| TIM | |
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| Stato | |
| Forma societaria | Società ad azionariato diffuso |
| Borse valori | |
| ISIN | IT0003497168 e IT0003497176 |
| Fondazione | 27 luglio 1994 a Torino |
| Fondata da | |
| Sede principale |
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| Gruppo | Poste Italiane |
| Controllate | TIM San Marino Telecontact Center Telsy Noovle Olivetti Sparkle |
| Persone chiave | |
| Settore | Telecomunicazioni |
| Prodotti | Telefonia fissa, telefonia pubblica, telefonia mobile, Internet, IPTV, VoIP, AI, IoT, Cloud, Cybersecurity |
| Fatturato | 13,7 miliardi di € (2025) |
| Utile netto | 519 milioni di € (2025) |
| Dipendenti | 17.000 (2025) |
| Slogan | «Una connessione allunga la vita» |
| Sito web | www.gruppotim.it |
Il Gruppo TIM, operante come TIM S.p.A. o Telecom Italia S.p.A., è un'azienda italiana di telecomunicazioni. La società è quotata nell'indice FTSE MIB della Borsa Italiana.
Offre servizi di telefonia fissa, pubblica, mobile, VoIP e Internet; fornisce servizi e prodotti per la comunicazione, l’intrattenimento, la digitalizzazione e la transizione digitale: offre prodotti per aziende e pubblica amministrazione tramite TIM Enterprise assieme a Noovle, Olivetti e Telsy. Gestisce infrastrutture di rete mobile 4G e 5G e la rete fissa in fibra ottica a livello internazionale attraverso Sparkle; tramite Fondazione TIM e Instituto TIM sostiene progetti ad interesse sociale. L'azienda è detentrice dell'omonimo marchio TIM per la vendita di servizi di telefonia fissa e mobile in Italia; è presente anche in Brasile con TIM Brasil, leader nella copertura 4G e 5G, e nella Repubblica di San Marino con TIM San Marino.
Membro dell'Istituto europeo per le norme di telecomunicazione (ETSI), è fornitore di servizi nel Sistema pubblico di connettività (SPC), avendo acquisito nel 2020 il relativo ramo di azienda di BT Italia, aggiudicataria della gara Consip nel 2016.
Il gruppo opera in Italia e in Brasile fornendo tecnologie e servizi digitali a supporto della transizione digitale di entrambi i Paesi. Sviluppa inoltre servizi e prodotti in un’ottica di crescita sostenibile e innovazione nel settore pubblico e privato, integrando principi di sostenibilità, strategia climatica ed economia circolare.

Il governo Mussolini, con il regio decreto-legge 8 febbraio 1923, n. 399, riorganizzò il sistema telefonico, dividendo il territorio italiano a partire dal 1925 in cinque zone gestite da cinque operatori differenti: in Lombardia, Piemonte e Valle d'Aosta (STIPEL), nelle Tre Venezie (TELVE), in Liguria, Italia centrale tirrenica e Sardegna (TETI), in Emilia-Romagna e Italia centrale adriatica (TIMO) e nell'Italia meridionale e Sicilia (SET).
Nel 1964 le cinque società si unirono sotto il nome di SIP.
Nello stesso anno la Società Finanziaria Telefonica (STET), facente parte del gruppo IRI per il settore delle telecomunicazioni, giunse a controllare: Telespazio, azienda attiva nell'ambito delle comunicazioni spaziali, Radiostampa, azienda responsabile dei servizi telegrafici e radiotelegrafici, e Italcable, azienda impegnata nelle telecomunicazioni intercontinentali. Nel 1964 STET creò inoltre il proprio centro di ricerca sperimentale del gruppo, ossia il Centro studi e laboratori telecomunicazioni (CSELT) di Torino, e, nel 1976, il campus della Scuola Superiore Guglielmo Reiss Romoli all'Aquila per le proprie attività di formazione.
Superata la crisi economica degli anni '70, che colpì anche SIP, gli anni '80 videro il piano di ristrutturazione della società con l'introduzione del nuovo marchio aziendale, una maggiore varietà di servizi e prodotti, nonché innovazioni sul piano tecnologico, come i nuovi sistemi informativi. Nel 1985, con il progetto San Salvador, cominciò il processo di digitalizzazione della rete telefonica su tutto il territorio italiano, a cui si aggiunse l'introduzione delle fibre ottiche, dopo avere realizzato in via sperimentale, nel 1977, la prima linea urbana a livello mondiale con progettazione e tecnologia CSELT.
Nel 1985 STET vendette alcune azioni SIP, passando dall'82% al 54% della quota azionaria, pur continuando a detenerne il controllo.
Nel 1993 iniziò l'avvento della rete intelligente, la quale offriva per la prima volta un'ampia gamma di servizi in tutta Italia, ad esempio il nuovo numero verde, esistente da qualche anno sulla rete telefonica generale (RTG) e sulla rete fonia-dati (RFD).

La nascita di Telecom Italia è strettamente legata al processo di liberalizzazione del settore delle telecomunicazioni, avviato negli Stati Uniti d'America all'inizio degli anni Ottanta e avvertito anche in Europa, dove fu fortemente connesso alla privatizzazione degli operatori nazionali.
Telecom Italia nacque formalmente il 27 luglio 1994 a Torino, in Palazzo Vallesa della Martiniana con l'atto di fusione deliberato dalle assemblee del 19 maggio dello stesso anno di SIP con Iritel, Telespazio, Italcable e SIRM, società del gruppo STET già operative nel settore delle telecomunicazioni. Ciò faceva seguito al "piano di riassetto del settore delle telecomunicazioni" presentato al Ministero del tesoro dall'IRI il 30 giugno 1993, nel quadro delle disposizioni contenute nella legge n.58 del 29 gennaio 1992.
Nel 1995, con una scissione parziale dalla casa madre, nacque Telecom Italia Mobile (TIM), il cui capitale era controllato per il 63,01% da STET. Per massimizzare l'incasso dalla prevista privatizzazione viene deciso, nel 1997, di portare avanti il piano cosiddetto di SuperSip, ovvero la concentrazione di tutte le attività operative nella società da mettere in vendita. La Finanziaria STET e Telecom Italia vennero quindi fuse: la nuova società prese il nome di Telecom Italia.
Verso la fine del 1996, durante la direzione di Vito Gamberale ed Ernesto Pascale, TIM fu il primo operatore mondiale a lanciare un piano tariffario basato su una carta prepagata su rete GSM, che generò in poco tempo una rapida crescita della telefonia mobile. In merito allo sviluppo della rete in fibra ottica, venne inaugurato il progetto Socrate, poi abbandonato a causa dei costi elevati.
Contestualmente, Seat Pagine Gialle venne scissa da Telecom Italia e nel 1996 venne portata a termine la privatizzazione a favore di Ottobi, cordata formata da De Agostini (maggior azionista), Telecom (20%), COMIT e Investitori Associati.
Sotto la presidenza di Guido Rossi e in seguito all'uscita di Ernesto Pascale, il 20 ottobre 1997 venne attuata dal governo Prodi la privatizzazione della società: dalla vendita del 35,26% del capitale si ricavarono circa 26 000 miliardi di lire. La privatizzazione, che comportò la quasi totale uscita del Ministero del tesoro dall'azionariato Telecom, venne realizzata con la modalità del cosiddetto "nocciolo duro": si vendette cercando di creare un gruppo di azionisti che fossero in grado di farsi carico della gestione della società. In operazioni simili in altri stati, in particolare la Francia, il "nocciolo duro" venne invece mantenuto nella proprietà statale, anche se in appunto quota di minoranza, a titolo di garanzia e controllo della futura gestione. Il governo non prese in considerazione il piano proposto dalle associazioni di far aderire al capitale di Telecom gli oltre 100 000 dipendenti.
A conclusione dell'OPV (offerta pubblica di vendita), le azioni vennero collocate a 10 902 lire; il 27 ottobre 1997 Telecom Italia, privatizzata, fu collocata alla Borsa di Milano. A causa della scarsa risposta degli investitori privati italiani, il "nocciolo duro" non si rivelò in realtà tale: il gruppo, con capofila la famiglia Agnelli, riuniva solamente il 6,62% delle azioni e si rivelò molto fragile. Nel novembre 1998 Franco Bernabè venne scelto come amministratore delegato di Telecom Italia.
Dal mese di febbraio 1999, Olivetti – già nel settore delle telecomunicazioni con Omnitel e Infostrada, cedute in seguito a Mannesmann – lanciò un'OPAS (offerta pubblica di acquisto e scambio) attraverso la Tecnost di Roberto Colaninno, riuscendo ad ottenere, nel giugno dello stesso anno, il controllo della società con una quota del 51,02%. L'OPAS andò a buon fine, nonostante la contrarietà di Bernabè, che considerava il documento del piano "lacunoso" e non conforme alla normativa vigente. Il Financial Times criticherà l'operazione.
Telecom Italia era una delle poche società ad azionariato diffuso italiane, in cui il Ministero del tesoro aveva ancora una quota del 3,5%, pari a due miliardi di euro. Il Tesoro non si presentò all'assemblea degli azionisti che doveva decidere le contromisure alla scalata, preferendo mantenere neutralità rispetto all'operazione. La legge sulla golden share avrebbe permesso al Tesoro il diritto di veto sull'operazione.
La somma con cui la scalata fu finanziata, complessivamente trenta miliardi di euro, venne raccolta per un terzo attraverso capitale proprio (aumento di capitale e vendita di Omnitel e Infostrada) e per due terzi attraverso il prestito bancario e la conversione delle azioni Telecom Italia in obbligazioni e azioni della Tecnost, la controllata di Olivetti che si era indebitata per controllare Telecom. A questo punto è Bell, una società con sede in Lussemburgo, a controllare a monte la catena con il 22% di Olivetti. Il gruppo Olivetti, con un fatturato da attività proprie pari a 1,3 miliardi e un debito di 16 miliardi, controllava il 51% del gruppo Telecom, che nel 1999 aveva un fatturato di 27,1 miliardi e un debito di appena 8,1 miliardi.
Conseguentemente all'espansione internazionale in Europa e in Sud America, iniziata durante la gestione pubblica, e in seguito all'acquisto di Seat Pagine Gialle, il debito del gruppo Telecom Italia salì a 21,9 miliardi, come dichiarato nel bilancio 2001. Il gruppo, per ovviare alla nuova e improvvisa situazione di presenza di esuberi, oltre 10 mila, annunciò un piano di pensionamenti.
Nel 2001, lo storico centro di ricerca CSELT, già IRI-STET, venne scorporato dopo quasi quarant'anni di ricerca a livello di eccellenza: il gruppo di tecnologie vocali effettuò uno spin-off, divenendo una nuova società, denominata Loquendo S.p.A. e controllata al 100% da Telecom; la parte più consistente, invece, divenne TILab (Telecom Italia Lab), pure controllata totalmente da Telecom Italia.
Nel 2001, con il ritorno di Berlusconi al governo, Colaninno e i suoi soci decisero di passare la mano. Dopo diverse trattative, venne trovato un accordo con Benetton e Marco Tronchetti Provera, presidente di Pirelli.
I nuovi proprietari di Telecom Italia pagarono 4,175 euro ad azione per il 23% di Olivetti posseduto da Bell, una cifra molto alta, considerando che sul mercato la quotazione era di 2,25 euro. Tale operazione permise a Tronchetti Provera di scalare prevalentemente a debito l'azienda, evitando il lancio di un'OPA. Quest'ultima sarebbe costata di più alla sua compagine azionaria, ma avrebbe ridotto il peso del debito della Olivetti in Telecom Italia.
La cessione del 23% creò una plusvalenza (1,5 miliardi di euro) ad appannaggio di Bell, società veicolo lussemburghese, grazie alla quale Colaninno ed Emilio Gnutti detenevano il controllo di Telecom. A causa di tale plusvalenza, Bell venne indagata per evasione fiscale e multata dall'Agenzia delle entrate.
Nel luglio 2001 Telecom era controllata dalla finanziaria Olimpia, partecipazione di Pirelli (al 60%), Edizione dei Benetton, Banca Intesa e UniCredito Italiano, a cui in seguito si era aggiunta Hopa, la finanziaria bresciana di Gnutti (tramite Holinvest. Il nuovo management del Gruppo fu dunque diretto da Tronchetti Provera e la sede legale fu spostata da Torino a Milano.
Per accorciare la catena di controllo, con lo scopo di scaricare i debiti dei nuovi azionisti di controllo sull'azienda stessa, il 4 agosto 2003 avvenne la fusione con la controllante Olivetti, che incorporò Telecom Italia, assumendo contestualmente la sua denominazione sociale. In seguito all'operazione, i debiti degli azionisti di controllo si riversarono sul gruppo Telecom. L'indebitamento netto passò da 18,1 miliardi (bilancio 2002) a 33,3 miliardi (bilancio 2003). Per far fronte al notevole indebitamento, vennero venduti la maggior parte delle partecipate estere e gli immobili ceduti ai fondi partecipati da Pirelli Real Estate per un valore di 2,6 miliardi. Il Gruppo subì quindi un ridimensionamento sul mercato internazionale. La dismissione del patrimonio immobiliare di Telecom Italia, costituito da più di duemila edifici, tra cui uffici e centrali telefoniche, era iniziata durante la gestione precedente per un valore di 2,9 miliardi. La vicenda delle dismissioni immobiliari delle gestioni 1999-2007 è stata oggetto di critiche.

Nel gennaio 2005 Telecom lanciò un'OPA su TIM, azienda già controllata con quota maggioritaria del 56%. Il costo necessario per rastrellare le azioni TIM sul mercato elevò l'indebitamento di Telecom da 29,5 a 46,7 miliardi di euro (dato intermedio 2005), ovvero circa il 150% del fatturato. La fusione tra Telecom Italia e TIM venne finanziata con un mutuo contratto con una cordata di banche, nella misura maggiore da Banca Intesa.
Successivamente Telecom Italia acquistò tutte le attività Internet della sua controllata Telecom Italia Media, portando nella controllante tutte le capacità per fornire contemporaneamente servizi voce, mobili e dati, lasciando intravedere l'idea di fornire nuovi servizi che sfruttassero la convergenza fisso-mobile-dati, puntando sulla rete di vendita con il mantenimento del market share sul mercato domestico.
Dal bilancio 2005 l'indebitamento finanziario netto risultava essere di 39,8 miliardi di euro. Come già nell'anno precedente, la società decise, nel marzo 2006, l'aumento dei dividendi per gli azionisti; in risposta, l'agenzia Fitch Ratings ridusse il rating di Telecom Italia, portandolo da A- a BBB+.

Secondo i dati di bilancio, durante la gestione Tronchetti Provera l'indebitamento netto del gruppo Telecom Italia incrementò (dai 21,9 miliardi del 2001 ai 37,3 miliardi di euro del 2006) contemporaneamente ad una rilevante riduzione e vendita di cespiti: la maggior parte delle partecipate estere acquistate nel periodo 1995-2000 (quasi tutte strategiche o maggioritarie), 22 396 dipendenti e una parte del patrimonio immobiliare costituito da edifici e centrali telefoniche cedute ai fondi partecipati da Pirelli Real Estate e Morgan Stanley (retrolocate alla stessa Telecom a tassi medi d'affitto superiori a quelli di mercato, come avvenne durante la gestione Colaninno). A tali risultati si arrivò in seguito all'OPA delle azioni minoritarie di TIM (2005) e alla precedente fusione Olivetti-Telecom (2003).
L'11 settembre 2006 il Consiglio d'Amministrazione dell'azienda decide di procedere alla divisione e riorganizzazione dell'azienda Telecom Italia in quattro distinti settori:
Il 15 settembre 2006, dopo l'annuncio dello scorporo di TIM, Marco Tronchetti Provera, in polemica con la dichiarazione di “non saperne nulla” dell’allora Presidente del Consiglio Romano Prodi, si dimise dalla guida della società: la presidenza tornò, dopo nove anni, a Guido Rossi, che dovette lasciare la FIGC.

Dal 15 settembre 2006, dopo un delicato periodo legato all'inizio di un processo riorganizzativo, alla presidenza della società tornò il prof. Guido Rossi, che succedette al dimissionario Marco Tronchetti Provera, già presidente di Pirelli e altre società. Vice presidente era Gilberto Benetton, che era anche presidente della finanziaria Edizione Holding e di Autogrill. Vice presidente esecutivo fu Carlo Buora, l'amministratore delegato Riccardo Ruggiero. Tra i consiglieri Massimo Moratti, Carlo Alessandro Puri Negri (di Pirelli), Gianni Mion (di Benetton), nonché Giovanni Consorte (di Unipol), quest'ultimo tra gli indagati per lo scandalo Bancopoli (poi dimessosi).

La prima mossa di Guido Rossi alla guida di Telecom fu la creazione, il 18 ottobre 2006, di un "patto di controllo" dell'azienda tra Olimpia, Mediobanca e Generali, che controllavano in tutto il 21,5% della società: Olimpia (allora controllata all'80% da Pirelli e al 20% da Edizione Holding) portava in dote il proprio 18%, Assicurazioni Generali il 2,01%, Mediobanca l'1,54%.
Il 15 febbraio 2007, Assicurazioni Generali passò dal controllo del 2,01% a quello del 4,06% di azioni Telecom Italia. Il patto di controllo tra le aziende Olimpia, Generali e Mediobanca arrivava al 23,6%.
Il patto prevedeva vincoli sulle quote conferite, la possibilità per i contraenti di aumentare le loro quote e anche quella di vendere in prelazione ai soci. Il patto fu un passo decisivo per il rafforzamento dell'azionariato della società telefonica che, con l'ingresso di nuovi partner, avrebbe potuto avvicinarsi alla soglia del 30% ,oltre la quale è obbligatorio lanciare un'offerta totalitaria. Presidente del nuovo patto fu, dopo la sua uscita da Telecom, Marco Tronchetti Provera.
A febbraio 2007 Telecom avviò i contatti con la spagnola Telefónica per l'entrata degli iberici nell'azienda italiana. L'ipotesi era quella di cedere una parte di Olimpia, la finanziaria che controllava il 18% di Telecom. Il 1º marzo 2007 l'azienda Telefónica annunciò in un comunicato che i contatti con Telecom Italia erano temporaneamente sospesi, ma continuavano quelli con altri soci al fine di arrivare a una cordata.
Il 16 febbraio 2007 il CdA approvò il nuovo assetto organizzativo basato su 4 entità e i relativi direttori generali:
Il 9 marzo 2007 venne presentato il nuovo piano industriale per il triennio 2007/2009 al quale, tuttavia, il mercato reagì facendo registrare un forte ribasso per le azioni di Telecom Italia, anche alla luce del fatto che gli utili risultavano in calo e, per il futuro, si annunciava una diminuzione dei dividendi.
Nel settembre del 2006 Beppe Grillo, piccolo azionista Telecom, lanciò un'iniziativa da lui battezzata "OPA alla genovese" (il cui nome ufficiale è Share Action) sul suo blog, con la quale richiedeva a tutti gli azionisti di Telecom Italia di delegargli la rappresentanza nell'assemblea, con lo scopo di raggiungere un numero di azioni tale da consentire a lui, e quindi a tutti coloro che avessero aderito, di sfiduciare i membri del consiglio di amministrazione.
Il 16 aprile 2007, durante l'assemblea degli azionisti, Grillo prese la parola e accusò l'intero consiglio di amministrazione di manifesta incapacità manageriale, chiedendone infine le dimissioni.

Il 1º aprile 2007 Pirelli, a seguito di un CdA straordinario, annunciò di avere ricevuto due offerte tese a rilevare il 66% di Olimpia, la holding che deteneva il pacchetto di controllo di Telecom Italia.
L'azienda messicana América Móvil di Carlos Slim Helú e la statunitense AT&T – quest'ultima ritiratasi dall'operazione il 16 aprile 2007 – avanzarono offerte tese a rilevare ciascuna il 33% di Olimpia.
A sorpresa, pochi giorni dopo l'annuncio delle due offerte, Guido Rossi, presidente della società dal settembre 2006, non avendo vista rinnovata la propria candidatura a far parte del consiglio di amministrazione (poi rinnovato nell'assemblea degli azionisti del 16 aprile 2007) si dimise da presidente dell'azienda non senza aver aspramente criticato, in un'intervista a La Repubblica, Marco Tronchetti Provera.
Al suo posto viene nominato Pasquale Pistorio come presidente di transizione.
Il 28 aprile una cordata italo-spagnola composta da Mediobanca, Generali, Intesa Sanpaolo, Sintonia e Telefónica lanciò un'offerta per rilevare la quota di Pirelli in Olimpia, con la contestuale creazione di una società veicolo, denominata Telco S.p.A. (patto di controllo): quest'ultima nacque con lo scopo di controllare circa il 23% di Telecom Italia. Tale offerta fu accettata dal CdA straordinario tenutosi in tale data.
Il 24 ottobre 2007 vi fu la firma per il passaggio da Olimpia a Telco che ha concretizzato l'operazione ma ponendo 28 condizioni all'azienda Telefónica, legate anche ai Paesi dove le 2 aziende erano concorrenti, in primis in Sudamerica. A dicembre furono nominati presidente Gabriele Galateri di Genola e amministratore delegato Franco Bernabè, ex-presidente della compagnia telefonica.
Dopo l'arrivo di Telco, Pasquale Pistorio rassegnò le proprie dimissioni insieme a Riccardo Ruggiero e Carlo Buora. La presidenza spettava ora a Gabriele Galateri di Genola, in carica dal 3 dicembre 2007, e Franco Bernabè ottenne la carica di amministratore delegato.
Negli stessi anni si registrò anche un incremento di attenzione nei confronti di tematiche ambientali e sociali: si ricordano nello specifico il lancio del progetto di sostenibilità avoicomunicare (8 agosto 2008), la nascita della Fondazione Telecom Italia (24 dicembre 2008) e il sostegno alle popolazioni dell'Abruzzo e dell'Emilia-Romagna colpite dal terremoto.
Il 14 aprile 2008 venne nominato un nuovo consiglio di amministrazione, i cui 15 Amministratori restarono in carica per il triennio 2008-2010: Gabriele Galateri di Genola e Franco Bernabè vengono confermati rispettivamente presidente e amministratore delegato di Telecom Italia.
Nel febbraio 2008 Telecom Italia ha creato "Open Access", una nuova funzione per gestire tutte le attività di sviluppo e manutenzione delle infrastrutture tecnologiche di rete di accesso, i processi di fornitura dei servizi di accesso per la clientela della Telecom Italia e per gli altri Operatori e la relativa assistenza tecnica. Tutto ciò per una maggiore efficienza, qualità e parità di trattamento. "Open Access" è stato alla base del dialogo fra la Telecom Italia e l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ed è stato anticipato dall'assunzione di impegni volontari, approvati dall'Autorità nel dicembre 2008. Gli impegni, che hanno al centro il ruolo ricoperto da "Open Access" e dai suoi nuovi processi per sviluppare in modo autonomo, separato e trasparente la rete d'accesso della Telecom Italia, servendo a rafforzare il contesto competitivo. Sono insomma una sorta di garanzia nei confronti dei rischi competitivi tradizionalmente associati all'integrazione verticale della Telecom Italia (ossia, essenzialmente, possibili condizioni privilegiate di accesso alla rete fissa), nonché sull'aumento del grado di concorrenzialità in tutti i mercati retail collegati alla rete di accesso.
Nel 2008 è stata anche costituita la Fondazione Telecom Italia.
Il 27 ottobre 2009 i soci di Telco S.p.A., con l'eccezione di Sintonia, rinnovarono per altri tre anni il patto di controllo.
Allo scadere del mandato, il consiglio di amministrazione del Gruppo venne rinnovato nel 2011: Franco Bernabè fu nominato presidente esecutivo, mentre Marco Patuano divenne il nuovo Amministratore Delegato per il triennio 2011-2013.
Il 5 ottobre 2012 Andrea Mangoni venne nominato presidente in Brasile di TIM Participações, incarico che terminò il 7 febbraio 2013, quando rassegnò le dimissioni, mentre Franco Bertone è direttore operativo (COO) del gruppo Telecom Argentina dal 2008.
Dopo che il titolo ebbe raggiunto il suo minimo storico a 0,5 euro ad azione, nella notte del 23 settembre 2013 Generali, Mediobanca e Intesa Sanpaolo raggiunsero un accordo con Telefónica per la cessione a quest'ultima delle loro quote in Telco. L'operazione avrebbe permettesso al gestore spagnolo di portare dal 46 al 66% la sua partecipazione nella holding che controllava il 22,4% di Telecom Italia, con un'opzione per un ulteriore incremento fino al 70% nel breve periodo per poi arrivare al 100% a partire da gennaio 2014, in caso di approvazione da parte delle autorità Antitrust.
Il 3 ottobre 2013 Franco Bernabè diede le dimissioni come presidente di Telecom Italia ricevendo una liquidazione di 6,6 milioni; tutte le deleghe furono affidate temporaneamente all'ad Marco Patuano.
Nel periodo 2007-2013, durante la gestione Telco (Telefonica, Mediobanca, Intesa, Generali), dai dati di bilancio si registrò una riduzione dell'indebitamento netto (da 35,7 miliardi a 26,8 miliardi) e un calo del fatturato (da 31,3 miliardi a 22,4 miliardi) dovuto a vari fattori (concorrenza, over the top, vendita asset, azioni regolatorie, instabilità della Governance). In questa fase, iniziò quel processo che vide una nuova composizione del fatturato con il calo dei servizi di voce (fissi e mobili) e la crescita della connettività e dei servizi a valore aggiunto.
Il 16 aprile 2014 si tenne l'assemblea societaria che insediò un nuovo consiglio di amministrazione, a maggioranza di membri indipendenti, e procedette con la nomina dei nuovi amministratori e di Giuseppe Recchi a Presidente del nuovo consiglio di amministrazione; nel CdA del 18 aprile vennero conferite le deleghe e Marco Patuano confermato Amministratore delegato.
Il 16 giugno 2014 Generali, Mediobanca e Intesa Sanpaolo hanno annunciato l'intenzione di uscire dal patto di controllo inerente all'holding Telco S.p.A.: in virtù di ciò, nei prossimi mesi Telefónica deterrà direttamente una partecipazione di circa il 15% in Telecom Italia, diventandone unico azionista di controllo, anche se di fatto gli amministratori Recchi e Patuano dichiarano che la società viene gestita come una società ad azionariato diffuso. La modifica della Corporate Governance ridusse il peso dell'azionista di controllo e traghettò progressivamente l'azienda verso lo status di società ad azionariato diffuso (public company).
Il 16 luglio 2014 Telefonica si avviò a ridurre sotto il 10% la propria partecipazione in Telecom Italia attraverso l'emissione di un bond convertendo in azioni Telecom da 750 milioni, pari quindi a circa il 6% del capitale del gruppo italiano. L'annuncio degli spagnoli, che con lo scioglimento di Telco avrebbero il 14,8% di Telecom, fu in pratica una mossa preventiva in funzione Cade: a dicembre l'Antitrust brasiliano – dopo il rafforzamento di Telefonica nella holding Telco, che è primo socio di Telecom – aveva sottolineato che l'incremento della quota era contraria agli impegni assunti con l'Authority e aveva chiesto agli spagnoli di conseguenza di uscire da Telecom Italia o di vendere la TIM brasiliana per riequilibrare la propria presenza nel mercato sudamericano. Con il convertendo triennale dunque Telefonica si è avviata verso la riduzione del proprio peso in Telecom Italia.
Il 20 febbraio 2014 Telecom Italia ha debuttato nel seed investment a favore delle startup digitali. Gli investimenti, previsti per il triennio 2014-2016, si concentreranno su specifiche realtà selezionate in base alla capacità d'innovazione sul fronte tecnologico, mobile, digitale e dell'ICT.
Tale programma è parte del progetto Working Capital, attivo dal 2009, nel quale sono coinvolti circa 6 000 progetti di impresa.
Nel marzo del 2014 è stato approvato il processo di fusione per incorporazione di TI Media in Telecom Italia, il cui perfezionamento era previsto entro il terzo trimestre 2015.
Il 19 febbraio 2015 venne annunciato il progetto d'integrazione tra le due società da attuarsi nella forma di una fusione per incorporazione di Telecom Italia Media in Telecom Italia.
Il programma era finalizzato al risparmio dei costi di gestione, alla razionalizzazione della struttura del gruppo e alla semplificazione dell'intera offerta fissa, mobile e Internet dell'azienda.
La novità più significativa è che TIM diventerà l'unico marchio commerciale del Gruppo.
In occasione del rebranding sono stati pianificati investimenti per accelerare lo sviluppo delle reti di nuova generazione.
Nell'aprile dello stesso anno l'azienda ha annunciato un accordo con Sky Italia per permettere agli abbonati l'accesso ai contenuti attraverso la connessione in fibra ottica di Telecom Italia.
Il 26 giugno 2014 è stato modificato lo statuto per renderlo conforme alla disciplina del cosiddetto golden power, modificata dalla legge l'11 maggio 2012.
Il 10 luglio 2014 si è conclusa con successo l'adesione al piano di azionariato per gli oltre 18 076 dipendenti che hanno richiesto la sottoscrizione di più di 96 milioni di azioni ordinarie. Fu previsto inoltre che si assegnasse 1 azione gratuita ogni 3 sottoscritte a tutti coloro che avrebbero conservato le azioni per un anno. La cifra investita da ogni dipendente ammontava a circa 4 500 euro.
Il 16 ottobre 2014 venne comunicato che nel triennio 2014-2016 l'azienda avrebbe investito 9 miliardi di euro nello sviluppo delle infrastrutture di Rete. 3,4 miliardi erano destinati a sviluppare reti e servizi, soprattutto riguardanti il 4G e la Fibra ottica.
Nell'ottobre 2014 sono stati approvati i programmi per la realizzazione in Calabria e in Molise della rete in fibra ottica. Telecom Italia si è aggiudicata, infatti, il Bando per le Regioni Calabria e Molise, relativo alla concessione di un contributo a un progetto d'investimento per la realizzazione di nuove infrastrutture ottiche passive abilitanti alle reti NGAN (Next Generation Access Network). Il principale obiettivo dei programmi era quello di fornire connettività con banda ultralarga a 227 comuni delle due regioni per favorire il raggiungimento degli obiettivi dell'Agenda Digitale Europea.
Nei primi mesi del 2015 il programma per la realizzazione della rete in fibra ottica ha coinvolto anche le regioni Puglia e Basilicata.
I comuni pugliesi coinvolti erano 148, mentre in Basilicata i comuni coperti dal servizio erano 64, ma il piano complessivo prevedeva di raggiungere 600 comuni entro il 2016 per una copertura di oltre il 50% della popolazione. Nell'agosto 2015, Telecom Italia si è aggiudicata il Bando del Ministero dello Sviluppo Economico per la concessione di un contributo pubblico per la realizzazione di infrastrutture a banda larga in 136 comuni della Sicilia.
Nel 2017 Telecom ha presentato un piano per la dismissione di 6.000 delle 10.000 centrali telefoniche che gestivano la rete in rame.
Nel dicembre 2014, Telecom Italia ha celebrato cinquant'anni d'innovazione e ricerca in concomitanza con l'anniversario del centro di ricerca e innovazione del Gruppo, nato nel 1964 a Torino come CSELT (Centro studi e laboratori telecomunicazioni) e divenuto TILab nel 2001 (acronimo di Telecom Italia Lab; mentre il vecchio gruppo di Tecnologie vocali è divenuto lo spin-off Loquendo nello stesso anno).
Il Centro ha messo a punto le prime sperimentazioni di trasmissioni su cavi ottici interrati già negli anni '70, la definizione dello standard MPEG (Moving Picture Experts Group) per la compressione digitale del segnale audio-video, che ha permesso la diffusione dei file musicali compressi mp3 a dimensione ridotta su tutti i dispositivi (tablet, smartphone e PC) e le prime forme di video comunicazione digitale.
Nel 1974 lo CSELT presentò il primo sintetizzatore vocale in tempo reale italiano.
Negli anni 2000 il progredire degli studi e delle sperimentazioni ha permesso ai ricercatori di sviluppare il 4G e 4G Plus (LTE e LTE Advanced), che hanno reso Telecom Italia la 1ª telco in Europa e la 5ª al mondo per numero di brevetti nel settore della telefonia mobile.
Nei primi mesi del 2015 è iniziata la procedura per la quotazione in Borsa di Inwit - Infrastrutture Wireless Italiane, la società che racchiude e gestisce le torri di trasmissione di Telecom Italia.
L'azienda è anche un fornitore di servizi nel sistema pubblico di connettività (SPC), gestisce una parte della connettività internet e intranet della pubblica amministrazione italiana, in attesa del subentro dei fornitori che a maggio 2015 sono risultati aggiudicatari della gara Consip.
Nel 2015 Telecom è stata partner dell'Esposizione Universale di Milano, siglando un accordo con Ericsson per la fornitura di servizi di rete mobile necessari all'evento.
A partire da luglio 2015, l'intera offerta di telefonia fissa, mobile e internet del gruppo subisce un vero e proprio processo di razionalizzazione, venendo ricondotta totalmente sotto il marchio TIM, ora non più acronimo; alla stessa data è divenuto operativo il sito unificato di TIM, comprendente tutta la gamma di servizi offerti, oltre all'assistenza tecnica e commerciale per telefonia fissa e mobile.
Nell'ottobre 2015 il gruppo francese Vivendi si mosse sul mercato azionario ordinario della Telecom, allo scopo di portare la propria quota di partecipazione intorno al 20% e aumentare la propria influenza sul consiglio di amministrazione dell'azienda. Con tale operazione, Vivendi ottenne tre consiglieri nei comitati di gestione di Telecom.
Il 13 gennaio 2016 venne lanciato il nuovo logo TIM a segnare una discontinuità col passato, mentre il rastrellamento delle quote continuava a più riprese nei mesi successivi quando Vivendi portava, nel gennaio 2016, la sua quota al 21,4% e il 19 febbraio 2016 al 22,8%. Il 2 marzo 2016, con un investimento di 120 milioni di euro e in sole due settimane, il gruppo francese portò ulteriormente la propria quota di possesso di Telecom Italia al 23,8%. La scalata proseguì fino all'11 marzo 2016 quando il gruppo francese Vivendi giunse al 24,9% di possesso divenendo il maggior azionista. Il 22 marzo il Cda ha ratificato le dimissioni di Patuano, trasferendo le sue deleghe, in attesa della nomina del nuovo AD, al presidente Giuseppe Recchi.
Il 30 marzo 2016 Flavio Cattaneo venne nominato AD di Telecom Italia e il 21 luglio 2017 annunciò le proprie dimissioni ricevendo una liquidazione "monstre" di 25 milioni di euro, sostituito dal manager israeliano Amos Genish.
Al 28 luglio 2017 il controllo della società era composta da:
Il 7 agosto 2017, la società francese Vivendi in una nota confermò di non esercitare alcun controllo di fatto su Telecom Italia "ai sensi dell'art. 93 del Testo Unico della Finanza e dell'art. 2359 del Codice Civile".
Il 6 marzo 2018 venne approvato dal consiglio di amministrazione e successivamente presentato da Amos Genish il piano triennale strategico DigiTIM 2018-2020, incentrato su innovazione digitale e digitalizzazione di tutti i processi.
Nel mese di aprile 2018, Cassa depositi e prestiti ha acquistato azioni della società per il 4,262% del capitale ordinario, con una visione di lungo respiro, non speculativa.
Un altro 8,847% è detenuto da Paul Singer attraverso il fondo Elliott che, nell'assemblea societaria del 4 maggio 2018 con l'approvazione del 49,84% dei voti, ha scalzato Vivendi dal vertice, la cui lista ha ottenuto il 47,18%, nonostante che col 23,943% del capitale sociale sia sempre il maggior azionista.
Con il nuovo consiglio d'amministrazione formato da 13 consiglieri su 15 indipendenti, compreso il presidente, Telecom Italia è diventata, come auspicato da Elliott, una società ad azionariato diffuso.
Il 7 maggio vennero eletti all'unanimità, con la sola loro astensione, Fulvio Conti presidente e confermato Amos Genish come amministratore delegato. Arnaud de Puyfontaine rimase nel cda come consigliere.
Il 13 novembre, in seguito alle diverse strategie sullo scorporo delle rete tra Vivendi contraria e il fondo Elliott favorevole, Amos Genish venne sfiduciato dal consiglio di amministrazione. Il 18 novembre Luigi Gubitosi venne eletto nuovo amministratore delegato e direttore generale con i voti dei consiglieri nominati da Elliott.
Nel 2019 Telecom Italia viene rinominata in Gruppo TIM.
Il 15 marzo 2019, Cassa depositi e prestiti comunica di aver acquistato altre azioni e di detenere il 9,8% del capitale, in funzione di favorire un avvicinamento con Open Fiber.
Il 26 settembre 2019 si dimise con effetto immediato Fulvio Conti. Un mese più tardi, in ottobre, fu nominato presidente, su proposta del fondo Elliott, l'ex direttore generale della Banca d'Italia, Salvatore Rossi.
A gennaio 2022 l’incarico di Amministratore Delegato di TIM viene affidato a Pietro Labriola, manager che ha operato all’interno del Gruppo a partire dal 2001. Nel corso del suo mandato, Labriola si occupa della realizzazione e attuazione di un piano strategico volto a scorporare l’infrastruttura di rete dalle altre attività dell’azienda.
A marzo 2022 Pietro Labriola presenta il piano industriale 2022-2024 di TIM, che prevede la creazione delle due entità NetCo (asset di rete fissa e attività wholesale domestiche e quelle internazionali di Sparkle) e ServCo (il business Consumer ed Enterprise e Brasile). La riorganizzazione, approvata dal CdA, è focalizzata sul miglioramento della visibilità delle performance operative e finanziarie e sull’ampliamento delle opportunità strategiche.
Il piano industriale 2022-2024 presentato da Pietro Labriola prevede una leggera crescita dei ricavi da servizi, Ebitda stabile e Capex di Gruppo da 4 miliardi nel 2022 a 3,8 miliardi nel 2024.
I risultati raggiunti nel 2022 si attestano superiori alla guidance, con ricavi da servizi a livello di Gruppo pari a 14,6 miliardi di euro, in crescita dell’1,3%. Nel quarto trimestre, i ricavi totali crescono del 3,3% rispetto allo stesso periodo del 2021, raggiungendo 4,3 miliardi di euro. L’Ebitda organico si attesta a 6 miliardi di euro. Anche TIM Brasil si mostra in crescita, con ricavi da servizi a 3,8 miliardi di euro (+19%).
Nel maggio 2022, viene firmato un memorandum tra TIM, CDP, KKR, Macquarie e Open Fiber per la creazione di un unico operatore della rete di telecomunicazioni in Italia e un’unica rete in fibra ottica, con l’obiettivo di raggiungere un accordo vincolante entro il 31 ottobre dello stesso anno con la separazione della rete fissa di TIM dalle attività commerciali e la fusione della prima con Open Fiber.
Nel primo semestre 2023, KKR avanza una proposta non vincolante da 15,8 miliardi per acquisire una quota in una nuova società dedicata alla rete fissa, comprensiva di una partecipazione in Sparkle. Vengono in seguito presentate due nuove offerte non vincolanti per l’acquisizione della gcostituenda NetCo di TIM, includendo la rete infrastrutturale e la partecipazione in Sparkle. CDP Equity e Macquarie Asset Management presentano un’offerta da 17 miliardi di euro, mentre il fondo KKR una proposta leggermente superiore, pari a 17,8 miliardi di euro.
Nel terzo trimestre 2023, il CdA dà mandato a Pietro Labriola di negoziare con KKR il miglioramento dell’offerta relativa alla rete. Parallelamente, il Consiglio dei Ministri approva un decreto-legge per garantire risorse finanziarie e consentire l’ingresso del Ministero dell’Economia e delle Finanze nell’operazione.
Nel quarto trimestre 2023, il CdA dà via libera all’offerta vincolante di KKR, del valore di 18,8 miliardi di euro, escludendo la partecipazione in Sparkle. In tale contesto viene firmato un accordo sulle operazioni che delinea i termini e le condizioni del rapporto tra TIM e la nuova società della rete.
Nel 2023 TIM registra ricavi in crescita del 3,1%, raggiungendo 16,3 miliardi di euro, con un aumento dell’Ebitda del 5,7% a 6,4 miliardi. I risultati mostrano un incremento nei ricavi da servizi in Italia, con il quarto trimestre in crescita dell’1,9% rispetto allo stesso periodo del 2022. In particolare, i ricavi da servizi si attestano a 4 miliardi (+3%), sostenuti da TIM Brasil (+8,2%). L’Ebitda nel quarto trimestre cresce del 6,8% a 1,6 miliardi. L’indebitamento finanziario netto rettificato ammonta a 25,7 miliardi di euro.
Dopo l’approvazione del golden power per la vendita della rete (gennaio 2024) e quello senza condizioni della Commissione Europea (maggio 2024), la vendita della rete di TIM a KKR può essere concretizzata. Il 1º luglio 2024 avviene il closing della cessione della rete di TIM a FIBERCOP (di cui KKR è azionista di maggioranza), con conseguente riduzione del debito del Gruppo per un valore pari a 14 miliardi di euro. Con la conclusione dell’operazione, il passaggio seguente è la valorizzazione di Sparkle nel settore delle telecomunicazioni. Ad oggi l'infrastruttura di tutta la rete di accesso telefonica è di competenza e proprietà di FIBERCOP.
Il 13 agosto dello stesso anno TIM esce definitivamente dal capitale di Inwit cedendo la quota residua del 10% della holding Daphne 3 (che a sua volta detiene il 29,9% del capitale sociale di Inwit).
A ottobre 2024, TIM annuncia di aver ricevuto un’offerta non vincolante per la cessione di Sparkle, avanzata congiuntamente dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e da Retelit, controllata dal fondo Asterion. L’offerta attribuisce a Sparkle un valore di 700 milioni di euro, con validità fino al 15 ottobre 2024. Dopo due estensioni, il 12 dicembre 2024, il CdA di TIM con il parere favorevole del Comitato parti correlate approva all’unanimità l’offerta. La firma dei contratti è prevista entro l’11 aprile 2025, mentre il completamento dell’operazione nel primo trimestre del 2026, subordinatamente alle attività richieste tra cui il rilascio delle autorizzazioni Antitrust e Golden Power.
Il 5 marzo 2025, il CdA ha approvato la relazione finanziaria 2024 registrando il ritorno all'utile nel secondo semestre dell’anno, il primo dopo il closing della cessione della rete, con un risultato positivo per 139 milioni di euro.
Il 15 febbraio del 2025 Poste Italiane annuncia di aver acquistato il 9,81% di Tim da CDP in cambio della quota del 3,78% di Nexi, rafforzando il controllo di CDP su quest'ultima.
Il 29 marzo dello stesso anno, Poste Italiane ha annunciato di aver concluso un accordo con Vivendi per l'acquisto del 15% delle azioni di TIM, da formalizzare entro il 1° settembre seguente. Come parte dell'accordo, del valore complessivo di 684 milioni di euro (0,2975 euro per singola azione), Poste Italiane ha quindi assunto il controllo del 24,81% delle quote, diventando il primo azionista dell'azienda.
L'11 dicembre Poste Italiane ha acquisito il residuo della partecipazione di TIM da Vivendi portando la partecipazione complessivamente pari al 27,32% del capitale sociale.
Il 22 marzo 2026 Poste Italiane ha annunciato un'OPAS (Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio volontaria totalitaria) da 10,8 miliardi.
Il consiglio di amministrazione di TIM si compone di nove membri:
Fonte:
| Periodo | Carica e nome | Note |
|---|---|---|
| 1999-2001 |
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| 2001-2006 |
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| 2006-2007 |
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| 2007 |
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| 2007-2011 |
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| 2011-2013 |
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| 2013-2017 |
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| 2017-2018 |
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| 2018-2025 |
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La struttura azionaria, al 30 giugno 2026, risultava così composta:
Telecom Italia è stata interessata, insieme al Servizio per le informazioni e la sicurezza militare (SISMI), da vicende riguardanti attività di intercettazione nel 2005-2006, tra cui il caso Abu Omar e lo spionaggio di Alessandra Mussolini prima delle elezioni regionali nel Lazio, nel 2005. Si tratta dello Scandalo Telecom-Sismi.
Secondo la procura di Milano, gli intercettati erano giudici, giornalisti, politici e uomini di altri servizi (l'indagine peraltro è correlata al suicidio, avvenuto nel 2006, di Adamo Bove, manager di Telecom Italia, avente incarichi nel campo della sicurezza). Per Telecom Italia, che si era precedentemente costituita parte civile, la prima Corte d’Assise di Milano ha stabilito un risarcimento pari a 10 milioni di euro da parte degli imputati.
Una commessa pubblica affidata a Telecom e relativa al monitoraggio di alcuni braccialetti elettronici (una misura adottata per il controllo dei detenuti) ha sollevato dibattito portando all’epoca a diverse considerazioni. Dal 2001 al 2011 lo Stato ha versato a Telecom 81 milioni di euro di abbonamento per la tracciatura di quei dispositivi. La Corte dei conti ha rilevato il limitato utilizzo di dispositivi (14 unità) relativamente alle risorse impiegate. Nel 2011 il ministro del governo Monti, Annamaria Cancellieri, ha rinnovato la commessa per ulteriori sette anni. L’operazione è stata accompagnata da osservazioni di carattere generale riferiti alla presenza nella società di Piergiorgio Peluso, generando diverse posizioni in materia che hanno caratterizzato il dibattito in quel frangente.

Il piano industriale portò Telecom Italia ad acquistare aziende che si occupavano di internet a banda larga e del campo dei media.
Nell'ambito del piano di focalizzazione sul core business sono state cedute quasi tutte le partecipazioni in aziende manifatturiere (tranne l'Olivetti Tecnost, ribattezzata Olivetti S.p.A. nel 2005), alcune aziende non strategiche e varie partecipate straniere.
L'operazione, avviata già alcuni mesi prima, prevedeva che TI Media detenesse il 70% delle azioni di Persidera, mentre il gruppo editoriale L'Espresso il 30%. Attraverso questa unione, Persidera è diventata un operatore di rete a copertura nazionale titolare di cinque multiplex digitali.
Tra le cessioni realizzate figurano anche quella approvata dal CdA di TI Media relativa a La7, ceduta per un importo pari a 1 milione di euro a Cairo Communication, e l’operazione per la cessione del 51% di Mtv a Viacom per circa 13,4 milioni di euro. Il gruppo statunitense, già titolare della partecipazione residua del 49%, ha così acquisito l’intero pacchetto azionario dell’emittente.
Nel 2007 Telecom Italia S.p.A. ha chiuso l'esercizio con un ricavo di 31,013 milioni di euro, un EBIT di 5,955 milioni, un profitto di 2,455 milioni. L'indebitamento finanziario netto ammonta a 35,701 milioni, il patrimonio netto a 26,985 milioni, la capitalizzazione in borsa è di 39,345 milioni di euro. La Telecom ha impiegato mediamente 79 628 dipendenti. Detiene partecipazioni per 11,19 milioni di euro.
Nell'esercizio 2008, ha ottenuto 30 158 milioni di euro di ricavi, un EBIT di 5 463 milioni di euro, un utile netto di 2 215 milioni di euro. L'indebitamento finanziario netto ammonta a 20 039 milioni di euro, il patrimonio netto a 26 856 milioni di euro, la capitalizzazione in borsa è di 34 049 milioni di euro.
Nel corso dell'esercizio relativo all'anno 2009, il Gruppo ha generato un ricavo pari a 27 163 milioni di euro, un EBITDA di 11 115 milioni di euro, un utile netto di 1 581 milioni di euro e ha effettuato investimenti industriali per 4 543 milioni di euro. L'indebitamento finanziario netto ammonta a 34 747 milioni di euro. Il personale del Gruppo, al 31 dicembre 2009, è pari a 71 384 unità di cui 60 872 in Italia. Alla stessa data, il numero di accessi retail alla rete fissa in Italia è di circa 16,1 milioni, gli accessi broadband retail in Italia ammontano a 7 milioni, le linee TIM a 30,8 milioni e i clienti della TIM brasiliana 41,1 milioni. La7 ha uno share medio giornaliero del 3,0% mentre i visitatori unici di Virgilio si attestano a circa 3,2 milioni al giorno.

Il gruppo Telecom Italia nel 2010 ha ottenuto 27 571 milioni di euro di ricavi, un EBITDA di 11 412 milioni di euro, un utile netto di 3 121 milioni di euro e ha effettuato investimenti industriali per 4 583 milioni di euro. L'indebitamento finanziario netto ammonta a 32 087 milioni di euro. Il personale del Gruppo, al 31 dicembre 2010, è pari a 84 200 unità di cui 58 045 in Italia. Alla stessa data, il numero di accessi retail alla rete fissa in Italia è di circa 15,4 milioni, gli accessi broadband retail in Italia ammontano a 7,2 milioni, le linee TIM a 31 milioni, i clienti della TIM brasiliana a 51 milioni e le linee mobili in Paraguay a 1,9, mentre in Argentina le linee fisse sono 4,1 milioni, 1,4 milioni gli accessi broadband, 16,3 milioni i clienti mobili. La7 ha uno share medio giornaliero del 3,1% e i visitatori unici di Virgilio sono in media 3,7 milioni al giorno.
Nel 2011 il Gruppo ha ottenuto 29 957 milioni di euro di ricavi, un EBITDA di 12 246 milioni di euro, un utile netto negativo di 4 726 milioni di euro (causa impatto negativo della svalutazione dell'avviamento) e ha effettuato investimenti industriali per 6 095 milioni di euro. L'indebitamento finanziario netto ammonta a 30 414 milioni di euro. Il personale del Gruppo, al 31 dicembre 2011, è pari a 84 124 unità di cui 56 878 in Italia. Alla stessa data, il numero di accessi retail alla rete fissa in Italia è di circa 14,7 milioni, gli accessi broadband retail in Italia ammontano a 7,1 milioni, le linee TIM a circa 32,2 milioni, quelle della TIM brasiliana a 64,1 milioni e le linee mobili in Paraguay a 2,1, mentre in Argentina le linee fisse sono 4,1 milioni, 1,5 milioni gli accessi broadband, 18,2 milioni i clienti mobili.
Nel 2012 Telecom Italia ha chiuso l'esercizio con investimenti pari a 5,19 miliardi, 23,01 miliardi di patrimonio netto e realizzato ricavi per 29,50 miliardi, di cui: 17,88 miliardi da BU Domestic; 7,47 miliardi da BU Argentina; 3,78 miliardi da BU Brasile; 0,56 miliardi da Media, Olivetti e altro. A tali dati sono da sottrarre 206 milioni di elisioni. EBITDA di 11,64 miliardi, Ebit di 1,92 miliardi, perdite per 1,27 miliardi. I risultati sono in contrazione rispetto all'esercizio precedente per via della crisi economica italiana (BU Domestic) e della riduzione dei corrispettivi per la terminazione su rete mobile, decisa dall'AGCOM. La perdita è altresì imputabile a una svalutazione dell'avviamento pari a 4,43 miliardi.
Nel 2013, il gruppo Telecom Italia ha effettuato investimenti per 4,4 miliardi, 26,8 miliardi di investimento finanziario netto e ha ottenuto 23,4 miliardi di euro di ricavi, di cui: 16,17 miliardi dalla BU Domestic; 6,94 miliardi dalla BU Brasile; 0,39 miliardi da Media, Olivetti e altre attività. I ricavi sono in riduzione a causa delle contrazioni delle attività domestiche e brasiliane. A causa di svalutazioni dell'avviamento dovute a deterioramento del contesto macroeconomico, delle decisioni dell'AGCOM riguardo ai prezzi di accesso wholesale alla rete in rame, performance commerciali, indicatori finanziari e aspettative della business unit domestic, riporta 9,54 miliardi di EBITDA, 2,71 miliardi di Ebit e perdita di 674 milioni. Il valore residuo di impianti, immobili e macchinari ammonta a 12,29 miliardi, 6,28 miliardi il valore residuo delle "conoscenze" intese come concessioni, brevetti, licenze, diritti di brevetto industriale e di utilizzazione di opere d'ingegno, 20,18 miliardi di patrimonio netto.
Il Gruppo nel 2014 ha effettuato 4,94 miliardi di investimenti ottenendo 8,79 miliardi di EBITDA, 4,53 miliardi di Ebit, un utile netto consolidato di 1,35 miliardi di euro e un ricavo 21,57 miliardi di euro, di cui: 15,30 miliardi dalla BU Domestic; 6,24 miliardi dalla BU Brasile; 0,71 miliardi da Media e altre attività. A partire dal 2014, la business unit domestic accoglie, oltre a Core Domestic e International Wholesale, anche il gruppo Olivetti; il periodo posto a confronto è stato di conseguenza modificato.
Nel 2015, Telecom Italia S.p.A. termina l'esercizio con un EBITDA pari a 5,266 miliardi di euro, un debito finanziario di 25,9 miliardi di euro e ricavi dai servizi domestici attestati a 14,058 miliardi di euro, dei quali: 10,372 miliardi derivanti dal mercato della rete fissa e 4,517 miliardi da quello mobile.
Nell'esercizio 2018 il gruppo Telecom Italia ha riportato un fatturato pari a 18 940 miliardi di euro e generato perdite per 1 152 miliardi. L'EBITDA è stato pari a 7 403 miliardi.
La politica della riduzione dei costi ha portato, tra le altre cose, alla riduzione del personale di 23 mila unità dal 2007 al 2017, di cui 16 mila in Italia, e si inquadra in una più ampia strategia di ristrutturazione aziendale.
Nel 2019 il Gruppo registra un utile netto pari a 1,3 miliardi, tornando al dividendo, con ricavi da servizi pari a 15,6 miliardi di euro, al netto del contributo di Telecom Italia Sparkle.
Il 2020 si chiude con un utile record di 7,2 miliardi di euro, con ricavi totali a 15,805 miliardi di euro, EBITDA organico pari a 7,1 miliardi di euro e investimenti industriali per 3,4 miliardi.
Nel 2021 migliorano i dati relativi all’indebitamento, 22,187 miliardi di euro, con un calo di 1,14 miliardi rispetto all’anno precedente, mentre risultano in contrazione i ricavi, a 15,3 miliardi di euro, e l’EBITDA organico a 6,2 miliardi. Nello stesso anno, gli investimenti industriali raggiungono 4,63 miliardi di euro e prende avvio il processo di scorporo tra servizi e rete.
Nell’anno successivo si registrano ricavi per 15,788 miliardi di euro, 6,0 miliardi di EBITDA organico e investimenti industriali per 4,077 miliardi, con ricavi da servizi pari a 14,6 miliardi (in crescita dell’1,3% rispetto al 2021).
Nel 2023, per la prima volta dopo 22 trimestri, crescono i ricavi, per un totale di 16,296 miliardi di euro. In crescita anche l’EBITDA organico a 6,4 miliardi, mentre la perdita netta è più che dimezzata, a 1,441 miliardi.
Nel 2024 i ricavi del primo bilancio successivo alla cessione di Netco ammontano a 14,5 miliardi di euro, con ulteriore calo della perdita del 67% rispetto all’esercizio precedente, a 364 milioni e un ritorno all’utile per 139 milioni di euro.
TIM è stata quotata per la prima volta sul mercato della Borsa di Milano il 27 ottobre 1997, in seguito alla sua privatizzazione. Le azioni della società sono state collocate tramite un'Offerta Pubblica di Vendita (OPV) a un prezzo di circa 10.902 lire per azione.
Il capitale sociale di TIM è pari a 6 miliardi di euro, in seguito all’approvazione della conversione delle azioni di risparmio di TIM in azioni ordinarie avvenuta il 28 gennaio 2026.

Il logo Telecom Italia venne presentato nel 1994, ma è da considerare il frutto di un'evoluzione storica e dei cambiamenti dell'azienda. L'origine del simbolo è infatti da rintracciare nei loghi delle società SIP e STET, che hanno portato alla nascita di Telecom Italia. Rispetto allo storico marchio SIP, presentato nel 1983, le variazioni riguardano prevalentemente il lettering e il colore. Le quattro "ondine" rosse, scese a tre nel 2003, intendono richiamare i cavi telefonici attraverso cui avviene la comunicazione. Il nuovo logo, in uso dal 2016, si ispira al trigramma Gèn (montagna, riflessione) del libro dei Mutamenti.
TIM
Kena
La Fondazione TIM (fino al gennaio 2016 Fondazione Telecom Italia) è stata costituita il 24 dicembre 2008 ed è attiva nel settore dell'inclusione sociale, dell’istruzione e della ricerca scientifica. Ha finanziato nel 2011 la riapertura della biblioteca provinciale "Salvatore Tommasi" dell'Aquila e vari progetti destinati ai giovani, tra cui il progetto La Scala fa scuola, in collaborazione con l’Accademia Teatro La Scala di Milano.
Ha inoltre contribuito, con uno stanziamento di 6 milioni di euro, al finanziamento del restauro del Mausoleo di Augusto di Roma.
L'Archivio storico TIM (fino al 2016 Archivio storico Telecom Italia) conserva il patrimonio documentario storico delle società che hanno preceduto e portato alla costituzione dell’attuale Gruppo TIM, tra cui SIP, Italcable, CSELT e Telecom Italia. L’archivio documenta lo sviluppo dell’industria idroelettrica, telefonica e delle telecomunicazioni in Italia tra la fine del XIX secolo e l’età contemporanea.
Il progetto è nato nel 1986 a seguito di una ricognizione scientifica sui fondi documentari della SIP elettrica, che ne ha evidenziato l’interesse storico. L’Archivio Storico SIP fu costituito a Torino nel 1992 e nello stesso anno fu dichiarato di “notevole interesse storico” dalla Soprintendenza per i Beni Archivistici del Piemonte e Valle D’Aosta.
Il nucleo originario comprende documenti sull’industria idroelettrica piemontese e sullo sviluppo della rete telefonica nazionale. Successivamente sono stati integrati i fondi di altre società, tra cui Italcable, ASST e CSELT.
La consistenza complessiva supera i 20 chilometri lineari e include documentazione tecnica, amministrativa, fotografica e audiovisiva prodotta da società dei settori elettrico e delle telecomunicazioni. Il materiale documenta l’evoluzione tecnologica del settore in Italia, dalla telefonia manuale ai sistemi di commutazione automatica, dalla trasmissione dati alle reti in fibra ottica, fino alla telefonia mobile e a Internet.
Il patrimonio comprende un archivio iconografico con circa 70.000 immagini, un archivio audiovisivo di circa 3.000 filmati aziendali, un’emeroteca con le riviste interne del Gruppo STET e il fondo ASCAI (relativo agli house organ di oltre 800 imprese), oltre a una biblioteca specialistica di circa 8.000 volumi. La struttura conserva apparati telefonici, componenti di centrali, strumenti di laboratorio, telefoni pubblici e prototipi.
L’archivio è consultabile per attività di ricerca da parte di studiosi, università, istituzioni culturali e giornalisti ed è utilizzato per la realizzazione di mostre, pubblicazioni e progetti audiovisivi. Dal 2012 ha sede a Torino in via Arrigo Olivetti 6, dove è presente anche uno spazio espositivo permanente di circa 500 m² dedicato ad attività di divulgazione e visite guidate.
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 124257981 · ISNI (EN) 0000 0000 8589 0583 · LCCN (EN) n95069182 · BNF (FR) cb12490317j (data) |
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