I Gasterochiri (in greco antico Γαστερόχειρες?, Gasterócheires, letteralmente "coloro che hanno le mani sul ventre") sono, secondo la tradizione storica e mitografica della grecia classica, un antico popolo di straordinari artigiani e muratori originari della Licia.
Il nome composto deriva dall'unione dei termini in greco antico γαστήρ?, gastḗr ("ventre", "stomaco") e in greco antico χείρ?, cheír ("mano"). Il significato letterale ("mani sul ventre") indicava nel mondo greco coloro che vivevano esclusivamente del lavoro manuale delle proprie braccia, faticando quotidianamente per procurarsi il nutrimento.
Nella letteratura classica il termine perse la sua connotazione generica di "braccianti" per identificare stabilmente e in modo specifico questa tribù di artigiani d'oltremare.
Secondo quanto tramandato dal geografo Strabone, il nucleo originario di questa popolazione era costituito da sette maestri artigiani capostipiti. La tradizione non ha conservato alcun nome proprio individuale di questi sette costruttori, i quali venivano menzionati esclusivamente in modo collettivo attraverso il nome della loro tribù.
La presenza dei Gasterochiri nell'Argolide è strettamente legata alle dispute dinastiche della regione. Il re Preto, dopo essere stato scacciato dal trono di Argo dal fratello Acrisio, si rifugiò in Licia presso la corte del re Iobate e, ottenuta in sposa la figlia del sovrano licio e ricevuto il supporto di un esercito alleato fornito dal suocero, fece ritorno in patria per reclamare i propri domini, conducendo con sé i sette artefici ciclopici (ovvero i Gasterochiri).

Le fonti principali concordano nel collocare l'attività di queste maestranze nell'età protostorica, attribuendo al loro ingegno la fortificazione dei principali centri di potere dell'Argolide. I muratori licici estrassero dalle cave, trasportarono e misero in opera i colossali blocchi di pietra calcarea non squadrata che andarono a costituire innanzitutto le imponenti mura difensive di Tirinto, edificate subito dopo il ritorno di Preto per farne la sua roccaforte contro Acrisio, un'opera celebrata da Strabone che chiama questi artefici specificamente Gasterochiri.
In seguito, la tradizione mitografica estese l'opera di questi muratori alle fortificazioni erette per conto di Perseo e di suo figlio Alceo, attribuendo loro l'innalzamento delle mura di Midea e di Micene. Proprio a Micene, oltre alle fortificazioni perimetrali celebri per l'imponenza dei massi calcari, Pausania descriveva l'esistenza della monumentale Porta dei Leoni, associandola tradizionalmente allo straordinario lavoro dei Ciclopi e collegando questi ultimi direttamente agli stessi artefici che avevano precedentemente lavorato a Tirinto per Preto.
Oltre alle strutture architettoniche e militari, a questi medesimi artefici la memoria locale attribuiva la realizzazione di altre opere scultoree monumentali ad Argo, tra cui un rilievo in pietra raffigurante la testa di Medusa.
Robert Graves, I Miti Greci