Volterra (città antica)

Volterra
Veduta aerea di Volterra
Nome originale Velathri (in etrusco), Volaterrae (in latino)
Cronologia
Fondazione Formazione urbana fra il X e la metà del VI secolo a.C.
Amministrazione
Territorio controllato Ager Volaterranus
Dipendente da Roma, dal 298 a.C.
Territorio e popolazione
Superficie massima 116 ha
Nome abitanti Volaterrani (in latino)
Lingua etrusco, poi latino
Localizzazione
Stato attuale Italia (bandiera) Italia
Località Volterra
Altitudine 550-552 m s.l.m.

Volterra (in etrusco Velathri, in latino Volaterrae, in greco Οὐολατέρραι) fu una delle principali città dell'Etruria settentrionale e in seguito un municipio romano. Sorgeva sul colle occupato dalla città attuale, alla confluenza delle valli dell'Era e del Cecina, a una trentina di chilometri dal mare.

L'occupazione del colle risale all'Eneolitico e prosegue quasi senza soluzione di continuità; la formazione urbana si compie fra il Bronzo finale e l'età arcaica, quando la costruzione del primo circuito murario, verso la metà del VI secolo a.C., la sancisce definitivamente. Fra la fine del IV e il III secolo a.C. la città raggiunge la massima estensione, racchiusa da una cinta muraria di oltre sette chilometri, la più ampia dell'Etruria, che comprende circa 116 ettari. Entrata nell'orbita romana dopo la sconfitta di un esercito etrusco presso la città nel 298 a.C., Volterra divenne municipio dopo la guerra sociale e subì un duro assedio da parte di Silla, senza che ciò interrompesse la continuità delle sue élite e delle sue tradizioni.

Alla città si devono la produzione di urne cinerarie in tufo, travertino e alabastro che costituisce il nucleo del Museo etrusco Guarnacci, una zecca che coniò moneta fusa nel III secolo a.C., il bronzetto votivo noto come Ombra della sera, il santuario dell'acropoli e, in età romana, il teatro di Vallebuona e un anfiteatro individuato soltanto nel 2015. Volterra ebbe inoltre un ruolo decisivo nella nascita dell'etruscologia: la quantità e la qualità dei reperti che vi si scoprivano e l'istituzione nel 1732 di un museo pubblico ne fecero, nel XVIII secolo, una tappa obbligata per i dotti.

Toponimo

È dalla leggenda monetale che si conosce con certezza il nome etrusco della città: velathri, per esteso e senza abbreviazioni, incisa in senso retrogrado e al genitivo attorno al segno di valore di questo asse in aes grave del III secolo a.C.

Il nome etrusco della città, velathri, è attestato dalla leggenda monetale, incisa in senso retrogrado e al genitivo, delle serie di aes grave del III secolo a.C. Al nome etrusco corrispondono il latino Volaterrae e il greco Οὐολατέρραι.

Le forme attestate

Per le leggende monetali il riconoscimento non pone problemi: al pari di pupluna, vatl e velsna per Populonia, Vetulonia e Volsinii, velaθri rimanda con certezza a Volaterrae. Il nome vi compare per esteso, senza abbreviazioni, in tutte e tre le serie monetali: una rarità in Etruria. La forma è attestata più volte anche in epigrafi, oltre che a Volterra, da Monteriggioni, Casole d'Elsa, Castiglione del Lago e da località incerte; i repertori toponomastici registrano inoltre la variante veliθri.

Dal toponimo derivano, per sincope interna, l'etnico velθrite e il gentilizio velθrina, entrambi documentati non a Volterra ma nell'Etruria interna: il primo a Volsinii e a Chiusi, il secondo in un'unica occorrenza chiusina. Al nome etrusco corrisponde il latino Volaterrae, con l'etnico Volaterrani, alla base della forma odierna. Sull'adattamento latino, che si inserisce in una serie con Volsinii e Volci, potrebbe avere agito una tendenza dell'etimologia popolare alla normalizzazione del termine etrusco sul lessico latino.

L'etimologia e i suoi limiti

Sull'origine del nome la ricerca non è in grado di pronunciarsi. Riccardo Massarelli osserva che velaθri condivide con *suθri-, il nome etrusco di Sutrium, la terminazione -θri, ma che di questa terminazione è impossibile stabilire l'origine e la funzione, e tanto meno è possibile affrontare la questione dell'etimologia dei toponimi in cui compare. Il limite è strutturale: lo stato lacunoso delle conoscenze sulla lingua etrusca rappresenta per Massarelli la prima difficoltà, spesso determinante, poiché il lessico, che è la fonte principale degli studi etimologici, è noto solo parzialmente e solo per alcuni ambiti, quello funerario e quello religioso.

Analoghe conclusioni aveva raggiunto Giovan Battista Pellegrini, per il quale assegnare un significato a un toponimo di origine etrusca è impresa "obiettivamente poco incoraggiante e più spesso insuperabile", mentre il ricorso alle cosiddette lingue "mediterranee" per colmare la lacuna risulta "assai pericoloso e fuorviante; a volte dilettantesco". Nei repertori toponomastici si trova nondimeno registrata l'individuazione, nel nome, dell'elemento vel-, ricorrente nei nomi locali etruschi, "cui è assegnato il significato di 'altura'": la formulazione, di per sé cauta, non è accompagnata da un rimando bibliografico.

Il sistema toponomastico di Devoto

Nel 1941 Giacomo Devoto inserì il nome della città in un sistema toponomastico imperniato su una radice vel- / vols- di cui rilevava l'ampia vitalità: presente in forma semplice nel nome del lago Velino, ampliata con -s- in quelli di Volsinii e dei Volsci, e con -tr- in velaθri / Volaterrae e in *Veltri / Velitrae. Il sistema si articolava in un triplice parallelismo geografico fra "Etruria pontina" (Vols-ci, Veli-trae), "Etruria toscana" (Vols-inii, Vola-terrae) ed "Etruria padana" (Fels-ina, Fel-triae).

La proposta nasceva in realtà da un altro problema, quello dei nomi di Felsina e di Feltre, che Devoto intendeva sottrarre alla famiglia onomastica fels- / hels- per ricondurli alla stessa radice: il passaggio da V- a F- sarebbe un'innovazione circoscritta alla direttrice padana orientale Bologna-Este-Feltre e anteriore all'invasione gallica. Il nome di Volterra vi figura dunque come termine di confronto, non come oggetto d'indagine.

Il gentilizio Kaikna e l'idronimo

Lo stesso argomento in dettaglio: Gens Cecina.

Al territorio rimanda invece il gentilizio Kaikna, latino Caecina, tipicamente volterrano e collegato con l'idronimo Cecina. Sul rapporto fra la famiglia e il fiume gli studiosi si sono divisi: Karl Otfried Müller e Wilhelm Deecke lasciarono aperta la questione se fosse stata la gens a dare il nome al corso d'acqua o viceversa, mentre Wilhelm Schulze si pronunciò per la prima soluzione, osservando che il nome ha la struttura di un gentilizio. Una spiegazione diversa è stata avanzata per il toponimo e idronimo Cecina: al pari di altri toponimi etruschi in -na, esprimerebbe in origine la dipendenza del luogo da una gens particolarmente prestigiosa che vi esercitava il proprio potere. Massarelli considera però il caso di Cecina esemplare in senso opposto: il toponimo etrusco ricostruibile, *caicna, è identico all'antroponimo caicna, presente in gran numero nella documentazione onomastica proprio della zona di riferimento, sicché -na non ha qui valore di formante toponomastica ma è parte integrante del gentilizio, che dà poi origine al toponimo.

Le fonti antiche

Una pagina della Geografia di Strabone, cui si deve l'unica descrizione antica del sito di Volterra, nel manoscritto Gr. XI, 6 della Biblioteca nazionale Marciana di Venezia, datato 1321 (fol. 244v)

Le testimonianze letterarie su Volterra, raccolte sistematicamente nella voce della Bibliografia topografica della colonizzazione greca curata da Gabriele Cateni, Marisa Bonamici e Lisa Rosselli, sono poche e, per la fase etrusca, tutte posteriori di secoli ai fatti che riferiscono; nessun autore antico ne ha tramandato una leggenda di fondazione. Per l'epoca anteriore al III secolo a.C. si dispone di due sole notizie, oltre a un passo di Servio che annovera la città fra quelle della dodecapoli. Dionigi di Alicarnasso racconta che, nella guerra di Tarquinio Prisco contro i Latini, gli Etruschi avevano promesso aiuti ai Latini ma che soltanto cinque città li inviarono davvero: Chiusi, Arezzo, Volterra, Roselle e Vetulonia; il conflitto si sarebbe concluso, dopo nove anni, con la sottomissione degli Etruschi, cui il re lasciò leggi e governo in cambio del riconoscimento della sua sovranità. Lo stesso Servio, commentando l'Eneide, presenta Populonia come fondazione dei Volterrani oppure come colonia dei Corsi poi conquistata da Volterra. Giovannangelo Camporeale riferisce le due tradizioni rispettivamente a vicende del IX e del VII secolo a.C. e osserva che, a prescindere dalla loro storicità, entrambe presuppongono che il centro fosse già allora importante; Gabriele Cateni e Adriano Maggiani accostano la notizia serviana alle acquisizioni archeologiche sulla precocità dell'insediamento, pur qualificandola come fonte tarda e problematica.

Con il III secolo a.C. Volterra entra nella storiografia romana. Tito Livio narra che nel 298 a.C. gli Etruschi affrontarono in campo aperto il console Lucio Cornelio Scipione presso la città: la battaglia durò gran parte del giorno con gravi perdite da entrambe le parti, la notte la interruppe senza esito e all'alba i Romani trovarono il campo etrusco abbandonato in silenzio e lo saccheggiarono. Livio non dice che la città fosse presa. Lo stesso Livio, nell'elenco dei popoli etruschi che nel 205 a.C. fornirono materiali per la flotta di Scipione, attribuisce ai Volterrani la fornitura di legname per gli scafi e di grano.

La sola descrizione antica del sito è di Strabone: la città sorge in una conca profonda, su un colle alto, scosceso da ogni lato e piatto in cima, dove corrono le mura, e la salita dalla base alla sommità misura quindici stadi, ripida e faticosa per tutto il percorso. Nello stesso passo il geografo ricorda che vi si erano raccolti Etruschi e proscritti di Silla, i quali, costituiti in quattro reparti, sostennero un assedio di due anni e ne uscirono soltanto a patti. Poco prima, elencando le distanze lungo la costa, Strabone pone Volterra a 280 stadi da Pisa e a 270 da Populonia: Gerhard Radke intende che qui il nome designi non la città ma il suo approdo alla foce del Cecina, poiché la misurazione segue un portolano marittimo. La resa della città compare nelle Periochae liviane e in Granio Liciniano, il quale aggiunge che l'ex pretore Carbone, fratello di Gneo, posto da Silla al comando della piazza, fu lapidato nel corso di una sollevazione, che gli abitanti si arresero e che i proscritti, espulsi dalla città, furono abbattuti dalla cavalleria inviata dai consoli Claudio e Servilio, cioè nel 79 a.C.

Busto di Cicerone, l'autore antico che più spesso nomina Volterra, Musei Capitolini, Roma

L'autore che più spesso nomina Volterra è Cicerone, e sempre in rapporto alle conseguenze della guerra sillana; Gérard Capdeville ha riletto l'intero dossier nel quadro della storia dei Cecina. Nella Pro Roscio Amerino dell'80 a.C. l'oratore ricorda il campo di Silla sotto Volterra, dove Crisogono tramava per impadronirsi dei beni dell'ucciso: la scena si colloca nell'autunno dell'81 e induce Capdeville a ritenere che Silla abbia diretto di persona l'assedio, almeno per un periodo. La Pro Caecina, pronunciata nel 69 o nel 68 a.C. per il volterrano Aulo Cecina in una lite ereditaria, è per Capdeville l'atto con cui la famiglia entra nella storia romana: la causa verteva sulla cittadinanza del cliente, che la controparte negava in forza delle misure sillane, e Cicerone vi sostiene che Silla aveva ridotto Volterrani e Aretini alla condizione dei coloni di Rimini, i quali conservavano il diritto di ereditare, per poi svolgere l'argomento che nessun cittadino romano può perdere la cittadinanza contro la propria volontà: un'arringa, secondo Capdeville, per la restituzione dei pieni diritti alle due città, e insieme un modo per costruirsi una clientela politica in Etruria. La stessa argomentazione torna nella De domo sua del 57: Silla, dittatore, tolse per mezzo dei comizi centuriati la cittadinanza e le terre ai municipi, ma, mentre la confisca rimase, la perdita della cittadinanza non durò oltre il suo potere armato, e nemmeno da vincitore egli poté privarne i Volterrani, che erano ancora in armi e che Cicerone dichiara cittadini, anzi ottimi cittadini. Nell'epistolario Cicerone rivendica di avere mantenuto Volterrani e Aretini, al tempo della proposta agraria di Flavio nel 60 a.C., nel possesso delle terre che Silla aveva dichiarato pubbliche senza mai assegnarle, e nelle due lettere del 45 a.C. a Quinto Valerio Orca, incaricato da Cesare delle assegnazioni di terre, ricorda di essersi opposto da console, nel 63, a una legge agraria tribunizia che le avrebbe tolte ai Volterrani, afferma che la legge agraria di Cesare del 59 aveva confermato quella posizione e chiede che i Volterrani siano lasciati incolumi nelle case e nei beni; la seconda lettera raccomanda il senatore Gaio Curzio, proprietario nel Volterrano. Capdeville ne deduce che la legge di confisca non fu mai formalmente abrogata e che una minaccia continuò a pesare sulle terre volterrane; Valentina Limina vi legge i vincoli di patronato fra l'oratore e la comunità. A un'altra sfera appartiene il carteggio con Aulo Cecina, fra l'agosto del 46 e il febbraio del 45 a.C.: tre lettere di Cicerone, una di Cecina e due raccomandazioni, in una delle quali l'oratore ricorda la scienza etrusca che il corrispondente aveva appreso dal padre. Capdeville distingue questo Cecina, autore di scritti di Etrusca disciplina, dal protagonista del processo, di cui sarebbe il figlio, contro una parte degli studiosi che identifica i due personaggi.

Sul passaggio all'età imperiale il Liber coloniarum registra, con la formula "Colonia Volterrana lege triumvirale", una deduzione coloniale sotto il secondo triumvirato: una testimonianza a lungo respinta sulla scorta di Theodor Mommsen e rivalutata dopo la scoperta di un'iscrizione a Montecatini Val di Cecina, di cui si dice nella sezione sul municipio romano. I geografi di età imperiale registrano la città senza commenti: Plinio il Vecchio elenca i Volaterrani fra i popoli dell'interno della Regio VII Etruria e, nella descrizione della costa, le paludi dette di Volterra e il fiume Cecina; Claudio Tolomeo la include fra le città interne dell'Etruria. La Vita di Persio attribuita a Valerio Probo fa nascere il poeta a Volterra, cavaliere romano legato per sangue e parentela a uomini del primo ordine. L'ultima testimonianza è quella di Rutilio Namaziano, che nel 417 descrive l'approdo di Vada e le saline del territorio, come si vedrà a proposito della tarda antichità. Un passo degli Scholia Veronensia all'Eneide, che richiama Aulo Cecina sulla fondazione da parte di Tarconte di un oppidum consacrato a Dis Pater, è stato usato per l'interpretazione dei culti dell'acropoli.

Il territorio

Il Cecina, la via d'acqua che legava Volterra al mare, nella veduta a volo d'uccello della Toscana centro-occidentale disegnata da Leonardo da Vinci nel 1503-04, conservata nella Royal Collection al Castello di Windsor
Vista satellitare di Volterra, la Valdera, la Val di Cecina e la Val d'Elsa

Il territorio di Volterra è vasto: i suoi limiti possono essere segnati grosso modo a ovest dal mar Tirreno, a nord dal bacino del fiume Fine, idronimo parlante, e dalle valli della media Era e dell'Elsa, a est dalla bassa Val d'Elsa, a sud dalla catena delle Colline Metallifere; Camporeale avverte tuttavia che il quadro potrebbe essere più articolato. In termini di superficie, il territorio controllato dalla città in età etrusca è stato stimato in circa 2.700 chilometri quadrati; in età romana l'ager Volaterranus si sarebbe contratto a circa 2.000, in seguito allo scorporamento di alcune zone dell'area orientale a favore di Siena. Le proiezioni culturali della città corrono lungo le direttrici che le valli del Cecina, dell'Era e dell'Elsa offrono per natura; cominciano già in età villanoviana e si intensificano nelle fasi successive.

La Val d'Elsa da Montaione

Alla base dello sviluppo del centro stanno lo sfruttamento delle risorse naturali, in particolare le saline della valle del Cecina e le miniere metallifere della stessa valle e della media Val d'Elsa, presso Montaione e Gambassi, oltre all'agricoltura. Già in età eneolitica il controllo del distretto minerario, e verosimilmente delle miniere di Montecatini Val di Cecina, dove si trovano giacimenti di rame nativo, appare il fattore che spiega l'occupazione precoce e continuativa del sito.

Nell'Orientalizzante l'espansione è documentata da tombe isolate o riunite in piccoli nuclei, poste dove il traffico o le risorse le rendevano utili: fra queste la tomba a tholos di Casaglia e la tomba di Montescudaio, il cui cinerario fittile reca sul coperchio la più antica rappresentazione etrusca di banchetto.

Il complesso più significativo è la necropoli di Casa Nocera, presso Casale Marittimo, scavata nel 1987-88: una piccola necropoli pertinente a un gruppo familiare, con otto tombe comprese fra il primo e il secondo quarto del VII secolo a.C., dalla più antica a cassone alla più tarda a camera con tumulo, e corredi di produzione sia etrusco-meridionale sia vetuloniese. Per Marisa Bonamici il sito dimostra che il movimento di persone dall'Etruria meridionale verso Volterra, ipotizzato da Camporeale sulla base di sepolture come quella del Guerriero di Poggio alle Croci, avvenne attraverso la valle del Cecina.

Dallo stesso sito provengono due statue in calcare, prive di contesto preciso, che Adriano Maggiani, primo editore, ha riconosciuto come le più antiche statue a tutto tondo finora note nella scultura etrusca orientalizzante, di produzione vetuloniese e dei primi decenni del VII secolo a.C.; sulla loro funzione le opinioni si dividono fra il compianto funebre, proposto da Maggiani, e la rappresentazione degli antenati, sostenuta da Giovanni Colonna e Friedhelm von Hase. Proiezioni volterrane sono riconoscibili anche verso la valle della Pesa e la piana fiorentina fin dalla fine dell'VIII secolo a.C., mentre in età ellenistica la diffusione della ceramica volterrana a vernice nera e delle imitazioni locali in ceramica grigia negli insediamenti dei dintorni di Firenze segnala l'importanza della direttrice che, dalla Maremma, raggiungeva la pianura padana varcando l'Arno all'altezza di Firenze.

Il fiume Cecina all'altezza della foce

Le ricerche degli ultimi decenni hanno restituito l'immagine di una città tutt'altro che chiusa nell'entroterra: al mare la legano due corsi d'acqua, il Cecina che scorre da est a ovest e l'Era che scorre da nord a sud, che si immette nell'Arno e dunque nel bacino facente capo all'emporio pisano. Ciò che ha contato in ogni fase della vita cittadina, e che ha attirato chi veniva da fuori, è per Marisa Bonamici la ricchezza mineraria distribuita lungo la valle del Cecina: il rame di Montecatini e il sale della zona di Saline, che si estrae ancora oggi. Alla stessa fascia meridionale del territorio appartengono le acque termali: la Tabula Peutingeriana, unica fonte a ricordarle, registra a valle di Vada una stazione Aquas Volaternas, le Aquae Volaterranae, segnate con la vignetta degli stabilimenti balneari. L'identificazione corrente, risalente al Seicento, le pone a Bagno al Morbo presso Montecerboli, nella zona dei soffioni di Larderello; resti di terme antiche sono stati però scavati soltanto al Bagno della Leccia di Sasso Pisano, in uso fra il II secolo a.C. e il IV d.C. In questa prospettiva la notizia serviana su Populonia, di norma citata a proposito di quel centro, viene rivendicata per Volterra, di cui tratteggerebbe il ruolo di metropoli fondatrice e per di più proiettata sul mare.

La proiezione marittima è documentata dai materiali: a partire dalla prima metà del VII secolo a.C. compaiono ceramiche corinzie, laconiche, greco-orientali e attiche, anfore da trasporto e produzioni dell'Etruria meridionale, accanto a produzioni locali in continuo incremento. La presenza di forme attiche tarde, databili anche dopo l'inizio del IV secolo a.C., indica per Emanuele Taccola che in quest'epoca Volterra aveva attivato i propri scambi con Populonia e con Pisa, cioè con il circuito dell'alto Tirreno definito da Marina Martelli "facies dei porti", che grazie al protettorato siracusano instauratosi dopo la conquista dell'Elba riceveva materiali a circolazione marittima che non raggiungevano le città costiere dell'Etruria meridionale. Un indicatore particolarmente netto sono le anfore da trasporto puniche: la loro carta di distribuzione in Etruria settentrionale per l'età medio e tardo-ellenistica mostra una diffusione quasi esclusivamente costiera, e la tappa più interna che raggiungono è proprio Volterra.

L'indicatore più preciso dell'area di influenza in età ellenistica resta però la circolazione dell'aes grave volterrano, quasi interamente concentrata nel territorio soggetto alla città.

Della vastità dell'ager resta traccia nell'assetto ecclesiastico: il comprensorio della diocesi di Volterra, la cui sede è attestata almeno dalla seconda metà del V secolo, era esteso quanto il territorio della città romana.

Sul piano comparativo, l'applicazione del modello XTENT alle estensioni dei centri etruschi individua in Volterra il polo dominante dell'Etruria settentrionale: David Redhouse e Simon Stoddart ne descrivono lo sviluppo territoriale come privo di rivali nel controllo dell'entroterra e capace di raggiungere il mare attraverso la valle dell'Arno, mentre nella stessa simulazione centri come Cortona, Pisa, Roselle e Murlo risultano compressi o esclusi dai vicini maggiori. Gli stessi autori osservano che nell'Etruria settentrionale, per le condizioni più spaziose, sette centri su undici raggiungono l'estensione territoriale prevista dal modello, e che fra questi il ruolo di Volterra è quello che meglio corrisponde alle attese, mentre risultano sopravvalutati quelli di Fiesole, Murlo e Pisa. Una previsione significativa riguarda invece il fianco settentrionale del territorio volterrano: la simulazione fa penetrare la potenza di Populonia lungo la costa fino alla valle del Cecina, sfruttando il basso rilievo costiero e minacciando l'accesso al mare di Volterra; Redhouse e Stoddart riconoscono in quel settore un'area cuscinetto di centri politicamente instabili, soprattutto in età orientalizzante. Va segnalato che l'analisi assume per Volterra un'estensione di cento ettari, inferiore ai centosedici comunemente indicati.

Storia

La rupe volterrana nella Vulterrae nova descriptio di Dominicus Vadorinius da Pomarance, 1565: il colle, ripido sui fianchi e piatto in cima, è quello che Strabone descrive e su cui sorgeva Velathri

Il sito prima della città: preistoria e protostoria

La rupe volterrana si colloca alla confluenza di due valli, quella dell'Era e quella del Cecina, che fin dalla preistoria sono due grandi vie di comunicazione: l'una verso nord e il Valdarno, l'altra verso ovest e la costa. La valle del Cecina attraversa per di più un territorio ricco di giacimenti minerari, il cui sfruttamento è rimasto fino alla metà del Novecento l'attività economica fondamentale del distretto. Secondo Marisa Bonamici sono questi i due fattori strutturali, e perciò destinati a permanere nel tempo, che condizionarono la scelta dei primi abitatori, pastori e metallurghi, e che spiegano la continuità dell'occupazione del colle.

Lo scavo del santuario dell'acropoli ha restituito, fuori posto, una quantità notevole di ceramica dell'età del Bronzo e del Ferro, rinvenute soprattutto nella terra di riempimento dei podi dei templi ellenistici e nei livelli di calpestio poggianti sulla roccia di base. Conta soprattutto il repertorio di circa mille frammenti recuperato dentro una grossa faglia naturale della roccia, colmata per potervi impiantare sopra il temenos più antico: un deposito eterogeneo e non stratificato che restituisce, in forma di sintesi, la frequentazione umana del sito nella lunga epoca che precedette l'installazione del luogo di culto, con una sequenza continua che esordisce nell'età del Rame e si conclude con l'Orientalizzante medio.

L'individuazione del sito risale all'Eneolitico avanzato, secondo la testimonianza di due frammenti ceramici dal deposito, cui si aggiunge quella ben più corposa della sepoltura collettiva di Montebradoni, con un nutrito corredo di oggetti in metallo, e agli altri rinvenimenti del comprensorio della valle del Cecina, fra i quali il complesso di Guardistallo e la necropoli di Pomarance in località Le Stoppiacce. Si è nel "primo orizzonte di metallurgia diffusa" della periodizzazione di Gian Luigi Carancini, quando gli oggetti di rame abbondano tanto nel sito del futuro centro urbano quanto nelle località del comprensorio presuppone che si sfruttassero le miniere della zona, e con ogni probabilità quelle di Montecatini Val di Cecina, dove il rame affiora anche allo stato nativo. Alla luce di questi dati la scoperta di un insediamento nel sito eminente dell'acropoli assume per Bonamici un doppio interesse: vi si configura già in nuce l'articolazione canonica del futuro aggregato protourbano, con l'abitato sul terrazzo sommitale e poi sul pianoro sottostante e le sepolture ai piedi della rupe, e il sito emerge fin da questa fase come luogo strategico di avvistamento e di controllo su un territorio ricco di risorse minerarie.

La vitalità dell'insediamento prosegue nel Bronzo antico, cui appartengono il gruppo delle sette asce conservate nel Museo Guarnacci e provenienti dall'antica collezione, un'alabarda di tipo Calvatone da Pomarance e due pugnali del tipo eponimo da Guardistallo: l'area su cui questi due tipi si distribuiscono è relativamente ristretta e ruota attorno al distretto medio-tirrenico: forse il segno che la domanda delle comunità locali stava crescendo e si stava assestando. Per il Bronzo medio il piccolo nucleo di materiali del deposito indica la compartecipazione dell'insediamento alle due principali cerchie tipologiche dell'ambiente centro-tirrenico, quella di Candalla, imperniata sulla vicina Versilia, e quella di Grotta Nuova; vi spicca una ciotola carenata di forma tipica dell'ambiente terramaricolo emiliano, indizio probabile dell'attivazione già in quest'epoca di contatti fra i due distretti, destinati a pieno sviluppo nelle fasi successive.

Al Bronzo finale rimanda un gruppo di ceramiche dell'acropoli che Bonamici assegna all'orizzonte protovillanoviano, fra cui un'olletta a corpo cilindroide con scanalature a goccia sulla spalla che trova confronto negli ossuari della necropoli di Bismantova; ceramiche protovillanoviane erano state raccolte, all'inizio degli anni novanta e durante lavori edilizi, anche in un sito a mezza costa prospiciente la necropoli delle Ripaie.

Nella fase evoluta del Bronzo finale, secondo la ricostruzione di Gabriele Cateni e Adriano Maggiani, il modo di abitare il colle cambia di qualità: da abitato unico e arroccato si passa a un aggregato protourbano, con nuclei di occupazione sparsi sul pianoro che sta sotto l'acropoli; allo stesso passaggio fra Bronzo finale ed età del Ferro si fa risalire l'attivazione della necropoli delle Ripaie. I rinvenimenti dell'acropoli hanno introdotto in questo modello, che Bonamici dichiara di conservare nella sua validità, un elemento di novità: l'acropoli sarebbe il centro propulsore dell'intero fenomeno insediativo, il luogo da cui il popolamento promana verso il pianoro sottostante fino a occuparlo e a dare origine alla città storica.

Il quadro che ne risulta rovescia una valutazione consolidata: il sito dell'acropoli, "già ritenuto marginale", si rivela per Bonamici un vero central place, un centro egemone la cui occupazione ha inizio precocemente nell'età del Rame ed è sostenuta da motivazioni forti, la posizione eminente, il fatto di essere visibile e di vedere a grandissima distanza, l'essere una postazione difesa per natura, e il controllo su un territorio minerario, circostanze che sottraggono il sito alla normale dialettica di popolamento e spopolamento. Non è facile individuare fra i centri urbani di antica formazione in Etruria una situazione analoga, in cui il pianoro dell'abitato protourbano sia preceduto da un nucleo abitativo più antico, posto su un'altura contigua che lo sovrasta, e che quel nucleo continui a vivere accanto all'abitato di sotto: il caso più propriamente comparabile appare alla studiosa quello della Castellina di Tarquinia rispetto al sottostante pianoro della Civita.

Prima età del ferro e formazione urbana

Lo stesso argomento in dettaglio: Cultura villanoviana.
Cinerario biconico con ciotola di copertura, due fibule ad arco e due anelli, dalla necropoli della Guerruccia, tomba L 1, IX sec. a.C., cultura villanoviana, Museo etrusco Guarnacci
Elmo crestato della tomba del Guerriero di Poggio alle croci, fine VIII secolo a.C, cultura villanoviana, Museo etrusco Guarnacci

Le più antiche testimonianze di un insediamento stabile sul colle volterrano provengono dall'area delle Ripaie, ai piedi della rupe sul versante meridionale, dove materiali di abitato del Bronzo finale (grandi contenitori con cordoni plastici, un'ansa a corna cave) si affiancano a una necropoli in uso senza soluzione di continuità fra Bronzo finale e prima età del ferro. Alla stessa fase rimandano due asce di tipo Gabbro conservate al Museo Guarnacci, che prima di questi rinvenimenti costituivano l'unico indizio di frequentazione del colle nel Bronzo finale. Due cinerari dalla necropoli presentano su un impianto decorativo già villanoviano motivi caratteristici del Bronzo finale, come la doppia protome ornitomorfa, e sono stati definiti da Gabriele Cateni documenti di una fase di transizione. Nel IX secolo a.C. l'abitato appare concentrato sulla parte più elevata del colle, il Piano di Castello, e sulle pendici delle Ripaie: delle trentasette tombe note della necropoli, tutte a incinerazione, ventuno appartengono alla prima fase villanoviana. Volterra rientra così nel modello insediativo comune all'Etruria villanoviana, con l'abitato su una collina-acrocoro di media grandezza, come a Orvieto e a Vetulonia, e le necropoli disposte su due lati opposti, a nord-ovest e a sud-est; i rinvenimenti a carattere abitativo dell'acropoli e dell'area di porta San Felice hanno fatto ipotizzare un insediamento esteso su circa 116 ettari.

Nell'VIII secolo a.C. l'occupazione si estende all'intero acrocoro, per nuclei sparsi cui corrispondono aree sepolcrali fra loro isolate: oltre alle Ripaie, la Guerruccia, indagata da Gherardo Ghirardini nel 1896-1897, e i nuclei di Torricella, Santa Chiara e Badia. I corredi maschili comprendono armi, come la panoplia con spada, kardiophylax e dischi in ferro della tomba U 1 delle Ripaie, della fine dell'VIII secolo a.C.

Un quadro diretto dell'abitato è venuto dallo scavo di piazzetta dei Fornelli, condotto in regime di archeologia preventiva fra il 2007 e il 2010 su un pianoro alle estreme propaggini occidentali del colle, a 523 m s.l.m., poco a nord del sito su cui sorgerà la Porta all'Arco. La prima sistemazione dell'area, ancora nell'età del Bronzo, comportò il pareggiamento dei dislivelli con un acciottolato drenante, il riempimento con pietrame del ripido pendio sud-occidentale e la delimitazione con argini in pietra e palificate dell'ampio fossato centrale destinato a smaltire le acque; dalla tarda età del Bronzo vi si sviluppa un piccolo nucleo insediativo articolato sui due lati del fossato, con capanne e forni per la cottura della ceramica. Di due capanne ovali si conservano le tracce: la struttura alfa, con portichetto d'ingresso rettangolare aperto a est, misurava ricostruita circa 7 × 4,20 metri, mentre la struttura beta, priva di portichetto e dotata di zoccolo in pietre, fu distrutta da un incendio, come attesta lo spesso strato di cenere, concotto, carbone e frammenti d'incannicciato che ne circonda i margini. Gli otto forni individuati, con camera di cottura circolare di circa 1,20 metri di diametro e praefurnium sempre rivolto a sud, sono stati identificati come destinati alla ceramica e non alla metallurgia per l'assoluta assenza di scorie di lavorazione dei metalli; gli scavatori osservano che la loro quantità potrebbe far pensare a un vero e proprio quartiere artigianale, ma invitano alla prudenza data l'epoca antica e l'esiguità dell'area indagata. Ai margini del nucleo abitato, in un'area esterna, era collocata un'unica sepoltura a inumazione entro fossa terragna: una giovane donna deposta sul fianco destro con le mani sotto il mento, con una collana di conchiglie e una placchetta d'osso traforata; l'analisi tafonomica ha escluso che si trattasse di una sepoltura occasionale, riconoscendo nella sistemazione delle braccia e dei piedi gesti di composizione rituale del cadavere. La precoce e ben strutturata frequentazione dell'area e la continuità di vita accertata fra Bronzo finale ed età del ferro confermano per gli scavatori l'analogia, già ipotizzata da Cateni e sostenuta da Bonamici sulla base dei materiali dell'acropoli, con il tipo di popolamento documentato per le grandi città etrusche.

Già in questa fase i corredi documentano scambi con altri centri etruschi: tre fiaschette di bronzo, due dalla Guerruccia e una da Poggio alle Croci, vengono dall'Etruria meridionale, da Tarquinia o da Veio, mentre un elmo bronzeo crestato che copriva un cinerario di Poggio alle Croci e alcuni morsi equini con montanti ornati da cavallini rimandano rispettivamente all'area tarquiniese o veiente e a Vetulonia; in senso inverso, le brocchette d'impasto con ansa a cornetti, prodotto tipico delle botteghe locali, sono state esportate o replicate a Vulci, Marsiliana d'Albegna, Vetulonia e Bologna. Secondo Giovannangelo Camporeale la proiezione del centro verso le valli del Cecina, dell'Era e dell'Elsa lascia ipotizzare fin da questa fase un interesse per i giacimenti metalliferi e per il sale, accanto a un'agricoltura praticata su larga scala: la città si connota dunque subito come agricola e mineraria, e non, come è stato talora sostenuto, esclusivamente agricola nei primi secoli.

Cinerario biconico dalla tomba Manetti, VIII secolo a.C., cultura villanoviana, necropoli di Badia, Museo etrusco Guarnacci

Anche i materiali dell'acropoli concorrono a documentare la pluralità delle direttrici di scambio nel momento in cui il centro primario si avvia ad assumere un ruolo egemone: alcuni frammenti ceramici del Bronzo finale trovano precisi riferimenti nei castellieri della Liguria di Levante e in ambiente veneto, mentre il repertorio dei bronzi dei ripostigli della Toscana nord-occidentale, come quello di Limone studiato da Cateni, evidenzia rapporti specifici con l'Italia settentrionale, sia occidentale sia orientale. Nel Villanoviano tardo alcuni frammenti trovano confronti esclusivamente in ambiente felsineo e romagnolo: fra questi una ciotola con largo orlo a tesa decorato da una fila di protuberanze a rilievo, forma altrimenti sconosciuta nella produzione ceramica dell'età del Ferro di ambiente tirrenico ma ricorrente nel cosiddetto Villanoviano IV romagnolo, con confronti a Verucchio, compresa la tomba del Trono, e a Imola: contesti che ne fissano la cronologia fra la fine dell'VIII e l'inizio del VII secolo a.C. e per la quale Bonamici propende comunque, sulla base delle caratteristiche tecniche, per una produzione locale. In senso opposto guarda invece un frammento di kyathos ornato a lamelle metalliche applicate, attribuito a produzione tarquiniese e dunque di importazione, che arricchisce il quadro dei contatti con l'Etruria meridionale costiera già documentato dalla tomba del Guerriero di Poggio alle Croci, un complesso di bronzi di produzione etrusca meridionale del Villanoviano evoluto.

Allo scorcio dell'VIII secolo a.C. una serie di località disposte a raggiera attorno al futuro centro urbano, a distanze fra i quindici e i venticinque chilometri (Cerreta di Casaglia, Sassa, Casale, Montescudaio, Pomarance, Lustignano, Laiatico, Cavallano di Casole, Poggibonsi, Certaldo, il distretto di Monteriggioni), risulta improvvisamente documentata nel giro di pochi decenni, essenzialmente attraverso le necropoli. Adriano Maggiani ha interpretato il fenomeno come una "colonizzazione interna" condotta da gruppi poco numerosi di rango guerriero, insediati in posizioni strategiche lungo i percorsi fra la costa, il medio Valdarno e l'Oltrappennino, e come il tentativo del centro villanoviano di superare tensioni demografiche interne assumendo una funzione di luogo centrale su un vasto territorio. I diversi nuclei ebbero esiti differenti: alcuni confluirono in comunità maggiori, altri si radicarono nel territorio, altri non superarono lo stadio di stanziamenti provvisori. Gilda Bartoloni inserisce i siti disposti a raggiera attorno a Volterra nel più generale fenomeno della nascita di agri gentilizi in Etruria fra la metà e la fine dell'VIII secolo a.C., osservando che il carattere aristocratico di questi insediamenti è segnalato da tombe maschili con panoplie pressoché complete, analoghe a quelle rinvenute attorno al centro primario, come la tomba di Badia, la tomba Manetti di Montebradoni e quella di Poggio alle Croci.

A una fase molto antica della storia cittadina si riferisce anche una tradizione letteraria tarda: un passo di Servio mette in relazione Volterra e Populonia, presentando quest'ultima come fondazione volterrana o come colonia dei Corsi poi conquistata dai Volterrani.

Età orientalizzante

Bronzetti antropomorfi con offerenti maschili e femminili, 650 a.C. circa

La lettura del VII secolo a.C. volterrano è stata a lungo discussa. Sulla base dei dati funerari disponibili negli anni novanta, Adriano Maggiani aveva descritto una netta contrazione: la necropoli della Guerruccia cessa di essere utilizzata a partire dal terzo quarto del secolo, mentre alle Ripaie le rare sepolture successive alla seconda fase villanoviana si distinguono per corredi di rango, come la tomba Q 1, a piccola camera con pseudocupola, con un servizio di aryballoi etrusco-corinzi del tardo VII secolo a.C. Poiché al contrario il territorio conosceva fra Orientalizzante recente ed età arcaica una fase di prosperità, testimoniata dal moltiplicarsi delle tombe a camera con tumulo e da complessi come le oreficerie di Gesseri, la Volterra tardo-orientalizzante appariva a Maggiani come una "piccola rocca, scarsamente abitata, dominata da figure aristocratiche", con un rapporto forse allentato con il proprio territorio; lo studioso avvertiva però che il dato poteva essere fallace, poiché sepolture di età successiva potevano trovarsi nell'ampio pianoro non indagato che separa le tombe dell'età del ferro da quelle arcaiche e classiche. Per Camporeale nell'Orientalizzante non si sarebbero avute variazioni demografiche e topografiche, poiché si continuavano a usare le necropoli villanoviane delle Ripaie e della Guerruccia, mentre alle tombe a fossa e a dolio si aggiungevano quelle a camera con pseudocupola.

Gli scavi condotti a partire dagli anni duemila hanno modificato sostanzialmente il quadro. Fra lo scorcio dell'VIII e i decenni centrali del VII secolo a.C. l'occupazione dell'acrocoro resta massiccia: i ripiani sommitali continuano a essere intensamente abitati, l'area di piazzetta dei Fornelli mantiene la sua vocazione produttiva con un ampio repertorio di impasti, buccheri e ceramiche dipinte, sullo scoscendimento di via Lungo le mura è stata identificata una palificata lignea in uso nei decenni centrali del secolo, forse una forma embrionale di delimitazione di quel settore del colle, e lo stanziamento si estende a posizioni ancora più periferiche, come la porzione orientale della Fortezza medicea e il terrazzo delle Colombaie. Anche le necropoli si ridistribuiscono: mentre le sepolture delle Ripaie diminuiscono progressivamente, con sette deposizioni fra lo scorcio dell'VIII e il secondo quarto del VII secolo, si intensifica l'uso della Guerruccia, che nello stesso arco registra ventiquattro sepolture a cremazione e inumazione, concentrate fittamente in una fascia ristretta di terreno prospiciente le Balze, forse per motivi di appartenenza familiare; si attivano inoltre nuove aree in settori prima non occupati, al Portone e nella zona di Santa Chiara.

È nella seconda metà del VII secolo a.C. che il complesso insediativo va incontro a mutamenti sostanziali, che Lisa Rosselli descrive non come uno spopolamento ma come una riorganizzazione: l'abitato si raccoglie via via sui ripiani più alti, dove in qualche caso assume forme di occupazione specializzata, mentre certe zone periferiche, abitate fino alla prima metà del secolo, passano a funzioni che non sono più residenziali. Il terrazzo delle Colombaie è destinato ad accogliere strutture sepolcrali a tumulo; a San Felice i materiali da abitato scompaiono e al loro posto si insedia uno spazio sacro, verosimilmente per via della sorgente che vi sgorga accanto; e soprattutto, verso la metà del secolo, la sistemazione del terrazzo dell'acropoli porta alla fondazione del santuario, luogo di culto identitario di una comunità che aveva iniziato ad assumere i caratteri di una compagine urbana. Nel piano sottostante l'acropoli sono state individuate altre due aree abitative, nelle fondamenta di Palazzo Vigilanti e del Museo Guarnacci, mentre all'Ortino sorge dal tardo VII secolo un'abitazione ampia e di gran pregio, in cui si riconosce la sede di una famiglia di rango aristocratico; appaiono invece abbandonate o scarsamente frequentate aree come la Torricella. Il dato di Maggiani sull'abbandono della Guerruccia dopo il terzo quarto del secolo risulta confermato, mentre le aree sepolcrali in uso, numericamente esigue, presentano caratteri tipologici e strutturali decisamente nuovi.

A questo orizzonte appartengono la più antica iscrizione volterrana, quella di velthur tusnutina dalle Ripaie, con formula onomastica di tipo gentilizio, e, alle soglie dell'età arcaica, la stele di Avile Tite, immagine di guerriero che traduce gli ideali dell'aristocrazia locale.

Età arcaica

La stele di Avile Tite di prima età arcaica in un disegno di Bernard de Montfaucon, L'Antiquité expliquée et représentée en figures, IV, 1, tav. 12,4, 1722

Fra la fine del VII e il VI secolo a.C. l'insediamento torna a espandersi. Un recupero effettuato nel 1972 in Piazza dei Priori ha restituito un cospicuo lotto di ceramiche databili in prevalenza alla seconda metà del VI secolo a.C. (buccheri grigi, piattelli e brocche acrome della stessa fabbrica, importazioni attiche), che documenta un'area residenziale sul pianoro sottostante il Piano di Castello. Dallo scarico rinvenuto alle spalle della summa cavea del teatro romano proviene inoltre vasellame da mensa tardo-arcaico, fra cui ceramiche dipinte con decorazione a meandro e a spirale del repertorio della cosiddetta Pattern Class, di produzione con ogni probabilità locale: le stesse botteghe realizzeranno più tardi kylikes e crateri a figure rosse.

Il fatto nuovo che trasforma il paesaggio del colle è la costruzione della cinta muraria in opera poligonale, la "seconda cerchia" della tradizione topografica volterrana, che Maggiani data alla seconda metà del VI secolo a.C. sulla base del confronto con le mura di Roselle e che Marisa Bonamici colloca intorno alla metà del secolo. L'estensione e l'articolazione dei circuiti murari arcaici sono oggetto di un dibattito ancora aperto. La ricostruzione tradizionale, elaborata da Enrico Fiumi nel 1947 e ripresa ancora da Francesco Galluccio, prevedeva una "prima cerchia" limitata al terrazzo dell'acropoli, di età alto-arcaica, e una seconda cerchia più ampia. Bonamici ha invece negato che sussistano elementi probanti a favore dell'esistenza di una cerchia limitata all'acropoli, interpretando le relative strutture come opere di terrazzamento, e ha proposto un unico circuito arcaico più esteso, comprendente anche il terrazzo soprastante il sito del futuro teatro, dove è stato recuperato un complesso di terrecotte architettoniche tardo-arcaiche; il limite occidentale del tracciato resta dichiaratamente ipotetico.

Sull'acropoli, dove un muro di temenos risale già al secondo quarto del VII secolo a.C., viene edificato nell'ultimo quarto del VI secolo a.C. il più antico edificio sacro finora identificato, con un rivestimento di antefisse e lastre di tipologia laziale-campana che trovano confronti puntuali nei santuari di Satricum e di Minturno e nell'ambiente cumano e siceliota. Marisa Bonamici vi riconosce l'ingaggio di maestranze forestiere colte, giunte per via marittima e costiera in un momento in cui la costruzione del primo circuito murario aveva sancito la completa formazione urbana della città, e ha accostato il dato alla notizia di Dionigi di Alicarnasso sull'aiuto portato da Volterra, con altre città etrusche, ai Latini minacciati da Tarquinio Prisco. Alla metà del V secolo a.C. quel primo tempio viene disattivato e sostituito da un più ampio edificio tardo-arcaico, il cui selciato esterno è datato al 480 a.C.

Testa maschile di una statua cultuale di divinità, forse Aplu, in marmo apuano, detta testa Lorenzini, 480 a.C. circa, Museo archeologico di Firenze

Alla piena età tardo-arcaica appartiene la cosiddetta Testa Lorenzini, testa marmorea di dimensioni maggiori del naturale riemersa a Volterra e definita da Ranuccio Bianchi Bandinelli "la più greca delle sculture etrusche". Mauro Cristofani l'ha ricondotta a una scuola attiva nell'Etruria settentrionale nei decenni attorno al 480 a.C., documentata da una serie di bronzetti fra Volterra, Populonia e l'Appennino, e ha indicato nel tardo arcaismo greco-orientale, mediato dalle maestranze di Massalia, il principale interlocutore stilistico, in coerenza con i contatti commerciali attestati dai rinvenimenti numismatici. La stessa fase di concentrazione urbana giustifica per Cristofani la presenza in città di una scultura di tale impegno. Camporeale, che riferisce la testa a una statua probabilmente di divinità databile attorno al 480 a.C., ricorda fra i dati che provano le relazioni fra Volterra e la Grecia orientale un ripostiglio monetale rinvenuto presso le mura della città, comprendente, oltre a emissioni locali, monete di Focea e del tipo di Auriol con relative imitazioni, dalla seconda metà del VI a buona parte del V secolo a.C.

La produzione funeraria locale è dominata, fra il secondo quarto e la fine del VI secolo a.C., dalle grandi stele rettangolari, con i due angoli di sopra arrotondati, che recano scolpito a rilievo il defunto, riconoscibile per gli attributi del guerriero o del sacerdote e nominato da un'iscrizione; fra il VI e il V secolo a.C. botteghe locali di scalpellini producono inoltre cippi con coronamento a bulbo o a pigna su base quadrangolare ornata agli spigoli con teste di ariete, un tipo che si ritrova su un'area larghissima, da Chiusi fino a Vetulonia, Populonia, Pisa, Marzabotto e Bologna.

Le necropoli arcaiche si dispongono soprattutto sul lato nord-occidentale del colle, lungo la direttrice per la Valdera: ne fa parte la piccola tomba a camera di Casa Bruci, con lekythos attica a figure nere dell'ultimo decennio del VI secolo a.C. Un'urna cineraria in tufo dalla necropoli del Portone, oggi a Livorno, con caccia al cinghiale, monomachia e coppia di personaggi in vesti ioniche, è stata attribuita a una bottega locale di stile ionizzante e segnala il mutamento del repertorio funerario: accanto al tradizionale guerriero compare l'immagine del cittadino.

Età classica

Decorazione fittile da tempio, 475-450 a.C., prima età classica, Museo Etrusco Guarnacci

Nel V secolo a.C. si continua a seppellire nelle necropoli delle Ripaie e della Guerruccia e prosegue la produzione di bronzetti di offerenti, che rispetto agli esemplari del VII secolo mostrano le parti corporee articolate più precisamente e un più fedele adeguamento ai tipi greci del kouros e della kore. I vasi greci a figure nere e rosse sono presenti in numero decisamente limitato rispetto ai centri dell'Etruria meridionale costiera; talvolta i crateri attici sono usati come cinerari, secondo un uso che si riscontra anche a Pisa, a Genova e nella valle del Po.

Sull'acropoli la metà del secolo segna una cesura: il piccolo tempio tardo-arcaico costruito nell'ultimo quarto del VI secolo a.C. viene disattivato e sostituito, poco più a nord, da un nuovo edificio di dimensioni notevoli, destinato a divenire il luogo di culto principale della città e del suo comprensorio. Alla fine del secolo si data inoltre la messa in opera del cortile più antico del quartiere sud-occidentale, che Marisa Bonamici assume come termine per l'introduzione del culto demetriaco e collega al coinvolgimento del distretto nord-occidentale nella frequentazione siracusana, cominciata dopo che intorno alla metà del V secolo i Siracusani avevano preso con le armi le miniere dell'Elba.

Nel territorio, un santuario individuato in anni recenti a Peccioli, in vocabolo Ortaglia, ha restituito materiali databili fra la seconda metà del VI e la prima metà del IV secolo a.C.

Ellenismo: la grande città

Lo stesso argomento in dettaglio: Arte etrusca.
Frammento di kelebe a figure rosse con testa di menade capite velato e tirso, attribuito al Pittore di Esione, 330-300 a.C. circa, Museo etrusco Guarnacci

Fra la fine del IV e il III secolo a.C. Volterra raggiunge la sua massima estensione. Il colle viene circondato dalla grande cerchia muraria, lunga 7,2 chilometri, e racchiude circa 116 ettari, molto di più di quanto occuperanno la città medievale e quella moderna: entro il circuito rimanevano vaste aree destinate a orti, bosco e pascolo, oltre a numerose sorgenti.

Le officine ceramiche

Fabbrica di Malacena, cratere a vernice nera, 350-100 a.C. circa

La produzione ceramica locale è dominata in questa fase dalla cosiddetta fabbrica di Malacena, un vasellame a vernice nera di alta qualità che riproduce nei profili, nelle decorazioni a rilievo e nella resa "metallica" della superficie i prototipi in bronzo e in argento: crateri a calice e a volute con vasca baccellata e tralci di vite applicati, kantharoi con doppia ansa annodata, situle a campana con anse mobili, oinochoai, teglie, patere ombelicate. Accanto a essa è documentato un gruppo di una quarantina di vasi in ceramica argentata, proveniente dalle necropoli volterrane di Badia, Portone e Ripaie e da due centri della Val d'Elsa, Casole e Colle: le forme, la qualità dell'esecuzione e il tipo di argilla inducono Laura Maria Michetti a ritenerli di produzione locale, forse usciti dalle stesse officine attive nella vernice nera, e a interpretarli come una "variazione sul tema" rispetto alla più nota produzione volsiniese. La relativa scarsità dei vasi argentati nel comprensorio volterrano si spiegherebbe con il fatto che qui la fabbrica di Malacena, in quanto ceramica di imitazione metallica, soddisfaceva già la domanda di vasellame di lusso, funzione svolta a Volsinii dalla ceramica argentata.

Fra le forme di maggiore impegno figurano le patere ombelicate con quadrighe e l'apoteosi di Eracle, attribuite alla fabbrica di Malacena e dipendenti da prototipi metallici magnogreci degli inizi del IV secolo a.C.; esemplari volterrani sono stati esportati fino a Todi e ad Adria, mentre versioni in ceramica argentata, di fattura più corsiva e derivate da matrici semplificate, si concentrano nel territorio falisco e sono ricondotte in via ipotetica ad ambiente volsiniese. Questi contatti fra le botteghe volterrane e quelle volsiniesi, che riguardano anche altre produzioni, sono ricondotti da Michetti alla circolazione di modelli e di maestranze e alla comune ispirazione toreutica dell'artigianato etrusco di età ellenistica; la composizione dei corredi, con veri e propri servizi da banchetto, restituisce l'immagine di ceti elevati che nelle manifestazioni funerarie ripropongono un modello di vita aristocratico.

Le urne

Lo stesso argomento in dettaglio: Museo etrusco Guarnacci.
Urna cineraria in alabastro proveniente da Volterra, II secolo a.C., Museo etrusco Guarnacci. Ai lati di un santuario due giovani prigionieri, seduti con le mani legate, ricevono da una sacerdotessa il liquido versato sul capo con una phiale

La produzione di urne cinerarie, che costituisce il nucleo più cospicuo del Museo etrusco Guarnacci, comincia con esemplari in travertino, i più antichi dei quali risalgono al tardo IV secolo a.C., cui si affiancano in seguito quelli in alabastro. Nei tipi più antichi il coperchio ha forma di tetto displuviato e la cassa reca decorazioni geometriche o vegetali, dipinte o a rilievo; a partire dal III secolo a.C. il coperchio assume forma antropomorfa, con il defunto semisdraiato, e sulle casse compaiono scene tratte dalla tradizione funeraria e demonologica etrusca, dalla vita pubblica locale e dal repertorio mitologico greco.

Analisi condotte al microscopio Raman e al microscopio elettronico su un campione di urne dipinte hanno mostrato che la tavolozza era costituita essenzialmente da ocra rossa, blu egizio, nero di carbone e gesso; il blu egizio era impiegato anche per ottenere il verde, mentre non è attestata la terra verde nota dalla pittura parietale. La presenza di pigmenti a base di piombo e di terra di Siena su due urne, e quella costante di solfati di bario su tutti gli esemplari analizzati, sono invece da ricondurre a restauri moderni, in particolare al cosiddetto "metodo del bario" messo a punto a Firenze negli anni sessanta del Novecento. Le analisi isotopiche del carbonio e dell'ossigeno sui materiali lapidei hanno indicato per quattro delle urne esaminate una provenienza dalle cave di travertino di Pignano, sul margine orientale del bacino di Volterra, dove sono ancora leggibili le tracce dell'estrazione antica a canali laterali e cunei, e per altre due un'origine dall'area di Colle Val d'Elsa.

I bronzi

Ombra della Sera, dettaglio del profilo, 250-225 a.C. circa

Alle officine bronzistiche volterrane è attribuita una parte cospicua dei cosiddetti bronzetti allungati, immagini votive nelle quali il corpo è stirato fino a proporzioni innaturali, mentre testa, mani e piedi conservano una resa attenta. Il più celebre è l'Ombra della sera, conservata al Museo Guarnacci, alta 57,5 cm e alta quasi esattamente due piedi romani. Gabriele Cateni ne ha per primo pesato il bronzo, rilevando che il valore di 1322 g corrisponde a dieci volte l'asse della serie monetale volterrana del delfino; su questa base Adriano Maggiani ha proposto di datare la statuetta al terzo quarto del III secolo a.C., cioè al periodo di corso di quella emissione. Il confronto è stato esteso al bronzetto rinvenuto nella stipe di Torraccia di Chiusi presso San Gimignano, alto 64,6 cm e pesante circa 2200 g, valore che corrisponde a quindici assi delle serie volterrane più antiche e che colloca l'opera fra il primo e il secondo quarto del III secolo a.C., dunque prima dell'Ombra della sera.

Maggiani interpreta l'allungamento non come una scelta di ordine religioso o come espressione di un presunto gusto etnico, secondo le letture precedenti, ma come una soluzione di carattere pratico: stirando il corpo fino a ridurlo allo spessore di una lamina, l'artigiano otteneva con la stessa quantità di metallo una statuetta molto più alta, capace di emergere fra le altre offerte accumulate nei santuari, in analogia con quanto Plinio il Vecchio afferma a proposito delle statue innalzate su colonne a Roma. Alla stipe della fonte di Docciola appartiene la serie degli "acquaioli", figure maschili con hydria, di cui un esemplare presenta le proporzioni allungate.

Volterra e Roma: dal III secolo all'assedio sillano

Il sarcofago di Lucio Cornelio Scipione Barbato, console nel 298 a.C., cui Adriano Maggiani attribuisce la spedizione contro Volterra narrata da Livio; Roma, Musei Vaticani

Nel 298 a.C., fra la fine della seconda e l'inizio della terza guerra sannitica, Roma condusse una spedizione contro Volterra: secondo Tito Livio un esercito etrusco fu sconfitto presso la città, in uno scontro che Adriano Maggiani attribuisce a Lucio Cornelio Scipione Barbato. L'episodio non sembra aver avuto ripercussioni sulla vita e sull'attività produttiva della città, che tuttavia comincia da questo momento a gravitare nell'orbita romana. Il III secolo a.C. rappresenta anzi per l'Etruria settentrionale e quella interna una fase di prosperità: mentre nell'Etruria costiera meridionale si colgono segni di decadenza, a Chiusi, Perugia e Volterra si registra un considerevole incremento demografico e una produzione artigianale, in particolare di monumenti funerari scolpiti, mai raggiunta prima per quantità.

Nel 205 a.C. la città contribuì all'allestimento della flotta di Scipione fornendo frumento e interamenta navium, le ossature per le navi. Il dato, e soprattutto la fornitura delle ossature, tradisce un interesse per il mare che dai trenta chilometri di distanza non si sospetterebbe; vi concorrono i materiali di importazione restituiti da centri costieri e interni del territorio, come Castiglioncello e Belora (ceramica campana a vernice nera, anforoni greco-italici, ceramica iberica grigia e del tipo sombreros de copa), e l'esistenza di sbocchi marittimi in un porto-canale alla foce del Cecina e a Vada. Alla fine del IV secolo a.C. risale, secondo Erik Nielsen e Gregory Warden, la creazione di uno scalo volterrano stabile alla foce del Cecina, a nord di Vada; gli stessi autori osservano che, fra i centri interni, nella seconda metà del V secolo Volterra sembra avere partecipato alla fioritura che caratterizza l'area costiera durante il protettorato siracusano sul distretto di Populonia e dell'Elba. Proprio a questo contributo bellico Arnaldo Marcone collega la condizione di civitas foederata, di cui Volterra sembra aver goduto almeno dalla fine del III secolo a.C.

La fortuna della città prosegue nella prima parte del II secolo a.C., quando la fondazione delle colonie di Lucca (180 a.C.) e Luni (177 a.C.) protegge i Volterrani dalle incursioni liguri; è in questa fase che emergono le famiglie destinate a entrare in età imperiale nel senato romano, i Ceicna-Caecina, i Velusna-Volasenna e gli Armni-Arminii. Per la sua posizione settentrionale Volterra fu, secondo Paolo Liverani, la città etrusca che più gradualmente subì l'impatto della romanizzazione, sia in senso politico sia culturale: nella cultura materiale non si notano cesure che si possano mettere in diretta connessione con la conquista romana. In termini analoghi si esprime Marcone, per il quale la presenza di un centro urbano importante come Volterra non sembra aver costituito un fattore di romanizzazione drastica, almeno nelle campagne circostanti, dove è probabile che i tradizionali rapporti sociali etruschi abbiano continuato a valere.

Durante la guerra sociale l'Etruria settentrionale rimase in prevalenza neutrale e la città ottenne la cittadinanza romana con la lex Iulia del 90 a.C.; subito dopo, però, Volterra si schierò con Mario, come molte altre città della regione. Ne seguì un durissimo assedio, condotto personalmente da Silla e protrattosi secondo la cronologia corrente dall'82 all'80 a.C. Al di là dei danni immediati, il dittatore volle punire la città con una diminuzione dei diritti civili, come aveva fatto per Arezzo, e con confische territoriali, che dichiararono l'ager volterrano ager publicus. Nessuno dei due provvedimenti ebbe però effetti duraturi: il primo non fu di fatto applicato e i territori confiscati furono verosimilmente distribuiti solo in piccola parte. Anche il riscontro archeologico è misurato: secondo gli scavatori dell'acropoli lo scontro fra mariani e sillani non sembra avere sconvolto l'assetto del santuario, benché il tempietto di Demetra smetta di funzionare nei primi decenni del I secolo a.C. e nello stesso torno di tempo venga abbandonato il piccolo edificio interpretato come torretta: entrambe le cose potrebbero dipendere dal dissesto prodotto dallo scontro.

A favore dei Volterrani si adoperò Cicerone, che come console nel 63 a.C. si vantò di avere impedito l'alienazione delle terre confiscate e la rovina dei proprietari che le detenevano, opponendosi alle leggi agrarie proposte dal tribuno Servilio Rullo; nel patrocinare la causa dei Volterrani egli faceva riferimento alla stabilità plurisecolare delle loro forme di proprietà. Il tentativo di Cesare di insediare i propri veterani, con una nuova distribuzione di terre volterrane nel 45 a.C., non sembra avere avuto conseguenze drammatiche per il territorio della città.

Queste acquisizioni hanno modificato la lettura tradizionale, che faceva dell'assedio sillano l'inizio di una decadenza inesorabile. In uno studio del 1998 dedicato al municipium volterrano Nicola Terrenato ha valorizzato la continuità delle élite locali: a suo avviso i dati archeologici allora nuovi mostrano che le condizioni sociali ed economiche delle campagne di Volaterrae cambiarono con estrema lentezza e che, quando cambiarono, lo fecero mettendo insieme alla spicciolata elementi culturali nuovi e tradizionali, e non come reazione in blocco a mutamenti improvvisi di scala italica. In questa prospettiva è stata letta anche la ceramica a vernice nera di Volterra, confrontata con quella di Capena per mostrare come l'apparente omogeneità dell'Italia romana presupponga risposte differenti al processo di romanizzazione ai livelli elitari e non elitari della società italica. È probabile che nella città l'aristocrazia abbia svolto un ruolo di mediazione con il potere romano: in questo senso il ruolo dei Cecina alla testa della società volterrana è stato assunto come emblematico di quello delle aristocrazie indigene nel guidare le proprie comunità in fasi di trasformazione delicata.

Il municipio romano

Lo stesso argomento in dettaglio: Gens Cecina.
La urna degli sposi, I secolo a.C., Museo etrusco Guarnacci

Dopo la guerra sociale Volterra divenne municipio e fu ascritta alla tribù Sabatina. Il momento in cui la città acquisì lo statuto coloniale è discusso. Il dato nuovo è un'epigrafe recuperata nel 1989 nella chiesa di Montecatini Val di Cecina, che attribuisce alla città il titolo di colonia: vi si legge Colonia [?-?] Aug Vol. Secondo Liverani essa permette di confermare la notizia del Liber coloniarum, secondo il quale lo statuto fu acquisito durante il secondo triumvirato, mentre Augusto avrebbe concesso il titolo onorifico di Colonia Augusta, senza che si sappia se con l'immissione di nuovi coloni. Marcone ritiene invece che il momento non sia fissabile con certezza e avanza la possibilità che lo statuto di colonia Iulia risalga già a Cesare nel 45 a.C., osservando in ogni caso che si trattò di una colonizzazione dalle caratteristiche né traumatiche né punitive, ben diversa da quella sillana. La datazione all'età triumvirale, o al più tardi augustea, è accolta anche nello studio delle epigrafi tardoantiche e medievali della città. Su quella stessa epigrafe Riccardo Chellini aveva fondato l'ipotesi di una deduzione coloniale, osservando che essa porta a rivalutare la testimonianza del Liber coloniarum, unanimemente respinta sulla scorta di una suggestione di Mommsen.

L'età augustea e giulio-claudia mostra un notevole dinamismo nella qualificazione urbana. Il monumento più cospicuo è il complesso teatrale di Vallebuona, edificato a spese di due consolari della gens Caecina, volterrani di origine ma ormai romani d'elezione, fra la tarda età augustea e la prima età tiberiana. Il ruolo della famiglia è documentato da un dossier epigrafico proveniente dall'area del teatro: la lastra di marmo in cui i due fratelli dedicano l'edificio scenico, due tegole bollate che nominano anch'esse membri dei Caecina, e le iscrizioni venute in luce nell'area della proedria. Dalla decorazione scultorea del teatro provengono alcuni ritratti giulio-claudi: un ritratto in scala ridotta del giovane Ottaviano e busti di Augusto e Tiberio, oltre a una testa di Livia il cui nodus sulla fronte fu asportato, probabilmente per adeguare l'acconciatura alla moda tiberiana.

Agli stessi decenni risalgono altri interventi: sull'acropoli si costruisce la grande cisterna da cui dipendeva l'approvvigionamento di tutta la parte orientale della città, e si sistema la piazza davanti ai due templi ellenistici, mentre in età claudia si aggiunge una porticus retrostante la scena del teatro, che comporta interri e terrazzamenti poderosi. Nel periodo precedente erano stati rinnovati il tempio situato al di sopra del teatro, nell'area di piazza Pescheria, e i due dell'acropoli; alla stessa fase risalgono le sostruzioni di Vallebuona, individuate sotto il teatro romano e connesse con impianti idraulici e probabilmente con il culto delle fonti.

Nel territorio le tracce della penetrazione di elementi romani o comunque allogeni si concentrano lungo la costa e nella zona interna pianeggiante di Empoli, dove sembra identificabile una centuriazione, e dove si addensano anche un nuovo tipo di stele funerarie, estraneo alla tradizione locale, e un certo numero di ville; nella parte centrale del territorio, nonostante una moderata diminuzione dei siti, sembrano invece reggere il piccolo insediamento rurale e, con esso, il modo tradizionale di possedere e di lavorare la terra. Nell'epigrafia di età imperiale gentilizi etruschi e allogeni si equilibrano: secondo Liverani furono le clientele intrecciate con Roma, e in primo luogo quelle dei Caecina, ad attutire fra tarda repubblica e primo impero il colpo dei provvedimenti sillani e a governare quelli di Cesare e di Augusto in modo che l'assetto sociale della città ne uscisse meno scosso, con la sua tradizione socio-economica in buona parte intatta. Molti volterrani di illustre lignaggio, come i Caecina e i Persii, emigrarono nel frattempo a Roma, entrando nella vita politica e culturale dell'Urbe e seguendo da lì le sorti della loro città.

La continuità delle tradizioni locali è d'altra parte uno dei tratti distintivi della Volterra romana: secondo Marjatta Nielsen la città conservò le consuetudini funerarie etrusche fino all'età augustea e oltre, nonostante si fosse schierata sistematicamente con il perdente in ogni lotta politica romana del I secolo a.C.

Tarda antichità

Lo stesso argomento in dettaglio: Volterra, Diocesi di Volterra, Tuscia et Umbria e Longobardi.
Resti delle terme di Vallebuona
L'area di Badia sul ciglio delle Balze, dove il cimitero di Badia-Montebradoni, ultimo sviluppo delle necropoli etrusche, resta in uso fino all'alto Medioevo

Le fonti scritte sulla Volterra tardoimperiale e bizantina restituiscono un quadro di continuità: la città, divenuta municipio con la guerra sociale e poi colonia in età triumvirale o al più tardi augustea, mantenne tale statuto nel tardo impero, e per lo storico giustinianeo Agathias era ancora una pólis alla metà del VI secolo. La città conservò il proprio ruolo di centro dell'amministrazione ecclesiastica e civile: vi risiedevano un vescovo almeno dalla seconda metà del V secolo, publici iudices, cioè governatori civili bizantini, al tempo di Pelagio I, e infine, dopo la conquista longobarda, un gastaldo.

È l'analisi archeologica a far emergere la crisi economica e sociale, secondo un processo che Massimiliano Munzi, Giuliana Ricci e Mirella Serlorenzi hanno articolato in due tappe distinte. Il periodo che va dalla seconda metà del III al IV secolo è caratterizzato da una vitalità edilizia almeno su scala monumentale: fra la metà del III e l'inizio del IV secolo si collocano la costruzione o il restauro dei due impianti termali, probabilmente entrambi pubblici, di San Felice e di Vallebuona, che sostituiscono le antiche infrastrutture pubbliche e insieme ne rappresentano l'estrema prosecuzione.

Un saggio condotto fra il 2013 e il 2014 a nord del calidario delle terme di Vallebuona ha precisato la sequenza di questo settore: allo smantellamento di una tettoia segue la deposizione, in una delle buche di palo, di un gruzzolo di una ventina di nominali bronzei attribuibili a Valentiniano I, che fornisce un terminus post quem del 364 d.C. e denuncia, se interpretato come tesaurizzazione, una fase di abbandono almeno per questo settore. Valeria d'Aquino ne ricava una scansione molto serrata di ampliamenti, riconversioni e contrazioni degli spazi, alternati in un arco di tre o quattro decenni e con epilogo in epoca teodosiana, e conclude che nel corso del IV secolo a Vallebuona si colgono segnali sempre più nitidi di una particolare vitalità, attestata da investimenti sull'edilizia monumentale, che si inseriscono però in un quadro complessivo disomogeneo e non di rado contraddittorio, caratterizzato da una generale tendenza alla frammentazione del tessuto urbano.

Il secondo periodo, fra V e VI secolo, è quello della crisi della città antica e della sua trasformazione in abitato altomedievale, segnato dal crollo delle infrastrutture pubbliche monumentali create fra III e IV secolo, che una volta abbandonate non saranno più sostituite fino all'età comunale. Il degrado e la cessata manutenzione del tessuto urbano sono testimoniati dall'ingresso entro le mura di sepolture sparse e dalla deposizione di consistenti stratificazioni di terra nera: l'insediamento si era ormai ritratto, disponendosi probabilmente non in maniera uniforme ma a macchia di leopardo. Alle aree urbane ancora abitate facevano riscontro sepolture sparse intramuranee e aree sepolcrali extraurbane, ultimo sviluppo delle antiche necropoli etrusche: la frequentazione fino all'altomedioevo è nota in particolare per il cimitero delle Ripaie, dove sono state rinvenute diverse tombe a cassa, una delle quali con corredo longobardo, e per quello di Badia-Montebradoni. Anche il pianoro delle Colombaie, sede dei tumuli orientalizzanti, tornò a ospitare sepolture: almeno sette inumazioni in fossa terragna di individui adulti e subadulti, prive di corredo, e tre piccole sepolture di infanti ricavate nelle calotte disfatte dei tumuli, che le datazioni al radiocarbonio collocano fra l'età imperiale avanzata e il periodo tardoantico.

L'esistenza fin dal IV-V secolo di un'area sepolcrale all'aperto nei dintorni della chiesa di San Giusto è deducibile dal dato epigrafico e dal racconto degli Acta dei santi Giusto e Clemente; le prime strutture di culto sarebbero state ricostruite in forme monumentali dal gastaldo Alchis alla fine del VII secolo, e l'antica necropoli pagana divenne così, senza cesure nella trasformazione, un luogo di culto cristiano. Alla crisi della città corrisponde una drastica contrazione della pratica epigrafica: per l'età tardoantica la documentazione volterrana si riduce a due iscrizioni sepolcrali cristiane, una delle quali attribuibile ad ambito locale solo con il beneficio del dubbio, mentre nel territorio si registra una sola epigrafe tardoantica, un'iscrizione funeraria del IV secolo rinvenuta presso Cecina.

Alla prima metà del V secolo risale la menzione dello scalo di Vada nel De reditu suo di Rutilio Namaziano.

Urbanistica e monumenti

Porta Diana a nord, verso la Valdera e il Valdarno

Il sito e la topografia urbana

La città antica sorgeva sullo stesso colle della città attuale. Il punto più elevato, il piano di Castello, era occupato dall'acropoli; l'abitato si estendeva sul piano di Castello e sulla zona dell'attuale centro cittadino, e dal IV secolo a.C. l'area urbana crebbe di molto, prendendosi a nord il piano della Guerruccia, che fra l'VIII e il V secolo era servito da sepolcreto.

Il colle è composto in superficie da strati arenacei, e molte strutture antiche sono oggi scomparse a causa di un franamento tuttora in corso, il fenomeno che ha aperto l'impressionante voragine delle Balze.

Le mura e le porte

Lo stesso argomento in dettaglio: Mura di Volterra, Porta all'Arco (Volterra) e Porta Diana.
Porta all'Arco a sud, verso la Val di Cecina

Volterra conserva i resti di due circuiti murari etruschi. Il più antico, di età arcaica, è documentato da tratti discontinui: il muro inglobato nell'ex ospedale di Santa Maria Maddalena, lungo 35,70 m, la muraglia emersa nel 2002 sotto il bastione della Rocca Vecchia, per la quale un asse romano del 209-208 a.C. data l'obliterazione, e un breve tratto in opera quadrata sotto via Gramsci. La tecnica costruttiva, confrontata da Marisa Bonamici con quella delle cinte di Roselle, Populonia e Vetulonia, appartiene alla tradizione poligonale del distretto nord-occidentale.

La grande cerchia, definita tardo-classica negli studi sul restauro e tradizionalmente datata al IV secolo a.C. dalla manualistica, si sviluppava per oltre sette chilometri e racchiudeva circa 116 ettari, inglobando ampie aree a orti e bosco e numerose sorgenti; ne sopravvive oggi poco più di un quinto del percorso.

Lungo il circuito si aprivano almeno tre porte principali, da cui si dipartivano le direttrici viarie: la Porta all'Arco a sud, verso la Val di Cecina, l'area delle saline e le Colline Metallifere; la Porta Diana o Portone a nord, verso la Valdera e il Valdarno; la Porta Solis a sud-est, verso la Valdelsa, i cui resti, inglobati nella Fortezza medicea, sono stati riportati alla luce nel 1994. Le tre teste fortemente corrose murate all'esterno della porta, antiche e reimpiegate nella fabbrica, sono generalmente interpretate come divinità protettrici; contrariamente a quanto si ripete dal XVIII secolo non sono di arenaria, ma di selagite, una rara roccia vulcanica proveniente da Montecatini Val di Cecina.

L'acropoli e il santuario

Lo stesso argomento in dettaglio: Acropoli di Volterra.
Il parco archeologico Enrico Fiumi

Il punto più elevato del colle, il Piano di Castello, oggi in gran parte occupato dalla Fortezza medicea, ospitava l'acropoli, sede di un santuario frequentato con continuità dal VII secolo a.C. alla prima età imperiale. La posizione favorì un insediamento precoce, riferibile già all'Eneolitico finale, e una frequentazione di oltre quattro millenni quasi senza soluzione di continuità. Il muro di temenos che delimita l'area sacra dal secondo quarto del VII secolo a.C. è quanto di più antico l'Etruria settentrionale conservi in fatto di architettura destinata al sacro, e fissò un orientamento che tutti gli edifici sacri successivi avrebbero rispettato. Al più antico edificio sacro identificato, dell'ultimo quarto del VI secolo a.C., appartengono antefisse di derivazione campana e lastre di ambiente cumano e siceliota, che documentano l'ingaggio di maestranze forestiere colte attratte per via marittima; le terrecotte del tempio tardo-arcaico che gli succedette sono invece opera di maestranze dell'Etruria meridionale.

Nella seconda metà del III secolo a.C. prende avvio un imponente progetto di ristrutturazione, con un nuovo temenos, il tempio B, tuscanico, di 37 × 21,7 metri, una sequenza di cortili all'aperto e, verso la metà del II secolo a.C., il tempio A: la scelta del modello tuscanico, ormai desueto, è letta dagli scavatori come frutto di un conservatorismo ideologico e religioso manifesto, in un momento in cui Volterra è entrata stabilmente nell'orbita romana. Quanto ai culti, la personalità divina più antica è una figura maschile ricostruita dagli appellativi papa e apa, che Marisa Bonamici identifica con il Dis Pater della religione latina sulla base di un passo di Servio Danielino il quale, richiamando Aulo Cecina, narra come Tarconte avesse fondato un oppidum dedicandolo a quel dio; il quartiere sud-occidentale è invece interpretato come complesso demetriaco. La ricostruzione delle divinità titolari è dichiarata dagli stessi scavatori ancora incompleta.

Il teatro e le terme di Vallebuona

Lo stesso argomento in dettaglio: Teatro romano di Volterra.
Il teatro romano di Volterra

Il complesso teatrale sorge nella vallecola di Vallebuona, sul versante settentrionale del colle, immediatamente all'esterno della cinta muraria etrusca e nell'area suburbana che le fonti medievali chiamano Foro. Fu edificato a spese di due consolari della gens Caecina fra la tarda età augustea e la prima età tiberiana. La cavea si appoggia al pendio, con le estremità laterali sulla roccia vergine; la summa cavea corrispondeva all'incirca al tracciato del muro medievale e l'accesso avveniva dalla parte superiore dell'edificio.

L'identificazione dell'edificio è stata a lungo incerta, e la tradizione erudita oscillava fra teatro e anfiteatro; solo dopo gli sterri fortuiti del 1941 Enrico Fiumi poté ricostruire il tracciato semicircolare della cavea e ritenne che gli elementi disponibili facessero seriamente propendere per il teatro, pur rimettendo la determinazione definitiva al proseguimento degli scavi. Nel corso del II secolo d.C. l'edificio sembra avere subito adattamenti per lo svolgimento di munera gladiatori. Fra la fine del III e l'inizio del IV secolo d.C. all'interno della porticus post scaenam, aggiunta in età claudia, viene ricavato un impianto termale.

Al di sotto del teatro sono state individuate sostruzioni di età ellenistica, connesse con impianti idraulici e probabilmente con il culto delle fonti, mentre nell'area soprastante sorgeva un tempio rinnovato nel II secolo a.C. L'interro della summa cavea ha restituito una notevole quantità di materiali etruschi, dal Bronzo finale all'età tardo-arcaica, che costituiscono una delle principali fonti per la cultura materiale della città.

L'anfiteatro

Lo stesso argomento in dettaglio: Anfiteatro romano di Volterra.

L'esistenza di un anfiteatro a Volterra non è ricordata da alcuna fonte antica, medievale, rinascimentale o moderna: le menzioni erudite di un anfiteatro si riferiscono in realtà al teatro di Vallebuona, rimasto in parte visibile fino al XVIII secolo. L'edificio è stato individuato l'8 luglio 2015, durante i lavori di ripristino dell'argine del botro di Pinzano e Docciola, quando è emerso un allineamento murario curvilineo in blocchi regolari di panchina. Le indagini geofisiche e le campagne di scavo del 2015 e del 2016 hanno permesso di riconoscere una cavea di tre ordini, separati da poderosi muri concentrici identificati con le praecinctiones, e di stimare le dimensioni complessive in circa 82 × 64 metri. La scoperta impone di ripensare il ruolo della Volterra imperiale, che l'assenza di fonti aveva fatto immaginare in declino dopo l'età augustea.

Le fonti e le opere idrauliche

La disponibilità di sorgenti fu uno dei criteri che guidarono il tracciato della grande cerchia, che ne inglobò il maggior numero possibile. Presso la fonte di San Felice, sul margine meridionale del pianoro, sono stati recuperati nel 1980 materiali villanoviani e un bronzetto arcaico del tipo swordsman; la lacuna di frequentazione relativa al V e IV secolo a.C. ha suggerito a Bonamici che il sito si trovasse all'esterno della cinta arcaica e vi fosse incluso solo con la costruzione del circuito più recente. Alla stipe della fonte di Docciola appartiene invece la serie dei bronzetti di "acquaioli", figure maschili con hydria, espressione probabile di una corporazione.

In età romana il settore orientale della città era rifornito dalla monumentale cisterna dell'acropoli. Gli impianti termali noti erano almeno tre: le terme dell'Ortino, che sorgevano di fronte al teatro, dove condusse scavi nel 1761 Mario Guarnacci; le cosiddette terme Guarnacciane, sul versante opposto, poco lontano dalla fonte di San Felice, già manomesse in antico e indagate da Annibale Cinci nel 1874 e nel 1884; e un terzo impianto, ipotizzato nell'area dell'odierna piazza degli Avelli sulla base di tubature e frammenti di colonne rinvenuti nel 1903. Un Balneum, già definito antico in un documento del 9 giugno 1219, sorgeva infine nella valle di Pinzano, dove poco fuori delle mura etrusche scaturisce ancora un'acqua di natura sulfurea; Fiumi lo assegna all'età etrusco-romana o romana, ma ne dichiara incerta l'ubicazione precisa.

Le necropoli

Lo stesso argomento in dettaglio: Necropoli di Volterra.
Urna funeraria in calcare dalla necropoli del Portone, Volterra, 520-500 a.C. circa, con rappresentata la caccia al cinghiale, Museo della città, Livorno

Le grandi aree necropolari volterrane sono quattro: Portone, Badia-Guerruccia, Le Ripaie e Ulimeto-Poggio alle Croci, cui si aggiungono numerosi nuclei isolati. Nel loro complesso esse si dispongono su due lati opposti del colle, a nord-ovest e a sud-est, secondo il modello comune all'Etruria villanoviana.

L'elaborazione in ambiente GIS dell'intero corpus dei dati ha permesso di seguire il paesaggio funerario nella diacronia. Agli esordi dell'età del ferro le sepolture sono esigue e concentrate alle Ripaie, con rito esclusivamente incineratorio; nel Villanoviano II l'intero pianoro risulta occupato, sotto il controllo di gruppi in ascesa che ne segnano i margini con sepolture a cremazione isolate e ricchissime: a nord-ovest la tomba Manetti e quella di Badia, a est la tomba del Guerriero di Poggio alle Croci, a sud quella dell'Ortino. Nell'avanzata seconda metà del VII secolo a.C. si introducono le tombe a camera, che evolvono rapidamente fino alle tombe a tumulo: un fenomeno che per Lisa Rosselli evidenzia la definitiva affermazione delle élite familiari come elemento fondante del corpo sociale. Alla stessa fase appartiene la necropoli a tumuli delle Colombaie, i cui caratteri strutturali trovano riscontri precisi nei tipi elaborati in ambiente populoniese e vetuloniese: a Volterra trovano dunque applicazione modelli architettonici attestati nei centri costieri.

Il numero delle strutture tombali di età ellenistica è il più consistente e costituisce per Rosselli un chiaro indizio del periodo di forte rigoglio economico, demografico ed edilizio della città: le necropoli individuano ora aree ben circoscritte sui pendii periferici, e gli ipogei più articolati, verosimilmente appartenenti alle gentes più facoltose, occupano i terrazzi pianeggianti sulla sommità dei crinali, suggerendo un'organizzazione spaziale pianificata. Il rito più diffuso è l'incinerazione, con contenitori che possono essere un'urnetta di tufo, di alabastro o di terracotta, un'olla oppure un cratere a colonnette; di rado vi si incideva il nome del defunto. Alcuni complessi gentilizi sono noti da scoperte antiche: le due tombe della gens Ceicna, individuate al Portone nel 1739 e nel 1785, e la tomba Inghirami di Ulimeto, scoperta nel 1861 e appartenuta alla famiglia Ati, ricostruita fra il 1899 e il 1902 nel giardino del Museo Archeologico di Firenze.

La zecca

Lo stesso argomento in dettaglio: Monetazione di Volaterrae.
Dupondio in aes grave della serie della clava: al dritto il busto bifronte di Culsans con petaso, al rovescio la leggenda retrograda velathri attorno alla clava, fiancheggiata dai segni I-I che ne indicano il valore di due assi

Volterra è, con Tarquinia, l'unica città etrusca le cui serie di aes grave siano attribuibili con certezza, grazie alla presenza della leggenda. La zecca non produsse mai moneta coniata, ma solo moneta fusa in bronzo, colata in stampi multipli: una tecnica meno costosa della coniazione e obbligata per i grandi moduli richiesti dal basso valore del bronzo. Le serie sono tutte caratterizzate al dritto dal busto giovanile e bifronte di Culsans con petaso e torque al collo, e al rovescio dalla leggenda retrograda al genitivo velathri accompagnata dai segni di valore; Fiorenzo Catalli ne distingue tre, con nominali dal dupondio all'oncia, Magdi Nassar quattro.

La cronologia delle emissioni è discussa: i rinvenimenti ne documentano la circolazione per tutto il III secolo a.C., ma le proposte degli studiosi oscillano fra la prima guerra punica e gli inizi della seconda, e per Nassar la produzione fu breve, limitata a pochi anni fra i due conflitti. Quanto al piede ponderale, l'ipotesi di un aggancio diretto allo standard semilibrale romano appare oggi improbabile, poiché l'Etruria ebbe con ogni evidenza sistemi ponderali propri: sulla base dei pesi archeologici Adriano Maggiani ha ricostruito una "libbra leggera" etrusca di circa 286,5 g, di cui le due serie più antiche rappresenterebbero la metà.

La distribuzione dei rinvenimenti, quasi interamente concentrata nel territorio soggetto alla città, delinea l'area di influenza volterrana in età ellenistica meglio di quanto facciano gli altri manufatti locali, che circolarono assai più liberamente: attestazioni provengono dalla Val di Cecina e dalla valle del Cornia, dalla Val d'Elsa (Casole, Colle, Monteriggioni, San Gimignano, Bucciano) e dal Senese fino a Siena e Pari, mentre rare sono quelle a nord della città, dove il confine con l'area pisana resta di difficile definizione.

Società, cultura, religione

Lo stesso argomento in dettaglio: Gens Cecina.

La comunità e il suo peso politico

Per l'età romana Valentina Limina ha proposto una stima, che dichiara essere un'estrema semplificazione: partendo da un centro urbano di estensione pari a circa la metà di quella di Pompei, e applicando il rapporto fra abitanti della città e delle campagne proposto da Luuk de Ligt, ipotizza una popolazione urbana di quattro o cinquemila individui e un ager Volaterranus fra i sedici e i ventimila, con una densità di otto o dieci abitanti per chilometro quadrato; osserva inoltre che tali numeri non si discostano molto dalle stime relative alla Volterra bassomedievale e moderna.

Iscritta alla tribù Sabatina, Volterra ne condivideva l'appartenenza con Saturnia, Visentium, Vulci, Heba, forse Cosa e, dal 49 a.C., con la lontana Mantova: poiché le tribù votavano ogni anno per l'elezione dei magistrati di Roma, la consistenza demografica della città le assicurava all'interno della tribù un peso politico rilevante. Un tratto istituzionale la distingue: al passaggio allo statuto coloniale l'organizzazione interna rimase invariata, e la città conservò il quattuorvirato municipale invece di adottare la magistratura dei duoviri, come avvenne in Italia anche ad Aquileia, Sora e Teanum Sidicinum.

Le gentes

La società volterrana di età ellenistica e romana è dominata da famiglie destinate a entrare nel senato romano in età imperiale: i Ceicna-Caecina, i Velusna-Volasenna e gli Armni-Arminii. Della prima si conoscono a Volterra il maggior numero di tombe, di urne e di iscrizioni, indizio per Gérard Capdeville che l'insediamento principale della gens fosse in questa città, benché le attestazioni più antiche provengano da Felsina, dove il gentilizio Kaikna compare su stele funerarie del terzo quarto del V secolo a.C. L'onomastica permette di riconoscere l'articolazione della famiglia in più rami, contraddistinti dall'aggiunta al gentilizio comune di un cognomen derivato verosimilmente da alleanze matrimoniali: i Ceicna Fetiu, i Ceicna Selcia, i Ceicna Caspu, i Ceicna Tlapuni. Quei matrimoni si concludevano nel circolo ristretto delle grandi famiglie cittadine, i cui nomi sono abbondantemente testimoniati dall'epigrafia e per alcune delle quali sono state rinvenute grandi tombe familiari. In età romana molti volterrani di illustre lignaggio, come i Caecina e i Persii, emigrarono a Roma seguendo da lì le sorti della loro città.

Un documento eccezionale per la vita associativa della città è la maggiore delle quattro lamine di piombo rinvenute nel dicembre 1755, che reca su due colonne i nomi di ventisei persone, fra cui tre volte quello dei Ceicna. Capdeville vi riconosce i membri di una confraternita funeraria, e ritiene questa lettura preferibile a quella che vede nel testo una tabella defixionis, poiché non vi compare alcuna formula di maledizione; l'interpretazione come defissione è tuttavia quella accolta negli studi più recenti.

Patroni e magistrature

Urnetta in alabastro con viaggio del magistrato in quadriga verso gli inferi, 100-80 a.C., Museo Etrusco Guarnacci

Dopo la guerra sociale le élite locali dovettero passare da una rete di rapporti fra pari alla dipendenza da patroni romani, e in questo passaggio i Cecina ebbero un ruolo di primo piano. Il patrono più illustre fu Cicerone, che intervenne a difesa delle terre volterrane nel 63 a.C. contro la rogatio di Servilio Rullo, di nuovo dopo la lex Iulia agraria del 59, e infine nel 46-45 con due lettere a Quinto Valerio Orca, incaricato delle distribuzioni cesariane, chiedendo per i Volterrani l'esenzione collettiva dalla confisca: agiva, osserva Limina, in nome dei vincoli di patronato che lo legavano alla comunità e dell'amicizia personale con alcuni esponenti dell'élite cittadina, fra cui i Cecina.

Il controllo della famiglia sulle magistrature locali è documentato in età tiberiana dal caso di Caio Pompilio Ceriale, cavaliere e tribuno della legio XXI Rapax, la stessa comandata da Aulo Cecina Severo: fra il 21 e il 23 d.C. ricoprì a Volterra la carica di praefectus iure dicundo, in sostituzione di Druso minore, figlio di Tiberio, al quale il senato locale aveva conferito a titolo onorario la massima magistratura cittadina. Fra il 250 e il 260 d.C. è attestato a Volterra un curator, commissario di nomina imperiale inviato su richiesta delle città in difficoltà finanziarie o amministrative.

La lingua e la scrittura

L'introduzione della scrittura a Volterra si colloca nel VII secolo a.C. e si sarebbe svolta, secondo la ricostruzione di Adriano Maggiani, in due fasi successive: la prima, rappresentata dal cippo delle Ripaie, fra il primo e il secondo quarto del secolo, segue un modello vulcente, mentre la seconda, più tarda e rappresentata dal kyathos di Monteriggioni, mostra un'impronta ceretana.

Le iscrizioni volterrane seguono la norma grafematica settentrionale e presentano alcuni tratti locali riconoscibili: fra questi la deaspirazione, per cui accanto alla forma classica larθ compare lart, fenomeno attestato intensivamente in area cortonese e chiusina a partire dal III secolo a.C. ma non privo di presenze nel distretto nord-occidentale già dalla prima metà del V. Fra i gentilizi volterrani, fulu documenta l'alternanza fra F e H caratteristica dell'onomastica etrusca: già Devoto ne accostava le forme volterrane, attestate sulla maggiore delle lamine di piombo, a quelle in hulu di Chiusi.

A Volterra la sostituzione dell'etrusco con il latino fu particolarmente tarda. Secondo le conclusioni di Jorma Kaimio e Marjatta Nielsen il latino comincia a comparire nelle iscrizioni dopo il 50 a.C., ma per molto tempo convive con l'etrusco, e l'ultima iscrizione etrusca è posteriore alla morte di Augusto; i membri dei Cecina passarono direttamente al latino, senza osservare una fase bilingue, adottando la forma Caecina con l'inserzione di una vocale d'anaptissi fra le due consonanti centrali. Nel santuario dell'acropoli, invece, iscrizioni in caratteri latini compaiono già nella prima metà del I secolo a.C.

La dottrina religiosa

Alla tradizione volterrana la letteratura antica riconduce l'opera perduta di Aulo Cecina, che raccolse il corpus dottrinale della religione etrusca, l'etrusca disciplina, appreso dalle tradizioni familiari: è questo il dato che fa di Volterra, nella mitistoria etrusca, una sede di elaborazione della dottrina religiosa nazionale, accanto a Tarquinia, patria di Tarconte.

Le urne e la cultura figurativa

Urna cineraria in alabastro con Ulisse e le sirene, 150-100 a.C. circa, Museo etrusco Guarnacci. Per Camporeale il ricorso al mito greco è più frequente sulle urne di alabastro, pietra pregiata e perciò destinata a committenti abbienti, che egli ritiene per questo anche più acculturati

In età ellenistica l'artigianato volterrano dà il meglio di sé nelle urne cinerarie. I più antichi, del IV secolo a.C., sono in tufo: il coperchio è a due spioventi e l'ornato non va oltre un riquadro a rilievo basso, con animali veri o mostruosi, oppure una fascia dipinta a motivi geometrici. Dal III al I secolo a.C. al tufo si affiancano la terracotta e soprattutto l'alabastro, cavato nei dintorni, e sul coperchio compare il defunto disteso. Sulle casse corre un rilievo alto, con miti greci o scene di commiato. I miti vengono dal ciclo troiano e da quello tebano, gli stessi di cui si occupava la tragedia latina arcaica, e più d'una scena lascia trasparire il teatro: c'è il palcoscenico, e le figure stanno inquadrate fra quinte fatte di colonne o di statue.

Camporeale osserva che i miti ritornano con maggiore frequenza sulle urne di alabastro, verosimilmente destinate a persone abbienti in quanto realizzate in una pietra pregiata, mentre commiati e viaggi agli inferi ricorrono di più su quelle di tufo: ne conclude che la classe più ricca fosse anche più acculturata, e indica come segno lo stesso viaggio agli inferi in carpentum, un funerale di lusso, rappresentato su urne di alabastro. Il numero altissimo di urne recuperate ne fa comunque un prodotto di serie, alla portata del ceto medio e medio-alto.

Marjatta Nielsen ha osservato che Volterra è l'unico centro in cui la scultura funeraria etrusca adotta le acconciature della moda romana, dal nodus di Ottavia e Livia al neck-tail di età tiberiano-claudia, e che la tradizione etrusca vi si conserva fino all'età augustea e oltre, nonostante la città si fosse schierata sistematicamente con il perdente in ogni lotta politica romana del I secolo a.C.

Storia degli scavi e delle ricerche

Lo stesso argomento in dettaglio: Museo etrusco Guarnacci.
Dintorni di Volterra in un dipinto del 1838 di Jean-Baptiste Camille Corot
Interni del Museo etrusco Guarnacci
Interni del Museo etrusco Guarnacci
Interni del Museo etrusco Guarnacci

La formulazione canonica della valutazione di Volterra si legge nella voce della Realencyclopädie, dove Ragna Enking, sulla base delle necropoli allora note, affermava che la fioritura della città era cominciata tardi, che non vi era stato un periodo etrusco antico come a Vetulonia e a Populonia, e che i legami con Populonia erano stati esigui. Negli ultimi decenni quella valutazione è mutata profondamente: Marisa Bonamici ed Elena Sorge indicano nel XIX Convegno di Studi Etruschi del 1995 il momento del definitivo superamento dell'immagine di Volterra come centro fiorito tardivamente, la "città delle urne", e Bonamici riassume il mutamento come un capovolgimento della communis opinio: Volterra non è più il centro dell'interno che si affaccia tardi fra le metropoli etrusche, ma una città antichissima e fondatrice di città. A produrlo è stato l'infittirsi delle ricerche, dalla fine degli anni ottanta, sull'area urbana e periurbana e su alcuni siti del territorio.

Le antichità volterrane sono state note e reimpiegate senza soluzione di continuità: un'urna etrusca di tufo accolse le reliquie di san Clemente nel 1140, un'altra quelle di sant'Attinia nel XII secolo, mentre nel XV secolo in vocabolo Marmini fu costruita una casa rivestita all'esterno di urne di alabastro; allo stesso periodo risale l'esposizione pubblica, in via di Campo Marzio, di una statua di Marte e della Kourotrophos Maffei, un museo all'aperto, in un'epoca in cui l'arte stava chiusa nelle raccolte private. Il prestigio conferito dalle antichità spiega anche perché nel XVII secolo il volterrano Curzio Inghirami ne abbia inventate, soprattutto epigrafi etrusche e latine.

Il grande momento delle scoperte è il XVIII secolo, quando nei terreni di famiglie benestanti o di ordini religiosi, in vocabolo Portone e Ulimeto, si conducono scavi con il preciso scopo di raccogliere materiali, per lo più urnette, che in buona parte confluiscono nel museo cittadino, fondato nel 1732; un posto di primo piano spetta all'arciprete Mario Guarnacci, che lasciò in eredità al "Pubblico della città di Volterra" la propria raccolta archeologica e la propria biblioteca. Di fisionomia diversa era la raccolta dei monaci camaldolesi della Badia, costituita in prevalenza da ceramica e confluita al Guarnacci nel 1809: l'identificazione dei pezzi condotta da Clara Gambaro ne ha restituito la provenienza, con ogni probabilità la necropoli di Montebradoni. A quel secolo risalgono anche i due rinvenimenti maggiori: le lamine di piombo di San Girolamo, nel 1755, e le due tombe della gens Ceicna, nel 1739 e nel 1785.

L'entusiasmo antiquario ebbe risvolti negativi: perdita dei dati di contesto, dispersione dei reperti, circolazione di falsi, frantumazione di urnette per ricavarne brecciame per le strade, vendita di bronzi antichi ai fabbri. Per porvi rimedio, nel 1744 il magistrato di Volterra ottenne dal governo granducale un provvedimento che vietava di intraprendere scavi senza l'autorizzazione scritta di un'apposita deputazione comunale, imponeva di prendere memoria distinta delle antichità ritrovate e riservava al museo pubblico il diritto di prelazione; la deputazione fu abolita nel 1790 da Pietro Leopoldo.

Gli scavi proseguirono nell'Ottocento favorendo la formazione di collezioni private; gli unici che portarono nuovi reperti nel museo furono quelli di Annibale Cinci, bibliotecario e conservatore comunale. La scoperta nel 1883 di una tomba dell'età del ferro in vocabolo Badia aprì un nuovo orizzonte, precisato nell'ultimo decennio del secolo dai ritrovamenti di Gherardo Ghirardini a Monte Bradoni e alla Guerruccia. Nel 1901 Luigi Adriano Milani, direttore del Museo Archeologico di Firenze, condusse a Badia il primo scavo volterrano organizzato da un promotore non volterrano, nel quadro del progetto del Museo Topografico dell'Etruria: i risultati furono deludenti e i materiali, spediti a Firenze, non sono più stati rintracciati.

Nel Novecento le aree che hanno dato i risultati più importanti per la ricostruzione del quadro storico locale sono l'acropoli, l'area delle Ripaie e la zona di Vallebuona; il merito di diverse di queste scoperte spetta a Enrico Fiumi, per molti anni direttore del museo Guarnacci. Gli ultimi decenni hanno visto una serie di interventi legati all'archeologia urbana e al restauro: la riscoperta nel 1989 del muro arcaico inglobato nell'ex ospedale di Santa Maria Maddalena, già segnalato da Fiumi, lo scavo del 1994 alla Porta Solis, quelli del 2002-2003 al bastione della Rocca Vecchia e di via Gramsci, il restauro del tratto murario di Sant'Andrea, e infine, nel 2015, la scoperta dell'anfiteatro.

Il quadro archeogenetico

Lo stesso argomento in dettaglio: Ipotesi sull'origine degli Etruschi.

Volterra è compresa fra i dodici siti archeologici da cui proviene il transect genomico pubblicato nel 2021 da Cosimo Posth e collaboratori, che ha analizzato ottantadue individui dell'Italia centrale e meridionale in un arco di quasi due millenni, fra l'800 a.C. e il 1000 d.C. Il contributo volterrano si limita a un individuo, siglato VOL001, proveniente dalla necropoli di Badia, a est delle Balze, e precisamente da una tomba a camera di età ellenistica messa in luce nel 1981 durante una campagna della Soprintendenza Archeologica della Toscana diretta da Adriano Maggiani.

VOL001 è un individuo di sesso maschile. Porta l'aplogruppo mitocondriale H13a1a1 e, sul cromosoma Y, l'aplogruppo R1b1a1b1a1a2b1 definito dal marcatore L2 (R1b-L2 subclade di R1b-U152): è la linea che nello studio risulta la più diffusa fra gli individui dell'Italia centrale del I millennio a.C., e che viene ricondotta alla diffusione dell'ascendenza delle steppe nel corso dell'età del bronzo. Sul piano dell'ascendenza autosomica rientra nel gruppo principale del campione, quello denominato C.Italy_Etruscan.

La datazione radiocarbonica diretta lo colloca fra il 200 e il 60 a.C.

Note

Note esplicative

  1. ↑ L'altitudine è indicata in 552 m s.l.m. da Camporeale 2015, p. 413, che cita la descrizione straboniana del sito come colle alto, ripido sui lati e piatto in cima (Strab. V 2, 6), e in 550 m da Bonamici 2009, p. 239.
  2. ↑ Carlo De Simone ricostruisce l'antecedente etrusco della forma latina come *vel(a)θri̯a. Cfr. Massarelli 2012, p. 168 nota 75, che rinvia a C. De Simone, Kaiseri: in che forma il nome di Caere più antico?, in «AION Linguistica», 21, 1999, p. 214.
  3. ↑ Già Massimo Pallottino osservava che i problemi relativi alla toponomastica etrusca dell'Italia centrale e settentrionale erano "ancora ben lungi da poter offrire dati sistematici e conclusioni sicure", e che manca nei manuali di etruscologia un capitolo dedicato espressamente alla toponomastica, a differenza dell'antroponimia e dei teonimi (Pellegrini 1989, p. 1588). In termini più netti Helmut Rix: se studiosi diversi, applicando lo stesso metodo, attribuiscono il medesimo toponimo a sostrati differenti senza che nessuno di essi commetta un errore logico, allora è il metodo a essere sbagliato, e rintracciare una lingua ignota a partire dai nomi propri è impossibile (Massarelli 2012, p. 147 nota 8).
  4. ↑ Le tre denominazioni sono di Devoto. Mentre "Etruria padana" ed "Etruria campana" sono termini correnti dell'etruscologia, "Etruria pontina" non lo è, e l'etichetta presuppone l'attribuzione all'ambito etrusco proprio dei toponimi che il ragionamento intende ricondurvi. Cfr. Devoto 1941, pp. 174-175.
  5. ↑ L'accostamento fra Volterra, Velletri e Feltre è registrato senza presa di posizione da Pellegrini 1989, p. 1599; una spiegazione alternativa del passaggio a F-, come lettura alla latina del digamma etrusco originario, era stata avanzata da Silvio Ferri.
  6. ↑ Su questa base Massarelli ritiene da rivedere l'ipotesi che -na, nei toponimi etruschi, rappresenti sempre una formante derivazionale impiegata per costruire prediali, cioè nomi di luogo derivati dal nome di chi ne aveva posseduto i terreni: la formante ha in etrusco un valore generico di derivazione, applicabile a settori diversi del lessico. Cfr. Massarelli 2012, pp. 165-166.
  7. ↑ La ricostruzione dei confini risale a Enrico Fiumi, che li affrontò confrontando i tre perimetri sovrapposti della diocesi, del municipio romano e dello stato etrusco: Fiumi 1968, pp. 23-60. È il riferimento su cui si fondano tanto Camporeale 2015, p. 422 quanto Limina 2021, p. 6 nota 10.
  8. ↑ Il dato può essere confrontato con quello, assai minore, del basso medioevo: nel 1428-1429 il territorio di Volterra, formato dalla città, dalle ville del contado e dalle comunità della Val di Cecina, si estendeva per 836 chilometri quadrati con una densità di 8,6 abitanti per chilometro quadrato, ma dal computo mancavano l'intera Val d'Era, la Val d'Elsa e parte della Val di Cecina, che in età romana erano comprese nell'ager. Cfr. Limina 2021, p. 6 nota 10.
  9. ↑ Presso il santuario dell'acropoli alcune anfore puniche furono convertite, in virtù della loro forma tubolare, in dispositivi votivi per veicolare offerte liquide nel sottosuolo durante i riti dedicati a Demetra. Al fenomeno della mobilità delle persone rimanda anche il censimento delle monete rinvenute nel santuario, fra le quali sono stati riconosciuti esemplari delle zecche di Neapolis e di Populonia. Cfr. Bonamici, Rosselli, Taccola 2024, pp. 251-252.
  10. ↑ Alla lavorazione locale del minerale rimandano due evidenze di siti vicini: l'insediamento dell'Eneolitico tardo di Campiglia Marittima in località San Carlo, con resti di lavorazione metallurgica, e una panella di rame da Serrabottini presso Massa Marittima, riferibile ad attività fusoria in un contesto di Eneolitico-Bronzo antico. Cfr. Bonamici 2009, p. 229.
  11. ↑ Bonamici osserva che nella mitistoria etrusca Volterra e Tarquinia svolgono entrambe il ruolo di città antichissime e primigenie: l'una come città fondatrice di città, secondo la notizia serviana su Populonia, e come sede di elaborazione della dottrina religiosa nazionale, affidata all'opera perduta di Aulo Cecina; l'altra come patria di Tarconte. Cfr. Bonamici 2009, p. 238.
  12. ↑ Serv. ad Aen. X 172. La notizia, che presuppone la maggiore antichità e autorevolezza di Volterra rispetto al centro costiero, è stata accostata alle recenti acquisizioni archeologiche sulla precocità dell'insediamento volterrano, pur trattandosi di una fonte tarda e problematica: Cateni, Maggiani 1997, p. 54. Camporeale accosta questa tradizione a quella della partecipazione volterrana alla guerra dei Latini contro Tarquinio Prisco (Dion. Hal. III 51, 4), riferendole rispettivamente a vicende del IX e del VII secolo a.C. e osservando che, a prescindere dalla loro storicità, entrambe trovano una motivazione nell'importanza che il centro aveva a quel tempo: Camporeale 2015, pp. 416-417.
  13. ↑ La ricostruzione di Fiumi, che risale agli studiosi degli anni venti e trenta del Novecento, continua a essere riprodotta nella manualistica: la pianta della città pubblicata da Camporeale distingue ancora una "cerchia dell'Acropoli", una "seconda cerchia" e la "grande cerchia del IV sec. a.C.". Cfr. Camporeale 2015, p. 414; Bonamici 2008, p. 343 nota 3.
  14. ↑ Il ripostiglio, venuto alla luce nel 1868 presso la porta Penera, comprendeva sessantacinque monete d'argento di tre gruppi: pezzi focesi della metà del VI secolo a.C.; pezzi degli inizi del V che imitano Marsiglia e le sue colonie della Provenza; pezzi di conio locale della metà del V, con il pegaso o l'hippalektryon da un lato e la testa di Gorgone dall'altro. Cfr. Cateni, Bonamici, Rosselli 2012, p. 1030.
  15. ↑ La cifra non è unanime: per l'età etrusca Limina 2021, p. 6 indica un'area di circa 100 ettari, e ritiene che in età romana lo spazio urbano si sia contratto a 30-33 ettari, entro una cerchia più ristretta rispetto a quella muraria.
  16. ↑ Marcone data l'assedio al solo 80 a.C.: Marcone 2017, p. 679.
  17. ↑ Camporeale sintetizza l'esito osservando che la città "riesce a non perdere la cittadinanza romana", pur essendo il suo territorio dichiarato ager publicus: Camporeale 2015, p. 420.
  18. ↑ La nozione di cultural bricolage è elaborata dallo stesso autore in un secondo contributo dello stesso anno, dedicato alla romanizzazione dell'Italia nel suo complesso, al quale lo studio su Volterra rinvia in nota. L'immagine del bricolage vi opera su scale diverse: non solo le comunità, ma anche il corredo culturale dei singoli può risultare composto di parti disparate, alcune antiche e altre nuove, alcune locali e altre venute da fuori; ogni comunità si comporta a suo modo di fronte a ciascuna questione e produce ogni volta un bricolage differente, perché differente era la situazione pre-romana e variabile è l'impatto della cultura romana. Cfr. Terrenato 1998b, pp. 24-25. Arnaldo Marcone distingue i due lavori in bibliografia come 1998a e 1998b, ma in nota li cita indistintamente come "Terrenato 1998": cfr. Marcone 2017, pp. 679-681 e note 24, 29.
  19. ↑ Allo stesso orizzonte è stato riferito il testo noto come Profezia di Vegoia, solitamente datato all'età della guerra sociale, con i suoi riferimenti a miti cosmogonici connessi alle forme di gestione agraria e ai confini di proprietà: Marcone 2017, p. 679.
  20. ↑ L'analisi stratigrafica degli elevati, lo studio della decorazione marmorea e alcuni saggi di scavo nell'area della porticus post scaenam hanno permesso a Massimiliano Munzi di distinguere, fra l'età augustea e quella claudia, tre fasi edilizie corrispondenti ad altrettanti momenti dell'evergetismo dei Caecinae: alla tarda età augustea risalgono la cavea, la frontescena e gli ambienti annessi, che egli attribuisce con certezza a Severo; a una fase intermedia la basilica; all'età claudia la porticus e il completamento dell'arredo scultoreo della summa cavea. Cfr. Munzi 1994, pp. 394-395.
  21. ↑ La tavola iscritta rinvenuta nel teatro reca i nomi dei due evergeti come A. CAECINA A. F. S(everus) e C. CAECINA A. F.: sono dunque fratelli, entrambi figli di Aulo, e il prenome del secondo è Caio, come in Capdeville 1997, pp. 295-296, Limina 2021, pp. 19-20 e Camporeale 2015, p. 420, e non Aulo come in Nielsen 2013, p. 189. Cfr. Enking, Radke 1961, col. 735.
  22. ↑ I due evergeti sono i fratelli Aulo Cecina Severo e Caio Cecina Largo, entrambi figli di Aulo. La lastra marmorea che ornava la trabeazione del fronte scenico li nomina entrambi come consoli, cioè al culmine della carriera: nell'integrazione di Alberto Pizzigati il testo suona A(ulus) Caecina A(uli) f(ilius) Severus co(n)s(ul) e C(aius) Caecina A(uli) f(ilius) Lar[gus c]o(n)s(ul), ed è proprio da quella restituzione che si è saputo che anche Largo era stato console. Cfr. Pizzigati 1997, pp. 124-156. Severo fu console nell'1 a.C., data rimasta a lungo incerta perché fondata sulla sola menzione della sua qualità di consolare all'inizio del 7 d.C. in Velleio Patercolo, finché un frammento dei Fasti Aventini scoperto nel 1934 non la fissò, con Aulo Plauzio come collega: Capdeville 1997, p. 295 nota 277, mentre Gorostidi Pi 2014, p. 275 la pone all'1 d.C. Largo fu console suffetto nel 13 d.C., e su questo punto la ricerca ha impiegato un secolo e mezzo. I Fasti Antiates minores registrano per quell'anno, accanto a Lucio Munazio Planco, un nome anomalo, C. Silius A. Caecina Largus, che coincide con quello tramandato da Cassio Dione: su proposta di Bartolomeo Borghesi, accolta da Mommsen e da Degrassi, vi si riconobbe un solo personaggio, un Cecina Largo adottato da un Silio. All'inizio degli anni cinquanta i coniugi Gordon obiettarono che nei Fasti i due elementi onomastici stanno su righe distinte, e che si tratta perciò di due persone, con la semplice omissione di suf per la seconda; la proposta fu accolta tiepidamente e non convinse Degrassi, ma fu fatta propria da Ronald Syme nel 1966, sostenuta da Silvio Panciera sulla scorta di una tabella da colombario che data al 18 settembre del 13 il subentro di Cecina a Silio, e ripresa da Massimiliano Munzi proprio a partire dai documenti epigrafici volterrani. Nel 2014 un frammento dei Fasti consulares Tusculani ha chiuso la questione: nel 13 d.C. vi fu davvero un console suffetto Cecina, distinto dall'ordinario Caio Silio, e va identificato con il Caio Cecina Largo dell'iscrizione volterrana; il nome tramandato da Dione è un errore antico di cui non si conosce l'origine. Cfr. Gorostidi Pi 2014, pp. 265-275 e Capdeville 1997, p. 296 nota 294. Ne segue che l'identificazione del secondo evergete con un console ordinario adottato dai Silii, proposta da Limina 2021, pp. 19-20, è superata.
  23. ↑ Agath. II 6: nell'ultimo anno della guerra greco-gotica le città di Firenze, Centumcellae, Luni, Pisa e Volterra aprirono le porte a Narsete, mentre Lucca rimase ostile all'esercito bizantino. Cfr. Augenti, Munzi 1997, p. 23 nota 2.
  24. ↑ A questo rinnovato impegno evergetico non corrisponde una ripresa dell'epigrafia monumentale. Quattro frustuli oggi perduti, forse pertinenti al titolo dedicatorio delle terme di San Felice (CIL XI 1739), conservavano la parte iniziale del nome di un imperatore, integrabile in Commodo, Gordiano III, ma anche in uno dei principi costantiniani: le prime due possibilità sono state ritenute preferibili perché in accordo con la cronologia della decorazione musiva. Cfr. Augenti, Munzi 1997, pp. 23-24.
  25. ↑ Andrea Augenti e Massimiliano Munzi avvertono che il fenomeno non è esclusivamente volterrano ma diffuso in quasi tutte le province dell'impero tardoantico, e che occorre grande cautela nell'interpretare i dati quantitativi: richiamando Claude Lepelley, osservano che il declino dell'epigrafia evergetica non concorda con la documentazione letteraria, la quale indica la continuazione delle pratiche evergetiche ancora fra IV e V secolo. Cfr. Augenti, Munzi 1997, pp. 25-26.
  26. ↑ La datazione tradizionale al IV secolo a.C. è stata messa in discussione. Anna Maria Esposito ricorda che le indagini del 1993-95 hanno portato a proporre, almeno per alcuni tratti del versante occidentale in opera poligonale, una datazione fra la fine del IV e gli inizi del III secolo a.C.; e che nella necropoli di San Giusto, che cade dentro la grande cerchia, il restauro di alcuni monumenti funerari ha restituito in una piccola tomba a camera dei frammenti a vernice nera, fra cui un'applique a maschera silenica in ceramica di Malacena databile fra la fine del IV e l'inizio del III secolo a.C.: il dato ha fatto considerare la possibilità di un leggero abbassamento della cronologia dell'intero circuito, che verrebbe così a cadere in un momento di particolare attività edilizia della città. Cfr. Esposito 2012, pp. 19-31. Gli scavatori dell'acropoli, che rinviano a questo contributo, collocano il completamento del circuito nella seconda metà del III secolo a.C., in coincidenza con la fase di maggiore rigoglio politico ed economico: Bonamici, Rosselli, Taccola 2017, p. 55. Una terza indicazione è in Limina 2021, p. 6, che parla di "cinta muraria di tardo IV secolo a.C.".
  27. ↑ L'ipotesi risale a Fiumi 1955, pp. 138 sgg. ed è ripresa in Sorge, d'Aquino 2019, p. 46 nota 52.
  28. ↑ Una prima stima, basata sulla sovrapposizione fra rilievo archeologico e indagini geofisiche, indicava dimensioni di circa 68 × 88 metri: Sorge, d'Aquino 2019, p. 44.
  29. ↑ Il copricapo non è descritto in modo concorde: Nassar 2015, pp. 25-27 e i cataloghi numismatici parlano di petaso, mentre Cateni, Bonamici, Rosselli 2012, p. 1030 descrive una "testa giovanile imberbe bifronte con pileo appuntito".
  30. ↑ La cifra di venticinquemila abitanti, che circola nella letteratura divulgativa, risale a una stima di Bartolomeo Nogara rilanciata dalla Realencyclopädie, che la accostava agli undicimila abitanti della Volterra di allora. Cfr. Enking, Radke 1961, col. 722.
  31. ↑ Nella Regio VII augustea Volterra risulta più estesa di Firenze (20 ettari), simile a Pisa e assai maggiore di Pistoia (9) e Siena (4,2), ma minore di Arezzo (46), Cortona (35,6) e Lucca (35,5). Alla stima demografica Limina affianca quelle sulla capienza degli edifici da spettacolo: fino a 3.500-3.700 spettatori per il teatro, fra 8.000 e 10.000 per l'anfiteatro. Cfr. Limina 2021, pp. 6-7.
  32. ↑ Alla magistratura rimanda anche la meridiana del quattuorviro Q. Poena Aper, conservata al Museo Guarnacci. Cfr. Enking, Radke 1961, col. 736.
  33. ↑ Le lamine sono CIE 52a, per la maggiore, e CIE 52b-c per le due minori iscritte. Il luogo di rinvenimento è indicato come un grande ipogeo della necropoli dell'Ulimeto da Capdeville 1997, p. 266 nota 85 e come il bosco del convento di San Girolamo da Fiumi 1947a, pp. 350-352: le due indicazioni coincidono, poiché il convento sorge entro l'area della necropoli: la scheda topografica di Francesca Volpi registra infatti il rinvenimento del 1755, avvenuto "nei pressi del convento", fra i siti della necropoli dell'Ulimeto (Volpi 1992, p. 190-191).
  34. ↑ Dal vocabolario encomiastico di quelle lettere, e in particolare dalla definizione dei Volterrani come non modo cives, sed optimi cives, Limina ha tratto il titolo del proprio studio. Cfr. Limina 2021, p. 16.
  35. ↑ Le iscrizioni delle urne dei Ceicna non risalgono oltre l'inizio del I secolo a.C., mentre le sepolture sono del III: le prime urne sono anepigrafi. Cfr. Capdeville 1997, p. 270.
  36. ↑ L'autrice era consapevole del carattere lacunoso della documentazione, e apriva la voce lamentando che, proprio della grande epoca della città, fra la fine del VI e gli inizi del IV secolo a.C., mancasse ogni conoscenza: le necropoli occidentali erano precipitate nelle Balze, quelle a nord e nord-est erano state richiuse, l'acropoli era occupata dalla Fortezza medicea adibita a carcere e l'area di Ulimeto dal manicomio. Cfr. Enking, Radke 1961, coll. 721-722.
  37. ↑ La tomba fu individuata casualmente e scavata nel gennaio del 1981 dalla Soprintendenza con la collaborazione del Museo Guarnacci, nell'area della necropoli nordoccidentale, di fronte alla chiesa di Badia. Ha pianta rettangolare e dimensioni inconsuete, ed è priva del consueto pilastro centrale: alla sua mancanza Maggiani attribuisce il crollo quasi completo della volta. Il materiale disposto sulle banchine fu trovato sconvolto da una violazione non antica, e presso il foro praticato dagli scavatori clandestini si raccolsero un coperchio di urna, poche ceramiche e un cranio; il crollo parziale della volta aveva invece preservato il corredo già deposto sul pavimento, con oltre cinquanta ceramiche a vernice nera di rare forme di Malacena, un cratere di argilla figulina e una statuetta fittile femminile. Nella parte inferiore del dromos, rimasta indisturbata, era una tomba a inumazione perfettamente conservata, sistemata in una rientranza della roccia adattata a loculo, il cui corredo di vasi a vernice nera consente una datazione nella prima metà del III secolo a.C. Cfr. Maggiani 1983, pp. 447-448.
  38. ↑ La tomba di provenienza è datata su base archeologica al IV-III secolo a.C., mentre il radiocarbonio colloca l'individuo in un periodo che gli autori definiscono "leggermente successivo": una discrepanza che essi segnalano esplicitamente e che ricorre, in forme anche più vistose, in altri siti del campione. Cfr. Posth et al. 2021, materiale supplementare e table S1a. Va notato che la notizia di scavo cui gli stessi autori rinviano data alla prima metà del III secolo a.C., sulla base del corredo di vasi a vernice nera, l'inumato rinvenuto nel dromos della tomba, e che nella camera i resti umani provenivano da un contesto sconvolto da una violazione non antica: cfr. Maggiani 1983, pp. 447-448.

Note bibliografiche

  1. ↑ Camporeale 2015, pp. 413, 419; Bonamici 2009, pp. 239-240.
  2. ↑ Bonamici 2009, pp. 233, 235; Bonamici, Rosselli, Taccola 2017, pp. 52-53.
  3. ↑ Camporeale 2015, p. 413; Bartoloni 2012, p. 92.
  4. ↑ Camporeale 2015, pp. 419-420; Marcone 2017, pp. 679-680.
  5. ↑ Camporeale 2015, pp. 418-420; Maggiani 2021, pp. 214-215; Sorge, d'Aquino 2019, p. 41.
  6. 1 2 Camporeale 2015, p. 413.
  7. ↑ Nassar 2015, pp. 25-27.
  8. ↑ Massarelli 2012, p. 150.
  9. ↑ Enking, Radke 1961, col. 722.
  10. ↑ Pellegrini 1989, p. 1599; Marcato 1996, p. 715, che rinvia a G. B. Pellegrini, Toponimi ed etnici nelle lingue dell'Italia antica, in A. L. Prosdocimi (a cura di), Popoli e civiltà dell'Italia antica, 6, 1978, p. 116.
  11. ↑ Massarelli 2012, pp. 156-157 e note 40, 43.
  12. ↑ Marcato 1996, p. 715. Le fonti sono Liv. XXVIII 45 e Plin. nat. III 52.
  13. ↑ Massarelli 2012, p. 168 nota 75 e p. 170.
  14. ↑ Massarelli 2012, p. 168.
  15. ↑ Massarelli 2012, p. 165.
  16. ↑ Pellegrini 1989, pp. 1590-1591, 1593-1594.
  17. ↑ Marcato 1996, p. 715.
  18. ↑ Devoto 1941, pp. 173-175.
  19. ↑ Devoto 1941, pp. 175-176.
  20. 1 2 Camporeale 2015, p. 418.
  21. ↑ Capdeville 1997, pp. 310-311 e nota 400.
  22. ↑ Morandi Tarabella 2004, p. 117 nota 230.
  23. ↑ Massarelli 2012, pp. 165-166.
  24. ↑ Cateni, Bonamici, Rosselli 2012, p. 1023.
  25. ↑ Serv. ad Aen. X 179; Cateni, Bonamici, Rosselli 2012, p. 1023.
  26. ↑ Dion. Hal. III 51, 4; per lo svolgimento e l'esito della guerra, III 51-59.
  27. ↑ Serv. ad Aen. X 172.
  28. 1 2 Camporeale 2015, pp. 416-417.
  29. ↑ Cateni, Maggiani 1997, p. 54.
  30. ↑ Liv. X 12, 4-8; cfr. Camporeale 2015, p. 419; Maggiani 2017, p. 554.
  31. ↑ Liv. XXVIII 45, 15; cfr. Camporeale 2015, p. 419.
  32. ↑ Strab. V 2, 6.
  33. ↑ Strab. V 2, 5, che per queste misure dipende da Polibio (Polyb. XXXIV 11, 3); Enking, Radke 1961, coll. 737-739; Cateni, Bonamici, Rosselli 2012, p. 1023.
  34. ↑ Liv. Per. 89; Gran. Lic. 36, 8 Criniti (= 32, 4-10 Flemisch); cfr. Chellini 1997, p. 380 e nota 1; Capdeville 1997, p. 285 note 218 e 226; Cateni, Bonamici, Rosselli 2012, p. 1023.
  35. ↑ Capdeville 1997, pp. 285-290.
  36. ↑ Cic. Rosc. Am. 20 e 105; Capdeville 1997, p. 285 nota 218; per l'intero dossier ciceroniano, Cateni, Bonamici, Rosselli 2012, p. 1023.
  37. ↑ Cic. Caecin. 18, 95-102 e 104; Capdeville 1997, pp. 286-289 e note 219, 239-241.
  38. ↑ Cic. dom. 77-80; cfr. Chellini 1997, p. 380; Capdeville 1997, pp. 288-289 note 238 e 241.
  39. ↑ Cic. Att. I 19, 4; cfr. Chellini 1997, p. 380 nota 2.
  40. ↑ Cic. fam. XIII 4 e 5; Capdeville 1997, p. 285 nota 220; Chellini 1997, p. 381; Limina 2021, pp. 16-19.
  41. ↑ Cic. fam. VI 5-9, in particolare VI 6, 3; XIII 66; Att. XVI 8, 2; Capdeville 1997, pp. 289-290 e note 243, 247.
  42. ↑ Lib. col. p. 214, 10-13 Lachmann; Chellini 1997, p. 381; Liverani 2012, p. 245.
  43. ↑ Plin. nat. III 50 e 52; Cateni, Bonamici, Rosselli 2012, p. 1023.
  44. ↑ Ptol. III 1, 43; Cateni, Bonamici, Rosselli 2012, p. 1023.
  45. ↑ Vita Persii (Probo); cfr. Enking, Radke 1961, col. 737.
  46. ↑ Rut. Nam. I 453 sgg.; cfr. Camporeale 2015, p. 419.
  47. ↑ Schol. Ver. ad Aen. X 200; Bonamici, Rosselli, Taccola 2017, pp. 62, 66.
  48. 1 2 3 4 5 6 7 8 Camporeale 2015, p. 420.
  49. ↑ Enrico Fiumi, "I confini della diocesi ecclesiastica, del municipio romano e dello stato etrusco di Volterra", in «Archivio Storico Italiano», vol. CXXVI (1968), n. 1 (457), pp. 23-60.
  50. ↑ Silvano Mori, "Pievi di confine della diocesi Volterrana antica", in «Rassegna Volterrana», rubrica "Attualità di ricerche", pp. 163-179
  51. ↑ Limina 2021, p. 6, che rinvia agli studi di Simon Stoddart.
  52. 1 2 3 4 Bonamici 2009, p. 228.
  53. 1 2 Bonamici, Rosselli, Taccola 2024, p. 243.
  54. ↑ Bonamici, Rosselli, Taccola 2024, pp. 243-244.
  55. ↑ Bonamici, Rosselli, Taccola 2024, p. 244.
  56. ↑ Camporeale 2015, pp. 420-421.
  57. ↑ Bonamici, Rosselli, Taccola 2024, pp. 241-242.
  58. ↑ Bonamici, Rosselli, Taccola 2024, p. 242.
  59. ↑ Chellini 2002, pp. 172-177, 187-188; Aquas Volaternas, su Tabula Peutingeriana online, Katholische Universität Eichstätt-Ingolstadt. URL consultato il 16 ottobre 2026..
  60. ↑ Bonamici, Rosselli, Taccola 2024, pp. 245-246.
  61. ↑ Bonamici, Rosselli, Taccola 2024, p. 246.
  62. ↑ Bonamici, Rosselli, Taccola 2024, pp. 250-251.
  63. ↑ Augenti, Munzi 1997, p. 23 e nota 3.
  64. ↑ Redhouse-Stoddart 2011, pp. 166-175
  65. ↑ Bonamici 2009, pp. 239-240.
  66. ↑ Bonamici 2009, p. 239.
  67. ↑ Bonamici 2009, pp. 227, 235.
  68. ↑ Bonamici 2009, p. 229.
  69. ↑ Bonamici 2009, pp. 232-233.
  70. ↑ Bonamici 2009, pp. 236, 249-250.
  71. ↑ Bonamici 2009, p. 233; Cateni, Maggiani 1997, pp. 43 sgg..
  72. ↑ Bonamici 2009, pp. 233, 236.
  73. ↑ Bonamici 2009, p. 235.
  74. ↑ Bonamici 2009, p. 238.
  75. ↑ Cateni, Maggiani 1997, pp. 44-52; Bonamici 2009, p. 233; Cateni, Bonamici, Rosselli 2012, p. 1026.
  76. ↑ Cateni, Maggiani 1997, p. 48
  77. 1 2 3 4 5 Camporeale 2015, p. 415.
  78. ↑ Cateni, Maggiani 1997, pp. 49-52.
  79. ↑ Cateni, Maggiani 1997, pp. 52-53.
  80. 1 2 Bartoloni 2012, p. 92.
  81. ↑ Cateni, Maggiani 1997, pp. 57-59.
  82. ↑ Cateni, Maggiani 1997, pp. 60-61.
  83. ↑ Esposito et al. 2012, pp. 49-51.
  84. ↑ Esposito et al. 2012, pp. 50-52.
  85. ↑ Esposito et al. 2012, pp. 51-53 e nota 7.
  86. ↑ Esposito et al. 2012, pp. 52, 64-65.
  87. ↑ Esposito et al. 2012, p. 53.
  88. 1 2 3 Camporeale 2015, p. 416.
  89. ↑ Bonamici 2009, pp. 233-234.
  90. ↑ Bonamici 2009, pp. 234, 261.
  91. ↑ Bonamici 2009, pp. 234, 260.
  92. ↑ Cateni, Maggiani 1997, pp. 74-77.
  93. ↑ Cateni, Maggiani 1997, p. 77.
  94. ↑ Bartoloni 2012, p. 106.
  95. ↑ Cateni, Maggiani 1997, pp. 77-78.
  96. ↑ Cateni, Maggiani 1997, pp. 77-78, 83 e nota 79.
  97. ↑ Rosselli, De Mizio, Riccomini 2023, pp. 51-52.
  98. ↑ Rosselli, De Mizio, Riccomini 2023, pp. 52-53.
  99. 1 2 Rosselli, De Mizio, Riccomini 2023, pp. 54-55.
  100. 1 2 Rosselli, De Mizio, Riccomini 2023, p. 54.
  101. ↑ Cateni, Maggiani 1997, pp. 82-83.
  102. ↑ Cateni, Maggiani 1997, pp. 83-84.
  103. ↑ Cateni, Maggiani 1997, pp. 86-88.
  104. ↑ Cateni, Maggiani 1997, p. 83; Bonamici 2008, pp. 342-343.
  105. ↑ Fiumi 1947, pp. 27-28, 69-72; Galluccio 1999, pp. 83 sgg..
  106. ↑ Bonamici 2008, pp. 343-347.
  107. ↑ Maria Letizia Parenti, "Il 'muro etrusco' dell'ex Ospedale Civile di Volterra e la questione delle mura urbiche di età tardo arcaica", in «Rassegna Volterrana», LXXV, 1998, pp. 203-217
  108. ↑ Bonamici, Rosselli, Taccola 2017, pp. 51-53; Bonamici 2008, pp. 341-342, 349. Il passo è Dion. Hal. III 51, 4.
  109. 1 2 Bonamici, Rosselli, Taccola 2017, p. 53.
  110. ↑ Cristofani 1979, pp. 85-92.
  111. ↑ Cristofani 1979, p. 85.
  112. 1 2 3 4 Camporeale 2015, p. 417. Sul ripostiglio e sui suoi rapporti con l'ambiente massaliota, Cristofani 1979, p. 88 e nota 16.
  113. ↑ Cateni, Maggiani 1997, pp. 84-86.
  114. ↑ Cateni, Maggiani 1997, pp. 89-91.
  115. ↑ Bonamici, Rosselli, Taccola 2017, p. 66.
  116. ↑ Camporeale 2015, p. 413; Cateni, Bonamici, Rosselli 2012, p. 1026, che dà il perimetro in km 7,2. La stessa estensione è calcolata, sulla base dei rinvenimenti a carattere abitativo dell'acropoli e dell'area di porta San Felice, in Bartoloni 2012, p. 92.
  117. ↑ Michetti 1997, pp. 208-214.
  118. ↑ Michetti 1997, pp. 207, 211-212, 221-222.
  119. ↑ Michetti 1997, pp. 221-222.
  120. ↑ Michetti 1997, pp. 214-221.
  121. ↑ Michetti 1997, pp. 222-224.
  122. ↑ Gliozzo et al. 2014, pp. 729, 731.
  123. ↑ Adriano Maggiani, Urne volterrane 2, Il Museo Guarnacci, ETS 2012
  124. ↑ Gliozzo et al. 2014, p. 729.
  125. ↑ Gliozzo et al. 2014, pp. 737-741.
  126. ↑ Gliozzo et al. 2014, pp. 741-742.
  127. ↑ Gliozzo et al. 2014, pp. 730-731, 741-743.
  128. ↑ Maggiani 2021, pp. 209-210, 220, 223.
  129. ↑ Maggiani 2021, pp. 214-215.
  130. ↑ Maggiani 2021, pp. 218-219.
  131. ↑ Maggiani 2021, pp. 215-217.
  132. 1 2 Maggiani 2021, pp. 223-224.
  133. ↑ Camporeale 2015, p. 419. Il passo è Liv. X 12, 4. Per la guida della spedizione, Maggiani 2017, p. 554.
  134. 1 2 3 4 Camporeale 2015, p. 419.
  135. ↑ Maggiani 2017, p. 555.
  136. ↑ Camporeale 2015, p. 419. Il passo è Liv. XXVIII 45, 15.
  137. ↑ Nielsen, Warden 2017, p. 1301.
  138. 1 2 3 4 5 6 Marcone 2017, p. 679.
  139. 1 2 3 4 5 6 7 Liverani 2012, p. 245.
  140. ↑ Marcone 2017, pp. 678-679.
  141. ↑ Bonamici, Rosselli, Taccola 2017, pp. 60-61.
  142. ↑ Terrenato 1998a, p. 99.
  143. 1 2 Marcone 2017, p. 680.
  144. ↑ Cateni, Bonamici, Rosselli 2012, p. 1030; Chellini 1997, p. 381. L'epigrafe è pubblicata in Munzi, Terrenato 1994.
  145. ↑ Liverani 2012, p. 245. La fonte è il Liber coloniarum (ed. Lachmann 1848, p. 214).
  146. 1 2 3 4 Augenti, Munzi 1997, p. 23.
  147. ↑ Chellini 1997, p. 381.
  148. 1 2 3 4 5 6 7 Liverani 2012, p. 246.
  149. ↑ Cateni, Bonamici, Rosselli 2012, p. 1030.
  150. ↑ Camporeale 2015, p. 420. Marjatta Nielsen colloca la costruzione fra l'1 a.C. e il 25 d.C.: Nielsen 2013, p. 189.
  151. ↑ Nielsen 2013, pp. 189-190.
  152. 1 2 Liverani 2012, pp. 245-246.
  153. ↑ Nielsen 2013, p. 183.
  154. ↑ Augenti, Munzi 1997, pp. 23-24.
  155. ↑ d'Aquino 2021, pp. 402-404.
  156. ↑ d'Aquino 2021, pp. 406-407.
  157. 1 2 3 Augenti, Munzi 1997, p. 24.
  158. ↑ Rosselli, De Mizio, Riccomini 2023, p. 41 nota 9.
  159. ↑ Augenti, Munzi 1997, pp. 24-25 e nota 21.
  160. ↑ Camporeale 2015, p. 419. Il passo è Rut. Nam. I 453 sgg.
  161. ↑ Camporeale 2015, pp. 413-414, 418.
  162. 1 2 Camporeale 2015, p. 414.
  163. ↑ Bonamici 2008, pp. 338-341; Esposito, Sabelli 2008, pp. 317-319.
  164. ↑ Bonamici 2008, pp. 347-349.
  165. ↑ Esposito, Sabelli 2008, pp. 319-320; Camporeale 2015, pp. 413-414; Sorge, d'Aquino 2019, p. 39.
  166. ↑ Esposito, Sabelli 2008, pp. 319-323.
  167. ↑ Enking, Radke 1961, col. 725, che rinvia a F. Rodolico, Per lo studio delle pietre adoperate dagli Etruschi, in «Studi Etruschi», XIX, 1946, pp. 303 sgg.
  168. ↑ Bonamici, Rosselli, Taccola 2017, p. 51.
  169. ↑ Bonamici, Rosselli, Taccola 2017, pp. 51-52.
  170. ↑ Bonamici, Rosselli, Taccola 2017, pp. 52-53.
  171. ↑ Bonamici, Rosselli, Taccola 2017, pp. 55-58.
  172. ↑ Bonamici, Rosselli, Taccola 2017, pp. 62, 66. Il passo è Schol. Ver., ad Aen. X 200.
  173. ↑ Bonamici, Rosselli, Taccola 2017, p. 61.
  174. ↑ Fiumi 1945, pp. 379-380.
  175. ↑ Fiumi 1945, pp. 379-381.
  176. ↑ Enrico Fiumi, "Volterra. Scavi nell'area del teatro romano di Volterra degli anni 1950-1953", in «Notizie degli Scavi di Antichità», 1955, pp. 114-150
  177. ↑ Sorge, d'Aquino 2019, p. 40.
  178. 1 2 Sorge, d'Aquino 2019, p. 41.
  179. ↑ Sorge, d'Aquino 2019, pp. 41-48.
  180. ↑ Esposito, Sabelli 2008, p. 319.
  181. ↑ Cateni, Maggiani 1997, pp. 54-55; Bonamici 2008, p. 345 e nota 2.
  182. ↑ Fiumi 1945, pp. 372-373, 379, 381.
  183. ↑ Fiumi 1945, pp. 381-382.
  184. ↑ Taccola, Rosselli, Grava 2024, p. 89.
  185. ↑ Taccola, Rosselli, Grava 2024, pp. 90-91.
  186. ↑ Taccola, Rosselli, Grava 2024, pp. 91-93.
  187. ↑ Rosselli, De Mizio, Riccomini 2023, pp. 40-41; Bonamici, Rosselli, Taccola 2024, pp. 253-254.
  188. ↑ Taccola, Rosselli, Grava 2024, pp. 93-94.
  189. 1 2 Camporeale 2015, pp. 418-419.
  190. ↑ Nielsen 2013, pp. 183-185.
  191. ↑ Nassar 2015, pp. 23-24.
  192. ↑ Nassar 2015, pp. 42-43.
  193. ↑ Catalli 2017, p. 545; Nassar 2015, pp. 25-27.
  194. ↑ Nassar 2015, pp. 26-27, 35; Catalli 2017, p. 545.
  195. ↑ Nassar 2015, pp. 31-35; Maggiani 2021, p. 218 nota 38.
  196. ↑ Nassar 2015, pp. 35-40, che fonda la carta dei rinvenimenti su Bruni 1999.
  197. 1 2 Limina 2021, pp. 6-7.
  198. ↑ Limina 2021, pp. 7-8.
  199. ↑ Capdeville 1997, pp. 257-259, 265-266; Camporeale 2015, p. 418.
  200. ↑ Capdeville 1997, pp. 274-281.
  201. ↑ Capdeville 1997, p. 272.
  202. ↑ Capdeville 1997, pp. 266-267 e nota 86; per la lettura opposta, Bonamici, Taccola 2024, p. 412.
  203. ↑ Capdeville 1997, p. 254.
  204. ↑ Limina 2021, pp. 16-19.
  205. ↑ Limina 2021, pp. 19-21. L'iscrizione è CIL XI 7066.
  206. ↑ Limina 2021, p. 16.
  207. ↑ Bonamici, Rosselli, Taccola 2024, p. 245.
  208. ↑ Bonamici, Taccola 2024, pp. 410-411.
  209. ↑ Devoto 1941, p. 172; per le attestazioni volterrane del gentilizio, Bonamici, Taccola 2024, pp. 411-412.
  210. ↑ Capdeville 1997, pp. 268-270 e note 97-98.
  211. ↑ Bonamici 2009, p. 238 e nota 4.
  212. ↑ Nielsen 2013, pp. 183, 188-189.
  213. ↑ Enking, Radke 1961, coll. 726, 734.
  214. ↑ Bonamici, Sorge 2021, p. xvii.
  215. ↑ Bonamici, Rosselli, Taccola 2024, pp. 240-241.
  216. ↑ Camporeale 2015, pp. 413, 415.
  217. ↑ Gambaro 2004, pp. 183-191, 204.
  218. ↑ Fiumi 1947a, pp. 350-352; Nielsen 2013, p. 183.
  219. ↑ Fiumi 1947a, pp. 352-353.
  220. ↑ Rosselli 2005, pp. 63-68.
  221. ↑ Bonamici 2008, p. 337.
  222. ↑ Esposito, Sabelli 2008, pp. 317-319, 325-331.
  223. ↑ Posth et al. 2021.
  224. ↑ Posth et al. 2021, materiale supplementare, Supplementary Text, che rinvia a Maggiani 1983, pp. 447-448.
  225. 1 2 3 Posth et al. 2021, table S1a.

Bibliografia

Fonti antiche

Letteratura storiografica

  • Andrea Augenti e Massimiliano Munzi, Scrivere la città. Le epigrafi tardoantiche e medievali di Volterra (secoli IV-XIV), collana Ricerche di Archeologia Altomedievale e Medievale, vol. 22, Firenze, All'Insegna del Giglio, 1997, ISBN 88-7814-110-0.
  • Gilda Bartoloni, La formazione urbana, in Gilda Bartoloni (a cura di), Introduzione all'etruscologia, Milano, Hoepli, 2012, pp. 83-126.
  • Marisa Bonamici, Contributo alla cinta muraria arcaica di Volterra, in La città murata in Etruria. Atti del XXV Convegno di Studi Etruschi ed Italici (Chianciano Terme, Sarteano, Chiusi 2005), Pisa-Roma, Fabrizio Serra, 2008, pp. 337-352.
  • Marisa Bonamici, L'acropoli prima del santuario, in Giovannangelo Camporeale e Adriano Maggiani (a cura di), Volterra. Alle origini di una città etrusca. Atti della giornata di studio in memoria di Gabriele Cateni (Volterra, 3 ottobre 2008), Pisa-Roma, Fabrizio Serra, 2009, pp. 225-268.
  • Marisa Bonamici, Lisa Rosselli e Emanuele Taccola, Il santuario dell'acropoli di Volterra, in Elisabetta Govi (a cura di), La città etrusca e il sacro. Santuari e istituzioni politiche. Atti del Convegno (Bologna, 21-23 gennaio 2016), Bologna, Bononia University Press, 2017, pp. 51-74.
  • Marisa Bonamici e Elena Sorge, Le ragioni di un convegno, in Marisa Bonamici e Elena Sorge (a cura di), Velathri Volaterrae. La città etrusca e il municipio romano. Atti del Convegno di Studi (Volterra, 21-22 settembre 2017), collana Biblioteca di «Studi Etruschi», vol. 64, Roma, Giorgio Bretschneider, 2021, pp. xvii-xviii.
  • Marisa Bonamici, Elena Sorge (a cura di), Velathri Volaterrae. La città etrusca e il municipio romano, collana Biblioteca di «Studi Etruschi» - Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici, n. 64, Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2021, XVIII-464, ISBN 978-88-7689-329-2.
  • Marisa Bonamici, Lisa Rosselli e Emanuele Taccola, Volterra e il mare, in Marco Arizza e Mariaflavia Marabottini (a cura di), L'Acqua e gli Etruschi. Città, infrastrutture e approdi, tra acque interne e marittime. Atti del convegno (Grotte di Castro, 22-24 marzo 2024), collana Fonti Etrusche. Storia, Archeologia e Paesaggio, vol. 2, Roma, CNR Edizioni, 2024, pp. 240-263, ISBN 978-88-8080-710-0.
  • Marisa Bonamici e Emanuele Taccola, Volaterrae. Piano di Castello. Santuario dell'acropoli, in Studi Etruschi, vol. 87, 2024, pp. 407-421, DOI:10.26406/SE87-13, nella Rivista di epigrafia etrusca, schede nn. 32-43; le nn. 32-37 sono di Bonamici, le nn. 38-43 di Taccola.
  • Stefano Bruni, Sulla circolazione dell'aes grave di Volterra. Nuovi contributi, in Rivista Italiana di Numismatica e Scienze Affini, vol. 100, 1999, pp. 47-56.
  • Giovannangelo Camporeale, Adriano Maggiani (a cura di), Volterra alle origini di una città etrusca. Atti della Giornata di studio in memoria di Gabriele Cateni, Volterra, 3 ottobre 2008, collana Biblioteca di «Studi Etruschi», n. 49, Pisa-Roma, Fabrizio Serra Editore, 2009, p. 374, ISBN 978-88-6227-213-1.
  • Giovannangelo Camporeale, Gli Etruschi. Storia e civiltà, 4ª ed., Novara, UTET-De Agostini, 2015.
  • Gérard Capdeville, I Cecina e Volterra, in Guglielmo Maetzke e Luisa Tamagno Perna (a cura di), Aspetti della cultura di Volterra etrusca fra l'età del Ferro e l'età ellenistica. Atti del XIX Convegno di Studi Etruschi ed Italici (Volterra, 15-19 ottobre 1995), Firenze, Olschki, 1997, pp. 253-311.
  • (EN) Fiorenzo Catalli, 27. Coins and mints, in Alessandro Naso (a cura di), Etruscology, Berlino-Boston, De Gruyter, 2017, pp. 463-472.
  • Gabriele Cateni e Adriano Maggiani, Volterra dalla prima età del Ferro al V secolo a.C. Appunti di topografia urbana, in Guglielmo Maetzke e Luisa Tamagno Perna (a cura di), Aspetti della cultura di Volterra etrusca fra l'età del Ferro e l'età ellenistica. Atti del XIX Convegno di Studi Etruschi ed Italici (Volterra, 15-19 ottobre 1995), Firenze, Olschki, 1997, pp. 43-92.
  • Gabriele Cateni, Marisa Bonamici e Lisa Rosselli, Volterra, in Bibliografia Topografica della Colonizzazione Greca in Italia e nelle Isole Tirreniche, vol. 21, Pisa-Roma-Napoli, 2012, pp. 1023-1070.
  • Riccardo Chellini, La romanizzazione nel Volterrano, in Guglielmo Maetzke e Luisa Tamagno Perna (a cura di), Aspetti della cultura di Volterra etrusca fra l'età del Ferro e l'età ellenistica. Atti del XIX Convegno di Studi Etruschi ed Italici (Volterra, 15-19 ottobre 1995), Firenze, Olschki, 1997, pp. 379-392.
  • Riccardo Chellini, Acque sorgive salutari e sacre in Etruria (Italiae regio VII). Ricerche archeologiche e di topografia antica, collana BAR International Series, vol. 1067, Oxford, Archaeopress, 2002.
  • Mauro Cristofani, La «Testa Lorenzini» e la scultura tardoarcaica in Etruria settentrionale, in Studi Etruschi, vol. 47, 1979, pp. 85-92.
  • Valeria d'Aquino, Novità sulle terme di Vallebuona, in Marisa Bonamici e Elena Sorge (a cura di), Velathri Volaterrae. La città etrusca e il municipio romano. Atti del Convegno di Studi (Volterra, 21-22 settembre 2017), collana Biblioteca di «Studi Etruschi», vol. 64, Roma, Giorgio Bretschneider, 2021, pp. 399-408.
  • Giacomo Devoto, La F iniziale etrusca e i nomi di Felsina e Feltre, in Studi Etruschi, vol. 15, 1941, pp. 172-176.
  • (DE) Ragna Enking e Gerhard Radke, Volaterrae, in Paulys Realencyclopädie der classischen Altertumswissenschaft, vol. 9, Stoccarda, Metzler, 1961, pp. coll. 721-741, annotazioni: Halbband 17, Vindelici-Vulca; la sezione 15 (Straßenlage) è di Radke, le precedenti di Enking.
  • Anna Maria Esposito e Roberto Sabelli, Volterra: mura etrusche. Un progetto di restauro, in La città murata in Etruria. Atti del XXV Convegno di Studi Etruschi ed Italici (Chianciano Terme, Sarteano, Chiusi 2005), Pisa-Roma, Fabrizio Serra, 2008, pp. 317-335.
  • Anna Maria Esposito, Profilo storico-archeologico, in Roberto Sabelli (a cura di), Le Mura etrusche di Volterra: conservazione e valorizzazione, Firenze, DiCR-UNIFI, La Grafica Pisana, 2012, pp. 19-31.
  • Anna Maria Esposito, Cristiana Bigazzi, Valeria Montanarini, Stefano Sarri e Barbara Arbeid, Volterra: origini e sviluppo della città. Lo scavo della "Piazzetta dei Fornelli", in Notiziario della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, vol. 8, Firenze, All'insegna del giglio, 2012, pp. 49-66, DOI:10.1400/213982, ISSN 2280-3661 (WC · ACNP).
  • Enrico Fiumi, Appunti di toponomastica volterrana, in Studi Etruschi, vol. 18, 1944-1945, pp. 371-382.
  • Enrico Fiumi, Per la cronaca dei ritrovamenti archeologici nel Volterrano, in Studi Etruschi, vol. 19, 1946-1947, pp. 350-355.
  • Enrico Fiumi, Ricerche storiche sulle mura di Volterra, in Rassegna Volterrana, vol. 18, 1947, pp. 25-93.
  • Enrico Fiumi, Volterra. Scavi nell'area del teatro romano degli anni 1950-53, in Notizie degli Scavi di Antichità, 1955, pp. 114-149.
  • Enrico Fiumi, I confini della diocesi ecclesiastica, del municipio romano e dello stato etrusco di Volterra, in Archivio Storico Italiano, vol. 126, n. 457, 1968, pp. 23-60.
  • Francesco Galluccio, Volterra etrusca alla luce delle nuove scoperte, in Opuscula Romana, vol. 24, 1999, pp. 83-98.
  • Clara Gambaro, «Vasi, et altre robe antiche ritrovate». La raccolta di antichità del monastero dei Camaldolesi a Volterra, in Studi Etruschi, vol. 70, 2004, pp. 183-209.
  • (EN) Elisabetta Gliozzo, Jorge E. Spangenberg, Elena Sorge e Isabella Memmi, The Volterran Urns: Etruscan Painting and Travertine Supply, in Archaeometry, vol. 56, n. 5, 2014, pp. 728-745, DOI:10.1111/arcm.12082.
  • Diana Gorostidi Pi, Sui consoli dell'anno 13 d.C.: nuovi dati dai Fasti consulares Tusculani, in Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik, vol. 189, 2014, pp. 265-275.
  • Valentina Limina, Poteri e strategie familiari di Volterra. Il caso di una comunità etrusca nel mondo romano, collana BAR International Series, vol. 3041, Oxford, BAR Publishing, 2021, ISBN 978-1-4073-5788-1.
  • Paolo Liverani, La romanizzazione, in Gilda Bartoloni (a cura di), Introduzione all'etruscologia, Milano, Hoepli, 2012, pp. 225-252.
  • Adriano Maggiani, Volterra, in Studi Etruschi, vol. 51, 1983, pp. 447-448, nella rubrica "Scavi e scoperte", scheda n. 37.
  • (EN) Adriano Maggiani, 32. The Historical Framework, in Alessandro Naso (a cura di), Etruscology, Berlino-Boston, De Gruyter, 2017, pp. 537-560.
  • Adriano Maggiani, Un dono votivo da quindici assi. Nota su un nuovo bronzetto allungato dal territorio di Volterra, in Studi Etruschi, vol. 83, 2021, pp. 209-237.
  • Carla Marcato, Volterra, in Giuliano Gasca Queirazza, Carla Marcato, Giovan Battista Pellegrini, Giulia Petracco Sicardi e Alda Rossebastiano (a cura di), Dizionario di toponomastica. Storia e significato dei nomi geografici italiani, Milano, Garzanti, 1996, p. 715.
  • (EN) Arnaldo Marcone, 37. Romanization, in Alessandro Naso (a cura di), Etruscology, Berlino-Boston, De Gruyter, 2017, pp. 665-684.
  • Riccardo Massarelli, Toponomastica etrusca ed epigrafia, in AION Linguistica, 31 (2009), 2012, pp. 145-180.
  • Laura Maria Michetti, Considerazioni sulla ceramica argentata da Volterra: rapporti con la produzione Malacena, in Guglielmo Maetzke e Luisa Tamagno Perna (a cura di), Aspetti della cultura di Volterra etrusca fra l'età del Ferro e l'età ellenistica. Atti del XIX Convegno di Studi Etruschi ed Italici (Volterra, 15-19 ottobre 1995), Firenze, Olschki, 1997, pp. 207-224.
  • Massimo Morandi Tarabella, Prosopographia Etrusca. I. Corpus. 1. Etruria meridionale, Roma, L'Erma di Bretschneider, 2004.
  • Massimiliano Munzi, Due bolli dei Caecinae dal teatro di Volterra. Un contributo per un nuovo console suffetto nell'anno 13 d.C., in Epigrafia della produzione e della distribuzione. Actes de la VIIe Rencontre franco-italienne sur l'épigraphie du monde romain (Rome, 5-6 juin 1992), collana Publications de l'École française de Rome, vol. 193, Roma, École française de Rome, 1994, pp. 385-395.
  • Massimiliano Munzi e Nicola Terrenato, La colonia di Volterra. La prima attestazione epigrafica e il quadro storico e archeologico, in Ostraka. Rivista di Antichità, vol. 3, 1 (giugno 1994), 1994, pp. 31-42.
  • Magdi A. M. Nassar, La monetazione di Velathri. Storia e monete di Volterra etrusca, in Rassegna Volterrana, 92 (2015), 2016, pp. 21-57.
  • (EN) Marjatta Nielsen, The Last Etruscans: Family Tombs in Northern Etruria, in Jean MacIntosh Turfa (a cura di), The Etruscan World, Londra-New York, Routledge, 2013, pp. 180-193.
  • (EN) Erik O. Nielsen e P. Gregory Warden, 71. Northern Etruria, in Alessandro Naso (a cura di), Etruscology, Berlino-Boston, De Gruyter, 2017, pp. 1299-1338.
  • Giovan Battista Pellegrini, Metodologia nell'esplorazione della toponomastica etrusca, in Guglielmo Maetzke (a cura di), Atti del Secondo Congresso Internazionale Etrusco (Firenze, 26 maggio - 2 giugno 1985) (Supplemento a «Studi Etruschi»), vol. 3, Roma, Giorgio Bretschneider, 1989, pp. 1587-1605.
  • Alberto Pizzigati, Il teatro romano di Volterra: nuovi elementi epigrafico-prosopografici dall'iscrizione scenica dei Caecinae, in La Parola del Passato, vol. 52, 2 (CCXCIII della serie), 1997, pp. 124-156.
  • (EN) Cosimo Posth et al., The origin and legacy of the Etruscans through a 2000-year archeogenomic time transect, in Science Advances, vol. 7, n. 39, 2021, pp. eabi7673, DOI:10.1126/sciadv.abi7673.
  • (EN) David Redhouse e Simon Stoddart, Mapping Etruscan State Formation, in Nicola Terrenato e Donald C. Haggis (a cura di), State Formation in Italy and Greece. Questioning the Neoevolutionist Paradigm, Oxford-Oakville, Oxbow Books, 2011, pp. 162-178, ISBN 978-1-84217-967-3.
  • Lisa Rosselli, Uno scavo di Luigi Adriano Milani alla Badia, in Costantino Caciagli (a cura di), Laboratorio Universitario Volterrano. Quaderno IX, 2004-2005, Pisa, Stamperia Editoriale Pisana, 2006, pp. 63-75.
  • Lisa Rosselli, Carmine De Mizio e Maria Vittoria Riccomini, Abitare e seppellire a Volterra tra il periodo tardo-villanoviano e l'Orientalizzante, in Fabio Fabiani, Stefano Genovesi e Francesco Ghizzani Marcìa (a cura di), Costruire gli spazi dell'aggregazione. Le dinamiche del confronto dall'Antichità al Medioevo, Pisa, Pisa University Press, 2023, pp. 39-59, ISBN 978-88-3339-848-8.
  • Elena Sorge e Valeria d'Aquino, L'anfiteatro che non c'era. Storia di una scoperta, in Paolo Storchi e Gianluca Mete (a cura di), Giochi e spettacoli nel mondo antico. Problematiche e nuove scoperte. Atti del Convegno Internazionale (Reggio Emilia, 24 marzo 2018), Roma, Scienze e Lettere, 2019, pp. 39-52.
  • Emanuele Taccola, Lisa Rosselli e Massimiliano Grava, Per una ricostruzione dei paesaggi funerari in Etruria settentrionale: i casi di Pisa e Volterra, in Archeologia e Calcolatori, vol. 35, n. 1, 2024, pp. 81-98, DOI:10.19282/ac.35.1.2024.07.
  • (EN) Nicola Terrenato, The Romanization of Italy: Global Acculturation or Cultural Bricolage?, in Colin Forcey, John Hawthorne e Robert Witcher (a cura di), TRAC 97. Proceedings of the Seventh Annual Theoretical Roman Archaeology Conference (Nottingham 1997), Oxford, Oxbow Books, 1998, pp. 20-27, DOI:10.16995/TRAC1997_20_27.
  • (EN) Nicola Terrenato, Tam Firmum Municipium: The Romanization of Volaterrae and Its Cultural Implications, in The Journal of Roman Studies, vol. 88, 1998, pp. 94-114.
  • Francesca Volpi, Foglio 112. Volterra; Volaterrae, in Mario Torelli (a cura di), Atlante dei siti archeologici della Toscana, collana Biblioteca di Studi e Materiali, vol. 1, Firenze-Roma, Giunta regionale toscana - L'Erma di Bretschneider, 1992, pp. 175-197.

Voci correlate

Collegamenti esterni