| Ranica comune | |
|---|---|
| Localizzazione | |
| Stato | |
| Regione | |
| Provincia | |
| Amministrazione | |
| Sindaco | Sergio Parma (lista civica Proposta per Ranica) dal 10-6-2024 |
| Territorio | |
| Coordinate | 45°44′N 9°43′E |
| Altitudine | 293 m s.l.m. |
| Superficie | 4,06 km² |
| Abitanti | 5 804 (31-5-2026) |
| Densità | 1 429,56 ab./km² |
| Frazioni | nessuna |
| Comuni confinanti | Alzano Lombardo, Gorle, Ponteranica, Scanzorosciate, Torre Boldone, Villa di Serio |
| Altre informazioni | |
| Cod. postale | 24020 |
| Prefisso | 035 |
| Fuso orario | UTC+1 |
| Codice ISTAT | 016178 |
| Cod. catastale | H176 |
| Targa | BG |
| Cl. sismica | zona 3 (sismicità bassa) |
| Cl. climatica | zona E, 2 486 GG |
| Nome abitanti | ranichesi |
| Patrono | santi Sette Fratelli |
| Giorno festivo | 10 luglio |
| Cartografia | |
| Sito istituzionale | |
Ranica [ˈraːnika] (Ranga [ˈɾaŋɡa], La Rànga [laˈɾaŋɡa], Laranga [laˈɾaŋɡa], o Ràniga [ˈɾaniɡa] in dialetto bergamasco, Larianica in latino medievale) è un comune italiano di 5 804 abitanti della provincia di Bergamo in Lombardia. Situato sulla destra orografica del fiume Serio, dista circa 3 chilometri dal capoluogo orobico. Fa parte della Comunità montana della Valle Seriana.
Il territorio comunale di Ranica è interamente situato sulla destra orografica della val Seriana, ad un'altezza compresa tra i 260 del fondovalle ed i 726 m s.l.m. del Colle di Ranica, principale rilievo del comune nonché propaggine del colle Maresana.
Territorialmente è delimitato a Nord dal comune di Ponteranica mediante la linea che include la parte sommitale del colle di Ranica e la parte più a monte della piccola Val Rossa, posta tra i monti Zuccone e Solino, frontalmente al borgo di Olera. È invece il corso del fiume Serio che lo divide a Sud dal comune di Gorle ed a Sud-Est da quelli di Villa di Serio e Scanzorosciate, mentre ad Ovest confina con Torre Boldone, con cui nel tratto più a valle condivide il corso del torrente Gardellone. Infine è diviso ad Est e Nord-Est da Nese, frazione di Alzano Lombardo, mediante la parte finale del torrente Nesa, fino allo sbocco di quest'ultimo nel Serio.
Il nucleo abitativo risulta essere ormai fuso con soluzione di continuità con i limitrofi paesi posti lungo l'asta del Serio, in quella che viene ormai definita come una città allungata che si protrae da Bergamo fino ad Albino. In ogni caso numerose sono le contrade e le località che, storicamente e geograficamente, compongono Ranica: si va dalle collinari "Botta", "Bergamina", "Ripa" e "Valledonata", a "Chignola Alta" e "Chignola Bassa", poste sul confine con Torre Boldone, a "Borgosale" attigua al corso del Nesa, oltre alle centrali "Chiesa" e "Castello". Separate dal corso della vecchia strada provinciale della valle Seriana, si trovano "Viandasso" e "La Patta", situate nella piana alluvionale del fiume Serio vicino al confine con Gorle e Torre Boldone.
Per ciò che concerne la viabilità, oltre rete stradale ordinaria ed alla suddetta vecchia provinciale, vi sono la S.P.35, arteria di scorrimento della valle, e la tranvia Bergamo-Albino, una linea metro tranviaria che collega il paese con la città di Bergamo. Inaugurata nel 2009, ha permesso di decongestionare le strade della zona.
Idrograficamente parlando, oltre al fiume Serio, vi sono numerosi corsi d'acqua che scorrono nel il territorio comunale. Quello con portata maggiore è il Gardellone, affluente del Serio da destra, che si sviluppa nell'omonima valle e che raccoglie le acque di numerosi piccoli rivoli composti dalle acque in eccesso provenienti dai colli circostanti. Discreta rilevanza ricopre anche il Nesa, che transita in Ranica solo nel suo tratto finale, dove funge da confine con Alzano.
Notevole importanza è invece attribuibile a due canali artificiali, la roggia Morlana e la roggia Serio Grande, che molto hanno aiutato lo sviluppo agricolo ed industriale del territorio. Costruite nel periodo compreso tra il XII ed il XIII secolo, nascono dalle vasche di carico poste nella porzione meridionale di Albino.
Già in epoca medievale ricoprivano un ruolo fondamentale per i possedimenti del comune di Bergamo presso le campagne della pianura bergamasca, importanza che crebbe nel XIX secolo con l'espansione industriale. Fino alla seconda metà del XX secolo erano presenti anche le rogge Guidana e Vescovada, il cui tragitto venne successivamente modificato rendendole dipendente dalla roggia Morlana.
Numerose sono le teorie legate all'origine del toponimo. La più accreditata è quella che lo vorrebbe far derivare dal lemma di origine celtica Lar ("capo" o "comandante") ed al suo aggettivo derivato Laran, ovvero "qualcosa di proprietà del capo". L'area identificata come "Laran", appartenente quindi ad una personalità di rilievo (fors'anche al sovrano), si estendeva dai torrenti Nesa fino al Morla, includendo di fatto tutta la zona collinare che ha il suo epicentro nel colle di Ranica. Da questa voce pre-romana, risalente al periodo gallico-etrusco, si arrivò ad una latinizzazione del nome, che venne quindi traslato in Larianica. Per secoli la dicitura rimase sostanzialmente invariata (si arrivò a Laranica), tanto che anche attualmente in dialetto bergamasco è consuetudine utilizzare il termine La Ranga, nome riportato anche su una cartina geografica del XVI secolo dipinta in una galleria dei Musei Vaticani. A tal riguardo anche il vicino comune di Ponteranica può dare preziose indicazioni, in quanto derivante da Post-Laranica, ovvero "territorio situato al di là della zona denominata Laranica".
Nei secoli seguenti al Medioevo vi fu una notevole alternanza tra l'utilizzo di Laranica con quello di La Ranica, finché un decreto attuato dal neonato Regno d'Italia, fissò il nome eliminando in modo definitivo il prefisso-articolo, che rimase solamente nella lingua parlata.
Pochi riscontri paiono avere invece le teorie perorate da Dante Olivieri e da Elia Fornoni, che vedrebbero legato il nome del paese nel primo caso al gentilizio latino Hilarius e quindi Hilarianica ("terra di Hilarius"), mentre nel secondo dal nome nobiliare celtico Larius, da cui poi sarebbe derivato Larianica, ovvero "possedimento della famiglia di Larius".
Priva di fondamento è anche l'opinione che vorrebbe collegare il toponimo a Lariana, ovvero un bosco o una selva che avrebbe ricoperto queste zone millenni or sono.
I più antichi reperti rinvenuti sul territorio riconducono all'età preistorica: tra questi si segnalano resti legati allo sfruttamento ed alla lavorazione della selce, che dovrebbero risalire ad un periodo compreso tra il neolitico e l'antica età del bronzo, con una notevole intensificazione dello sfruttamento nell'età del rame (circa 3.000 a.C.). Tuttavia è probabile che queste zone furono frequentate già dal Paleolitico, considerati anche i preziosi ritrovamenti litici effettuati direttamente sul Colle della Ranica nel 1991.

Si trattava in ogni caso di insediamenti sporadici, tanto che il livello di antropizzazione rimase molto basso per parecchi secoli: i primi stanziamenti fissi di una certa consistenza risalirebbero invece al VI secolo a.C., quando in quest'area si stabilirono gli Orobi, popolazione di origine ligure dedita alla pastorizia, a cui si aggiunsero ed integrarono, a partire dal V secolo a.C., le popolazioni di ceppo celtico, tra cui i Galli Cenomani. A tal riguardo interessante è la scoperta, effettuata nel 1897 nei pressi del guado del fiume Serio presso Viandasso, di una tomba risalente al II secolo a.C., nella quale erano conservati anche alcuni suppellettili.
Tuttavia la prima vera e propria opera di urbanizzazione fu opera dei Romani, che conquistarono la zona e la sottoposero a centuriazione, ovvero ad una suddivisione dei terreni a più proprietari, a partire dal I secolo d.C.. Questa prevedeva un vicus Larianum nel territorio compreso tra i torrenti Nesa e Gardellone (corso d'acqua che aveva un tracciato differente dall'attuale) e delimitato dalla linea compresa tra Marzanica (nell'attuale comune di Torre Boldone) e Blandatium (l'attuale Viandasso). Questa opera assegnò appezzamenti più o meno vasti a coloni e veterani di guerra, di origine o acquisizione romana, i quali bonificarono i terreni al fine di poterli sfruttare per coltivazioni agricole ed allevamento di bestiame. Di tale epoca numerosi sono le testimonianze ed i reperti, rinvenuti presso le località Ripa, Castello e Viandasso: a tal riguardo emblematica è la situazione venutasi a creare verso la metà del XIX secolo, quando nei numerosi scavi edilizi ed agricoli era solito trovare cose antiche, tanto che i muratori e gli agricoltori del tempo avevano trovato nel canonico Bernardino Gritti Morlacchi un referente a cui consegnare il materiale. Tra queste, notevole importanza ricoprono le cosiddette lucerne di Ranica, considerate uniche nel loro genere, ma anche reperti assai rari come un balsamario in vetro, un singolare poppatoio, un askos ornitomorfo e vari utensili da cucina, collocabili tra il I ed il II secolo d.C. e custoditi presso il Museo Civico Archeologico di Bergamo.
Numerosi gli interventi strutturali effettuati dai colonizzatori romani: in primis la costruzione della strada della val Seriana denominata via Rubra, poi l'insediamento di un presidio militare, presso Viandasso (ai tempi Blandatium), utilizzato come controllo sulla via stessa e sul guado sul fiume Serio, ed infine la tracciatura di un canale artificiale utilizzabile per fini agricoli, ampliato nei secoli seguenti e conosciuto con il nome di Roggia Serio Grande.
Il periodo successivo alla dominazione romana vide la zona soggetta alle invasioni barbariche, con la popolazione costretta a rifugiarsi in postazioni più elevate su colli e propaggini circostanti, in quanto considerate più sicure dalle scorrerie, con conseguente abbandono dei centri abitati.
Nel corso del VI secolo si verificò l'arrivo dei Longobardi, popolazione che si radicò notevolmente sul territorio, influenzando a lungo gli usi degli abitanti: si consideri infatti che il diritto longobardo rimase “de facto” attivo nelle consuetudini della popolazione fino al XV secolo, così come può essere riscontrabile in alcuni cognomi (Gherardi e Roggeri su tutti) e toponimi come il Gromo del Gastaldo. Quest'ultimo, posto sul confine con Torre Boldone, starebbe ad indicare un luogo in cui venne sepolto un alto funzionario longobardo, in quanto gromo, indica un'altura, mentre il gastaldo era un'autorità che assumeva l'esercizio della sovranità giurisdizionale ed amministrativa.

Nell'VIII secolo ai longobardi subentrarono i Franchi che, al contrario dei predecessori, rimasero estranei alla vita sociale e politica dei territori assoggettati, nei quali instaurarono un sistema feudale, inserito nell'ambito del Sacro Romano Impero. A tal riguardo nel 974 l'imperatore Ottone II investì Ambrogio I, Vescovo di Bergamo, del titolo di Signore delle terre della valle Seriana, sulle quali aveva giurisdizione in ambito civile, penale ed ecclesiastico. Anche i primi documenti in cui viene citato il nome del paese risalgono al X secolo: il primo, un contratto per la concessione temporanea di terre dal Vescovo a due abitanti di Bergamo, è datato 881 (indicato come primo anno di regno di Carlo il Grosso in Italia) e cita tale Andrea di Larianica. Di poco posteriori sono due atti che, stilati nell'898 (Berengario è da undici anni re d'Italia), vedono protagonista tale Roteperto de Larianica, estimatore incaricato dal Vescovo a valutare gli effetti di una permuta, citato poi anche in un altro documento del 905.
Di notevole importanza storica è inoltre la causa giudiziaria intentata nel 919 dal Vescovo nei confronti di due abitanti di Larianica, Odelcarda e Arioaldo, di chiara origine longobarda. Questi vennero infatti accusati di appropriazione e di utilizzo indebito di una vigna, e poi condannati in seguito ad un processo che, raccontato dettagliatamente, permette di comprendere molti aspetti della vita di allora.
Di poco antecedente (anno 910) è invece il testo in cui viene menzionato per la prima volta il toponimo di Blandagio, l'attuale Viandasso, citato anche come vico nel 985.
Erano anni in cui le varie popolazioni avevano dato vita ad un complesso processo di integrazione, con i Franchi che si affiancarono ai Longobardi, a loro volta precedentemente integratisi su popolazioni di derivazione gallica e latina. Segni della presenza carolingia sono riscontrabili in alcuni capitelli rinvenuti presso Viandasso, ma anche in altri documenti in cui si citano alcuni residenti che vivevano nel borgo secondo la legge salica, codice adottato appunto dai Franchi. Anche l'origine del toponimo Borgosale è da ricondurre a questo periodo, come si evince dalla derivazione Burgo Salii, indicante presenze un nucleo con presenze saliche.
A partire dal XII secolo iniziarono a diffondersi i primi cognomi (il primo documentato a Ranica è un certo Zacco nel 1147), e nel corso del Trecento si radicarono storiche famiglie "originarie" come gli Zoris, i Carris, i Lunatti e i Vavassori, accanto a grandi possidenti del territorio tra cui spiccavano i Tarussi, i Preposulo e i Prestinari.
Il periodo compreso tra il X e l'XI secolo vide il territorio al centro di un'opera di bonifica, con gran parte dei campi utilizzati per la coltivazione di alberi da frutto. È inoltre documentata la presenza di una seriola (anno 1080), probabilmente l'attuale Roggia Morlana, di una turritiola (1068) e delle comunalia, ovvero un insieme di regole e terreni condivisi volti a disciplinare la vita economica degli abitanti in una primordiale organizzazione comunale. In base agli Statuti di Bergamo del 1331, il comune venne in seguito inserito amministrativamente e in modo definito all'interno della Faggia di Porta San Lorenzo. A questo si deve aggiungere l'esistenza di un castello nel centro dell'abitato, dotato di fossato, una torre, di murature consistenti e di ampio ambiente con volta a botte, appartenente alla popolazione ed utilizzato come riparo in caso di attacco.
Notevole importanza economica assunse inoltre il "Molino dei Canonici", situato in località Biandazzo e ampiamente documentato a partire dal 1179, attorno al quale si svilupparono estesi possedimenti agricoli e innovativi contratti di mezzadria legati ai canonici della cattedrale di Bergamo.
Tutto ciò indica come il borgo si stesse sviluppando: la popolazione sentì quindi la necessità di dotarsi anche di un proprio edificio di culto, costruendo una cappelletta dedicata ai “santi Sette fratelli martiri”, subordinata alla Cattedrale di san Vincenzo in Bergamo. Questa, il cui nome compare per la prima volta nel 1260, venne in seguito ampliata, fino a diventare l'attuale chiesa parrocchiale.
Restando in ambito religioso, è da ricordare la presenza nel paese di un riformatore che, noto con il nome di prete Daniele, aderì al movimento della Pataria facendo proseliti tra gli abitanti e distinguendosi in ambito provinciale per le predicazioni. A tal riguardo pare che la zona in cui egli abitava, prese il nome dal movimento stesso venendo identificata come La Patta.
Ben presto però l'autorità vescovile cominciò a rivelarsi opprimente per i borghi che richiedevano una sempre maggiore autonomia: tra il XII ed il XIII secolo Laranica riuscì ad emanciparsi, redigendo quindi una serie di statuti ed ordinamenti ed ergendosi a comune autonomo posto sotto il controllo della città di Bergamo, che la inserì nella già citata circoscrizione della “Facta della porta di San Lorenzo”. Questa nuova condizione permise al comune di gestire in autonomia lo sfruttamento dei boschi e dei pascoli, di poter definire confini amministrativi e viabilità e di organizzare liberamente il culto. A questo si aggiunse anche l'utilizzo delle acque sia del fiume Serio che delle rogge presenti sul territorio: tra queste la roggia Serio Grande e la roggia Morlana, che nascevano più a monte e servivano i bisogni delle campagne limitrofe alla città di Bergamo, ma anche le rogge Guidana (fatta realizzare da Guido di Grumello) e Vescovada, tracciata da un consorzio guidato dal Vescovo di Bergamo. Il comune, come riportato dagli Statuti della città di Bergamo redatti nel 1265, era retto da un proprio console, eletto dai capifamiglia e scelto tra le personalità più importanti del paese ed adottò lo statuto della Valle Seriana.
Sul finire del Medioevo cominciarono a verificarsi attriti tra gli abitanti, divisi tra guelfi e ghibellini, che raggiunsero livelli di recrudescenza inauditi. Ranica venne a trovarsi tra i domini guelfi, tanto da essere vittima a più riprese degli attacchi ghibellini. Il primo fatto riportato dalle cronache risale al 20 maggio 1362 quando il nobile cavaliere Merino Dell'Olmo, nell'ambito della lega antiviscontea promossa da Egidio Albornoz, attaccò il castello di Viandasso con un'azione di guerra ben pianificata, lo bruciò, uccise il padrone, e continuò poi con altre fortificazioni della bergamasca.
La risposta viscontea non si fece attendere, tanto che Bernabò Visconti diede facoltà ad ogni ghibellino di uccidere un guelfo e di incendiarne le abitazioni. A Ranica le famiglie principalmente coinvolte erano i guelfi Tarussi ed i ghibellini De La Sale, che diedero vita a continue schermaglie in cui sovente venivano danneggiate case e coltivazioni della parte avversa, con momenti in cui queste sfociavano in tragedie, come l'uccisione di Antoniolo Tarussi, avvenuta il 25 giugno 1381, a cui fece seguito qualche mese più tardi, l'assassinio di Gerardo de la Sale.
In particolare, nel 1379 un gruppo di guelfi dei paesi limitrofi compì una razzia di bestiame a Morengo ai danni di Donina Porro, amante di Bernabò Visconti, scatenando le ire del signore e provocando una pesantissima rappresaglia economica contro la comunità ranichese, considerata corresponsabile e per molto tempo insolvente nel pagamento della sanzione imposta. L'apice tuttavia fu raggiunto nel 1380. In un anno in cui in tutta la provincia erano stati registrati attacchi ed agguati con decine di morti, il 22 giugno il comandante Giovanni Lisca fu inviato da Bernabò Visconti in quelle zone note come avamposti guelfi al fine di impartirvi una sonora lezione. In testa ad una truppa di circa 800 soldati, appoggiata da altri 400 guastatori, devastò il borgo bruciando abitazioni, campi e coltivazioni, depredando ciò che era possibile e lasciando dietro di sé una quantità imprecisata di morti e feriti, in un evento passato alla storia locale come il Sacco di Ranica.
L'insostenibile situazione portò gli abitanti e le autorità locali a chiedere un impegno condiviso al fine di favorire la pacificazione: questo portò ad una tregua che, stipulata il 20 settembre 1392, ebbe tuttavia vita breve.
Nel frattempo la località di Biandasso (l'attuale Viandasso), aveva scelto di entrare nell'orbita amministrativa di Bergamo, mettendo a repentaglio l'esistenza dell'intero comune di Ranica, del quale territorialmente sarebbe restato poco. Tuttavia poco tempo dopo la “secessione” fu ricomposta, in seguito alla quale vennero ridefiniti i confini territoriali con i paesi vicini, che andarono ad assumere quella che è l'attuale configurazione.
Nuovi episodi si verificarono nel 1398 quando il capitano visconteo Giovanni Castiglioni da Lucca, l'8 febbraio attaccò e conquistò la fortezza di Biandasso, di proprietà della famiglia guelfa dei Tarussi. Otto giorni dopo però, durante un rifornimento al castello, si verificò un violento attacco guelfo che innescò una feroce battaglia che causò sei morti per parte, più numerosi prigionieri, alcuni dei quali furono condannati a morte ed uccisi cinque mesi più tardi, con i loro corpi esposti per più giorni come monito nel centro della città di Bergamo.
Il livello di recrudescenza pareva non diminuire, con guerriglie all'ordine del giorno delle quali spesso erano vittime i residenti guelfi. A tal riguardo è da annotare l'ennesima scorribanda ghibellina, perpetrata il 19 ottobre 1405 da Facino Cane e Gasparino Visconti con l'aiuto di numerosi esponenti della famiglia Suardi, nella quale vennero uccisi dieci guelfi tra Ranica e Torre Boldone, con devastazioni, ruberie e più di centro prigionieri.
Tutte queste situazioni, unite alle ondate epidemiche di peste del XIV secolo, portarono ad un abbandono delle attività agricole e decimarono la popolazione, che scese a nemmeno 100 unità sul finire del secolo.


Il nuovo secolo iniziò con le dispute per il controllo della zona tra Ducato di Milano e Repubblica di Venezia, con il paese decisamente schierato dalla parte dei veneti. La situazione si definì nel 1428, quando la Serenissima ebbe il sopravvento. Questa decise di eliminare tutte le fortificazioni, con le torri che furono utilizzate come abitazioni, dando il via ad un periodo di tranquillità in cui l'intera zona riprese a prosperare, anche grazie alla diminuzione della pressione fiscale ed alla maggiore autonomia. Si svilupparono ulteriormente i commerci e vi fu nuovo impulso per l'agricoltura, l'allevamento e la produzione ed il commercio della lana, situazione che favorì lo sviluppo della piccola imprenditoria tessile.
Nel frattempo la zona aveva acquisito discreta importanza anche a livello commerciale per via dell'esistenza di una strada, la cosiddetta via Mercatorum, che permetteva il passaggio di persone e merci dirette verso la val Brembana, in quei tempi difficilmente raggiungibile utilizzando gli impervi sentieri del fondovalle brembano. Questa strada lastricata si sviluppava dalla città di Bergamo e passando da Ranica in breve arrivava a Nembro ed Albino, da cui saliva fino all'altopiano di Selvino ed Aviatico, poi a Trafficanti (frazione di Costa Serina), ed infine a Serina.
Lo sviluppo proseguì anche nei successivi decenni, con la popolazione che, come riportato nella relazione del comandante veneto Giovanni Da Lezze, crebbe fino a raggiungere 452 unità nel 1596 e 740 della fine del XVIII secolo. Di queste, la quasi totalità svolgeva mansioni legate all'agricoltura, anche se cominciò a svilupparsi una nuova classe sociale benestante. La presenza di quest'ultima è testimoniata dalle numerose ville che sorsero sul territorio: su tutte le ville Adelasio, Lussana, Beretta, Morlacchi, Gamba e Donadoni.
Tuttavia la dominazione veneta era mal sopportata da parte della locale borghesia, tanto che qui si verificò una delle prime rimostranze contro i veneziani. Era il 1793 quando Giovanni Maria Gritti, console dell'attiguo comune di Nese organizzò, contro l'elevato prezzo delle farine, una protesta che coinvolse gli abitanti anesiati e ranichesi e che arrivò fino alle autorità della città. L'esito fu negativo, con i promotori imprigionati dal governo cittadino.
In ogni caso dopo soli quattro anni l'intera regione, in seguito al trattato di Campoformio, fu assoggettata alla napoleonica Repubblica Cispadana. Questa nel 1809, nell'ambito di un'ampia opera di riorganizzazione delle realtà comunali, aggregò amministrativamente Ranica alla città di Bergamo. Tuttavia nel 1816, in seguito al passaggio della zona all'austriaco Regno Lombardo-Veneto, Ranica riacquisì la propria autonomia amministrativa. In quegli anni la popolazione crebbe in modo considerevole, passando dai 651 abitanti del 1776 ai 920 del 1861, numero che continuò a crescere in modo costante.
Questo fenomeno si acutizzò ulteriormente a partire dal 1870, anno in cui Gioachino Zopfi aprì un'azienda manifatturiera posta lungo la Roggia Serio Grande, sfruttandone la potenza idrica. Per capire l'importanza che questa ha avuto per il paese, si consideri che il simbolo di tale azienda, la ruota dentata, appare anche nello stemma comunale.
La Zopfi passò alla storia soprattutto per i fatti del 1909, quando si svolse il celebre sciopero di Ranica, un evento che vide i lavoratori mobilitarsi per la riassunzione di un collega licenziato e per il miglioramento delle condizioni lavorative. La protesta, durata quasi due mesi, attirò l'attenzione delle autorità e della stampa anche al di fuori della provincia: alla causa dei lavoratori, infatti, parteciparono personaggi di spicco come Nicolò Rezzara, il vescovo di Bergamo Giacomo Maria Radini Tedeschi e il futuro Papa Giovanni XXIII.
Un ulteriore impulso all'economia locale venne dall'apertura sia della ferrovia della Valle Seriana, che dal 1884 permetteva il collegamento di merci e passeggeri da Bergamo a Clusone.
Tuttavia l'inizio del XX secolo, complice la crisi del 1929 e la successiva difficoltà dell'industria tessile, vide una notevole contrazione dell'occupazione con pesanti ripercussioni sull'emigrazione. Nella seconda parte del secolo il comune fu soggetto ad un tumultuoso sviluppo urbanistico, sociale ed economico. La popolazione difatti crebbe in modo esponenziale raggiungendo numeri inimmaginabili solo qualche decennio prima: al censimento del 1901 gli abitanti erano 1573, cifra quasi raddoppiata nel 1951, mentre un solo decennio dopo avevano raggiunto quota 3259. Il vero boom avvenne nei due decenni successivi, in seguito ad un'imponente cementificazione del territorio che fece lievitare i residenti a 4018 nel 1971 ed a 5262 nel 1981, con un conseguente snaturamento del territorio, ed unificazione in un unico nucleo abitativo delle differenti contrade fino ad allora separate.
Le più antiche menzioni del primo stemma comunale di Ranica sono rintracciabili in antiche raccolte araldiche bergamasche, tra cui il codice cartaceo di G.B. Manganoni del 1656 e la raccolta della famiglia Bonghi, copiata su un codice del 1640. Esso è poi nuovamente attestato il 12 aprile 1879 dall'Archivio Araldico Vallardi di Milano, mentre lo Stemmario Camozzi del 1888 lo include al numero 2249. Questa la blasonatura
La figura nel secondo campo, resa araldicamente come rettile o serpente (a significare l'origine viscontea dell'arma), in ambito locale è identificata anche come una particolare varietà locale di salamandra, endemica delle valli boscose della zona e detta appunto "la ranica", in ragione della quale si dovrebbe considerare uno stemma parlante. Nel 1896 la Consulta araldica del Regno d'Italia non lo confermò.
Nel secondo dopoguerra l'amministrazione comunale decise di abbandonare l'emblema storico - ritenuto allora erroneamente un residuato d'epoca fascista - per commissionare un nuovo stemma e gonfalone nel 1951 allo studio araldico privato del conte Adriano Guelfi Camajani. Essi furono poi approvati con delibera del consiglio comunale il 18 ottobre 1958 e ufficialmente concessi con decreto del Presidente della Repubblica il 6 ottobre 1959, nelle seguenti forme:
Il gonfalone è un drappo partito di azzurro e di giallo.
La scelta della ruota dentata volle essere un esplicito riconoscimento all'industria tessile del territorio, incarnata in particolare dal Cotonificio Zopfi, che ebbe un ruolo fondamentale per la crescita economica di Ranica.
Numerose sono le architetture civili e religiose che caratterizzano il territorio.

La più nota è senza dubbio la villa Camozzi, edificata in stile neoclassico tra il 1810 ed il 1815 dall'architetto Simone Elia. Inizialmente di proprietà della famiglia Camozzi, che vide tra i suoi componenti i patrioti Giambattista e Gabriele, verso la metà del XIX secolo fu un ritrovo di esponenti del risorgimento, tra cui anche Giuseppe Garibaldi. Dalle notevoli dimensioni, presenta una superficie coperta di 8.000 metri quadrati, suddivisa in numerose sale affrescate da artisti come Paolo Vincenzo Bonomini e la famiglia Salvatoni, con un parco pubblico, dotato di alberi secolari, vasto 60.000 metri quadrati. Dopo vari passaggi di proprietà, nel 1979 vi si insediò la sede dell'Istituto Mario Negri, centro di ricerca e degenza per le malattie rare.
Di notevole importanza è Villa Baldini in località Viandasso, un complesso che si presenta come struttura di cascina padronale dotata di due corti interne separate, giardino e distesi campi coltivati. Collocata nella piana alluvionale nei pressi del fiume Serio, in epoca romana l'insediamento (noto come Blandatium) fu specificamente un accampamento militare, eretto per volere di Giulio Cesare in posizione strategica per bloccare le incursioni nemiche provenienti dalla val Seriana e controllare il guado sul fiume. Dal 1200, con l'insieme delle vicine cascine, divenne il sistema difensivo denominato "Viandazzo", posto a protezione della Valle Seriana. A partire dal XIII secolo la struttura fu dotata di un sistema difensivo, di cui resta visibile la torre, e si trovò al centro di numerose dispute, anche sanguinose, che coinvolsero i proprietari di allora, la famiglia Tarussi. Dal XVIII secolo fu trasformata in casa di campagna con masseria e stalle, attorno alla quale si svilupparono le colture dei cereali, della vite ed in particolare della cipolla tipica bergamasca grazie all'utilizzo delle rogge (su tutte la Morlana), sfruttando un sistema medievale di irrigazione tutt'ora esistente. Architettonicamente, l'edificio padronale settecentesco è impreziosito da pitturazioni a rombi sulle murature e motivi a trifoglio nelle ogive delle finestre, mentre gli interni conservano pregevoli stucchi e pavimenti a mosaico. Nella seconda metà del XIX secolo venne acquisita dalla famiglia Baldini, medici di origine svizzera, che vi fece insediare anche una filanda. Si deve all'impegno sociale di Anna Baldini e del marito, il Dottor Triade Perico, la fondazione a Bergamo nel 1908 delle Scuole di Economia ed Igiene domestica, istituite all'interno degli opifici per migliorare le condizioni morali, igieniche, sanitarie e alimentari delle donne operaie. La struttura oggi ospita un asilo nido, un'associazione di falconieri ed un percorso didattico sull'antica coltivazione di frutti.
Sorge in centro al paese, con un lato su Piazza Europa e uno su Viale della Rimembranza, a fianco della vecchia strada provinciale della valle, all'incrocio con la deviazione per Viandasso. Venne originariamente costruita nel XIV secolo, epoca di cui sono ancora visibili tratti di muratura, feritoie e un solido torrione di difesa di cui resta evidente il barbacane. Dopo l'epoca medievale venne riadattata a villa di campagna, riducendo l'altezza della torre originaria. Sul finire del XVI secolo, venuta meno la necessità difensiva, il corpo dell'edificio venne allungato a ovest e fu aggiunto un corpo a est, integrando inoltre alcuni fabbricati rustici (stalle, scuderie e mulino) a servizio dell'attività agricola. Verso la fine del XVIII secolo la struttura subì una profonda e radicale ristrutturazione estetica che portò alla creazione di una corte interna simmetrica, dotata per puro effetto scenografico di una quinta muraria "fittizia" sul lato sinistro. Le facciate vennero arricchite con un rivestimento a bugnato orizzontale ed episodi scultorei classici, mentre all'interno fu realizzato un solenne scalone d'ascesa al primo piano. Il grande parco ospitava un tempo curiosi esemplari botanici, come dei Cedrus atlantica accuratamente manipolati per crescere a forma di candelabri a tre e a cinque bracci alti una decina di metri, andati purtroppo distrutti nel corso degli anni a causa dei temporali. L'edificio, danneggiato dalle vicende belliche, fu in seguito restaurato dalla nobildonna Giulia Adelasio e fu sottoposto a un ulteriore restauro conservativo nel 1974.

Situata in località Chignola, fu edificata originariamente dalla famiglia Acerbis-Viani di Nese per poi passare alla famiglia Guerinoni. La sua edificazione risale alla seconda metà del XVII secolo, una datazione storicamente confermata dal ritrovamento di un coppo di copertura datato 1669 durante i moderni lavori di restauro. In passato il complesso comprendeva un'intera ala perpendicolare adibita a serre, che venne però abbattuta nel XIX secolo per consentire l'ampliamento del parco. Le facciate esterne della struttura presentano interessanti affreschi raffiguranti stemmi, disegni geometrici e floreali, oltre a decorazioni che seguono i contorni delle finestre e disegni posti lungo le volte del lungo porticato.
In centro al paese, a fianco della chiesa parrocchiale, si trova Palazzo Morlacchi (o Villa Morlacchi), imponente residenza risalente al XVIII secolo che si presenta come la tipica residenza di campagna della ricca alta borghesia del tempo. Appartenuta inizialmente a un ramo collaterale della famiglia Morlacchi-Gritti e dotata di un corpo centrale e due ali perpendicolari con annesso brolo, la struttura presenta una facciata decorata con due medaglioni contenenti busti a bassorilievo e culmina con uno stemma raffigurante due chiavi incrociate, un emblema che viene ripreso anche sui camini marmorei all'interno dell'edificio. Sotto il porticato dell'ingresso si ammirano un bassorilievo rettangolare e un affresco ovale che rappresenta un santo circondato da angioletti. All'interno, la sala al pianterreno reca un altro affresco ovale con due angioletti che reggono una ghirlanda fiorita, mentre il salone al piano superiore è arricchito da rosoni in stucco dalle forme più svariate. Gli affreschi della villa sono opera dei pittori Salvatoni (padre e figlio), i cui lavori per i Morlacchi sono storicamente documentati in due fasi precise grazie ad appunti autografi: un primo intervento nel 1826 e un secondo tra il 1828 e il 1835. Nel XX secolo l'edificio è stato suddiviso in numerosi appartamenti privati, ospitando tra le altre cose la sede del comando dei vigili della Polizia Locale.

In posizione più elevata, in località Botta, si trova Villa Gamba (originariamente nota come Villalta). Edificata agli inizi del 1800, fu proprietà della famiglia del patriota Giuseppe Gamba e divenne un importante fulcro culturale ospitando una famosa biblioteca frequentata dagli studiosi del Risorgimento. Originariamente la proprietà disponeva di tre accessi: un cancello principale e uno dedicato agli annessi agricoli da via Gamba, più un terzo accesso da via San Luigi utilizzato specificamente per il passaggio dei carri. Il prezioso archivio del notaio Gamba, contenente documenti dal 1506 alla Prima Guerra Mondiale, è oggi conservato presso la Biblioteca Civica di Bergamo. All'interno dell'edificio vi erano diverse "sale a tema": di particolare interesse era la sala della Rivoluzione francese, con le pareti ornate da splendide stampe di episodi rivoluzionari e provvista di volumi di storici francesi come Hippolyte Taine, oltre a una sala che conservava preziose edizioni bodoniane. All'esterno, il corpo centrale della villa richiama l'aspetto di una torre a base rettangolare, arricchita da finestre bifore e da pietre d'angolo squadrate. Il vasto parco monumentale adiacente, adornato da un giardino all'italiana, custodisce un pozzo molto profondo e una grotta dotata di vasca per i pesci; al di fuori del parco si estendeva inoltre una zona boschiva e ampie aree coltivate a vite, gelso e granoturco. Nel 1960 il complesso venne ceduto alle Suore Sacramentine di Bergamo, che lo adibirono a casa di spiritualità, oggi "Centro di Spiritualità, Ospitalità e Cultura Geltrude Comensoli”. A causa di una radicale ristrutturazione interna avvenuta nei primi anni '70 per ricavare piccole stanze, il grande salone (in origine decorato con affreschi floreali del pittore Galvani) è andato completamente perduto, così come sono andate perdute le decorazioni originariamente presenti in molte altre stanze. Di pregevole fattura sopravvive tuttavia la scalinata originaria, caratterizzata da un corrimano in radica e da sculture lignee di angioletti che reggono una fiaccola. Attualmente è in atto una nuova ristrutturazione dell'intero edificio.
Poco nota ma artisticamente rilevante è Villa Donadoni, situata in località Zanino Colle e abitata in origine dai possidenti Donadoni di Nese. L'edificio vanta un salone principale il cui soffitto è interamente decorato da affreschi a tema mitologico e floreale realizzati dal pittore Maironi da Ponte, il quale eseguì l'opera per sdebitarsi dell'ospitalità ricevuta dalla famiglia durante i suoi soggiorni estivi. Un'adiacente saletta è invece impreziosita da originali affreschi che raffigurano scene di avventure infantili.
Situata in località Chignola Bassa, la villa rappresenta l'evoluzione architettonica e civile dell'antico convento di Santa Maria della Chignola. L'edificio sorge infatti esattamente sulle spoglie del preesistente complesso monastico dei Frati Serviti (annesso alla chiesa della Madonna Addolorata). Dopo la definitiva soppressione del convento, avvenuta nel 1660 per mano del governo veneto, l'edificio fu convertito tra il XVIII e il XX secolo in una lussuosa residenza privata.
Gli interni della villa presentano diverse sale affrescate dal pittore Borromini; un elemento di particolare fascino è la sala principale, dove le travi in legno del soffitto risultano dipinte con inusuali scene di circo. In passato, i pilastri della cancellata di separazione col giardino erano adornati da quattro putti scolpiti in pietra di Sarnico. L'antico e vasto parco della tenuta è andato oggi completamente perduto, sostituito da moderne abitazioni private che nascondono parzialmente alla vista la dimora storica.
A completare il quadro architettonico locale vi sono i resti dell'ex Castello situato nel centro del nucleo abitativo; risalente al XIV secolo, presenta logge del XVI secolo e pregevoli arcate nel cortile interno derivanti dalla funzione difensiva ricoperta in epoca medievale. Di questo grande complesso storico fa parte anche una cascina. Infine, vi è l'antico mulino in località La Patta. Quest'ultimo, datato 1179, sfruttava attivamente il corso della roggia Morlana ed era originariamente di proprietà dei canonici del Duomo di Bergamo.

In ambito religioso, l'edificio principale è la chiesa parrocchiale, dedicata ai santi Sette Fratelli e alla loro madre santa Felicita. Edificato in luogo di una precedente struttura risalente al 1524, della quale rimane soltanto parte del campanile, fu portata a termine nel 1801 da Simone Elia, su progetto di Giacomo Caniana, nipote del più noto Giovan Battista. Le prime testimonianze storiche sui rettori della parrocchia risalgono invece al Trecento, con figure come prete Venicino e Giovanni Cerete negli anni '40, coadiuvati da figure chiave come il chierico Corradino Lecchi. È inoltre documentato come, durante le ondate epidemiche di peste, alcuni religiosi originari di Ranica (come fra' Manfredo e fra' Giovanni Lorenzoni) si distinsero divenendo priori dell'Ordine dei Crociferi nell'Ospedale di San Leonardo a Bergamo. Al proprio interno sono custodite opere di grande valore, tra cui gli affreschi di Filippo Comerio e i dipinti di Giovan Battista Moroni (il Battesimo di Cristo ed il Cristo crocifisso con santi), di Gian Paolo Cavagna (la Deposizione), di Francesco Coghetti (Martirio dei sette fratelli martiri) e Carlo Ceresa (Madonna in coro additata da San Giovanni).
Storicamente antecedente alla parrocchiale è la chiesa della Madonna Addolorata, situata in località Chignola (o Chignola Bassa), considerata la più antica di Ranica e di cui oggi rimane visibile solo l'architettura esterna. L'edificio religioso, citato già nel 1334, era in origine legato all'annesso convento di Santa Maria della Chignola.

Per molto tempo la storiografia locale ha erroneamente ritenuto che nel complesso della Chignola risiedessero monaci benedettini cluniacensi; studi storici recenti hanno tuttavia dimostrato che si trattava di un falso mito, nato dall'errata interpretazione di una pergamena del 1334 legata al chierico Corradino Lecchi . È invece storicamente accertato che dal 1489 l'intero sito ospitò la congregazione dei Frati Serviti. Essi vi abitarono fino al 1660, anno in cui il convento venne definitivamente soppresso dal governo veneto. A seguito della chiusura, tra il XVIII e il XX secolo gli antichi spazi monastici vennero sottoposti ad ampie opere di restauro per essere trasformati in edificio residenziale (oggi noto come Villa ex Lussana).
Tra gli edifici religiosi, interessanti sono anche la chiesa di San Rocco al Colle, posta sulle pendici del colle di Ranica ed edificata nel XVII secolo, e quella coeva di san Dioniso, in località Viandasso.
A testimonianza dell'estrazione rurale del borgo vi sono inoltre numerose cascine, utilizzate a fini agricoli fino al secondo dopoguerra, specialmente in località Viandasso, nella piana che costeggia il fiume Serio e che accoglie il corso della roggia Morlana. Per tutelare queste realtà è stato istituito un PLIS denominato NaturalSerio, nel quale si sviluppa, in direzione nord, il tratto iniziale della ciclovia della Valle Seriana, molto utilizzata dalla popolazione nel tempo libero.
Numerosi inoltre sono gli itinerari che partono dal paese e che si sviluppano sul colle di Ranica. Il principale di questi è quello contrassegnato dal segnavia del CAI numero 532 e che si sviluppa dalla chiesa di San Rocco salendo fino alla località "Cà del latte", per raggiungere poi i borghi di Olera e Lonno.
Vi sono quindi passeggiate alla portata di tutti, con sentieri agibili sia per pedoni che per mountain-bike. La caratteristica di alcuni di essi è data dal fatto di passare a tergo di cascine adibite ad agriturismo, dove ci si può fermare a gustare le specialità eno-gastronomiche che la zona offre.
Abitanti censiti

Al 1° gennaio 2025 gli stranieri residenti nel comune erano 323, pari al 5,47% della popolazione. Di seguito sono riportati i gruppi più consistenti:
Storicamente il paese fu servito dalla tranvia Bergamo-Albino, che operò fra il 1912 e il 1953, e dalla ferrovia della Val Seriana, funzionante fra il 1884 e il 1967. Fino al 1924 fu attiva una fermata, poi soppressa perché gli abitanti preferivano la tranvia e le autolinee che passavano per il centro abitato.
Dal 2009 sul sedime della ferrovia è in esercizio la nuova tranvia Bergamo-Albino, con una fermata a servizio del comune nei pressi di via della Conciliazione, a nord-est rispetto alla soppressa fermata ferroviaria.
| Periodo | Primo cittadino | Partito | Carica | Note | |
|---|---|---|---|---|---|
| 12 maggio 1985 | 5 maggio 1990 | Pietro Recanati | DC | Sindaco | |
| 6 maggio 1990 | 22 aprile 1995 | Giovanni Mazzolini | DC | Sindaco | |
| 23 aprile 1995 | 13 giugno 2004 | Paola Magni Pievani | lista civica | Sindaco | |
| 14 giugno 2004 | 7 giugno 2009 | Giuseppe Seminati | lista civica | Sindaco | |
| 8 giugno 2009 | 25 maggio 2014 | Paola Magni Pievani | Lista civica "Proposta per Ranica" | Sindaco | |
| 26 maggio 2014 | 9 giugno 2024 | Mariagrazia Vergani | Lista civica "Proposta per Ranica" | Sindaco | |
| 10 giugno 2024 | In carica | Sergio Parma | Lista civica "Proposta per Ranica" | Sindaco | |
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 241258188 · SBN CFIV032061 · GND (DE) 7677183-0 |
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