Chiusi (città antica)

Chiusi
Chiusi, sulla sfondo il Monte Cetona
Nome originale Clevsin (in etrusco), Clusium (in latino)
Territorio e popolazione
Superficie massima 50 ha
Abitanti massimi circa 5 000 (età arcaica)
Nome abitanti Clusini Veteres e Clusini Novi (in latino)
Lingua Etrusco
Localizzazione
Stato attuale Italia (bandiera) Italia
Località Chiusi
Coordinate 43°01′00.01″N 11°57′00″E
Altitudine 398 m s.l.m.
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Chiusi
Chiusi

Chiusi (in etrusco Clevsin, in latino Clusium, in greco in greco antico Κλούσιον?) fu una delle maggiori città dell'Etruria settentrionale, situata nella parte interna della regione, sul colle occupato dalla moderna Chiusi, in provincia di Siena.

Ricordata dalle fonti antiche anche con il nome più antico di Camars, deve gran parte della sua notorietà alla tradizione che la vuole patria del re Porsenna, protagonista degli scontri con la Roma delle origini. La sua cultura si distingue per una spiccata continuità insediativa, protrattasi senza cesure fino all'età romana e oltre, e per un'economia imperniata sull'agricoltura del fertile fondovalle della Val di Chiana. Entrata stabilmente nell'orbita di Roma dopo gli scontri di fine IV e inizio III secolo a.C., divenne municipio e accolse in età sillana una colonia militare: a quest'ultima è stata ricondotta la distinzione, che Plinio il Vecchio registra ancora nel I secolo d.C., fra Clusini Veteres e Clusini Novi.

Toponimo

Il nome della città in etrusco non è attestato in modo diretto: se ne conosce soltanto la forma aggettivale cleusinś ("chiusino"), documentata in un frammento di piede di vaso a vernice nera del III-II secolo a.C. rinvenuto a Chiusi e, al genitivo, nella tomba Golini I di Orvieto, dove un membro della gens Leinie è ricordato come zilaθ mechl rasneas clevsinsl, titolo che corrisponde al latino praetor rei publicae clusinae, cioè capo dello stato chiusino. Dall'aggettivo, e dai gentilizi che ne derivano, si ricostruisce per l'età ellenistica un *Cleusi o *Clevsi, mentre all'epoca di Porsenna il nome poteva suonare *Cleusie o *Clevsie. Presso gli autori antichi la città compare nelle forme Clusium, latina, e in greco antico Κλούσιον?, greca.

Un secondo nome, Camars, è ricordato da Livio, forse per un fraintendimento di un passo di Polibio. Un toponimo etrusco corrispondente è effettivamente documentato, ma altrove: il locativo kamarteθi compare in un'iscrizione arcaica del 525-500 a.C. proveniente da Saturnia, mentre a Chiusi e nel suo territorio non se ne conoscono attestazioni epigrafiche. Una tradizione riferita da Servio attribuisce la fondazione della città a Cluso, figlio di Tirreno, oppure a Telemaco, figlio di Ulisse: si tratta di uno dei racconti di origine "post-troiana", ricorrenti nella tradizione sulle città e i popoli dell'Italia antica. Il ruolo di ktístes assegnato a Telemaco sembra però avere avuto un radicamento locale, se si considera che a Chiusi fu rinvenuto nel 1871 lo skyphos attico che ha dato il nome al Pittore di Penelope, con il giovane raffigurato accanto alla madre, e che ancora agli inizi del II secolo a.C. un'urna cineraria chiusina lo colloca in primo piano nella strage dei pretendenti, in posizione di rilievo rispetto allo stesso Ulisse: l'arrivo del vaso in città è stato perciò ricondotto a una scelta deliberata più che al caso. La coincidenza cronologica tra questo tipo di leggenda e le più antiche tracce di frequentazione del colle, riferibili all'età del bronzo finale, è stata talora richiamata dalla critica, che vi ha però riconosciuto un topos culturale più che un ricordo storico.

Storia delle ricerche

Antefissa a testa femminile, III-II secolo a.C., Museo archeologico nazionale di Chiusi
anfora, in bucchero, dalla tomba della Pania, 620-580 a.C., Museo archeologico nazionale di Chiusi

Le più antiche notizie di rinvenimenti a Chiusi si trovano in opere e documenti dei secoli XV e XVI, e riguardano soprattutto urnette, iscrizioni, bronzetti e monete. Sin dal Rinascimento eruditi e artisti si dedicarono in particolare alla ricerca del leggendario sepolcro di Porsenna, descritto da Varrone e riferito da Plinio il Vecchio, producendo identificazioni e ricostruzioni prive di fondamento. Nel corso del XVIII secolo i viaggi di antiquari come Anton Francesco Gori e Scipione Maffei documentano le prime raccolte, formatesi presso le famiglie proprietarie dei terreni un tempo occupati dalle necropoli.

L'attività di scavo raggiunse la massima intensità nella prima metà del XIX secolo, con la scoperta delle tombe dipinte e la costituzione di importanti collezioni: fra queste quella di Pietro Bonci Casuccini, confluita negli anni Sessanta dell'Ottocento nel museo di Palermo. Dal 1840 lavorò a Chiusi Alessandro François, cui si devono il ritrovamento del cratere omonimo, recuperato nel 1844-45 in località Fonte Rotella presso la fattoria di Dolciano, a poca distanza da Poggio Gaiella, e della tomba dipinta della Scimmia (1846), oltre alla novità metodologica di mantenere separati i corredi delle singole sepolture. In quegli stessi anni la città divenne un attivo mercato antiquario, frequentato dagli agenti dei musei europei; una conseguenza negativa fu la diffusione di restauri che, nelle sculture e nei rilievi, occultavano le lacune con integrazioni arbitrarie, mentre molti reperti presero la via di collezioni straniere. Tra il 1858 e il 1860 lo stesso François condusse per conto della Società Colombaria una campagna di scavi promossa, nel clima patriottico dell'epoca, per sottrarre agli stranieri l'acquisizione dei monumenti; parte dei materiali recuperati negli anni successivi costituì il primo nucleo del museo civico, istituito nel 1871.

Nel XX secolo i rinvenimenti si diradarono, verosimilmente per il progressivo esaurimento delle tombe a lungo saccheggiate; scavi condotti nell'abitato (La Rocca, I Forti) e in località vicine hanno però restituito strutture dell'età del bronzo finale e villanoviane. Fra le indagini più recenti si segnala quella condotta nel 2020 presso l'Arcisa, ai margini del centro storico, che ha portato in luce tracce di frequentazione ininterrotta dalla prima età del ferro all'età moderna, tra cui una grande cisterna del IX secolo a.C. e due capanne di età orientalizzante in un settore in precedenza ritenuto esterno al perimetro dell'insediamento protourbano.

Geografia

Il lago di Chiusi

Il centro etrusco occupava la sommità di un colle a 398 m s.l.m., affacciato sulla valle del Chiana, percorsa nell'antichità da un fiume navigabile collegato al bacino del Tevere. Il territorio è chiuso a nord dalla zona dei laghi e ai lati dai corsi del torrente Chiani e del suo affluente Astrone. Poiché l'insediamento sul colle non ha conosciuto interruzioni fino all'età moderna, le testimonianze etrusche in situ sono scarsissime, obliterate dalle costruzioni successive; assai più numerose sono invece le aree funerarie disposte attorno alla città, soprattutto sul versante occidentale. Sotto l'abitato moderno è stato riconosciuto un sistema di pozzi e cunicoli di età incerta, riutilizzato in epoca romana e medievale, mentre i complessi monumentali individuati nel sottosuolo, come il preteso foro e alcune cisterne, appartengono tutti all'età imperiale.

L'estensione contenuta del nucleo urbano, se confrontata con le città della costa, ha portato a ritenere che in età preromana la popolazione fosse distribuita in maniera diffusa nel territorio anziché concentrata sul colle. Chiusi rappresenta così un caso caratteristico dell'Etruria settentrionale, dove il potere non si irradiava da un unico centro dominante ma si accompagnava a un popolamento sparso, con le famiglie aristocratiche insediate fuori città a controllare ampie porzioni di terra: una configurazione favorita dalla base agricola dell'economia locale. Nel quadro delle stime demografiche elaborate da Stephan Steingräber per il processo di urbanizzazione dell'Etruria fino all'età tardo-arcaica, a Chiusi sono attribuiti circa 5.000 abitanti, meno della metà di quelli ipotizzati per Roselle e assai meno dei 25.000 stimati per Populonia. Questa dispersione dell'abitato ha reso difficile ricostruire l'aspetto e l'evoluzione del centro urbano, del quale rimane assai poco rispetto alla ricchezza delle necropoli circostanti.

Storia

Prima età del ferro e periodo orientalizzante

Lo stesso argomento in dettaglio: Cultura villanoviana.
Ossuario biconico villanoviano con ciotola di copertura, dalla Necropoli di Poggio Renzo, IX-VIII secolo a.C., Museo archeologico nazionale di Chiusi
Canopo da Dolciano, seconda metà del VII secolo a.C., Museo archeologico nazionale di Chiusi

Le testimonianze più antiche della frequentazione del colle e del suo circondario risalgono all'età del bronzo finale, riconosciuta nelle aree della Rocca e dei Forti attraverso resti di capanne, focolari e ceramica. Strutture abitative di età villanoviana sono state individuate a Montevenere e in altri siti, ampliando un quadro che in precedenza si fondava quasi soltanto sulle necropoli. In questa fase la popolazione risulta articolata in più nuclei separati, secondo il modello insediativo caratteristico dell'età del ferro; lo scavo dell'abitato di Montevenere ha inoltre restituito una notevole quantità di resti faunistici, indizio di un allevamento orientato alla produzione di carne. Il rito funebre praticato è l'incinerazione, con tomba a pozzetto e cinerario di impasto a profilo biconico o globulare.

Nella fase avanzata del villanoviano e per l'intero orientalizzante l'uso funerario prosegue nelle medesime aree, con il pozzetto che si allarga per accogliere, entro un grande orcio di terracotta detto localmente ziro, il cinerario e parte del corredo. Tratto distintivo della produzione locale è il cinerario antropomorfizzato, o canopo, così chiamato per la somiglianza con gli omonimi contenitori egizi: reca un coperchio a testa umana, talvolta manici configurati come braccia, e può essere collocato su un trono; alcuni esemplari femminili presentano orecchini, altri maschili la barba o l'accenno di uno scudo. La sua fabbricazione si protrae per oltre un secolo, dal secondo quarto del VII secolo a.C. alla seconda metà del VI secolo a.C., e ne è documentabile l'evoluzione, dai coperchi a semplice palla con lineamenti appena accennati fino a vere teste umane. I tratti restano generici, tali da distinguere il sesso e l'età del defunto ma non da configurare un ritratto vero e proprio; la tendenza a individualizzare il vaso è stata comunque letta come indizio delle differenziazioni sociali affiorate nell'Etruria del VII secolo.

Il contesto oggi meglio documentato per questa classe è la necropoli di Tolle, presso Chianciano, indagata in modo estensivo fra il 1996 e il 2011: vi sono state riconosciute oltre mille sepolture distribuite fra l'VIII e il II secolo a.C., con ricorso frequente al cinerario antropomorfo nel VII e nel VI. L'esame dei resti ossei ha permesso di stabilire sesso ed età alla morte dei defunti, mettendo in evidenza una presenza cospicua di individui in età infantile, e ha riaperto la discussione sul valore ideologico del canopo, interpretato come mezzo con cui le aristocrazie orientalizzanti fissavano l'immagine del singolo oltre la morte.

Fra i prodotti dell'artigianato locale del VII secolo si contano manufatti caratteristici, dalle olle di impasto con costolature verticali agli affibbiagli bronzei, ai vasi con anse a protome di leone, grifo o cavallo, la cui stilizzazione riprende e accentua modelli vetuloniesi. Alcuni di questi manufatti furono esportati verso Orvieto, il Chianti e altri centri, mentre a Chiusi affluirono importazioni di pregio, come il secchiello d'argento dorato iscritto Plikasnas e pissidi in avorio: scambi che documentano i rapporti tra le famiglie chiusine e quelle dei centri costieri. Verso la fine del VII secolo compaiono le tombe a camera scavate nella roccia, dapprima piccole e divise da un tramezzo, poi più ampie e dotate di banchine; nel corso del VI secolo all'incinerazione si affiancano, senza soppiantarla, le prime inumazioni, non di rado coesistenti nella stessa tomba.

Nel territorio chiusino ricadono i complessi di Murlo e di Castelnuovo Berardenga, entrambi con edifici di carattere principesco la cui funzione è discussa tra residenza aristocratica e sede di culto; a Murlo il grande edificio a corte del VI secolo, con statue acroteriali e lastre fittili di soggetto aristocratico, fu distrutto e obliterato intorno al 530-525 a.C., negli anni in cui un intenso processo di inurbamento portava all'abbandono degli insediamenti dell'entroterra.

Età arcaica

Vaso François, monumentale cratere a volute attico (a figure nere) realizzato ad Atene intorno al 570 a.C. dal vasaio Ergòtimos e dipinto da Kleitias. Scoperto nel 1844 dall'archeologo toscano Alessandro François a Chiusi, Museo archeologico nazionale di Firenze (inv. 4209)

Dai centri costieri, e in particolare da Vulci, provennero ceramica corinzia ed etrusco-corinzia e, in quantità assai maggiore, vasellame attico. Al 570-60 a.C. si assegna il cratere François, opera a figure nere firmata dal vasaio Ergotimos e dal pittore Kleitias e ritenuta uno dei capolavori della produzione attica. Da Vulci provennero anche gli stimoli che orientarono la statuaria locale in pietra: alla prima metà del VI secolo si data una serie di busti in pietra fetida e tufo recuperati in tombe, per lo più raffiguranti figure femminili con le mani sulle trecce o sul petto, riconducibili alla tradizione (sub)dedalica e riferibili alla classe abbiente. Alla seconda metà del secolo appartengono invece statue maschili panneggiate e assise in trono, con l'interno cavo destinato ad accogliere le ceneri e la testa amovibile, in evidente rapporto con la tradizione dei canopi.

Dalle sepolture chiusine proviene un gran numero di monumenti funerari in pietra fetida (basi, cippi, sarcofagi, urnette), spesso frammentari, lavorati a rilievo assai basso e databili dalla metà del VI agli anni centrali del V secolo a.C. I soggetti raffigurati, legati al mondo funerario (la danza, i giochi atletici, la caccia, il duello di opliti, il banchetto, l'esposizione e il trasporto del defunto), ricorrono su un numero così elevato di pezzi da far pensare a una loro diffusione presso il ceto medio; la stessa considerazione vale per il bucchero decorato a cilindretto, prodotto in serie pur richiamando un'ideologia aristocratica, e per la coeva classe del bucchero pesante, a decorazione plastica e ridondante.

Porsenna

Lo stesso argomento in dettaglio: Porsenna e Assedio di Roma (Porsenna).
Muzio Scevola davanti a Porsenna, dipinto di Giambattista Tiepolo, oggi al Museo Magnin di Digione, (inv. 1938 E 491), realizzato tra il 1725 e il 1729 come studio preparatorio per il monumentale ciclo delle Storie romane di Palazzo Ca' Dolfin a Venezia

La fama della città è legata in gran parte alla tradizione che la indica come patria di Porsenna, il sovrano che negli ultimi anni del VI secolo a.C. sarebbe intervenuto a Roma in soccorso di Tarquinio il Superbo espulso dal potere, tentando poi di trarne vantaggio per sé. Le fonti ne collegano il ricordo agli episodi di valore romano di Orazio Coclite, Clelia e Muzio Scevola e alla sconfitta patita nel 504 a.C. ad Ariccia dall'esercito guidato dal figlio Arrunte. Al re è attribuito anche un decreto che avrebbe imposto ai Romani l'uso del ferro nei soli attrezzi agricoli, notizia che alcuni hanno messo in relazione con la vocazione agricola del territorio chiusino. Il VI secolo a.C. fu comunque una delle epoche di maggiore floridezza del centro etrusco, quella in cui la tradizione ha situato il regno di Porsenna.

Al di là degli elementi favolosi, la storicità del personaggio è oggi ammessa. Sulla scorta di una rilettura di un passo di Plinio proposta da Giovanni Colonna, gli si attribuisce una titolatura articolata, che lo dice re dei Chiusini, dei Volsiniesi e degli Etruschi: le tre dignità sarebbero state acquisite in tempi successivi, con il dominio su Chiusi in un primo momento, l'estensione a Volsinii forse in occasione della spedizione contro Roma e infine una posizione di preminenza su buona parte del populus etrusco. Alla stessa tradizione appartiene il profilo di re-sacerdote, esperto nella disciplina dei fulmini, cui è ricondotto l'episodio volsiniese del mostro Olta. La critica recente lo ha descritto come un uomo d'armi giunto in Etruria per la via del paese umbro e insediatosi a Chiusi risalendo il Tevere e la Valdichiana, capace di costruire il proprio potere sul consenso del demos più che su quello delle grandi famiglie aristocratiche; a sostegno di questo percorso è stata addotta la forma etrusca ricostruita del nome, Purzena, che sembra presupporre una mediazione linguistica italica.

Alla figura del re è associato il ricordo di un sepolcro straordinario, descritto come un edificio imponente, articolato all'interno in un labirinto e sormontato all'esterno da piramidi con campanelli mossi dal vento. Riportando la descrizione di Varrone, Plinio il Vecchio ne attribuisce buona parte alle fabulae Etruscae, cioè alla dimensione leggendaria. Indicato come l'unico dei quattro labirinti dell'antichità situato in Italia, il monumento richiamò fin dal Quattrocento l'interesse di dotti e artisti, tra cui Leon Battista Alberti, il Filarete, Pio II e i Sangallo, che tentarono invano di riconoscerlo tra i resti della città o ne proposero ricostruzioni fondate sul testo tràdito.

Superata la vana ricerca dell'edificio, la critica ha spostato l'attenzione sulla nascita della leggenda. Essa sarebbe maturata in ambiente etrusco, forse a Chiusi stessa, che avrebbe onorato un proprio cittadino illustre attribuendogli un mausoleo grandioso ispirato, almeno nell'articolazione interna, a realtà locali quali il grande tumulo di Poggio Gaiella, suddiviso in più camere collegate da cunicoli. La valorizzazione del racconto nella cultura romana tardo-repubblicana e augustea è stata inoltre ricondotta a un programma di esaltazione del passato di Roma: celebrando Porsenna si magnificavano indirettamente i Romani che ne avevano vanificato le ambizioni. Il tema del sepolcro è tornato d'attualità anche in tempi recenti, in contesti estranei alla ricerca scientifica.

Il tumulo di Poggio Gaiella

Lo stesso argomento in dettaglio: Tumulo di Poggio Gaiella.
Monumento circolare a gradoni, in pietra fetida con processione di guerrieri, da Poggio Gaiella, 700-690 a.C., Museo archeologico nazionale di Chiusi

Il monumento che più di ogni altro ha alimentato la tradizione sorge circa tre chilometri a nord della città. Con un diametro di un centinaio di metri e un'elevazione di una quindicina, il tumulo di Poggio Gaiella è fra i più imponenti dell'Etruria, confrontabile con la Cuccumella di Vulci, e le sue dimensioni si avvicinano a quelle che Varrone assegnava al basamento del sepolcro regio. Il nucleo più antico è una camera a pseudocupola con pilastro centrale, detta Grotta rotonda e riferita all'ultimo quarto del VII secolo a.C., attorno alla quale si dispongono su più livelli una trentina di sepolture, con una frequentazione che prosegue fino alla seconda metà del II secolo a.C. L'identificazione con il labirinto descritto dalle fonti si deve ad August Emil Braun, che visitò lo scavo nel 1840 e vi dedicò una monografia.

I rilievi condotti negli anni Novanta del XX secolo hanno chiarito che la rete di cunicoli non è frutto di scavi clandestini ma appartiene al progetto originario, coevo alla camera circolare: vi si riconoscono le tecniche impiegate dagli Etruschi nelle opere idrauliche e minerarie, con avanzamento da un unico fronte, pareti rifinite e nicchie per le lucerne annerite dal fumo. Su questa base è stata avanzata l'ipotesi che l'impianto avesse una funzione rituale, da collegare al termine etrusco truia che accompagna il labirinto raffigurato sull'oinochoe della Tragliatella e quindi a cerimonie di iniziazione dei giovani aristocratici, inserite nel culto degli antenati. In questa prospettiva la fortuna stessa della leggenda misura la riuscita dell'operazione celebrativa condotta dalle famiglie che eressero il tumulo, se ancora oggi si continua a parlare, impropriamente, del labirinto e della tomba di Porsenna.

Età classica ed ellenismo

Urna con defunta distesa, e reciproca uccisione di Eteocle e Polinice, in terracotta dipinta, dalla tomba della gens Rusina, rinvenuta in località Le Tassinaie, II secolo a.C., Museo archeologico nazionale di Chiusi

Nella prima metà del V secolo a.C., esauritasi la stagione delle statue-cinerario, il ceto abbiente adotta le tombe dipinte, poco meno di venti, il cui repertorio (giochi atletici, banchetto) riprende quello delle tombe tarquiniesi a cavallo tra VI e V secolo, opera di maestri probabilmente provenienti da Tarquinia. Fra la metà del V e i primi decenni del IV secolo a.C. si torna alla statua-cinerario di ascendenza arcaica: la figura assisa in trono viene ora riservata alle sepolture femminili, mentre a quelle maschili spettano le urne con il defunto disteso sul coperchio, talora accompagnato da una figura femminile o da un demone infernale. Le opere di questa fase rivelano l'assimilazione dei modelli della grande scultura greca del V secolo. Alla metà del IV secolo appartiene anche la tomba dipinta della Quadriga Infernale, scoperta a Sarteano, nel territorio chiusino, con la raffigurazione di mostri e del viaggio oltremondano, il cui impianto richiama le pitture tombali di Orvieto.

Dopo i primi decenni del IV secolo scompaiono le grandi sculture funerarie, e la sola produzione di qualità è la ceramica a figure rosse del cosiddetto gruppo Clusium, dovuta a maestranze probabilmente giunte da Falerii. In età ellenistica prende avvio la fabbricazione di sarcofagi e urnette in pietra fetida, alabastro e travertino, decorati con miti greci o scene di battaglia, tra cui frequente la celtomachia, dai chiari riferimenti alla storia locale. Accanto ai pezzi di pregio, come i sarcofagi di Larthia e di Hanunia Seianti, databili tra la fine del III e gli inizi del II secolo a.C., si diffondono esemplari fittili prodotti in serie e ottenuti a stampo, con scene mitologiche o realistiche, destinati a una committenza di modeste possibilità economiche. Le deposizioni sono ospitate in tombe ipogee a lungo corridoio con nicchie, dove spesso convivono sarcofagi e urnette, segno della compresenza dei due riti nel medesimo gruppo familiare. Poiché una parte cospicua di questi monumenti reca il nome del defunto, non di rado un lautni (schiavo affrancato), se ne è dedotta un'organizzazione del territorio in piccole aziende agricole a conduzione familiare, riferibili al ceto medio e medio-basso.

Economia e territorio

Il Monte Amiata

Un tratto peculiare della cultura chiusina è la sua ininterrotta durata, che dagli albori dell'Etruria arriva all'età romana e la oltrepassa, accompagnata da una produzione locale di livello per lo più discreto: un profilo coerente con una ricchezza fondata su risorse non particolarmente redditizie ma stabili, quelle di un'agricoltura intensiva. Gli autori antichi lodano esplicitamente la fertilità del fondovalle e la qualità dei suoi prodotti, dal grano al vino, dall'olio al farro. All'agricoltura si affiancavano l'allevamento e la selvicoltura: quest'ultima riforniva di legname d'abete, proveniente dal versante orientale del monte Amiata controllato da Chiusi, una carpenteria navale documentata da un'iscrizione latina, mentre i laghi pescosi e i fiumi favorivano la navigazione interna e il trasporto delle merci.

La collocazione della città in un nodo di transito ne favoriva i collegamenti: verso nord con il Valdarno e verso sud con la valle tiberina lungo la Val di Chiana, e verso il Tirreno risalendo le valli dell'Orcia, dell'Astrone e dell'Ombrone. Nelle fasi villanoviana e orientalizzante il popolamento si addensava a ovest dell'abitato, fino alla valle dell'Orcia; dal VI secolo all'ellenismo si estese su entrambi i versanti, con piccoli insediamenti agricoli che nei secoli III e II a.C. si moltiplicarono. Fra questi ebbero un ruolo di rilievo, per la posizione strategica sulla rete viaria, i centri di Sarteano, di Castelluccio e della fortezza d'altura di Poggio Civitella. A nord il limite del territorio può essere fissato intorno al lago Trasimeno e al corso del torrente Salarco, dove un miliario della via Cassia segnalava la distanza tra Florentia e i fines Clusinorum; a sud i materiali di tipo chiusino si spingono lungo la sinistra del Paglia, mentre sulla destra prevalgono quelli di tipo volsiniese. Tra i centri del territorio emerge Chianciano, le cui necropoli orientalizzanti e arcaiche e il santuario dei Fucoli, connesso al culto delle acque salutari, hanno restituito materiali di grande rilievo.

Sul piano comparativo, l'analisi delle estensioni dei centri etruschi condotta con il modello XTENT assegna a Chiusi cinquanta ettari, misura contenuta rispetto ai grandi centri meridionali e costieri ma superiore a quella degli altri insediamenti della valle della Chiana. Applicando il modello, David Redhouse e Simon Stoddart collocano Chiusi fra i centri il cui sviluppo territoriale si stabilizza poco al di sopra dei 1500 chilometri quadrati, in contrasto con il declino previsto per centri minori del comprensorio come Murlo; gli autori segnalano peraltro che le dimensioni della città sono oggetto di discussione recente e che le ricostruzioni attuali ne indicano un'espansione.

Chiusi e Roma

Frammento di sarcofago romano del III secolo d.C. che illustra il celebre mito greco della caccia al cinghiale calidonio, rinvenuta a Chiusi nell'area di Santa Mustiola, conservato al Museo archeologico nazionale di Chiusi

Un ruolo centrale nella calata dei Galli in Italia centrale è attribuito dalla tradizione a Chiusi ai primi del IV secolo a.C.: un cittadino di nome Arrunte li avrebbe spinti a scendere in Etruria, e di fronte alla minaccia i Chiusini avrebbero chiesto aiuto a Roma, che inviò come mediatori tre membri della gens Fabia; l'uccisione del capo gallico per mano di uno di essi avrebbe volto gli invasori contro Roma, fino alla battaglia dell'Allia e all'incendio della città. Della permanenza di gruppi gallici nel territorio chiusino resterebbe traccia nella diffusione di gentilizi come Calie o Celta, versione etrusca degli etnici Gallus e Celtae. Tra il 296 e il 295 a.C. il territorio fu teatro degli scontri che precedettero la battaglia di Sentino, dopo la quale le città etrusche si legarono sempre più strettamente a Roma. Nel 205 a.C., per la spedizione allestita da Publio Cornelio Scipione contro Annibale, Chiusi fornì frumento in abbondanza e legname d'abete destinato alle navi.

Dopo la guerra sociale la città fu iscritta alla tribù Arniensis e, in seguito alle guerre tra Mario e Silla, accolse una colonia militare sillana, cui è stata riferita la denominazione di Clusini Novi, contrapposta a quella di Clusini Veteres. Le due si trovano infatti elencate separatamente, come se fossero comunità distinte, nel catalogo dei popoli della settima regione compilato da Plinio il Vecchio.

Il fenomeno non è isolato: nello stesso elenco Arezzo compare addirittura tripartita, in Arretini Veteres, Arretini Fidentiores e Arretini Iulienses. Le denominazioni non designano gruppi etnici ma sezioni del corpo civico distinte per anzianità e condizione giuridica: accanto ai vecchi cittadini si collocano i nuclei di coloni insediati in momenti successivi, in età sillana e poi cesariana. A questa duplicità di statuti si accompagnava, nelle colonie di età sillana, il mantenimento in loco degli antichi cittadini con diritti ridotti rispetto ai nuovi coloni, secondo una prassi già rilevata da Theodor Mommsen. Con l'inizio dell'età romana l'organizzazione del territorio in piccoli poderi andò gradualmente venendo meno, favorendo l'impaludamento della Val di Chiana, questione già dibattuta in senato nel I secolo d.C. Tra la seconda metà del II e i primi del I secolo a.C. si affermarono le urne a campana in terracotta, iscritte con il nome del defunto in etrusco e a volte in latino: una produzione che segna il trapasso dalla civiltà etrusca a quella romana.

Note

Esplicative

  1. ↑ La forma non è attestata come nome di città in modo diretto: è ricavata dall'aggettivo cleusinś ("chiusino"), noto da un frammento vascolare chiusino del III-II secolo a.C. e, al genitivo clevsinsl, dal titolo zilaθ mechl rasneas clevsinsl della tomba Golini I di Orvieto. Camporeale la registra come nome della città attestato in un'iscrizione del IV secolo a.C. da Volsinii, mentre Turchetti vi riconosce un aggettivo e ricostruisce il poleonimo come *Cleusi/*Clevsi per l'età ellenistica e *Cleusie/*Clevsie per quella di Porsenna.
  2. ↑ Il passaggio della raccolta a Palermo è datato al 1863 da Camporeale e al 1866 da Graditi.
  3. ↑ La cifra è riferita da Nielsen e Warden come termine di paragone con Roselle e risale a Steingräber 2001, studio dedicato all'urbanizzazione etrusca dal tardo villanoviano al tardo arcaismo: gli autori non ne esplicitano la cronologia puntuale.
  4. ↑ Gli estremi cronologici della classe sono fissati in modo lievemente diverso dagli studiosi: Camporeale li colloca fra il secondo quarto del VII e la seconda metà del VI secolo a.C., Bischeri fra il primo quarto del VII e il primo quarto del VI.
  5. ↑ La mediazione umbra è proposta da Colonna per il solo antroponimo e riguarda il percorso individuale del personaggio, non l'origine della città né quella degli Etruschi.

Bibliografiche

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  5. 1 2 3 4 Camporeale 2015, p. 353.
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  14. 1 2 3 Camporeale 2015, pp. 351-352.
  15. 1 2 3 Cristofani 1987, p. 286.
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  17. ↑ Nielsen, Warden 2017, pp. 1307-1309.
  18. ↑ Bettini 2021, pp. 323-326.
  19. 1 2 3 4 Camporeale 2015, p. 354.
  20. 1 2 Bischeri 2022, p. 263.
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Bibliografia

Voci correlate