Banda della Uno bianca

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La banda della Uno bianca è stata un'organizzazione criminale italiana attiva nell'Emilia-Romagna e nelle Marche tra il 1987 e il 1994, che commise 103 episodi criminosi (soprattutto rapine a mano armata) provocando la morte di 24 persone e il ferimento di altre 115. Il nome della banda fu coniato dalla stampa nel 1991 nonostante sia stato accertato che i banditi abbiano utilizzato effettivamente una Fiat Uno bianca in soli 17 episodi.

Una Fiat Uno di colore bianco, il modello d'auto che diede il nome alla banda criminale

Al termine dei procedimenti giudiziari, le Corti d'assise di Pesaro, Bologna e Rimini condannarono all'ergastolo Marino Occhipinti, Alberto, Roberto e Fabio Savi; a diciotto anni di reclusione Pietro Gugliotta; e a tre anni e otto mesi Luca Vallicelli. Cinque dei sei componenti della banda erano poliziotti in servizio attivo al momento dei fatti.

Storia

La prima vittima della banda, il sovrintendente della Polizia Antonio Mosca

In attività tra il 1987 e l'autunno del 1994, la banda commise 103 azioni delittuose, provocando la morte di ventiquattro persone e il ferimento di altre 114. La banda cominciò a compiere i suoi crimini dal 1987, dedicandosi nelle ore notturne alle rapine dei caselli autostradali lungo l'autostrada A14. Il 19 giugno 1987 la banda mise a segno il primo colpo con una rapina al casello di Pesaro, consumata a bordo della Fiat Regata grigia di proprietà di Alberto Savi alla quale avevano apposto una targa falsa; il bottino ammontava a circa 1 300 000 lire. Subito dopo il primo colpo la banda mise a segno dodici rapine ai caselli in circa due mesi.

Nell'ottobre 1987 organizzarono un tentativo di estorsione di 30.000.000 di lire nei confronti di un autorivenditore riminese, Silvano Grossi. I Savi inviarono una lettera a Grossi, indicando la procedura per il pagamento. Il rivenditore fece finta di cedere al ricatto ma aveva già avvertito il commissariato di Rimini. Il 3 ottobre Silvano Grossi si recò in autostrada con la sua autovettura, nascondendo nel portabagagli un agente di polizia, mentre altre autovetture civetta del commissariato di Rimini lo seguivano a breve distanza. A questa operazione partecipò l'ispettore Baglioni, colui che nel 1994 con le proprie indagini avrebbe consentito di scoprire l'identità dei componenti della banda. Grossi venne contattato dagli estorsori, che gli dettarono il percorso da seguire e gli dissero di fare una sosta di 10 secondi sotto ogni cavalcavia, per poi fermarsi laddove avesse trovato una borsa appesa al ponte. Tale segno era stato apposto su un sovrappasso poco prima del casello di Cesena; Grossi seguì le istruzioni e si arrestò al punto indicato. I banditi, tuttavia, si accorsero della presenza della polizia e subito aprirono il fuoco: nel conflitto rimasero gravemente feriti il sovrintendente Antonio Mosca, che sarebbe poi morto il 29 luglio 1989 dopo un lungo periodo di sofferenza, l'agente Luigi Cenci e l'agente Addolorata Di Campi. L'omicidio di Mosca fu il primo della serie che avrebbero commesso i componenti della banda.

Il 30 gennaio 1988 venne ucciso, durante una rapina a un supermercato, Giampiero Picello, guardia giurata in servizio a Rimini. Il 20 febbraio 1988 rimase ucciso Carlo Beccari, anch'egli guardia giurata, in servizio a Casalecchio di Reno in un supermercato. Nella rapina al furgone portavalori rimase ferito anche Francesco Cataldi, collega di Beccari. Il 20 aprile 1988 vennero uccisi due carabinieri, Cataldo Stasi e Umberto Erriu, mentre si trovavano in un parcheggio a Castel Maggiore, nei pressi di Bologna, dopo che gli stessi avevano fermato l'auto dei Savi. In seguito venne accertato che un carabiniere tentò di depistare le indagini inerenti a questi due omicidi. Nel 1989 venne ucciso, durante una rapina a un supermercato di Corticella, Adolfino Alessandri, pensionato cinquantaduenne, che si trovò a essere testimone oculare della rapina e venne di conseguenza crivellato di colpi.

Nel 1990 vennero complessivamente uccise sei persone. A Bologna, in via Mazzini, il 15 gennaio venne ferito gravemente Giancarlo Armorati, pensionato, durante una rapina a un ufficio postale, che causò altri quarantacinque feriti; egli sarebbe morto un anno dopo per le ferite riportate. Il 6 ottobre venne ucciso Primo Zecchi, il quale aveva annotato la targa dell'auto rubata dai Savi. Il 23 dicembre 1990 la banda aprì il fuoco contro le roulotte che componevano il campo nomadi di Bologna in via Gobetti, provocando due vittime (Rodolfo Bellinati e Patrizia Della Santina) e alcuni feriti. Il 27 dicembre 1990 vennero uccise due persone a Bologna in due diversi episodi di violenza. La prima vittima fu Luigi Pasqui, commerciante di cinquanta anni, ucciso durante una rapina a un distributore di Castel Maggiore mentre tentava di dare l'allarme; pochi minuti dopo a Trebbo di Reno la banda uccise Paride Pedini, che si era avvicinato alla Uno bianca appena abbandonata con le portiere aperte.

La strage del Pilastro

Una foto dell'epoca sul luogo della strage del Pilastro

Il 4 gennaio 1991, poco prima delle 22:00, nel quartiere Pilastro di Bologna, una pattuglia dei carabinieri fu trucidata dalle pallottole del gruppo criminale a bordo di una Fiat Uno di colore bianco. La banda che quella sera, secondo la verità processuale, era composta dai tre fratelli (Alberto alla guida, Roberto lato passeggero e Fabio seduto sul sedile posteriore) si trovava in quel luogo in cerca di un'altra auto da rubare; all'altezza delle Torri in via Casini, fu sorpassata da una Fiat Uno dei Carabinieri cui l’equipaggio era composto da Otello Stefanini, Andrea Moneta e Mauro Mitilini. La manovra fu interpretata dai criminali come l’inizio di un fermo da parte dei carabinieri. Temendo che i militari avessero scoperto che l’auto sulla quale viaggiavano era rubata, Roberto decise di aprire il fuoco con un fucile mitragliatore Beretta AR 70/90 in direzione della pattuglia, colpendo mortalmente il conducente Otello Stefanini che andò a sbattere contro dei cassonetti della spazzatura. Dopo l’urto i militari, Andrea Moneta e Mauro Mitilini riuscirono ad uscire dall’abitacolo e a rispondere al fuoco nemico, ferendo lievemente Roberto Savi all’addome. La loro reazione, tuttavia, durò poco: in breve tempo furono investiti da una violenta raffica di colpi che li uccise. Dopo che anche Moneta e Mitilini caddero a terra agonizzanti Fabio si avvicinò e sparò a ciascuno di loro un colpo alla nuca per accertarsi che fossero morti. Prima di lasciare il luogo della sparatoria, Alberto si impossessò dell’ordine di servizio della pattuglia e subito dopo i tre fratelli si allontanarono. La Fiat Uno bianca utilizzata dalla banda durante il conflitto a fuoco fu successivamente abbandonata a San Lazzaro di Savena, nel parcheggio di via Gramsci, dove venne data alle fiamme. All’interno della vettura, il sedile del passeggero anteriore risultò macchiato dal sangue di Roberto Savi. Questa fu anche l’ultima azione criminale a cui prese parte Alberto Savi che, secondo gli atti processuali, decise successivamente di uscire dalla banda. Al suo posto subentrò Pietro Gugliotta. Il fatto di sangue fu rivendicato dal gruppo terroristico "Falange Armata". Tale rivendicazione fu però ritenuta inattendibile, in quanto giunta dopo il comunicato dei mass media. La strage rimase impunita per circa quattro anni. Polizia e Carabinieri seguirono piste differenti ed errate, che li portarono a incriminare soggetti estranei alla vicenda: i carabinieri, considerata la capacità operativa del tipo militare o paramilitare della banda, erano sicuri si trattasse della banda dell'ex carabiniere paracadutista Damiano Bechis, a cui erano attribuite diverse eclatanti rapine tra l'Emilia Romagna e la Toscana, mentre la DIGOS di Bologna dichiarò di avere una testimone oculare, tale Simonetta Bersani, che fornì indicazioni dirette sugli autori degli omicidi, accusando un pregiudicato, Peter Santagata, con dovizia di particolari quali, ad esempio, “le fiamme che uscivano dalle mani del Santagata mentre sparava"; il 20 giugno 1992 furono arrestati i due fratelli Peter e William Santagata e il camorrista Marco Medda, ex braccio destro di Raffaele Cutolo, accusati di aver fatto parte del commando omicida, cui seguì una maxi-operazione condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Bologna con impiego di imponenti energie investigative che portò a 191 arresti nel quartiere del Pilastro definita "Quinta mafia" per una serie di reati ulteriori connessi a quelli della Uno bianca. Il 24 gennaio 1995 i Santagata e Medda furono dichiarati estranei ai fatti dalla corte di Assise di Bologna poiché i veri assassini confessarono il delitto durante il processo.

Azioni successive

Il 20 aprile 1991 venne ucciso, a Borgo Panigale, Claudio Bonfiglioli, benzinaio di cinquanta anni, nel corso di una rapina. Il 2 maggio 1991, in un'armeria di Bologna, vennero uccisi la titolare Licia Ansaloni e Pietro Capolungo, carabiniere in pensione. Durante la rapina una donna vide Roberto Savi fuori dall'armeria e fornì un identikit agli investigatori. Quando esso venne mostrato al marito della Ansaloni, questi dichiarò che assomigliava molto a Roberto Savi, suo cliente abituale, poliziotto di Bologna. Nessuno però, tra gli investigatori, collegò realmente Savi al fatto di sangue. Il 19 giugno 1991, a Cesena, perse la vita Graziano Mirri, benzinaio e padre di un poliziotto, ucciso davanti alla moglie durante una rapina al suo distributore in viale Marconi.

Il corpo di uno dei senegalesi uccisi

Il 18 agosto 1991 vennero uccisi in un agguato, nella frazione Mare di San Mauro Pascoli, Ndiaj Malik e Babou Chejkh, due operai senegalesi, mentre un terzo, Madiaw Diaw, rimase ferito. L'aggressione non fu a scopo di rapina né per eliminare testimoni di un reato ma, stando alle successive dichiarazioni di Fabio Savi, gli attacchi agli extracomunitari e ai rom servivano a depistare le indagini. Poco dopo il duplice omicidio, l'auto della banda tagliò la strada a una Fiat Ritmo con a bordo alcuni giovani, che inveirono contro il guidatore della Uno bianca per la manovra azzardata. L'auto della banda invertì la marcia e si lanciò all'inseguimento della Ritmo: dalla Uno partirono alcuni colpi di arma da fuoco, ma i giovani riuscirono infine a seminarla e rimasero illesi.

Per tutto il 1992, non si registrarono omicidi, ma la banda si rese protagonista di quattro rapine in banca e una in un supermercato. Il 24 febbraio 1993 venne ucciso Massimiliano Valenti, un ragazzo di 21 anni che aveva assistito a un cambio macchina della banda dopo una rapina in banca. La banda sequestrò il giovane e dopo averlo ucciso lasciò il corpo in un fossato nel comune di Zola Predosa. Dall'esame autoptico effettuato sul suo volto emersero fori di proiettili sparati dall'alto verso il basso. Il 7 ottobre venne ucciso a Riale Carlo Poli, elettrauto. Nel 1994 la banda intensificò la sua attività criminale verso gli istituti di credito, rapinandone complessivamente nove durante l'anno. La mattina del 24 maggio venne ucciso il direttore della Cassa di Risparmio di Pesaro, Ubaldo Paci, mentre stava aprendo la sua filiale.

Le indagini

Agli inizi del 1994, il magistrato di Rimini Daniele Paci costituì un pool di investigatori per risolvere il caso, dopo sette anni di omicidi e crimini ancora senza un colpevole reale, nonostante un grande numero di arresti poi dimostratisi errati e fuorvianti. Il pool inizialmente non riuscì a ottenere molto, solo la ricostruzione di un identikit di un bandito, registrato a volto scoperto durante la rapina in banca del 3 marzo 1994. Verso la metà del 1994, il pool dei magistrati riminesi fu sciolto e la direzione delle indagini venne consegnata a un pool di magistrati a Roma.

Due poliziotti della questura di Rimini, l'ispettore Luciano Baglioni e il sovrintendente Pietro Costanza, che avevano collaborato con l'appena disciolto pool di magistrati riminesi, chiesero alla procura che il lavoro del pool riminese non andasse perso e avviarono indagini autonome, volte a scoprire i componenti della banda della Uno bianca. Ottenuto il permesso dal procuratore di Rimini, cominciarono a dedicarsi praticamente a tempo pieno alle loro indagini, mettendo in atto appostamenti, ricerche, controlli agli istituti di credito rapinati e cercando di capire le modalità operative della banda.

Eseguirono un minuzioso studio di ogni singolo delitto commesso dalla banda. Iniziarono a sospettare che i componenti della banda potessero essere persone all'interno delle forze di polizia, vista l'abilità dimostrata con le armi da fuoco, l'uso in diverse occasioni di armi non facilmente reperibili (come ad esempio la carabina Beretta AR 70 cal. .222 Remington di Roberto Savi), l'apparente inafferrabilità del gruppo, probabilmente dovuta a una conoscenza del modus operandi delle forze dell'ordine, le tattiche usate nelle rapine e in casi come la strage del Pilastro, che ricordavano vere e proprie azioni militari, e diversi atteggiamenti tenuti nelle rapine e riferiti dai testimoni.

Questo avrebbe anche spiegato perché i criminali riuscissero sempre a evitare le pattuglie e i posti di blocco delle forze dell'ordine, oltre che la loro probabile conoscenza di itinerari che permettessero rapide vie di fuga dopo ogni colpo. Baglioni e Costanza fecero poi una considerazione che si sarebbe rivelata determinante: i banditi conoscevano troppo bene le abitudini dei dipendenti delle banche assaltate; questo significava che svolgevano una puntigliosa opera di documentazione e di controllo prima di compiere la rapina. Decisero quindi di comportarsi come loro, passando le loro giornate ad appostarsi davanti a istituti di credito, ubicati nelle zone che i criminali preferivano colpire, in attesa di notare qualche persona sospetta.

Il 3 novembre 1994 Fabio Savi eseguì un sopralluogo presso una banca a Santa Giustina nel riminese, davanti alla quale si trovavano appostati Baglioni e Costanza. Savi giunse sul posto con una Fiat Tipo bianca, che però esibiva una targa irriconoscibile per la sporcizia. Questo destò la curiosità degli investigatori presenti sul posto, che confrontarono la fisionomia del conducente con quella rimasta impressa nei filmati ripresi nelle banche rapinate. Ne riscontrarono una vaga somiglianza e pertanto decisero di seguirlo. Fabio Savi li condusse infine presso la sua abitazione a Poggio Torriana. Da questo momento, le indagini subirono uno sviluppo sempre più nitido, fino ad acclarare le responsabilità dei criminali, a cominciare dall'arresto di Roberto Savi.

La sera del 21 novembre 1994, mentre era in servizio presso la centrale operativa della Questura di Bologna, venne arrestato l’assistente capo della Polizia di Stato Roberto Savi. Tre giorni dopo, in un’area di servizio del tratto autostradale Udine–Tarvisio, a circa 27 km dal confine con l'Austria, fu catturato il fratello Fabio Savi, in compagnia della giovane amante Eva Edit Mikula.

In seguito furono arrestati anche gli altri membri della banda: l'agente scelto Alberto Savi, l'agente scelto Luca Vallicelli, l'agente scelto Pietro Gugliotta e il vice sovrintendente Marino Occhipinti.

I processi e le condanne

I processi si conclusero il 6 marzo 1996, con la condanna all'ergastolo per i tre fratelli Roberto, Fabio e Alberto Savi e per Marino Occhipinti. Ventotto anni di carcere vennero comminati a Pietro Gugliotta, diminuiti poi a diciotto. Luca Vallicelli, componente minore della banda, patteggiò invece una pena di tre anni e otto mesi. Venne inoltre stabilito che lo Stato italiano versasse ai parenti delle ventiquattro vittime la somma complessiva di diciannove miliardi di lire.

Strascichi

Il padre dei fratelli Savi, Giuliano Savi originario di San Giorgio Piacentino, morì suicida il 29 marzo 1998 ingoiando sette scatole di Lorazepam all'interno di una Fiat Uno bianca parcheggiata a Villa Verucchio, a tredici chilometri da Rimini.

Il magistrato Giovanni Spinosa, che non si era mai reso conto dell'attività criminale di Roberto Savi (suo sottoposto presso la Questura di Bologna, e pur in presenza di un identikit appeso alle pareti dopo la rapina all'armeria di via Volturno) e degli altri colleghi poliziotti a Bologna Alberto Savi e Pietro Gugliotta, non ha mai creduto alle tesi di Baglioni e Costanza arrivando a minacciarli di farli "arrestare in aula" durante un colloquio alla presenza anche del procuratore di Rimini Daniele Paci.

Spinosa nel 2012 ha pubblicato il libro "L'Italia della Uno Bianca" sostenendo la sua tesi per cui dietro ai Savi esisteva una rete sovversiva. A tale libro ha risposto nello stesso anno il giornalista Massimiliano Mazzanti con "Uno bianca, la banda di Roberto e Fabio Savi", nel quale cita anche la frase di Fabio Savi “Cosa c’è dietro la Uno bianca? Dietro la Uno bianca c’è soltanto i fanali, il paraurti e la targa”. Appendice al libro anche ‘Ostinazione di un giudice’, nella quale si confutano gli argomenti del PM Spinosa.

Spinosa nel 2022 ha perso definitivamente in secondo grado la causa intentata nei confronti di Mazzanti nella quale chiedeva 200 000 euro di danni e la distruzione di 37 pagine, ed è stato condannato a pagare 7 000 euro di danni.

Spinosa ha ricoperto l'incarico di presidente del Tribunale di Teramo fino al 2016. Ha assunto la presidenza presso il Tribunale di Ancona nel novembre 2016, succedendo al suo incarico a Teramo e terminando il mandato nel 2021, anno in cui ha concluso la sua carriera.

I veri risolutori del caso, Luciano Baglioni e Pietro Costanza, hanno ricevuto un encomio solenne.

I componenti

Roberto Savi

Roberto Savi nel corso del suo arresto

Detto "il monaco” (per il carattere mite e silenzioso), fu il primo della banda ad essere arrestato. Nato a Forlì, il 19 maggio 1954, figlio di Giuliano Savi (camionista) e della sua prima moglie Rosanna Foschi, dove solo durante il processo scoprirà che i fratelli in realtà sono “fratellastri”. Insieme al fratello Alberto fu membro della Polizia di Stato presso la Questura di Bologna, dove al momento dell'arresto rivestiva il grado di assistente capo ed effettuava il servizio di operatore radio nella centrale operativa. Dopo la strage del Pilastro del 4 gennaio 1991 durante la quale rimase ferito, la procura dispose che venisse compilata una lista dei cittadini dell'Emilia-Romagna possessori dell'AR 70, arma utilizzata durante la sparatoria. Dalla lista stilata il 14 gennaio 1991 risultò una trentina di individui, e alla 26ª posizione compariva il nome di Roberto Savi, che risultava possederne due, acquistati il 3 gennaio 1989 e il 27 dicembre 1990 (il secondo, dunque, solo otto giorni prima della strage del Pilastro).

Savi, per facilitare il lavoro della scientifica, venne invitato a portare ai colleghi uno dei suoi fucili. Non potendo consegnare quello utilizzato durante la sparatoria, sollecitò l'armeria per l'arrivo del secondo, insistendo molto con il negozio per averlo repentinamente. Alla fine portò in questura quello nuovo che non aveva ancora sparato e nessuno andò mai a controllare l'altro fucile che deteneva in casa. Tra il novembre '91 e giugno '92 aveva tenuto, come istruttore, un corso per allievi delle questure italiane: in 8 mesi prepara ben 500 allievi a diventare poliziotti capaci e coscienti del proprio compito e delle proprie responsabilità. Roberto Savi fu, in ordine di tempo, il primo componente della banda a essere arrestato, la sera del 21 novembre 1994, mentre si trovava in servizio presso la questura di Bologna. Il magistrato Paci successivamente ha incrociato gli orari di una quarantina di rapine con i suoi turni di servizio, rilevando che, nelle ore in cui erano stati commessi i colpi, lui non era mai presente in Questura.

Immediatamente dopo l'arresto, disse ai colleghi «Potevo farvi saltare tutti in aria...». Durante il processo, la moglie, che lo sapeva coinvolto nelle vicende criminali ma non lo aveva mai denunciato, definì Roberto un uomo strano e aggressivo, di carattere molto taciturno e schivo, che non frequentava molte persone, a parte i fratelli, e che passava gran parte del suo tempo a giocare con i videogiochi. Diverse volte, le aveva puntato la pistola contro per minacciarla. Ai processi, Savi stupì tutti per l'estrema freddezza con cui, beffardo e provocatorio, parlava dei reati più atroci da lui commessi; alle domande non rispondeva «sì» oppure «no», bensì «affermativo» e «negativo». Al momento dell’arresto era legato a Stella Okonkwo, una nigeriana liberata dal giro della prostituzione con il pagamento di 10 000 000 di lire.

Il 3 agosto 2006, Roberto Savi fece richiesta di concessione del provvedimento di grazia, al tribunale di Bologna; la domanda venne ritirata il 24 agosto dallo stesso Savi a seguito del parere sfavorevole espresso dal procuratore generale bolognese Vito Zincani. Il 1º ottobre 2008 si è risposato con una detenuta olandese del carcere di Monza. Nel 2026 rilascia un'intervista a Francesca Fagnani per Belve Crime, dove ha sostenuto che la Banda della Uno Bianca avrebbe ricevuto protezione da persone vicine ai servizi segreti e ad apparati dello Stato, affermando che alcune azioni sarebbero state compiute su richiesta di soggetti esterni. Le sue dichiarazioni hanno portato la Procura di Bologna ad avviare approfondimenti, e ad aprire nuove indagini. Dopo l’intervista l’amministrazione penitenziaria ha predisposto il trasferimento presso il carcere di Ferrara. La motivazione ufficiale adottata per il provvedimento è stata per il sovraffollamento della struttura carceraria.

Fabio Savi

Fabio Savi al momento dell'arresto

Detto “il lungo”, nato a Forlì, il 22 aprile 1960. Fratello di Roberto e co-fondatore della banda, nel 1987. Come il fratello, fece domanda per entrare in polizia, ma un difetto alla vista gli pregiudicò questa carriera. Dai quattordici anni in poi svolse l’attività di meccanico di moto. Di carattere spavaldo e aggressivo, insieme a Roberto, fu l'unico membro presente a tutte le azioni criminali della banda. Venne arrestato qualche giorno dopo il fratello in un autogrill a ventisette chilometri dal confine con l'Austria dalla Polizia Stradale mentre tentava di espatriare. Lavorava come carrozziere e camionista, e conviveva a Torriana con una ragazza rumena, Eva Edit Mikula, le cui testimonianze si riveleranno decisive nella risoluzione delle indagini. La compagna di Fabio Savi venne ritenuta consapevole, ma non complice delle gesta criminali della banda. Al termine dei 7 processi la giovane rumena venne condannata a 14 mesi di reclusione con sospensione della pena solo per l’uso di documenti falsi, importazione di un fucile Kalashnikov e per la sottrazione di 40 milioni di lire ai danni dello stesso Fabio.

Dopo la condanna all'ergastolo Fabio Savi venne trasferito nel carcere di Sollicciano a Firenze, e in seguito in quello di Fossombrone. Il 24 settembre 2009, dopo circa un mese di sciopero della fame presso il carcere di Voghera, venne ricoverato all'ospedale della città per motivi clinici. La motivazione dello sciopero sarebbe stata la richiesta di essere trasferito in un carcere più vicino alla sua famiglia e la possibilità di lavorare per provvedere alla stessa. Il 4 gennaio 2010 venne trasferito nel carcere di massima sicurezza di Spoleto. Nell'ottobre del 2014 chiese di poter usufruire a posteriori del rito abbreviato, che avrebbe tramutato l'ergastolo in trenta anni di carcere. La richiesta venne respinta il 3 dicembre 2014 dalla Corte d'assise di Bologna. Il 27 gennaio 2023 il tribunale di sorveglianza di Milano, non ritenendo soddisfacente il suo percorso riabilitativo, rigettò la richiesta di Fabio Savi di poter usufruire del lavoro esterno al carcere. Alla fine del 2025 è stato trasferito dal carcere di Cagliari a quello di Bollate, dove sta scontando la pena insieme al fratello Roberto, provocando forti proteste tra i parenti delle vittime. Nel maggio 2026 la giornalista Francesca Carollo ha intervistato Fabio Savi per lo speciale Carceri di Quarto grado. Dall’intervista è emersa la netta smentita delle dichiarazioni del fratello Roberto Savi sulle presunte coperture della Banda della Uno Bianca: Fabio Savi ha negato qualsiasi coinvolgimento dei servizi segreti, sostenendo che il gruppo agì autonomamente e che il movente fosse principalmente economico. Oggi lavora dal carcere per un’azienda che installa colonnine di ricarica elettriche per auto.

Alberto Savi

Nato a Cesena, il 19 febbraio 1965, era il fratello minore di Roberto e Fabio. Assieme ai fratelli, formava la struttura principale della banda. Detto “Luca” era, come Roberto, poliziotto e, al momento dell'arresto, prestava servizio presso il Commissariato di Rimini. Era in polizia dal 1983, prima a Ferrara, poi all’aeroporto di Rimini a Miramare e infine al Commissariato di Rimini. Viveva nella casa paterna di Villa Verucchio, provincia di Rimini. Sposato con Antonella e padre di Michael. Debole di carattere, subì la personalità più forte e dominante dei fratelli maggiori. Era sua la Fiat Regata grigia utilizzata nelle prime rapine ai caselli autostradali. Venne arrestato il successivo 26 novembre sotto la pensilina della stazione di Bologna mentre si accingeva a partire per Roma insieme al fratello della moglie, anch'egli in polizia. Doveva andare al Ministero dell’Interno per discutere il suo trasferimento. Detenuto presso il penitenziario di Padova “I due palazzi”, sconta l'ergastolo dal 26 novembre 1994. Il 23 ottobre 2010 chiese di poter uscire dopo sedici anni scontati in carcere, permesso che non gli venne concesso. Nel febbraio 2017, dopo ventitré anni di carcere, ha beneficiato di un permesso premio per incontrare la madre ricoverata in gravissime condizioni di salute. Dal 2019 usufruisce di un permesso premio per le vacanze natalizie. Dal 2026 è in regime di semilibertà e lavora in una cooperativa sociale fondata da due ex detenuti.

Pietro Gugliotta

Nato a Catania nel 1960, lavorava come poliziotto alla centrale operativa della questura di Bologna, dove svolgeva il ruolo di operatore radio insieme a Roberto Savi: tra i due nacque un’amicizia, favorita anche dalla comune passione per le immersioni. Secondo quanto riferito dal suo avvocato, Gugliotta ammise di essere stato coinvolto soltanto in cinque rapine della banda, nelle quali non vi fu spargimento di sangue, occupandosi prevalentemente della loro organizzazione. Venne arrestato il 26 novembre nella villa dei suoceri a Marano di Napoli. Inizialmente condannato a 28 anni di carcere, la pena fu poi ridotta a 18 anni. Nel 2008 tornò in libertà dopo quattordici anni di detenzione, beneficiando dell’indulto e della legge Gozzini, intraprendendo quindi un percorso di reinserimento sociale e lavorando in una cooperativa, lontano dall’Emilia-Romagna. L'8 gennaio 2026 si è tolto la vita, all'età di 66 anni, nella sua abitazione in Friuli-Venezia Giulia, dove risiedeva con la seconda moglie, ma la notizia è stata resa nota solo nel maggio dello stesso anno.

Marino Occhipinti

Nato a Santa Sofia il 25 febbraio 1965, entrò in polizia nel gennaio 1984 e prestò servizio presso la Squadra mobile di Bologna. Considerato un componente minore della banda, partecipò all’assalto al casello autostradale di San Lazzaro di Savena del 4 febbraio 1988 e alla tentata rapina alla Coop di Casalecchio di Reno del 19 febbraio 1988, durante la quale fu uccisa la guardia giurata Carlo Beccari. Fu arrestato il 29 novembre 1994, quando ricopriva il grado di vice sovrintendente della sezione narcotici della Squadra mobile di Bologna. Per l’episodio di Casalecchio di Reno fu successivamente condannato all’ergastolo per concorso in omicidio e altri reati.

Nel 2002 iniziò a lavorare per la cooperativa sociale Giotto, impegnata nell’inserimento lavorativo di detenuti e persone con disabilità. Il 30 marzo 2010, dopo sedici anni di detenzione, usufruì di un permesso premio di cinque ore, concesso con decreto motivato del Tribunale di sorveglianza, per partecipare a una Via Crucis a Sarmeola di Rubano, nel Padovano, insieme ad altri detenuti e accompagnato da operatori sociali. L’11 gennaio 2012 gli fu concessa la semilibertà.[3] In seguito lavorò anche presso il call center dell’ospedale dell’Angelo di Mestre per conto della cooperativa Giotto.

Il 20 giugno 2018 la sua avvocata, Milena Micele, presentò in udienza la documentazione a sostegno della richiesta di liberazione, comprendente le relazioni sul lavoro svolto all’interno e all’esterno del carcere per la cooperativa Giotto. Il 2 luglio 2018 fu scarcerato dopo aver ottenuto la libertà condizionale. Il Tribunale di sorveglianza di Venezia aveva valutato come autentico il suo percorso di pentimento, rilevando una revisione critica del passato e l’assenza di pericolosità sociale. Fu scarcerato il 2 luglio 2018.

In un’intervista successiva al rilascio chiese perdono ai familiari della guardia giurata uccisa. Il 28 marzo 2022 fu indagato per maltrattamenti nei confronti della compagna convivente. Nell’agosto dello stesso anno, a seguito della revoca della misura alternativa alla detenzione, rientrò nel carcere Due Palazzi di Padova, dove lavorava per la cooperativa Giotto. Il 7 giugno 2023 patteggiò una pena di due anni di reclusione per i maltrattamenti alla compagna. La donna non si era costituita parte civile e, nell’ambito di quel procedimento, non erano state richieste né disposte misure cautelari.

Luca Vallicelli

Al momento dell'arresto, avvenuto il 29 novembre 1994, era agente scelto presso la sezione Polizia stradale di Cesena. Arruolatosi in polizia nel gennaio 1984 come ausiliario, è stato un membro minore della banda, partecipando, in qualità di autista di una Opel Ascona rubata qualche giorno prima, solo ad una rapina della banda al casello autostradale di San Lazzaro sulla A-14, con Marino Occhipinti, Fabio e Roberto Savi, che si concluse senza fatti di sangue. Di ritorno da una vacanza dal Mar Rosso, venne arrestato a Meldola, suo paese natale, mentre usciva da un agriturismo in compagnia della sua ragazza. Nel primo interrogatorio dichiarò che i soldi della rapina (circa 800 000 lire), li spese per pagare il cambio degli pneumatici della sua auto. Patteggiò tre anni e otto mesi di carcere, scontati i quali tornò in libertà, destituito dalla Polizia di Stato.

Azioni criminose

L'elenco degli episodi criminosi qui riportati è stato redatto in base ai crimini attribuiti alla Banda della Uno Bianca dalle risultanze processuali. Le rapine complessivamente in 7 anni ebbero come obiettivo: 22 banche, 18 caselli autostradali, 20 distributori di benzina, 15 supermercati, 9 uffici postali, 1 armeria e una tabaccheria. A questi vanno aggiunti i furti delle autovetture usate per commettere i diversi reati e delle armi. Il totale dei proventi delle rapine fu di 2 164 482 219 lire.

1987

1988

1989

1990

1991

1992

1993

1994

(Fonte: Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato)

Le vittime

In sette anni la banda si è macchiata di 103 azioni criminali, uccidendo 24 persone e ferendone 114. Di seguito i nomi delle vittime, il luogo e la data della morte:

A titolo di risarcimento, lo Stato italiano ha versato una somma complessiva di 19 miliardi di lire ai parenti delle vittime.

Arsenale sequestrato

Di seguito la lista delle armi sequestrate il 22 novembre 1994 dalle perquisizioni svolte nei covi dei componenti della banda.

Fonte: Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato

Roberto Savi

- Pistola marca P. Beretta, mod. 92S, calibro 9 mm, matricola xxxxxx (arma in dotazione)

- Fucile d'assalto Kalashnikov, di fabbricazione sovietica, modello AK-74, calibro 5,45 x 39 mm, matricola xxxxxx

- Fucile mitragliatore, privo di marca con matricola abrasa

- Pistola semiautomatica, calibro 9 mm Parabellum, di fabbricazione ungherese, marca FÉG, matricola xxxxxx

- Pistola semiautomatica, calibro 9 mm Parabellum, di fabbricazione ungherese, marca FÉG, matricola xxxxxx

- Pistola semiautomatica, calibro 9 mm Parabellum, di marca sconosciuta, priva di matricola

- Pistola semiautomatica, marca P. Beretta, mod. 98FS Target, calibro 9 x 21 mm, con matricola punzonata

- Carabina Remington, mod. 700, calibro .222 Remington, matricola xxxxxx

- Pistola semiautomatica, marca P. Beretta, mod. 98FS, calibro 9 x 21 mm, matricola xxxxxx

- Rivoltella a tamburo, marca Colt, modello Python, calibro .357 Magnum, matricola xxxxxx

- Pistola semiautomatica, marca P. Beretta, mod. 89, calibro .22, matricola xxxxxx

- Pugnale con lama di 18 cm e custodia in cuoio

- Pugnale con lama di 16 cm, manico in madreperla e custodia in cuoio chiara, marca Original

- Coltello a serramanico in acciaio, marca Puma

- Coltello a serramanico con manico in gomma, marca Kershaw

- Pugnale con custodia in pelle nera e manico in gomma, marca SOG

- 4462 cartucce di munizionamento vario

- 3022 bossoli

- 3086 ogive

- 7089 inneschi

- 1 kg di polvere da sparo

- 3 kg di polvere da lancio

- 1 kg di zolfo in polvere

- 3 kg di clorato di potassio

- 1,2 kg di solfocianuro di potassio

Fabio Savi

- Pistola semiautomatica, calibro 9 mm Parabellum, di fabbricazione ungherese, marca FÉG, matricola xxxxxx

- Pistola semiautomatica, calibro 7,65 mm, di fabbricazione ungherese, marca FÉG, matricola xxxxxx

- Fucile, marca SIG Manurhin, calibro .222 Remington, matricola xxxxxx

- Rivoltella KHC 75, ad aria compressa, matricola xxxxxx

- Pistola giocattolo, model 75, calibro 9, forata sulla canna

- Revolver Me, marca Magnum, a salve

- Pistola automatica, marca Tanfoglio GT28, a salve

- Pistola semiautomatica, marca P. Beretta, mod. 98FS, calibro 9 x 21 mm, matricola punzonata poi scoperta essere quella dell’armeria Volturno.

- 2 pugnali

- Coltello a scatto

- 777 cartucce

- 6100 inneschi

- 1000 ogive

- 8 kg di polvere da sparo

Alberto Savi

- Rivoltella a tamburo, di fabbricazione statunitense, marca Colt, modello Python, calibro. 357 Magnum, matricola xxxxxx

- Pistola semiautomatica, marca P. Beretta, mod. 92S, matricola xxxxxx (arma in dotazione)

- Fucile Franchi, calibro 12, matr. xxxxxx

- Fucile Falco, calibro 8, matr. xxxxxx

- 50 cartucce

Pietro Gugliotta

- Pistola, marca P. Beretta, modello 92SB, calibro 9 mm, matricola xxxxxx (arma in dotazione)

- Rivoltella a tamburo, marca Smith & Wesson, calibro .357 Magnum, matricola xxxxxx

- Pistola, marca P. Beretta, modello 89, calibro .22LR, matricola xxxxxx

- Una scatola di munizionamento vario tipo

Armi sequestrate a terzi che erano appartenute agli indagati:

- Carabina a ripetizione semiautomatica, marca P. Beretta, modello AR70 Sport, calibro .222 Remington, matricola xxxxxx appartenuta a Savi Roberto dal 03-01-89 al 06-07-92 e sequestrata il 21-11-94

- Fucile a pompa, marca P. Beretta, calibro 12, mod. RS202M2, matricola xxxxxx, appartenuto a Savi Fabio dal 20-11-87 al 19-03-94 e sequestrato il 25-11-94

- Rivoltella a tamburo, marca Smith & Wesson, matricola xxxxxx

- Rivoltella a tamburo, marca Smith & Wesson, mod. 586-2, calibro .357 Magnum, matricola xxxxxx appartenuta a Savi Roberto dal 07-11-88 al 25-11-91 e sequestrata il 22-11-94

- Rivoltella a tamburo, marca Smith & Wesson, mod. 10-8, calibro .38 Special, matricola xxxxxx, appartenuta a Savi Fabio dal 15-04-87 al 27-12-88 e sequestrata il 05-12-94

- Fucile a pompa, a ripetizione semplice, marca P. Beretta, calibro 12, mod. RS202M2, matricola xxxxxx appartenuta a Savi Roberto dal 14-10-87 al 25-11-91 e sequestrato il 22-11-94

- Pistola marca P. Beretta, mod. 98FS, calibro 9 x 21 mm, matricola xxxxxx

- Pistola marca P. Beretta, mod. 98FS, calibro 9 × 21 mm, matricola xxxxxx

- Fucile a ripetizione manuale, a pompa, marca P. Beretta, mod. xxxxxx, calibro 12, matricola F53056E, appartenuto a Occhipinti Marino dal 08-02-88 al 03-12-88 e sequestrato il 29-11-94

- Fucile a ripetizione semiautomatica, marca Franchi, mod. Elite, matricola xxxxxx, appartenuto a Savi Alberto dal 26-08-87 al 10-10-87 e sequestrato il 17-12-94

- Fucile a ripetizione ordinaria, a pompa, marca Franchi, mod. 84R, matricola xxxxxx, appartenuto a Savi Roberto dal 26-08-87 al 10-10-87 e sequestrato il 09-01-95

- Pistola, marca Tanfoglio EA22T, calibro .22LR, matricola xxxxxx, CAT. 6309

I presunti rapporti coi servizi segreti italiani

In un'intervista riportata nel programma televisivo Blu notte - Misteri italiani di Carlo Lucarelli, un giornalista affermava che dietro la banda si celassero in realtà i servizi segreti. Fabio Savi, uno dei componenti della banda, negò affermando:

«Dietro la Uno bianca c'è la targa, i fanali il paraurti e basta. Non c'è nient'altro.»

Nel 2001, Fabio Savi concesse un'intervista al programma di Rai 3, Storie maledette, durante la quale dichiarò che il movente delle attività criminali della banda era procurarsi denaro.

In occasione dell'omicidio di Graziano Mirri, benzinaio e padre di un poliziotto, il senatore Libero Gualtieri denunciò la probabile implicazione di apparati dello Stato nella vicenda della Banda della Uno Bianca. Secondo l'edizione di un telegiornale andato in onda all'epoca su Rai 3:

«La scelta di Cesena quale teatro dell'ultimo delitto può non essere casuale. A Cesena, abita il senatore Libero Gualtieri, presidente della commissione stragi ora impegnato sulla vicenda Gladio. Nei giorni scorsi, il senatore Gualtieri, prendendo in esame l'assalto criminale all'Emilia Romagna, ha richiamato analogie con l'azione di un gruppo terroristico che nel decennio passato ha provocato una trentina di vittime in Belgio. Risultarono schegge impazzite di organi dello Stato sfuggite al controllo.»

Nella cultura di massa

Cinema e televisione

Interviste televisive

Musica

Podcast

Teatro

Casi analoghi

Nella cronaca nera italiana si sono verificati altri casi di organizzazioni criminali dedite a rapine a mano armata e reati gravi composte o guidate da appartenenti alle forze dell'ordine, come la Banda delle nigeriane, attiva a Sassari a fine degli anni novanta e guidata dal maresciallo dei Carabinieri Mario Borghi.

Riferimenti normativi

Note

  1. 1 2 3 4 5 6 Banda della "Uno bianca", scarcerato l'ex poliziotto Marino Occhipinti, su Il Messaggero, 4 luglio 2018. URL consultato il 3 gennaio 2019.
  2. 1 2 3 Filmato audio Associazione JFKennedy, I falsi misteri d'Italia e il caso della Uno Bianca - Daniele Paci, su YouTube, Google LLC, a 0 h 4 min 50 s. URL consultato il 24 ottobre 2025.
  3. ↑ Elenco delle azioni criminali (PDF), su misteriditalia.it. URL consultato il 25 aprile 2008 (archiviato dall'url originale il 12 ottobre 2007).
  4. ↑ La Banda della «Uno bianca» implora il perdono, in Il Giornale, 5 gennaio 2006.
  5. ↑ Filmato audio la banda della uno bianca 2ª parte, su YouTube, Google LLC.[collegamento interrotto]
  6. ↑ Sovrintendente della Polizia di Stato Comm.to di Rimini, su cadutipolizia.it, 29 luglio 1989.
  7. ↑ Uno bianca in Romagna Altri tre ergastoli per i fratelli Savi, in Corriere della Sera, 7 marzo 1996.
  8. ↑ Fanne un altro di figlio, in Corriere della Sera, 21 novembre 1995.
  9. ↑ Assalto al furgone con una bomba resta uccisa una guardia giurata, in la Repubblica, 20 febbraio 1988.
  10. ↑ Ferita mai chiusa per i familiari di Umberto Erriu[collegamento interrotto], in L'Unione Sarda, 24 febbraio 1995.
  11. ↑ Uno bianca vent'anni per un processo inutile, in la Repubblica, 17 aprile 2008.
  12. ↑ Uno bianca: si indaga su un ex carabiniere, in Corriere della Sera, 9 dicembre 1994 (archiviato dall'url originale il 6 novembre 2012).
  13. ↑ Bianca: un carabiniere aiutò a uccidere 2 colleghi?, in Corriere della Sera, 4 ottobre 1996 (archiviato dall'url originale l'8 novembre 2015).
  14. ↑ «Uno bianca», storia maledetta anche in tv, in Corriere della Sera, 4 febbraio 2001.
  15. ↑ Intitolazione del Giardino della "Noce" a Primo Zecchi, su provincia.bologna.it, 3 ottobre 2007. URL consultato il 4 marzo 2010 (archiviato dall'url originale il 6 novembre 2012).
  16. ↑ Quelle "esecuzioni" della Uno bianca, in la Repubblica, 25 febbraio 1993. URL consultato il 21 ottobre 2009.
  17. ↑ Terrore nel campo-nomadi 'Ci difenderemo con le armi', in la Repubblica, 27 dicembre 1990.
  18. ↑ Bologna nella morsa della violenza, in la Repubblica, 28 dicembre 1990.
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  20. ↑ STEFANINI OTELLO|urlmorto=sì Sito dell'Arma dei Carabinieri
  21. ↑ Giampiero Moscato, I paracadutisti della Uno bianca, su Corriere della Sera, 12 marzo 1992.
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  23. ↑ Paolo Giovannetti, Almost noir: indagini non autorizzate su Carlo Lucarelli Arcipelago, 2005, pp. 89-90
  24. ↑ 'Loro erano con i Savi, ma...', su la Repubblica. URL consultato il 2 gennaio 2021.
  25. ↑ 'Sono loro i tre killer dei carabinieri uccisero per coprire un caric', su la Repubblica. URL consultato il 4 gennaio 2021.
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  45. ↑ La banda della Uno bianca torna a colpire: ucciso un bancario, in Corriere della Sera, 25 maggio 1994.
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  47. ↑ La Banda della Uno Bianca - La storia siamo noi
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  51. ↑ Luigi Spezia, Banda della Uno bianca, lo Stato condannato a pagare 19 miliardi, in la Repubblica, 1º giugno 1997. URL consultato il 21 ottobre 2009.
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  53. ↑ Per incredibile decisione dei magistrati impegnati nelle indagini, nessuna verifica balistica fu mai disposta sulle armi repertate come insistentemente chiesto dall'allora vice-capo della Squadra Mobile di Bologna, Giovanni Preziosa.(considerazione a cura di Massimiliano Mazzanti op. cit. in bibliografia).
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  62. ↑ Uno Bianca: Alberto Savi chiede perdono, su ANSA.
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  69. ↑ Uno Bianca, scarcerato Occhipinti perché davvero “pentito”. I famigliari delle vittime: “È indecente”, su La Stampa, 3 luglio 2018. URL consultato il 9 ottobre 2026.
  70. ↑ Uno bianca, la Cassazione: "Occhipinti resta in carcere", su RaiNews, 27 marzo 2023. URL consultato il 9 ottobre 2026.
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  72. ↑ Raffaele Camposano, Storia della Polizia di Stato in Dura Lex sed Lex, in SOCIETÀ E STORIA, n. 173, 2021-11, pp. 523–531, DOI:10.3280/ss2021-173005. URL consultato il 21 settembre 2025.
  73. ↑ Blu notte - Misteri italiani a cura di Carlo Lucarelli, 4a stagione, 6a puntata.
  74. ↑ «Iniziò per scherzo, finì con 24 delitti», in Corriere della Sera, 14 ottobre 2001.
  75. ↑ MIRRI GRAZIANO di Cesena (ucciso dai banditi della UNO BIANCA) cronache tg, YouTube, 19 giugno 1991

Bibliografia

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