus Tarquiniensium. Il secondo riguarda la tribù di ascrizione della comunità: Stanco propende per l'Arnensis, attestata tre volte nella Selva di Malano, mentre Munzi preferisce la Stellatina, sia per omogeneità con le altre comunità sorte sul territorio dell'antico stato tarquiniese, sia per l'integrazione del testo lacunoso dell'epitafio.
Fra i siti del bomarzese Munzi ha indicato come sede più probabile della città il pianoro di Piammiano, che domina dall'alto una curva del fiume, avanzando però l'identificazione a titolo di ipotesi di lavoro, la cui verifica era affidata al seguito delle ricerche: le tombe della Selva di Malano distano infatti almeno sei chilometri dal pianoro e non possono costituirne la necropoli urbana. La cautela permane nella letteratura successiva, che parla di Piammiano come del sito che «probabilmente» corrisponde a Statonia e non esclude che la città vada cercata in un altro punto della stessa regione tiberina.
Sulla base della nuova localizzazione, Munzi ha ricostruito le vicende della comunità. Il territorio statoniense, compreso fra i Monti Cimini e il Tevere, sarebbe stato una zona di frontiera dell'espansione di Tarquinia verso l'interno, esposta anche all'influenza di Volsinii. Le guerre contro Etruschi e Galli del 283-282 a.C. ne rivelarono il valore strategico, e a quel momento risalirebbe la scelta romana di tenerlo sotto controllo diretto istituendovi la praefectura Statoniensis che Vitruvio ricorda. Alla seconda metà del III secolo a.C. si data l'urna di un zilath proveniente dalla necropoli di Piammiano, che documenterebbe la sopravvivenza di magistrature indigene all'interno della prefettura.
Una conseguenza rilevante di questa ricostruzione riguarda Vulci. Finché la prefettura veniva collocata nell'agro vulcente, la romanizzazione appariva come un'espropriazione quasi integrale ai danni della città etrusca; spostandola sulla fascia dell'Etruria affacciata al Tevere, l'entroterra vulcente resta in gran parte alla città sconfitta, che subisce così una perdita territoriale paragonabile a quella degli altri grandi centri dell'Etruria centro-meridionale. Sul versante opposto, lo spostamento implica che il territorio di Tarquinia non terminasse verso oriente ai Monti Cimini, come si è a lungo ritenuto, ma arrivasse al Tevere.
Per l'età augustea la documentazione presenta tre elementi non immediatamente conciliabili: la prefettura, che al tempo di Vitruvio risultava tuttora in vigore; la menzione di Statonia in Plinio fra le comunità cittadine d'Etruria; e il quattuorvirato attestato dall'epitafio. Il collegio quattuorvirale è proprio dei municipi sorti subito dopo la guerra sociale, mentre nelle fondazioni successive prevale il duovirato: Munzi ha quindi proposto di riferire a quella fase la sostituzione della magistratura locale con quella municipale, senza che la denominazione più antica venisse per questo abbandonata.

Fra la fine del I secolo a.C. e la prima metà del secolo successivo il territorio conobbe un periodo di prosperità, testimoniato dall'abbondanza delle iscrizioni funerarie rupestri. Nel II secolo il patrimonio imperiale assorbì la fascia dell'agro che si affacciava sul fiume, come accadde ai fondi rivieraschi dei municipi vicini. Vi sorsero figline i cui prodotti raggiungevano Roma per via d'acqua: i bolli dei praedia Statoniensia appartengono all'età di Commodo e ai primi anni di Settimio Severo, e un esemplare della stessa produzione è stato recuperato a Cartagine.
L'attività laterizia della zona è documentata da una serie assai più ampia di marchi, che va dall'età giulio-claudia fino ai re ostrogoti. Una parte cospicua si riferisce alle figlinae Viccianae, il cui nome deriva da un C. Viccius attivo fra l'età augustea e quella tiberiana e rimase in uso anche sotto i proprietari successivi; per la concentrazione dei bolli sul pianoro e nelle località vicine, e per il toponimo «Vicci» che sopravvive sulla riva opposta del fiume, si è proposto di collocare uno dei loro centri di produzione proprio nella fascia tiberina di questo territorio, dove sarebbero state fabbricate anche le tegole Viccianae de Statoniensibus praedis.
Del periodo tardoimperiale si sa poco. A Piammiano la vita prosegue almeno fino al principio del VI secolo d.C.; poco dopo il pianoro fu lasciato per Polymartium, l'odierna Bomarzo, più facile da difendere. Il ruolo di centro amministrativo del comprensorio passò a Ferento, la cui giurisdizione ecclesiastica nella seconda metà del VI secolo copriva già per intero l'area che era stata di Statonia; al sinodo romano del 649 il vescovo della zona porta il titolo doppio di Ferentium Polymartium, mentre fra il 680 e l'861 il nome di Ferento scompare e resta il solo Polymartium.
Il pianoro di Piammiano si affaccia sul corso medio del Tevere, poco a nord-est di Bomarzo e appena a valle dello sbocco del torrente Vezza nel fiume; le pendici ripide verso il Vezza, il Tevere e il fosso Castagnolo ne facevano un sito naturalmente difeso e in posizione di controllo sui traffici fluviali. Le testimonianze di età storica raccolte in superficie coprono un arco compreso fra il VII secolo a.C. e il VI secolo d.C. e si estendono su una quindicina di ettari.
Lungo i versanti si distribuivano le necropoli, con ipogei a camera ricavati nella roccia, oggetto di scavi estensivi nell'Ottocento, soprattutto fra il 1830 e il 1850, e i materiali recuperati sono oggi divisi fra i Musei Vaticani e diversi musei stranieri, e dalla tomba detta Grotta Dipinta viene il sarcofago di Vel Urinates, che si conserva al British Museum. Nel 1840, nel settore centro-orientale del pianoro, Luigi Vittori scoprì un impianto termale rivestito di marmi e pavimentato a mosaico policromo: in una delle stanze sei delfini si disponevano attorno a un tondo di fogliami.
Le ricerche moderne sono consistite soprattutto in ricognizioni e prospezioni geofisiche. Uno scavo stratigrafico condotto dall'Università di Siena fra il 1999 e il 2002 in un settore limitato ha portato alla luce una porzione della strada basolata e, sul suo lato orientale, strutture murarie riferibili a tre fasi comprese fra l'età repubblicana e l'età gotica, con impianti per la lavorazione dei prodotti agricoli; i risultati restano in gran parte inediti, come inedite sono le prospezioni magnetiche del 1998-2001. Una prospezione elettrica eseguita nel 2012 su sette ettari ha restituito strutture su circa un ettaro soltanto, organizzate secondo due assi ortogonali.
La tomografia elettrica realizzata nel novembre 2018 su un'area di circa 1,36 ettari ha documentato strutture sepolte fra 0,5 e 2,5 metri di profondità: l'asse stradale principale dell'abitato, largo circa 5,7 metri; un complesso edilizio di circa 80 per 37 metri, articolato in tre spazi e affiancato da due portici sui lati affacciati verso la valle del Tevere, forse una grande villa urbana o un edificio termale; a maggiore profondità un condotto che corre sotto la strada, interpretabile come collettore fognario, e una struttura quadrangolare identificabile con una cisterna. Un profilo eseguito all'estremità settentrionale ha confermato la presenza di due fossati, larghi e profondi alcuni metri e successivamente colmati, riferibili alle opere difensive realizzate probabilmente verso la fine del IV secolo a.C.