Saena Iulia

Saena Iulia
Veduta aerea di Siena. La città antica sorgeva su due colli, quello del Duomo e quello di Castelvecchio.
Nome originale (LA) Saena Iulia, Saena, Sena Iulia
Cronologia
Fondazione età augustea, forse intorno al 29 a.C.
Amministrazione
Dipendente da Repubblica romana, poi Impero romano
Territorio e popolazione
Nome abitanti (LA) Senenses
Lingua latino
Localizzazione
Stato attuale Italia (bandiera) Italia
Località Siena

Siena, il cui nome antico è Saena Iulia, fu dedotta come colonia militare in età augustea, forse intorno al 29 a.C., su un rilievo dove esisteva già un abitato. La cittadinanza romana era giunta con la lex Iulia de civitate del 90 a.C.; nell'87 a.C. la lex Cornelia voluta da Cinna ne fece un municipio autonomo, e i censori dell'86 la iscrissero alla tribù Oufentina.

La deduzione portò l'abitato, fino ad allora circoscritto all'altura di Castelvecchio, a estendersi sulla collina dove oggi sorge il Duomo, organizzata secondo una maglia regolare di isolati; il foro doveva trovarsi nell'area dell'attuale piazza del Duomo.

Per l'età imperiale le notizie sono scarsissime, e gli storici antichi ricordano la città una volta sola. Fra III e IV secolo alcuni edifici perdono la funzione originaria e le sepolture cominciano a comparire dentro l'area urbana; alla fine del IV secolo strati di macerie coprono il settore del Duomo e vi si impianta un sepolcreto. Sul finire del VI secolo la città passa ai Longobardi.

Toponimo

Il nome è di origine etrusca. Lo si accosta al gentilizio Saina, che compare su tegole sepolcrali e urne del II secolo a.C. da Chiusi, da Perugia e dai pressi di Montalcino; poiché in Etruria mancano testimonianze di formazioni urbane tanto antiche nel territorio, Mauro Cristofani ritiene più verosimile che il toponimo sia nato dai possedimenti della famiglia Saina, sul modello dei Ceicna di Volterra, da cui il latino Caecina. L'ipotesi è rafforzata dal fatto che la famiglia Saenia, etrusca d'origine, appartenga già nel I secolo a.C. al rango senatorio romano, come altre casate dell'aristocrazia terriera volterrana.

Le fonti antiche si dividono in due famiglie. Nelle iscrizioni latine la lezione è senza equivoci Saena, e con esse concorda il greco Σαῖνα di Tolomeo; nelle fonti letterarie latine compare invece la Seniensis colonia, e Plinio elenca la città fra le colonie dell'Etruria, mentre Tacito scrive in colonia Seniensi. Le due forme risalgono entrambe all'etrusco Saina: il latino epigrafico conserva il dittongo, mentre in quello letterario la e iniziale, lunga e chiusa, ne è l'esito.

Con l'aggiunta dell'epiteto dinastico il nome della colonia è Saena Iulia, ed è così che compare nella Tabula Peutingeriana, dove una vignetta a torri gemelle segnala i luoghi dotati di strutture e non le semplici stazioni di sosta, e nell'Anonimo Ravennate. Dalla posposizione del predicato Iulia Mommsen deduceva che il diritto coloniale fosse stato conferito alla città insieme al gentilizio; la formula serviva forse anche a distinguerla da Sena Gallica.

Storia degli studi

L'Arco delle Due Porte, a un capo di via di Stalloreggi: l'erudizione locale vi riconosceva una delle porte della colonia romana.

Fra il Quattrocento e i primi del Novecento gli eruditi senesi ricostruirono la città romana in due modi opposti. Il primo assegnava alla colonia una superficie vasta, che andava ben oltre i colli del Duomo e di Castelvecchio, con piazza del Campo al centro come foro; il secondo la riduceva ai due colli soltanto. Entrambe le ricostruzioni localizzavano porte e templi con grande precisione e nessun riscontro di scavo: una porta detta all'Arco, o Oria, a Castelvecchio e una delle Due Porte a un capo di via di Stalloreggi; un tempio di Minerva sotto il Duomo, uno di Saturno a Castelvecchio, uno di Giove dove poi sorse San Pietro Buio, uno di Quirino sotto i Santi Quirico e Giulietta.

Su Siena romana grava, secondo Cristofani, un equivoco nato nella letteratura erudita del Quattrocento e rimasto vivo fino al Novecento: la pretesa di individuare una vera e propria cinta muraria con le sue porte, fondata su vestigia incerte che il grande sviluppo urbanistico del Trecento aveva cancellato, o che possono riferirsi alla prima età medievale. Un arco trionfale era riconosciuto all'inizio di via Tommaso Pendola, dove nel 1229 fu restaurata la Porta Oria e dove intorno al 1579 si rinvennero iscrizioni latine oggi ritenute moderne; un altro era supposto presso piazza Salimbeni, sulla scorta dell'iscrizione nota dal Trecento e oggi murata in via Montanini, che si attribuiva a due personaggi romani mai esistiti. Altre due porte si immaginavano in via del Porrione e in via Fontebranda. Nemmeno le aree pubbliche sono identificabili: l'antico toponimo del Campo, Campus fori, viene naturalmente ricondotto al foro, ma indizi archeologici non ce ne sono.

Ancora alla fine degli anni cinquanta Giovanni Cecchini invitava a cercare le tracce di Siena romana fuori della città attuale, nella piana e alle pendici dei colli intorno a Rosia, dove nel Settecento Giovanni Antonio Pecci aveva segnalato i resti «di una distrutta città» presso il toponimo Siena Vecchia.

La svolta è del 1979, quando il volume Siena: le origini. Testimonianze e miti archeologici, curato da Mauro Cristofani, passò in rassegna e sottopose a critica l'intera documentazione allora nota. L'archeologia urbana vera e propria comincia però più tardi, con due cantieri: quello dell'Ospedale di Santa Maria della Scala, aperto nel 1988 sugli spazi esterni e ripreso fra il 1998 e il 2000, e quello sotto il Duomo, condotto fra l'agosto del 2000 e il maggio del 2003 dal dipartimento di archeologia e storia delle arti dell'Università di Siena, con la direzione scientifica di Riccardo Francovich e Marco Valenti e la collaborazione dell'Opera del Duomo. Furono indagati sei ambienti, fra il vano sotto il coro della cattedrale e il vicino battistero. Sulla loro base Silvia Pallecchi ha proposto, in una tesi di dottorato rimasta inedita, la ricostruzione della forma urbana oggi comunemente accolta.

Restano aperte più letture del circuito difensivo: quelle di Malavolti e Pallecchi, di Gallacini, di Lusini e di Leoncini disegnano tracciati che non coincidono. Paolo Brogini ha proposto nel 2003 di ridurre la cinta ai soli colli di Castelvecchio e di Santa Maria, con il cardo maximus compreso fra una porta all'altezza di via di Stalloreggi e la porta Salaria, all'imbocco di via di Città, e il decumanus che dall'arco di Castelvecchio, per via San Pietro, raggiungeva piazza del Duomo. L'argomento non viene dallo scavo ma dai documenti e dalla toponomastica: le soste delle processioni descritte nell'Ordo Officiorum della chiesa senese, che conserverebbero la posizione delle porte antiche, i toponimi Murella, Portoria e Postierla, e il doppio fornice dell'arco delle Due Porte e della porta Salaria, tipo architettonico tardoromano. Lo stesso Brogini presenta la ricostruzione come un suggerimento da verificare con lo scavo.

Lo scavo sotto la cattedrale interessò il vano sotto il coro e gli ambienti adiacenti all'oratorio di San Giovannino, in via dei Fusari, e restituì la prima sequenza stratigrafica delle fasi di occupazione della collina a partire dall'età etrusca finale. Castiglia osserva che quella massa di dati non ha poi ricevuto l'attenzione che meritava: mentre il ciclo di affreschi medievali rinvenuto nello stesso cantiere veniva reso accessibile al pubblico, per il resto della documentazione non si è fatto nulla.

L'abitato etrusco

Gioielli e ornamenti in oro di IV-II secolo a.C. dal territorio di Siena, al Museo archeologico nazionale di Siena.

Gli strati più antichi riconosciuti sotto il Duomo sono argille e sabbie plioceniche con pendenze che in alcuni punti raggiungono i cinquanta gradi: è il suolo vergine della collina. Le prime tracce di attività umana sono riporti e scarichi di datazione incerta.

Le testimonianze più antiche della zona sono due ripostigli di asce metalliche dell'XI-X secolo a.C., uno recuperato non lontano da Porta Pispini, l'altro presso Porta San Marco; del primo, che secondo Bianchi Bandinelli conteneva sette esemplari, il museo espone un'ascia ad alette in bronzo. Pallecchi invita però alla prudenza: entrambi provengono da settori marginali rispetto al futuro nucleo cittadino e, per la natura stessa del ripostiglio, non provano che vi fosse un abitato. Il primo insediamento stabile è documentato con certezza solo dal VII-VI secolo a.C.: vi appartengono alcune case individuate negli scavi dell'ex ospedale di Santa Maria della Scala e, verosimilmente, un gruppo di fibule venute alla luce a quota più bassa all'inizio del Novecento, forse da una tomba.

Che quell'abitato fosse etrusco è affermato senza incertezze. Nel VI secolo a.C. un insediamento etrusco occupava il versante che guarda a mezzogiorno, sul colle del Duomo; fra III e I secolo a.C. l'area frequentata si allarga, e va dal margine meridionale dell'odierna piazza del Duomo al lato nordoccidentale del colle, dove oggi corre via dei Fusari.

Il ritrovamento più notevole si deve agli scavi del Santa Maria della Scala: una costruzione di grandi dimensioni, attorno alla quale si stendeva uno spazio tenuto sgombro, che gli scavatori interpretano come possibile residenza aristocratica, sul declivio a mezzogiorno del colle del Duomo e riferibile al VII secolo a.C. avanzato Era un'ampia capanna, fondata su muratura e alzata in materiali deperibili, forse circondata da uno steccato che ne isolava lo spazio. Prima di quel rinvenimento l'età etrusca era rappresentata soltanto da qualche sepoltura. Dell'abitato arcaico restano anche alcune fibule di bronzo da piazza del Mercato, databili fra la fine dell'VIII e la prima metà del VII secolo a.C., e notizie vaghe su materiali venuti alla luce presso la Rocca Salimbeni, fra cui sembra vi fossero frammenti di bucchero.

Sul colle del Duomo l'occupazione non si interruppe: lo mostrano i resti di costruzioni in legno e altri materiali deperibili databili fra IV e III secolo a.C. Accanto all'abitato doveva stendersi un quartiere di artigiani, e tutt'intorno correvano strade che servivano alcune necropoli.

Dopo che quella costruzione fu abbandonata e crollò, nei tre secoli che precedono l'era volgare un nuovo abitato sorse poco più in alto: lo documentano abbondante ceramica, e in particolare la vernice nera, e silos di forma conica per le derrate.

Nessuna fonte antica menziona Siena come municipio autonomo prima della guerra sociale, a differenza degli altri municipi etruschi con cui Roma aveva concluso trattati singoli: è perciò più probabile che dipendesse fin dalle origini, o da poco dopo, da una città etrusca vicina, e precisamente da Volaterrae, alleata di Roma già nel 205 a.C.

Nelle guerre civili fra Mario e Silla Siena fu probabilmente fra le città etrusche più restie ad accettare il primato romano, e prese posizione, con ogni verosimiglianza insieme a Volaterrae, dalla parte mariana.

Altri ornamenti aurei dello stesso gruppo, al Museo archeologico nazionale di Siena.

Per i secoli successivi il quadro è più sicuro. Fra IV e II secolo a.C. un abitato è attestato nell'area di Castelvecchio, e ampi terrazzamenti artificiali ricavati nel suolo vergine, forse già dal II secolo a.C., conservano tracce labili di quella frequentazione, silos e fosse in cui si conservavano le derrate.

I due nuclei e l'impianto urbano

Castelvecchio, il colle sul quale sorse il nucleo più antico dell'abitato.

La città antica si articolò in due poli distinti, affacciati l'uno sull'altro e collegati da una sella naturale, ciascuno con un proprio reticolo stradale. Silvia Pallecchi li ha riconosciuti applicando alla cartografia il metodo regressivo, cioè risalendo dagli assetti moderni a quelli che li hanno preceduti.

Sul colle di Castelvecchio la rete stradale disegna una griglia regolare: strade larghe all'incirca sei metri delimitano isolati rettangolari entro un'area di circa ottocento per quattrocento piedi romani, con un perimetro che i dislivelli naturali rendevano facile fortificare. Lungo quel perimetro sono state segnalate, nei secoli passati, murature poi scomparse, in cui si vollero riconoscere resti delle difese dell'abitato originario. Per tipologia lo schema si adatterebbe a un insediamento del IV-III secolo a.C., ma in quell'area non è mai stato possibile scavare, e l'unica datazione certa è un terminus ante quem: è anteriore a interventi edilizi della prima metà del Quattrocento.

Sul colle del Duomo si riconosce un secondo reticolo, che Pallecchi riferisce all'organizzazione della colonia: assi ortogonali che ritagliano isolati rettangolari di circa 35,5 per 29,5 metri, il cui lato maggiore corre in direzione nordest-sudovest, disposti in file che si alternano ad altre di isolati quadrati di circa 29,5 metri di lato, su una serie di terrazzamenti. L'area così definita misura circa ottocento per seicento piedi romani, ossia 235 per 180 metri. Anche qui la datazione poggia su un terminus ante quem, il secondo ventennio del Trecento, ma l'orientamento coincide con quello delle poche strutture romane messe in luce dagli scavi recenti sul colle, e schemi analoghi ricorrono nelle deduzioni sillane e in quelle comprese fra la fine della repubblica e i primi decenni dell'impero, a cominciare dalla vicina Florentia, colonia del 44-41 a.C.

Sul momento della deduzione non c'è accordo, e neppure sull'autore: si sono fatti i nomi di Cesare, dei triumviri e del solo Ottaviano. L'argomento decisivo è però di Plinio, il cui catalogo dipende dalle liste censorie e dalla descriptio Italiae di Augusto: vi figurano come colonie soltanto le quarantasei augustee, mentre quelle cesariane sono registrate come oppida, e Siena sta fra le prime. La fondazione va dunque attribuita ad Augusto, ma l'anno esatto sfugge, e il 29 a.C. che si legge in parte della letteratura recente è una proposta, non un dato.

Il foro va collocato con ogni probabilità dove è oggi piazza del Duomo, nel punto in cui si incrociavano gli assi principali. La marcata asimmetria di quegli assi ha suggerito a Pallecchi un accostamento ai castra militari, che rafforzerebbe l'idea di una fondazione pensata per controllare i territori e le strade dell'Etruria interna.

La stessa ricostruzione dispone attorno ai due poli le componenti minori dell'insediamento. Le aree sepolcrali sono quattro: sul versante settentrionale del colle del Duomo, in via del Cavallerizzo, a Camollia e presso Porta Tufi. A queste si aggiungono tre piccoli nuclei di popolamento, riconosciuti nelle aree di via Montanini, di via Banchi di Sotto e di via del Porrione.

Le mura e il deposito rituale

Il circuito murario, e almeno una porta di grandi dimensioni, risalirebbero ai primi decenni dell'impero. L'ipotesi nasce da studi topografici, che fanno passare la cinta per gli orti presso il Fosso di Sant'Ansano, sotto il complesso di Santa Maria della Scala, e poi per via Franciosa e via dei Fusari fin sotto il Duomo; i dati di scavo, avverte Castiglia, sono in proposito molto limitati.

Lungo i terrazzamenti più bassi del colle del Duomo sono affiorate, in epoche diverse, imponenti murature che potrebbero appartenere alle fortificazioni. Allo stesso sistema potrebbe appartenere un poderoso pilastro murario, fondazione di una costruzione lapidea di notevole mole, individuato dagli scavi universitari sotto il Duomo al termine di uno dei percorsi del reticolo: era in rapporto con una rampa intagliata nella roccia arenaria, che dal III secolo a.C. almeno consentiva di raggiungere la sommità del colle, e in esso Pallecchi riconosce il resto di una porta della colonia.

A confermare quella lettura è un rinvenimento fatto poco distante, sotto la cattedrale: un pozzetto a pianta quadrata, con quattro buche d'angolo per i pali di una copertura in materiali deperibili, che conteneva le sepolture di tre canidi e di un cavallo, in ottimo stato di conservazione e senza tracce evidenti di macellazione, insieme a tre lucerne a volute di derivazione attica databili al I secolo d.C. La disposizione delle ossa indica una pratica rituale, e gli scavatori vi riconoscono, con dichiarata cautela, il rito di fondazione di una cinta non conservata che sarebbe passata lì accanto, in corrispondenza dell'odierna via dei Fusari; poco distante è emersa una struttura imponente in calcare e pietrame non lavorato, forse quanto resta di una porta monumentale.

Il confronto è raro, ma il rito ha precedenti noti. Le fonti scritte ricordano già in età arcaica il sacrificio di cani in cerimonie religiose del mondo latino e di quello etrusco-italico, e deposizioni dello stesso genere sono state riconosciute nell'area sacra di Pyrgi, nel tempio capitolino di Roma e nelle cinte di Paestum e Rimini.

La città imperiale

La testa del cosiddetto Pseudo-Seneca, rinvenuta in via Mascagni nel 1930, al Museo archeologico nazionale di Siena.

La colonia mostrò subito una notevole vitalità economica, che si legge nell'abbondanza di sigillata italica restituita dalle stratigrafie, per lo più di produzione aretina: gli anni fra il 30 e il 20 a.C., immediatamente successivi alle assegnazioni augustee, sono anche quelli in cui la manifattura di Arretium tocca i risultati tecnologici migliori, e alcuni bolli lo documentano.

L'estensione della colonia si misura meglio sulla densità dei rinvenimenti in città che sul percorso della cinta muraria, che la letteratura erudita ha spesso supposto senza riscontri. La frequenza di murature e ceramiche romane in via del Capitano, in Costa Larga, in via Tito Sarrocchi, in via Tommaso Pendola e in via San Quirico indica nella zona di Castelvecchio un'area di abitazione intensa; un secondo settore urbano si delinea attorno al Poggio dei Malavolti, dove furono trovate ceramiche e una vasca di cocciopesto, e un terzo nel Terzo di San Martino, dove un mosaico pavimentale romano è venuto alla luce in via del Porrione. Poiché le necropoli romane di Campansi, via Ricasoli, viale Don Minzoni e via Tito Sarrocchi restano fuori tanto della cinta altomedievale quanto di quella trecentesca, si è ritenuto che la città romana ricalcasse grosso modo l'area della cerchia urbana quale si presenta nel XII secolo, e che fosse comunque più estesa tanto degli insediamenti etruschi che l'avevano preceduta quanto della Siena altomedievale.

Alla decorazione di abitazioni private si possono ricondurre una statua di Afrodite Pudica rinvenuta nel Trecento presso la Torre dei Malavolti, il ritratto dello Pseudo-Seneca e una testina femminile murata in Vallepiatta, in cui si è riconosciuta ora Artemide ora Demetra. Le iscrizioni latine e il sarcofago rinvenuti presso il Duomo, e l'iscrizione funeraria romana in San Pietro, appartengono invece con ogni probabilità al materiale di spoglio riutilizzato nelle chiese: per procurarsi la colonna che regge la lupa in piazza del Campo i senesi dovettero comunque ricorrere, nel 1428, alle rovine di Cosa.

Pochi metri dal pozzetto rituale, nell'area su cui sorgerà Santa Maria della Scala, fu costruito un grande edificio con due absidi contrapposte, di interpretazione incerta: potrebbe trattarsi di un complesso termale, dello spazio di rappresentanza di una domus oppure di un ninfeo. Nella relazione di scavo Federico Cantini lo identifica con l'ingresso di un edificio termale, e ne colloca la costruzione fra la seconda metà del IV e il V secolo.

Urna cineraria in marmo del I secolo d.C. da Poggio ai Frati, nel territorio senese, al Museo archeologico nazionale di Siena.

Fuori dell'abitato sorgevano ville e impianti termali, talvolta riuniti in un solo complesso. È il caso di Campo all'Oro, presso la pieve al Bozzone, a oriente della città: gli scavi condotti fra il 1896 e il 1898 dal conte Pietro Piccolomini Clementini vi misero in luce una grande villa romana e le sue terme, con mosaici, pitture, marmi e colonne, porticata sul lato orientale e in uso dal I al IV secolo d.C.: i materiali più antichi sono frammenti di ceramica aretina con bolli di vasai noti e monete di età claudia, i più recenti monete della metà del IV secolo; alcuni bronzi e un frammento di urnetta fittile mostrano che l'area era frequentata già in età etrusca. Il sito è oggi tornato in corso di scavo, per iniziativa dell'Università di Siena e della soprintendenza. L'impianto termale risale all'età claudia, e le monete raccolte mostrano che il complesso era ancora frequentato a metà del IV secolo. A Vico Bello, tre chilometri a settentrione, un edificio scoperto nel 1917 e attribuito al II secolo doveva avere la stessa destinazione.

Oltre a queste si segnalano sepolture, spesso con la loro epigrafe, a Campansi e nelle vie Ricasoli, Don Minzoni, Tito Sarrocchi e San Pietro: Cristofani vi riconosce altrettante necropoli di età romana.

Dall'area urbana proviene anche una testa marmorea del cosiddetto Pseudo-Seneca, replica di età imperiale di un originale greco della fine del II secolo a.C.: comparve per caso nel 1930 in via Mascagni, mentre vi si costruiva il laboratorio di igiene, ed è oggi al Museo archeologico nazionale di Siena. Doveva far parte dell'arredo di una domus della Siena romana, e fu studiata per la prima volta da Ranuccio Bianchi Bandinelli in un articolo del 1931. Il nome le viene dall'identificazione con Seneca proposta da Fulvio Orsini nel 1578, caduta all'inizio dell'Ottocento, quando venne riconosciuto un ritratto di Seneca provvisto d'iscrizione; il personaggio resta ignoto, e gli studiosi hanno pensato di volta in volta a poeti ellenistici quali Callimaco, Arato e Teocrito.

Della vita civica resta pochissimo, e quasi tutto è epigrafico. Un solo testo riguarda l'amministrazione: una base marmorea reimpiegata nel teatro di Ostia, dedicata nel 184 a Quinto Petronio Migliore, cavaliere che fra molte cariche di modesto rilievo fu curator rei publicae Saenensium e due volte pretore dei quindici popoli d'Etruria; è probabile che avesse rivestito quest'ultima carica mentre rappresentava a Siena il potere imperiale.

Le altre testimonianze riguardano senesi lontani da casa, e quasi tutte sono di soldati. Un elenco di pretoriani inciso a Roma nel 143-144 ne registra due originari di Saena; a Iuvavum, nel Norico, una stele di età traianea ricorda Quinto Munazio Lupo, della tribù Oufentina, Saena, soldato della nona coorte pretoria, morto a trent'anni dopo undici di servizio; e presso il vallo di Adriano, a Hexham in Britannia, un Terenzio Firmo di Siena, prefetto del campo della sesta legione Vincitrice, dedicò fra la fine del II e gli inizi del III secolo un dono votivo ad Apollo Mapono, forma latina della divinità celtica Maponus.

Con gli altri capoluoghi etruschi a nord di Roma Siena ottenne la cittadinanza con la lex Iulia del 90 a.C., fu elevata a municipio autonomo nell'87 in forza della lex Cornelia di Cinna, e nell'86 i censori Lucio Marcio Filippo e Marco Perperna la iscrissero alla tribù Oufentina. La scelta è singolare, perché isola Siena fra le città etrusche vicine: Arretium apparteneva alla Pomptina, Cortona alla Stellatina, Clusium all'Arnense, Volaterrae alla Sabatina, Faesulae e Florentia alla Scaptia.

La colonia fu amministrata, com'era d'uso, da duoviri; prima della deduzione, come gli altri municipi, doveva esserlo da quattro magistrati, cioè due IIviri iure dicundo e due edili, oppure da un edile e un questore. Le epigrafi attestano anche cariche religiose: un flamen Etruriae e soprattutto il sevirato augustale, ordine creato per il culto di Augusto e composto di norma da liberti, sebbene nella Regio VII Etruria i seviri fossero spesso di nascita libera.

Qualche testimonianza è però rimasta dove fu murata, dispersa nel tessuto della città: a Porta Romana una lastra dedicata da un sevir, che si inquadra appunto in quell'ordine, in via Montanini un frammento d'iscrizione; e a questi si aggiungono i pozzi affiorati qua e là, che hanno restituito ceramica e anfore.

Uno di questi contesti è stato scavato fra l'autunno del 2000 e gli inizi del 2002, dal Centro Studi Farma Merse, nei fondi del palazzo dell'Accademia dei Rozzi, in via di Città: una struttura a pozzo colma per almeno tre metri di materiale di scarico. Il deposito è in grandissima parte romano. Vi si riconoscono sigillata africana del III-IV secolo, un'anfora della Bizacena e una probabile anfora vinaria di produzione empolese, lucerne del tipo Firmalampen, una delle quali con il bollo FRVGI, e una quindicina di monete che vanno da un sesterzio di Filippo l'Arabo a bronzi di Costantino, Gioviano, Valente e Teodosio; accanto a queste, vetri, spilloni e un cucchiaio da cosmesi in osso, una fibula e una macina. Il riempimento risulta però fortemente rimescolato, perché insieme ai materiali tardi compaiono un frammento di sigillata aretina decorata a stampo della metà del I secolo d.C., una testina fittile in stile ellenistico, un frammento di cratere volterrano della fine del IV secolo a.C., uno a vernice nera del III-II secolo a.C. e uno d'impasto buccheroide del VI secolo a.C. Debora Barbagli vi legge il segno di una frequentazione dell'area che, su tracce tenui, risale all'età etrusca.

L'episodio che Tacito riferisce per il 70 d.C. è del resto la prova che la città disponeva di un proprio corpo di magistrati. Il racconto è anche l'unico che mostri i coloni in azione. Il senatore Manlio Patruito si lamentò davanti al senato di essere stato malmenato nella colonia da una folla e per ordine dei magistrati cittadini, e di aver subito per giunta la messinscena del proprio funerale, con pianti e lamenti e con ingiurie rivolte al senato intero. I colpevoli furono puniti, e un senatus consultum richiamò alla moderazione la plebe senese.

Le strade

In età tardoetrusca Siena gravitava verso Volterra attraverso la Val d'Elsa; divenuta colonia, privilegiò invece i contatti con il territorio interno, percorso dalla via Cassia. L'Anonimo Ravennate e la Tabula Peutingeriana documentano una strada senese che, staccandosi dalla Cassia alla mansio di Ad Novas, a nord di Chiusi, toccava le stazioni di Manliana, Ad Mensulas e Umbro flumen prima di raggiungere Saena Iulia.

Ad Novas, che l'Itinerarium Antonini chiama Ad Statuas, doveva trovarsi ad Acquaviva presso Montepulciano: nella piazza del paese fu usato per secoli come berlina un cippo miliario romano, riconosciuto a metà del Cinquecento e portato a Firenze, la cui iscrizione ricordava il rifacimento della Cassia «vetustate collapsa» ordinato da Adriano nel 123 e segnava i settantaseimila passi da Florentia. Delle altre stazioni solo Ad Mensulas ha un'identificazione probabile, nel sito di San Pietro ad Mensulas presso Sinalunga, dove sono affiorati resti romani.

Gli scambi

Lo scavo condotto sotto il Duomo fra l'agosto del 2000 e il maggio del 2003 ha restituito 6953 frammenti ceramici, e su quel materiale si fonda quasi per intero ciò che si sa dei rifornimenti della città.

La sigillata italica è rappresentata da 452 frammenti, per 373 forme riconosciute, in gran parte di età augustea: piatti dall'orlo pendente e coppe emisferiche. Molti pezzi non erano in giacitura primaria, ma residui in pozzi di scarico e in livelli di macerie. Due bolli, SEXTILIVS e SEX. TITIVS, rimandano a ceramisti attivi ad Arretium in quegli stessi anni, con ogni probabilità della bottega di Ateio.

Le anfore da trasporto sono 917 frammenti, per 475 forme. Quelle betiche di tipo Dressel 7, Dressel 8 e Beltrán 2A portarono dall'odierna Andalusia garum e conserve di pesce dal I secolo a.C. e almeno fino al II d.C., verosimilmente attraverso Luna, che fungeva da porto di smistamento. Il vino, dalla fine del I secolo, giungeva invece da vigneti italici, in anfore Dressel 2-4 e Camulodunum 176: e poiché il tipo Dressel 2-4 usciva anche da officine della stessa Tuscia, a Cosa e nel suo ager, nell'ager pisanus, in quello volterrano e presso Torrita di Siena, è verosimile che parte di quel traffico avesse raggio regionale. Dal II secolo il rapporto si rovescia e sul mercato prevalgono i prodotti delle province.

Fra III e V secolo si affacciano contenitori nuovi: le Gauloise 1, fabbricate in Narbonense per il vino gallico, e le Keay 39 nordafricane, che documentano l'arrivo di olio dall'Africa. Anche più tardi, fra V e VII secolo, i prodotti d'oltremare non scompaiono del tutto: si incontrano ancora anfore Late Roman 1, di Cilicia e Cipro, e Late Roman 7, africane.

Anche la mensa resta rifornita. La sigillata africana, per lo più piatti, coppe e scodelle, mostra che dal III secolo e per tutta la tarda antichità il servizio da tavola restò di buon livello. Castiglia mette però in guardia dal ricavarne conclusioni troppo lusinghiere: quelle classi ceramiche non sono un carattere eccezionale, ma un tratto comune a moltissimi centri mediterranei di età imperiale, e la loro presenza dice che Siena era inserita nei circuiti ordinari, non che vi avesse un ruolo di rilievo.

La contrazione tardoantica

Fra il III e il IV secolo alcune strutture perdono la funzione originaria: un condotto fognario viene progressivamente ostruito da depositi limosi, e prendono avvio le inumazioni entro l'area urbana. Non tutto si arresta, però: al IV secolo appartiene un edificio a pianta semicircolare del quale, per il cattivo stato di conservazione e per l'assenza quasi totale di stratigrafia connessa, si danno due letture possibili, quella di una costruzione simile all'edificio a due absidi e quella dell'abside di un primo luogo di culto.

Sul versante di Santa Maria della Scala il quadro della seconda metà del IV e del V secolo è invece di vitalità. Vi fu costruito un grande impianto termale, al cui ingresso appartiene la struttura a due absidi messa in luce dallo scavo, e il tessuto edilizio resta fatto di abitazioni in buona muratura; la ceramica documenta scambi mediterranei ancora aperti, con sigillate tunisine e anfore africane e valdarnesi accanto a vasi da mensa locali verniciati o rivestiti di ingobbio rosso. Federico Cantini osserva che nelle stesse decadi altre città toscane si frammentano lungo gli assi viari o presso le porte e insieme accolgono nuovi impianti termali, come a Volterra e a Roselle. Fabio Gabbrielli vi riconosce la prima testimonianza architettonica di carattere monumentale di età romana emersa a Siena.

Sul finire del IV secolo il settore è coperto da abbondanti strati di macerie che distruggono in parte la porta urbica, e vi si impianta un sepolcreto: tombe in semplice fossa terragna orientate est-ovest, senza corredo, foderate all'interno con blocchi di pietra o segnalate da signacula.

Alla stessa stagione appartiene l'unica iscrizione che dica qualcosa della vita cittadina. È una base marmorea da Roma, datata alle idi di agosto del 394 dai consoli Arcadio e Onorio: l'ordine dei Saenenses vi decretava una statua a un patrono della città, erudito nelle lettere greche e latine e patrono per tradizione di famiglia, del quale il testo ha perduto il nome. A sue spese aveva fatto rifare quanto il tempo aveva consumato e aveva provveduto all'acqua, che non solo non mancava più agli usi necessari ma, con le costruzioni innalzate in più luoghi, dava alla città un decoro splendido. La statua fu collocata nella casa che il patrono aveva a Roma.

Al V secolo appartiene anche un piccolo gruppo di tombe scavate nell'arenaria, riconosciuto fuori città a Scacciapensieri, al bivio della strada delle Tolfe.

Nel V secolo il fenomeno si generalizza. Fosse di scarico intaccano le strutture romane su tutta la collina, sotto il pavimento della cattedrale come sotto Santa Maria della Scala; si accumulano spessi strati di macerie, e una grande fossa risulta interamente colmata di rifiuti. Le sepolture si moltiplicano attorno all'edificio absidato: sono tutte in nuda terra, tranne una che ha conservato i resti parziali di una cassa lignea, indizio, sia pure incerto, di una deposizione privilegiata.

Sotto il Santa Maria della Scala il mutamento si colloca fra la fine del V e la prima metà del VI secolo, con livelli di macerie e grandi fosse riempite dei materiali ricavati spogliando gli edifici romani. Poiché quella fase coincide con gli anni della guerra greco-gotica, Cantini suppone che ne sia una conseguenza diretta. Dalla seconda metà del VI secolo quel versante, ormai privo di strutture residenziali, diventa la discarica di un abitato ancora vitale ma situato altrove, verosimilmente più in alto, sul piano di Santa Maria o a Castelvecchio; lo stesso Cantini rileva che il vasellame da mensa e da cucina, ricco e articolato, mal si concilia con il paesaggio di capanne e ruderi restituito dalla stratigrafia.

Sarebbe però sbagliato leggere questi secoli come pura decadenza. Sul piano economico la città continua a dare segni di vita: le ceramiche da fuoco africane restano in uso e, dalla fine del V secolo, vengono progressivamente sostituite da imitazioni locali rivestite di ingobbio rosso, la cui diffusione raggiunge il massimo proprio nel VI secolo, almeno stando al deposito indagato sotto il Duomo. Le quantità sono inferiori a quelle delle fasi imperiali, ma attestano scambi ancora attivi in una fase che si è soliti chiamare di crisi. Alla metà del V secolo si data anche l'arrivo massiccio di una ceramica grezza da cucina molto uniforme. È la classe più abbondante dopo le forme fini: 1844 frammenti per 1012 forme e undici impasti diversi, concentrati fra V e VI secolo. Si tratta quasi solo di pentole e coperchi, con qualche casseruola, e i profili si ripetono: orli larghi e appiattiti con alloggiamento per il coperchio, oppure a nastro. Sono le stoviglie di una cucina di zuppe e stufati, integrati talvolta da farinacei, come mostrano i rari testi da fuoco modellati a mano.

Quello che si osserva, insomma, è una fase di trasformazione più che di collasso: edifici romani in rovina e tombe in fossa terragna convivono con vasellame d'importazione e con produzioni locali destinate alla mensa e alla cucina.

La fine della città romana

Sul finire del VI secolo Siena passa ai Longobardi, forse quando Agilulfo scende verso Roma. Il nuovo assetto le assegna un ruolo che prima non aveva: il corridoio bizantino, e l'impaludarsi delle strade costiere e della Val di Chiana, avevano tolto ogni praticabilità alla via Flaminia e alla via Cassia, e Siena venne così a trovarsi sull'unico percorso agevole fra Roma e l'Italia settentrionale.

Nella prima metà del VII secolo, fra le rovine dell'edificio termale del Santa Maria della Scala, si impianta un piccolo cimitero; cessato il suo uso, sopra il fosso di Sant'Ansano viene alzato un lungo muro di materiali di recupero legati con argilla, che recingeva, e forse difendeva, la parte alta della collina, e dentro quel recinto sorgono strutture in legno, una delle quali appoggiata a ciò che restava delle terme.

Del passaggio resta traccia anche nella composizione del corpo civico. Un documento del 730 ricorda il castaldius civitatis senense e nomina l'exercitum senesium civitatis senza mai menzionare i cives: se n'è dedotta una sostituzione sostanziale della popolazione romana con quella longobarda.

Note

Note esplicative

  1. ↑ Plinio elenca Siena fra le sole colonie augustee, non fra quelle cesariane, e la fondazione va perciò attribuita ad Augusto; l'anno esatto non è però determinabile, e il 29 a.C. è una datazione proposta (Cristofani 1979, p. 96; Pallecchi 2006, p. 590; Castiglia 2014, p. 9). Il sito era però già occupato da un abitato etrusco: la collina del Duomo ne mostra tracce dal VI secolo a.C., e a Castelvecchio un insediamento è attestato fra IV e II secolo a.C. (Francovich, Valenti, Cantini 2006, p. 295; Castiglia 2016, § 13-14).
  2. ↑ Nel volume del 1979 Cristofani osservava che l'ipotesi di una fondazione celtica non andava confinata nella pura leggenda, essendo attestata da ritrovamenti nel territorio senese, e che sul piano onomastico come su quello archeologico la spiegazione etrusca e quella gallica si equivalevano, con la differenza che la seconda si riferisce all'età storica, mentre l'etruscizzazione sarebbe in ogni caso subentrata in un momento successivo (Cristofani 1979, p. 93). Gli scavi condotti in seguito sotto il Duomo e nell'area di Santa Maria della Scala hanno documentato un insediamento etrusco a partire dal VII-VI secolo a.C. (Francovich, Valenti, Cantini 2006, p. 295; Francovich, Valenti, pp. 5-6).

Note bibliografiche

  1. 1 2 3 4 5 6 7 Castiglia 2014, p. 9
  2. 1 2 3 Pallecchi 2006, p. 590
  3. 1 2 3 4 5 6 Cantini 2005, pp. 17-18
  4. 1 2 3 Castiglia 2014, pp. 11-12
  5. 1 2 3 4 Cantini 2005, p. 24
  6. ↑ Cristofani 1979, pp. 3-4
  7. ↑ Tolomeo, Geografia, III, 1.
  8. ↑ Plinio il Vecchio, Naturalis historia, III, 5, 52.
  9. 1 2 Tacito, Historiae, IV, 45.
  10. ↑ Cristofani 1979, p. 3
  11. 1 2 Cristofani 1979, p. 95
  12. ↑ Anonimo Ravennate, Cosmographia, IV, 36.
  13. ↑ Cristofani 1979, p. 102
  14. ↑ Gabbrielli 2003, p. 1
  15. ↑ Castiglia 2014, p. 7
  16. ↑ Brogini 2003, pp. 6-14
  17. ↑ Castiglia 2014, p. 1
  18. 1 2 Barbagli, Cianferoni 2008, pp. 38-40
  19. 1 2 Pallecchi 2006, p. 588
  20. ↑ Francovich, Valenti, Cantini 2006, p. 295
  21. 1 2 Francovich, Valenti, pp. 5-6
  22. 1 2 Cristofani 1979, p. 94
  23. ↑ Castiglia 2016, § 13-14
  24. 1 2 Pallecchi 2006, pp. 588-591
  25. 1 2 Cantini 2005, p. 18
  26. 1 2 Cristofani 1979, p. 96
  27. 1 2 Pallecchi 2006, pp. 591-592
  28. 1 2 Castiglia 2014, pp. 9-10
  29. ↑ Castiglia 2014, p. 9, nota 9
  30. ↑ Castiglia 2016, § 14
  31. ↑ Cristofani 1979, pp. 99-102
  32. 1 2 Cristofani 1979, p. 99
  33. ↑ Castiglia 2014, p. 10
  34. 1 2 Cantini 2003, pp. 16-17
  35. ↑ Barbagli, Cianferoni 2008, pp. 44-45
  36. ↑ Barbagli, Carpentiero, Tabolli 2024, p. 17
  37. ↑ Barbagli, Cianferoni 2008, pp. 42-44
  38. ↑ (EN) Head of the so-called Pseudo-Seneca, su Santa Maria della Scala. URL consultato il 29 agosto 2026.
  39. ↑ Cristofani 1979, p. 7
  40. ↑ Cristofani 1979, pp. 5, 7
  41. ↑ Cristofani 1979, pp. 95-96
  42. ↑ Barbagli, Cianferoni 2008, p. 40
  43. ↑ Barbagli 2003, pp. 37-40
  44. ↑ Barbagli 2003, pp. 41-42
  45. 1 2 Cristofani 1979, p. 97
  46. 1 2 Castiglia 2014, p. 26
  47. ↑ Castiglia 2014, p. 100
  48. 1 2 Castiglia 2014, pp. 86-87
  49. 1 2 Castiglia 2016, § 16
  50. ↑ Gabbrielli 2003, p. 2
  51. ↑ CIL VI, 1793; Cristofani 1979, p. 8.
  52. 1 2 3 Castiglia 2014, p. 13
  53. ↑ Cantini 2003, p. 17
  54. ↑ Cantini 2003, pp. 17-18
  55. ↑ Cantini 2003, pp. 18-19
  56. ↑ Cantini 2005, pp. 25-26

Bibliografia

Fonti antiche

Studi

Approfondimenti

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