Ipsipile

Disambiguazione – Se stai cercando l'omonima tragedia di Euripide, vedi Ipsipile (Euripide).
Ipsipile scrive una lettera a Giasone in un codice miniato francese (XV secolo) delle Heroides di Ovidio

Ipsipile (in greco antico Ὑψιπύλη?), nota anche come Issipile, Isifile o Hisiphile, è un personaggio della mitologia greca.

È la protagonista dell'omonima tragedia di Euripide, la meglio conosciuta tra le sue opere frammentarie, conservata per circa la metà.

Mito

Ipsipile era figlia di Toante, figlio di Dioniso e Arianna e re dell'isola di Lemno.

Durante il regno di Toante, le donne di Lemno (Lemniadi) smisero di offrire sacrifici alla dea Afrodite, a causa dell'infedeltà della dea nei confronti di suo marito Efesto, dio grandemente venerato a Lemno. Allora Afrodite punì le donne con una forte alitosi che le rendeva ripugnanti agli uomini, i quali iniziarono a trascurarle razziando schiave nella vicina Tracia. Le donne allora decisero di vendicarsi sterminando l'intera popolazione maschile (androcidio): non solo i mariti, ma anche i padri, i fratelli e i figli. Solo Ipsipile ingannò le altre e salvò Toante nascondendolo in una cassa, o barca, mandata alla deriva, da cui poi fu soccorso da pescatori di Sicandro. A questo punto, per comune accordo delle altre donne, Ipsipile divenne regina di Lemno, ormai abitata da sole donne, che pertanto si dedicarono anche ad attività allora tradizionalmente maschili (agricoltura, allevamento, guerra).

In seguito, Lemno fu la prima tappa di Giasone e dei suoi Argonauti, diretti in Colchide per recuperare il vello d'oro. Dapprima le lemnie si presentarono armate sulla spiaggia, temendo si trattasse di un attacco dei traci; appresa la verità, decisero di accordare agli eroi il permesso di sbarcare. Dopo un dibattito sul da farsi, le lemnie decisero di accogliere gli Argonauti come ospiti onorati; Ipsipile raccontò a Giasone quanto accaduto, omettendo però il massacro degli uomini. Gli eroi si trattennero per qualche tempo sull'isola, unendosi alle lemnie, prima che Eracle esortasse i compagni

a ripartire per la Colchide. In particolare, Ipsipile si legò a Giasone: frutto della loro relazione fu un figlio, Euneo, oppure, secondo altre versioni, due gemelli: Euneo e Toante.

Qualche tempo dopo, le lemnie scoprirono che anni prima Ipsipile aveva tradito il patto salvando Toante, e perciò tentarono di ucciderla, ma ella riuscì a fuggire da Lemno assieme ai figli, finendo però catturata dai pirati e venduta come schiava a Licurgo, re di Nemea nel Peloponneso, mentre i bambini furono affidati da Orfeo, che era stato uno degli Argonauti, al nonno Toante. A Nemea, Ipsipile divenne balia del figlio di Licurgo e di sua moglie Euridice, il piccolo Ofelte. Mentre badava al bambino, Ipsipile lo lasciò brevemente incustodito per mostrare una fontana (la fonte Langia) ai Sette eroi argivi diretti ad assediare Tebe: proprio allora Ofelte fu ucciso da un serpente. I Sette uccisero il serpente, quindi uno di loro, il veggente Anfiarao, ribattezzò il bambino Archemoro, vaticinando l'esito infausto della loro stessa spedizione a Tebe. Quindi i Sette istituirono giochi funebri per Archemoro, origine dei futuri giochi nemei. Per questa negligenza Ipsipile venne condannata a morte da Licurgo ed Euridice, ma si salvò grazie all'intervento dei Sette e dei suoi due figli che, giunti per partecipare ai giochi, la riconobbero e la liberarono dalla schiavitù.

Nella cultura successiva

Ipsipile è menzionata da importanti autori della letteratura italiana.

Note

  1. ↑ Libro Delle Donne Illustri, Tradotto per Giuseppe Betussi, di Giovanni Boccaccio, ed. Pietro de Nicolini da Sabbio, 1547, p. 21.
  2. ↑ Apollonio Rodio, Argonautiche I, 620-621; (Apollodoro), Biblioteca, I, 9, 17; Stazio, Tebaide V, 38-39; Igino, Fabulae, 15, 254.
  3. ↑ Apollonio Rodio, Argonautiche IV, 424-426; Ovidio, Eroidi 6, 114-115; (Apollodoro), Biblioteca, E, 1, 9; Stazio, Tebaide IV, 776.
  4. 1 2 3 4 Apollonio Rodio, Argonautiche, I, 609-630.
  5. ↑ Valerio Flacco, Argonautica, II, 98-107.
  6. ↑ (Apollodoro), Biblioteca, I, 9, 17.
  7. ↑ Stazio, Tebaide, V, 287-289.
  8. ↑ Valerio Flacco, Argonautica, II, 306-310.
  9. ↑ Pindaro, Pitica IV, 251-254, Olimpica IV, 18-23; Apollonio Rodio, Argonautiche, I, 609-910.
  10. ↑ Apollonio Rodio, Argonautiche I, 609-910; Ovidio, Eroidi VI; Valerio Flacco, Argonautica II, 311-425; Stazio, Tebaide, V, 335-474.
  11. ↑ Chiamato Toante come il nonno materno nella Ipsipile di Euripide, oppure Nebrofono (Biblioteca, I, 9, 17) o Deipilo (Igino, Fabulae, 15). Infine Ovidio (Eroidi, VI) parla di due bambini, ma senza indicarne i nomi.
  12. ↑ Euripide, Ipsipile (primo autore in cui compare questa seconda fase del mito, tanto che si è pensato sia proprio un'invenzione euripidea); Stazio, Tebaide, V, passim.
  13. 1 2 3 Euripide, Ipsipile.
  14. ↑ Igino, Fabulae, 15; (Apollodoro), Biblioteca, III, 6, 4.

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