Val Vestino

Val Vestino
Scorcio della Val Vestino vista dal monte Tombea
StatiItalia (bandiera) Italia
Regioni  Lombardia
Province  Brescia
Località principaliMagasa e Valvestino
Comunità montanaParco Alto Garda Bresciano
Superficie51.30 km²
Abitanti271 ({{{anno}}})
Altitudineminima: 500 ca., massima 1.976 m s.l.m.
Nome abitantiValvestinesi
Cartografia
Mappa della Valle
Mappa della Valle
Sito web
«...La parte tirolese della valle è chiamata Val Vestino. È, così isolata in un distretto, molto popoloso che comprende sette od otto villaggi, e molta terra arabile, estendendosi in molti piccoli rami interrotti dalle montagne...»

La Val Vestino o Valle di Vestino oppure Valvestino ma anche Valle Vestina nei documenti più antichi o nella letteratura del XVIII-XIX secolo, è una valle della provincia di Brescia posta tra il lago di Garda e quello d'Idro.

Geografia

La Valle ha una superficie di 51,30 km² ed è divisa amministrativamente in due comuni: Valvestino e Magasa. Attraversata dal torrente Toscolano, che alimenta il lago di Valvestino e si getta poi nel lago di Garda a Toscolano, la Val Vestino è interamente montuosa e la vetta più alta è monte Caplone di 1 976 metri.

Origine del nome

Sull'origine del toponimo Val Vestino esistono varie ipotesi interpretative e secondo il geografo trentino Ottone Brentari la Val Vestino prenderebbe il nome dai monti Vesta e Stino che la chiudono nella parte sud occidentale, mentre per lo storico bresciano monsignor Paolo Guerrini, concordando con Claudio Fossati di Maderno, la vuole da Vest: luogo scosceso e boscoso o dal valtellinese Vestagg, sentiero scosceso atto a trascinare il legname. Altri ricercatori invece sostengono che sia collegato alla popolazione degli Stoni, antichi abitatori della zona, o dalla derivazione da Ve, ossia da quei prati posti di fronte a nord al Molino di Bollone fino alla chiesetta di San Rocco a Moerna e Stino, il monte che sovrasta l'abitato di Moerna e in linea diretta con Ve.

Secondo la linguista Claudia Marcato, il toponimo sarebbe un composto di valle più Vestino, nome locale confrontabile con l'oronimo Vesta, il poleonimo Vestone e altri toponimi lombardi simili, "che sono da ritenere di origine incerta" e richiamano alcuni nomi personali come Vestus, Vestius, Vestonius (e Vestino anche l'etnico Vestini, popolo italico del centro della penisola). Sono in effetti attestati i nomi personali di origine celtica Vistus, Vistalus, Vestonius, Vessonius.

Un'ultima ipotesi di Natale Bottazzi, asserisce che l'origine del nome Vestino è ascrivibile alla voce latina “vastus” che significa luogo desolato. Sembra che non vi sia nessuna assonanza con l'antico popolo dei Vestini stanziati nell'Abruzzo e sottomessi dai Romani nell'89 a.C., anche se alcune analogie sono sorprendenti, tra queste il culto per la dea Vesta, il richiamo al nome del dio umbro Vestico, il "dio-libagione", e l'origine dell'etnonimo che secondo alcuni sarebbe formato dalle voci celtiche "Ves" che significa fiume o acqua e da "Tin" che significa paese indicando in tal modo un "paese delle acque", visto che il territorio abruzzese dell'area Vestina è particolarmente ricco di corsi d'acqua e sorgenti, come lo è anche la Val Vestino. Curiosa rimane anche la somiglianza con il toponimo della Valle del Vestina sita in Toscana nel comune di Monte San Savino o del comune veronese di Vestenanova.

Storia

La Val Vestino fu frequentata fin dall'età del bronzo, come attestano le stazioni di transito del Dosso delle Saette, del monte Manos e di Cima Ingorello, e fu abitata in età protostorica da genti retico-euganee identificate dalle fonti negli Stoni, cui si sovrapposero i Galli Cenomani. La romanizzazione si compì con la guerra retica del 15 a.C., quando la valle fu attribuita al municipium di Brixia; ne restano un peso di stadera del III secolo e un sesterzio di Massimino Trace rinvenuti rispettivamente a Magasa e a Turano.

Incorporata dai Longobardi nella circoscrizione della Judicaria Summa Laganensis e poi nel Ducato di Trento, la valle entrò con l'età carolingia nell'area amministrativa trentina, cui sarebbe rimasta legata per oltre un millennio; la chiesa di Santa Maria di Turano è citata già nel 927 nel testamento del vescovo veronese Nokterio. Nel 1027 Corrado II il Salico donò la contea di Trento al vescovo Udalrico II e nel 1035 il territorio di Gargnano al vescovo di Brescia: da allora le due comunità furono confinanti, e su quella linea si sarebbe formato il confine di Stato destinato a durare fino al 1918.

Dal 1189 — anno del patto di Storo relativo ai beni di Calapino di Lodrone — al 1826 la valle fu feudo dei conti di Lodrone, vassalli dei principi vescovi di Trento e, attraverso la contea del Tirolo, sudditi degli Asburgo. Priva di fondamento è la tradizione, smentita già nel 1683 dallo storico turanese Bartolomeo Corsetti, che vorrebbe la valle pervenuta ai Lodron dagli scaligeri o soggetta alla Repubblica di Venezia. Le comunità di Armo, Bollone, Magasa, Moerna, Persone e Turano si reggevano su statuti e carte di regola confermati dai conti e inviavano i propri rappresentanti al Consiglio generale della Val Vestino, con sede a Turano.

La ristrettezza dei pascoli d'alta quota fu all'origine di lunghe contese, risolte con il compromesso arbitrale del 1405 sul monte Tombea e con la grande divisione terriera del 1511, mentre la contesa per il villaggio di Droane oppose i Lodron al comune di Tignale per oltre un secolo e quella del monte Fassane il comune di Bollone a Gargnano fino al trattato di Rovereto del 1753.

La posizione di frontiera espose la valle a ripetuti transiti militari: nel 1166 la tradizione vi colloca il passaggio di Federico Barbarossa e di Alessandro III, cui si fa risalire la Festa del Perdono di Turano; nel 1513 e nel 1516, durante la guerra della Lega di Cambrai, la valle fu saccheggiata e incendiata dalle truppe venete; nel novembre del 1526 vi transitò Georg von Frundsberg con quattordicimila lanzichenecchi diretti al sacco di Roma. Fra Cinque e Seicento la valle, isolata e selvaggia, si guadagnò fama di «valle delle streghe» e offrì rifugio a banditi come Giovanni Beatrice detto Zanzanù.

Dopo la parentesi napoleonica e l'annessione agli Asburgo sancita dal Congresso di Vienna, l'Ottocento austriaco vide la valle descritta dalle prime indagini etnografiche e statistiche — quelle di Francesco Lunelli e di Attilio Zuccagni-Orlandini — duramente colpita dall'alluvione del 1850 e attraversata nel 1866 dalle operazioni garibaldine. L'isolamento amministrativo, con il mancato collegamento carrozzabile con Storo, alimentò nel 1909 la suggestione giornalistica di una «repubblica dimenticata» fra Austria e Italia. Occupata dal Regio Esercito nei primi giorni del 1915 e fortificata come caposaldo della terza linea di difesa arretrata, la valle divenne italiana con il trattato di Saint-Germain del 1919 e fu staccata dalla provincia di Trento nel 1934.

Architetture religiose

La chiesa di San Giovanni Battista

Lo stesso argomento in dettaglio: Chiesa di San Giovanni Battista (Valvestino).

La chiesa di San Giovanni Battista è situata a Turano. Le prime notizie risalgono al 15 novembre 928 e sono contenute nel famoso testamento del vescovo veronese Nokterio, ove viene citata come la chiesa di Santa Maria. Filiale della chiesa di Tignale divenne pure pieve della Val Vestino, rettoria e parrocchia. Conserva un dipinto raffigurante la decollazione di San Giovanni Battista opera del pittore gardesano Giovanni Andrea Bertanza di Padenghe sul Garda. Sulla torre del campanile è visibile ancor oggi scolpito nella pietra lo stemma Scaligero, ossia una scala a cinque pioli in palo. Al riguardo un anonimo di Bagolino lasciò scritto che la Valle fu concessa in feudo ai conti di Lodrone in permuta del feudo di Bagolino il 6 aprile 1452, e allorquando nel 1579 i Commissari dell'Arciduca d'Austria pretesero il giuramento di fedeltà dai Valvestinesi, questi si rifiutarono perché il loro feudo non faceva parte del principato di Trento. Tale notizia è priva di veridicità storica e fu smentita da Bartolomeo Corsetti, presbitero benacense, storico e latinista, nel suo scritto “Memorie dell'antica Casa di Lodrone” edito nel 1693.

Vi si celebra la festa del santo patrono della Valle il 29 agosto, la festività di Nostra Signora della Neve il 5 agosto alla quale era anticamente consacrata e l'ultima domenica di agosto la "Festa del Perdono" che secondo la tradizione locale fu istituita da papa Alessandro III nel 1166 che transitò nella zona.

Il prato antistante l'entrata della Chiesa anticamente era chiamato "Prato della Pica" in quanto in antico venivano lette o sentenziate le condanne capitali emanate dai conti di Lodrone, feudatari della Valle.

Tra la fine del Cinquecento e primi anni del Seicento la Pieve fu retta da sacerdoti dalla condotta discutibile: don Lorenzo Bartelli nel giugno 1600 inviava una supplica a papa Clemente VIII per essere assolto dalla colpa dell'omicidio del cognato Stefano Zuaboni commesso nel 1592 per difendere la sorella angustiata dalle continue angherie domestiche, mentre don Giovanni Antonio Marzadri, rivale della banda di Giovanni Beatrice, fu giustiziato a Salò nel 1609 per ordine della magistratura della Serenissima in quanto ritenuto colpevole di omicidi e nefandezze varie.

Natura

La Val Vestino fa parte del Parco regionale dell'Alto Garda Bresciano e all'interno di essa si può esplorare il sito botanico del monte Tombea o vedere le tracce dell'antica pratica della carbonificazione del legname, della produzione di calce, i resti fossili di Cima Rest, dell'allevamento del bestiame con le sue pozze d'acqua o la produzione del fagiolo dai "fiori rossi".

L'alpinista John Ball, la sua "Guida" turistica e la relazione al Ministero della guerra italiano

L'estate del 1864 fu una stagione ricca di novità per l'esplorazione alpinistica del Trentino sud occidentale con la prima traversata delle Dolomiti di Brenta, da Molveno alla Val Rendena sorpassando l'angusta Bocca di Brenta, da parte dell'inglese John Ball, presidente dell'Alpine Club di Londra, accademico, alpinista, botanico, glaciologo avvenuta il 22 luglio, l'impresa dell'esploratore britannico Douglas William Freshfield che scalò per primo la Cima Presanella, terre fino all'ora inesplorate, il 27 agosto o l'ascesa dell'Adamello del tenente boemo Julius Payer che conquisterà la cima il 15 settembre.

Sarà sempre l'instancabile John Ball che partendo dal villaggio di Bondone salì, si presume, mesi prima, tra maggio e giugno nel periodo della fioritura, sul monte Tombea, fino alla malga, incuriosito dalla ricca flora appena scoperta e decantata in pubblicazioni dai noti botanici italiani e europei. Raccontò dettagliatamente il percorso intrapreso, lo definì la "Route G. Da Storo a Toscolano, al lago di Garda attraverso la Val Vestino", nella sua celebre Guida Alpina pubblicata due anni dopo, nel 1866, che sarà d'aiuto a molti escursionisti. Qui riportò l'itinerario percorribile dal viaggiatore partendo dal lago d'Idro a quello di Garda fino a Toscolano transitando attraverso la Val Vestino. Annotò gli aspetti botanici, geografici della Valle e l'itinerario alternativo per Tremosine attraverso il monte Caplone e la Val Lorina.

John Ball non fu solo un naturalista fu anche un fervente sostenitore della causa italiana volta all'annessione del Trentino all'Italia e, essendo un profondo conoscitore della regione montana tirolese, si premurò nei primi mesi del 1866 di informare con una dettagliata relazione, scritta in francese, il Ministero della guerra del Regno di Italia sulle possibili strade di penetrazione e le azioni di contrasto da compiere nel territorio austriaco in caso di guerra, dal lago di Garda al passo del Tonale. La relazione "Quelques observations sur la frontière di Tyrol et de l'Italie depuis le Lac de Garda au passage di Tonale, et sur le moyens d'attaquer la position militaire Austriachienne de ce coté" fu prontamente fatta stampare in centinaia di copie dal Ministero e recapitata nel mese di maggio presso il comando del Corpo Volontari Italiani di Giuseppe Garibaldi "nel supposto che le stesse osservazioni potessero tornare di utile". Scrisse: "La strada più facile [per la Val di Ledro ndr], credo, è quella che passa per la montagna di Tremalzo. Inoltre c'è un sentiero che scende attraverso la Val Lorina accanto al forte della Val Ampola. Questo sentiero (abbastanza difficile) passa per qualche tempo a fianco o proprio nel greto dello stretto torrente, racchiuso tra rocce a strapiombo. Sarebbe necessario impegnarvisi con qualche precauzione, avendo le alture circondate di schermagliatori: senza che gli uomini che vi si mettessero potrebbero essere schiacciati dai sassi che si farebbero cadere nel burrone, senza potersi difendere o anche vedere il nemico. Oltre agli uomini giunti in Val di Ledro da Magasa in Val Vestino, sarebbero arrivati altri reparti da Tremosine e Limone. Quest'ultimo dovrebbe occuparsi di tagliare la strada che da Riva porta alla Val di Ledro. Questa strada non potrà mai essere usata per attaccare Riva. Gli austriaci devono solo tagliarlo in un punto per rendere impossibile il viaggio tra Ponale e Riva. Se non erro, ci sono posti vicino al Ponale dove potremmo tagliare la strada, e liberarci almeno per qualche giorno da ogni attacco della guarnigione di Riva".

L'alpinista austriaco Hans Reinl e il Campanile Caplone

I tre Torrioni, senza nome, del versante sud del monte Caplone ripresi dalla Valle di Campei, le basi sono di difficile accesso ma possibili mete di Hans Reinl alternative a Cima Bus de Balì o al Campanile Berlinghera

Hans Reinl nacque in Boemia, figlio di un medico termale, compì i suoi studi ginnasiali e l'università a Leoben laureandosi in ingegneria mineraria e metallurgia, successivamente per motivi professionali risiedette a Bad Ischl. Espletato il servizio militare obbligatorio si impiegò nelle miniere di sale di Hallstatt e nel 1907 sposò Ida Schedlováe, dalla quale il 9 luglio 1908, ebbe due gemelli: Harald, che diventò un noto regista cinematografico, e Kurt.

"Fin dalla giovinezza Hans fu attratto dalle montagne, era forte fisicamente e testardo, aveva una personalità energica e dotato di coraggio", così lo descrisse la nipote Roswitha Oberwalder in una biografia del nonno. I suoi compagni di roccia furono i talentuosi Paul Preuss, detto la "meraviglia dell'arrampicata" del quale fu istruttore di roccia, Günther von Saar, Victor Wolf von Glanvell, Leo Petritsch, Karl Greenitz, Edward Theodore Compton, Georg "Irg" Steiner, il primo a salire il muro sud del Hoher Dachstein all'inizio del XX secolo. Sarà sulle vette più facili del Salzkammergut che il diciassettenne Hans Reinl divenne l'istruttore di roccia del giovane Paul Preuss.

Furono quelli dei primi Novecento gli anni delle sfide orgogliose tra questi giovani rocciatori, della continua ricerca di una nuova tecnica di scalata e di un miglior approccio mentale con la montagna, più rispettoso della natura dei luoghi incontrati senza l'impiego e l'abbandono sulle pareti di chiodi, corde o staffe. Reinl scalò nella sua carriera sportiva oltre 600 vette o torrioni in tutte le Alpi orientali austriache, nelle Dolomiti trentine e nel massiccio del Brenta, nelle montagne a cornice del Lago di Garda e di Ledro, le Alpi Giulie, l'Ötztaler, Alti Tauri, le Alpi di Berchtesgaden, Tennengebirge, Gesäuse, Höllengebirge e Dachstein.

A sinistra il Campanile Berlinghera, alla sua destra il Torrione omonimo e sotto di esso l'ingresso della galleria stradale scavata nella Prima guerra mondiale

Il giovane Hans Reinl, in Italia, nella zona del lago di Garda, fu il primo alpinista che il 12 aprile del 1903 scalò in solitaria uno degli speroni rocciosi del monte Caplone, nominandolo Campanile Caplone alto 1700m., di I grado di difficoltà stimata, e che consiste probabilmente nel torrione detto Cima Büs de Balì (1736 m) o nel Campanile Berlinghera (1720 m), dandone poi notizia in una relazione ai Club alpini austriaci e tedeschi nel 1903. Il Campanile Berlinghera è di aspetto dolomitico, alto 70 metri, e si trova a est di Cima Berlinghera e della vetta del Caplone. Fu scalato da Francesco Coppellotti detto "Nino" nel 1908, la base è di facile accesso e salendo "da Bocca di Lorina...da un tornante sinistrorso da dove, a destra, parte un sentiero di guerra che passa alla base della parete nord di Torre Berlinghera. La si costeggia su sentiero fin sotto il Campanile. Si sale in un largo camino tra questo e la torre, superando salti successivi con passaggi di II e III grado di difficoltà. Si raggiunge una bocchetta e per rocce friabili lungo lo spigolo (II/III grado di difficoltà) si guadagna la sommità".

Hans Reinl, in questo tipo di scalate, in solitaria e con pochi ausili di salita e discesa, trovò ulteriore stimolo alla sua attività, infatti apparteneva a quella ristretta cerchia di alpinisti sportivi, tra questi il noto Paul Preuss, che cercava la difficoltà, la via più ripida e più elegante per raggiungere la cima; non era più importante raggiungere la vetta ma diveniva importante anche come veniva raggiunta e si discendeva da essa. Dotato "di una penna agile e un talento per il disegno", scrisse dettagliati rapporti sulle sue imprese che furono pubblicati sulle principali riviste alpine. Come pioniere dello scialpinismo, fondò la rivista “Goisern Ski and Toboggan Club” nel 1907.

Hans Reinl, specialista anche dell'arrampicata libera, il 21 agosto del 1904 con Siegfried Bischoff di Monaco, Karl Greenitz scalò la Cima Ceda Orientale (2 757 m), Cima Alta, nel Massiccio della Tosa per la parete nord-est e il mese successivo, il 21 settembre, scalò il Campanile di Val Montanaia, detto "L'Urlo di pietra", nelle Dolomiti friulane, mentre nel 1906 apri la "via tedesca" sul monte Triglav con Felix König e Karl Ludwig Domenigg. Il Triglav, "Tricorno" è la vetta più elevata delle Alpi Giulie (2 863 m) e della Slovenia. La sua cupola sommitale, che si erge elegante sopra l'ampia parete nord, domina imponente la Val Vrata. A lungo tentata invano, fu scalata il 26 agosto 1778 da Lorenz Willonitzer, Stefan Rožič, Matthäus Kos e Lukas Korošek. La parete nord, larga 3 km e alta oltre 2 000 m., è una delle più grandiose delle Alpi Orientali. Hans Reinl si arrampicò sulle maggiori vette che circondano il lago di Garda e documentò le imprese in un articolo del bollettino del Club alpino di Vienna del 1909.

Il 15 giugno 1913 con i fratelli Felix e Anton Steinmaier di Lauffen salì ufficialmente per la prima volta il monte Freyaturm mentre nel settembre con Paul Preuss, il più stimato alpinista dell'epoca, e Günther von Saar aprì alcune vie nella catena del Gosaukamm nelle Alpi settentrionali.

Dal 1912 al 1915 fu eletto presidente della sezione di Hallstatt del Club alpino tedesco e austriaco uniti e nel 1914 fu redattore di un'esemplare guida di sci alpino. Con lo scoppio della prima guerra mondiale, dal 1915 al 1918, prestò servizio come tenente sul fronte dolomitico e fu decorato con la "Gran Croce al Merito della Corona". Alla fine del conflitto riprese il proprio lavoro di ingegnere presso le saline. Pensionato nel 1922 dopo la seconda guerra mondiale si adoperò nella tutela del castello di LaudeK a Ladis nel Tirolo sull’altipiano di Serfaus-Fiss-Ladis.

Morì improvvisamente il 3 aprile del 1957 per arresto cardiaco all'età di 77 anni.

Il giacimento fossile di Cima Rest e il Paralepidotus ornatus di malga Alvezza

Nel 1969 fu scoperto da ricercatori del Museo Civico di Scienze Naturali di Brescia a Cima Rest, in località Alvezza, nei pressi della malga un giacimento fossile superficiale di una certa rilevanza scientifica, parte di una formazione geologica, detta Calcare di Zorzino, di età mesozoica, risalente all'incirca 220 milioni di anni fa. La fauna fossile indagata è composta da gamberi e pesci che vivevano negli antichi mari mesozoici. Particolarità di questi fossili sono la loro conservazione con la loro completa morfologia che evidenzia i particolari anatomici. Tra i vari rinvenimenti, spicca il ritrovamento nei sedimenti di età norica di un Paralepidotus ornatus, un esemplare di pesce fossile della lunghezza di 600 millimetri oggi conservato presso il Museo Civico di Scienze Naturali di Brescia e risalente appunto al piano del Norico, ossia al periodo Triassico compreso tra i 226 e i 210 milioni di anni fa. Il Paralepidotus era un pesce lento nel movimento, dotato di robuste scaglie ganoidi per difendersi dagli aggressori e di denti, viveva nei pressi del fondo marino e si nutriva prettamente di molluschi.

Scrive il ricercatore Fulvio Schiavone: "I primi ad essere scoperti alla fine degli anni sessanta sono stati dei pesci olostei appartenenti ai generi Paralepidotus e Pholidoforus, ma poi sono stati identificati anche resti di pesci volanti e denti singoli staccatisi dalle mascelle di pesci predatori, come ad esempio il genere Birgeria. Comuni sono anche le mascelle di Pseudodalatias, un pesce cartilagineo, di cui si conosce solo la piccola mascella provvista di denti appuntiti, perché di natura ossea. Sono stati ritrovati anche gamberi dei generi Antrimpos, Archeopalinurus, Acanthinopus e (Palaeo)dusa. Interessanti sono i Tilacocefali, artropodi scoperti da poco a livello tassonomico nel giacimento fossilifero di Besano, che vivevano indisturbati nei fondali asfittici nutrendosi delle spoglie degli animali morti caduti giù nei fondali. Tra le altre novità sono stati ritrovati anche dei resti problematici che potrebbero corrispondere all'ala di un rettile volante del gruppo dei ranforinchi triassici e giurassici".

Altri reperti estratti dalle rocce di Crune, località sita nei pressi della malga Alvezza, tra il 1999 e il 2006, sono costituiti da piccoli pesci, in genere non superiori agli 11 centimetri, appartenenti al gruppo dei Pholidophoriformes, meglio conosciuti come folidoforidi. Questi pesciolini rivestivano un ruolo importante nelle catene ecologiche degli antichi mari triassici, poiché erano fonte di nutrimento per tutti i pesci predatori. Oltre all’area della Val Vestino i folidoforidi erano stati ritrovati in precedenza solamente in poche altre località italiane e europee: come a Cene (Bergamo), Ponte Giurino (Bergamo) e Seefeld in Tirolo (Austria).

In realtà la presenza di questi fossili era già stata rilevata negli ultimi decenni del 1800 dal geologo tedesco Karl Richard Lepsius. Infatti nella seconda metà dell'Ottocento l'Impero austriaco progettò e finanziò nell'ambito del Geologische Reichanstalt studi e ricerche geologiche nel Tirolo meridionale e nel Trentino parallelamente con i rilievi topografici e le prime carte catastali. Tra il 1875 e il 1878 Karl Richard Lepsius svolse accurate ricerche stratografiche dedicando alcune pagine del suo libro alla geologia delle Alpi di Ledro e dei monti a sud dell'Ampola con studi di dettaglio della dolomia superiore dell'Alpo di Bondone, della Valle Lorina, della Val Vestino e del monte Caplone. Nella sua pubblicazione "L'Alto Adige occidentale" edita a Berlino nel 1878 Lepsius scrisse: "La maggior parte della Val di Vestino è costituita da dolomie principali, le cui gole selvagge sono difficilmente penetrabili; su di essa giacciono gli strati retici, gravemente fagliati e trafitti dalle rigide dolomiti. La formazione irregolare rende difficile separare sempre il calcare lilodendro e la dolomia dalla sottostante dolomia principale; perché le contorta-mergel sono per lo più scartate e frantumate, e portate via dall'acqua sulle dolomiti. L'ampio pianoro sopra Magasa, su cui si estendono freschi prati verdi e cespugli, lo riconosciamo subito come retico in contrasto con le dolomitiche aspre e quasi completamente brulle: numerosi blocchi di lilodendri, Terebratula gregaria, Aviceln, Modiole confermano subito la nostra ipotesi; accanto a ciò sono state strappate dall'acqua le argille di contorta-thone, in cui troviamo la stessa Avicula contorta, Cyrena rhaetica, Cerithium hemes, Leda percaudata, Cardita austriaca e altre. Sono state trovate grandi quantità di fossili caratteristici di questi strati. Gli strati scendono dal Passo del Caplone a sud; i calcari lilodendri sono crollati sulle argille inferiori e gettati a sud sulle dolomiti principali. Le case sui prati superiori sono costruite con calcare nero di lilodendro. Verso l'abitato di Magasa si scende su calcari lilodendri, un'alternanza di calcari grigi e neri, calcari dolomitici grigi e bianchi di dolomie bianche. Sotto di essa giace, non molto fitta, impalata tra frastagliate dolomiti principali, la contorta-mergel. Da Magasa, dirigiti a ovest attraverso l'altopiano per arrivare a Bondone e nella valle del Chiese".

Monte Tombea, giardino sulle Alpi

Kaspar Maria von Sternberg, originario di Praga e vissuto a Ratisbona, fu il primo botanico a riconoscere l'interesse floristico della zona del monte Tombea anche se mai vi ascese. Egli compì in questa zona un viaggio tra il 6 maggio e il 20 luglio 1804, passando l'8 giugno in Val di Ledro e in Val d'Ampola ove raccolse sotto le rupi due piante prima sconosciute. Una era Saxifraga aracnoidea, da lui descritta nell'opera pubblicata nel 1810 Revisio Saxifragarum iconibus illustrata, l'altra divenne poi nota come Aquilegia thalictrifolia.

Alpo di Storo negli anni 20: una botanica belga a cavallo con una guida storese in cerca di endemismi floreali di Tombea

Alcuni decenni dopo visitarono più volte il monte Tombea e le zone circostanti altri due botanici, Francesco Facchini e Friedrich Leybold.

Facchini nel 1842 trovò proprio sul monte Tombea una nuova Scabiosa, di cui inviò campioni al botanico tedesco Wilhelm Koch. Quest'ultimo la pubblicò come nuova specie l'anno successivo nella seconda edizione della sua Synopsis florae germanicae et helveticae, chiamandola Scabiosa vestina. Nel 1846 Facchini tornò sul monte Tombea e a Bocca di Valle raccolse una Daphne assolutamente nuova. Dopo molti studi e titubanze decise di chiamarla Daphne rupestris, ma nel 1852 morì prima di pubblicare i risultati del suo lavoro.

Friedrich Leybold, bavarese ma allora residente a Bolzano, visitò due volte il Trentino meridionale, percorrendo anche la catena Tremalzo-Tombea. Qui raccolse la Daphne vista dal Facchini che in una pubblicazione del 1853 chiamò Daphne petrea, divenendo questo il nome valido.

Leybold rinvenne nella zona altre nuove piante tra cui un nuovo ranuncolo, che verrà descritto cinque anni dopo da Antonio Bertoloni come Ranunculus bilobus. Nella zona del monte Tombea rinvenne una Saxifraga che ritenne essere Saxifraga diapensioides, non notando che era una nuova entità. Con la pubblicazione nel 1854 del lavoro di Leybold e della Flora Tiroliae Cisalpinae di Facchini pubblicata postuma da Franz Hausmann di Bolzano il monte Tombea divenne una delle mete classiche degli itinerari dei botanici nelle Prealpi.

Nel 1856 salì sul monte Tombea Pierre Edmond Boissier, raccogliendo quella Saxifraga già rinvenuta tre anni prima da Leybold. Boisser conosceva la vera Saxifraga diapensioides per cui si accorse subito che era differente. Inviò la sua scoperta al massimo specialista di allora del genere Saxifraga, Adolf Engler, che, dopo ulteriori studi, pubblicò la descrizione della nuova specie nel 1869 con il nome di Saxifraga tombeanensis. Proseguirono le esplorazioni botaniche John Ball, Henry Correvon e Andreas Sprecher von Bernegg che descrissero nei loro scritti le bellezze naturali incontrate.

Fra i botanici che si occuparono della flora del monte Tombea vanno ricordati anche lo svizzero Louis François Jules Rodolphe Leresche (1808-1885), Vinzenz Maria Gredler che vi salì nel 1886, Friedrich Morton che descrisse la sua esplorazione effettuata nel maggio-giugno del 1961 in "Osservazioni botaniche in Val Vestino" e i malacologi Joseph Gobanz e Napoleone Pini. Tra i locali si ricordano don Pietro Porta originario della Valvestino, Giuseppe Zeni e Michele Stefani di Magasa, il maestro Silvestro Cimarolli (1854-1924) insegnante elementare a Baitoni di Bondone e don Filiberto Luzzani che ha lasciato una pubblicazione sulla flora della bassa Valle del Chiese con interessanti riferimenti alla catena del monte Tombea e un consistente erbario custodito presso il seminario arcivescovile di Trento.

Si dicono endemiche quelle specie che si rinvengono solo su un'area geografica ristretta al di fuori della quale esse mancano completamente. Nelle Alpi, la presenza di specie ad areale particolarmente limitato può essere conseguenza del glacialismo quaternario, del substrato litologico difforme rispetto a catene limitrofe, della particolarità climatica di un'area. Il museo civico di Rovereto ha elaborato un progetto di cartografia floristica dividendo il Trentino in aree di rilevamento standard chiamati quadranti e per ciascuno di essi è stata rilevata la flora. Conteggiando per quadrante il numero di specie endemiche ad areale particolarmente limitato (al massimo un settore di Prealpi), è emerso che queste specie sono diffuse soprattutto nella parte meridionale del Trentino.

L'area di massimo addensamento è costituita però dalla parte Sud-occidentale della provincia, ed in particolare dalla catena del M. Tremalzo-M. Tombea, con picco massimo di 21 entità nella medesima area di rilevamento. Quest'area comprende in particolare la catena Bocca Cablone, attraverso il Monte Tombea, il Monte Caplone, la Bocca di Lorina fino a Cima Avez; sono altresì inclusi Cima Spessa, (o Rocca sull'Alpo), tutta la Val Lorina e la bassa Val d'Ampola fino alle porte di Storo.

La presenza dell'orso bruno

Nei secoli passati la presenza in Val Vestino del plantigrado è stata sempre costante, interdetta solamente negli ultimi decenni del secolo scorso a causa del ridimensionamento numerico della specie in Trentino a soli quattro esemplari maschi relegati in Val di Genova che ne causò la quasi scomparsa. Il ritorno dell'orso bruno nel Trentino e nel Bresciano è legato al Progetto europeo "Life Ursus" attuato dalla confinante regione Trentino tra il 1999 ed il 2002, finalizzato alla ricostituzione di una popolazione stabile di orso nelle Alpi centrali. Il fenomeno di espansione territoriale nel bresciano, riporta la Provincia di Brescia, al 2023 riguarda soprattutto giovani maschi in dispersione mentre le femmine, pur ampliando il proprio areale di presenza, sono ancora relegate al territorio di nascita trentino. I primi avvistamenti risalgono al mese di settembre 2000, Daniza (F43), una delle prime femmine di orso sloveno rilasciate, visita il Parco Alto Garda Bresciano e la Valle Sabbia facendosi osservare nei pressi della fermata degli autobus di Armo in Valvestino e nei giorni successivi nella valle dell’Agna (Capovalle e Vobarno) per poi ritornare sui suoi passi transitando nei pressi della località Cima Rest non prima di aver razziato un apiario nel comune di Magasa in località Vanécle e un altro a Cadria. Nel 2005 un giovane orso, detto JJ2, torna a frequentare la zona dell’Alto Garda a Magasa, Tignale e Tremosine da fine aprile a fine maggio. Diverse segnalazioni nel corso del 2010 sono attribuite all'erratismo di M6 (DJ3G1), giovane maschio nato nel 2007, nelle zona l’Alto Garda compresa tra Capovalle, Tremosine, Gargnano, Magasa e Vobarno. Infine nel luglio 2017 un indice di presenza è confermato nei pressi dell'abitato di Bollone, nel settembre 2017 al Ponte di Rio Costa sul lago di Valvestino, nel dicembre 2022 sul Ponte del torrente Personcino a Turano, nel giugno 2023 nei pressi dell'abitato di Persone e nell'agosto 2024 la Polizia provinciale di Brescia ha registrato tramite fototrappole posizionate in varie zone sui monti di propria competenza la presenza di due esemplari di orsi: uno in località Messane di Valvestino ed una in località Ranina di Berzo Inferiore. Entrambi i casi l'orso stava cercando cibo ed in uno in particolare, quello di Valvestino, stava razziando miele dalle arnie nel bosco. Altri avvistamenti il 9 agosto in località Apene sul monte Camiolo a Valvestino e il 5 settembre 2024 in località Crune di Magasa.

Le prime notizie storiche riguardanti la frequentazione della specie orsina della Val Vestino risalgono alla metà del 1800, quando le cronache dell'epoca riferiscono di una colluttazione che il contadino Pietro Bertola di Magasa, residente in località Fornello, ebbe nella Valle del Droanello, con il selvatico e infatti da allora Bertola fu soprannominato "L'orso del Fornel", Pietro Daga o Pietro Orso. La presenza è pure ricordata nella Valle di Campei con il toponimo "Tuf dell'Urs". L'ultimo esemplare abbattuto avvenne agli inizi del 1900, nella Val di Campo, durante la transumanza del bestiame da malga Lorina al monte Caplone ad opera di un toro di proprietà del contadino Bortolo Venturini di Magasa. Nel territorio bresciano si cita l'abbattimento di 11 esemplari nella seconda metà del 1800 nei comuni dell'Alta Val Camonica ed è di quell'epoca l'ultimo esemplare abbattuto in Valtrompia e conservato nel Museo del Parco Minerario di Pezzaze. Nel Ventesimo secolo le presenze dell'orso sul territorio sono scarse: nel 1939 un avvistamento in Alto Garda e nel 1950 a Cadria, nel 1954 verso il Passo del Tonale. L'ultimo orso abbattuto nel Bresciano risale al 1967 sulle montagne di Vestone.

I due Comuni

Viabilità

La Valle è collegata con strade carrozzabili a Gargnano da cui dista 27 km., e attraverso il Comune di Capovalle, ad Idro, distante altrettanti 27 km. Il tracciato tortuoso delle due strade rende disagevole i collegamenti fra la Valle e i due laghi.

Economia

Le attività tradizionali

Lo stesso argomento in dettaglio: Economia tradizionale della Val Vestino.

L'economia di sussistenza della valle si è retta per secoli sull'allevamento bovino e sulla monticazione nelle malghe di Tombea, Alvezza, Bait, Corva e Selvabella — documentata già nel 1381 e all'origine del formaggio Tombea — integrata dallo sfruttamento del bosco. I valvestinesi furono considerati fra i più esperti carbonai dell'arco alpino, tanto da meritare uno studio specifico di Cesare Battisti nel 1913, e operarono stagionalmente in Val di Fiemme, in Val di Sole, nei territori dell'impero austro-ungarico e negli Stati Uniti. Accanto alle aie carbonili restano sul territorio le testimonianze della resinazione e della produzione della pece, le calchère per la calce, le pozze d'abbeverata dette lavàc, i mulini ad acqua e le segherie idrauliche di Cola, del Molino di Bollone e di Moerna. Fra le colture si segnala il fagiolo della Val Vestino, varietà locale rara di Phaseolus coccineus dai fiori rosso scarlatto.

L'economia attuale

Turano

La popolazione locale, che decenni fa trovava ragione di sostentamento nell'allevamento del bestiame bovino, ora ridotta a poche centinaia di unità e non esistendo nella zona significative attività di tipo industriale e artigianale, trova il sostentamento in pochi esercizi turistici e nel pendolarismo sulla riviera gardesana. La mancanza di opportunità di lavoro e la carenza dei servizi, costringe i pochi giovani a prendere la via dell'emigrazione verso i paesi limitrofi.

Il reddito pro-capite è bassissimo e colloca il Comune di Magasa all'ultimo posto della graduatoria della provincia di Brescia.

Galleria d'immagini

Note

  1. ↑ In occasione della terza guerra di indipendenza del 1866, Giuseppe Garibaldi, nelle sue note Memorie, la cita con il nome di Valle Vestina.
  2. ↑ Brentari.
  3. ↑ Il monte Vesta svetta nei pressi del villaggio di Bollone e per alcuni prende il nome dalla dea della mitologia romana Vesta.
  4. ↑ C. Fossati.
  5. ↑ Località del comune di Valvestino
  6. ↑ Frazione del comune di Valvestino
  7. ↑ C. Marcato, Dizionario di Toponomastica, Torino, 1990.
  8. ↑ Giacomo Devoto, Gli antichi Italici, p. 126.
  9. ↑ Devoto, p. 233.
  10. ↑ G. Alessio e M. De Giovanni, Preistoria e protostoria linguistica dell'Abruzzo, Edizioni itinerari, 1983.
  11. ↑ Giornale araldico, genealogico, diplomatico italiano, 1893.
  12. ↑ Pica è intesa come forca, ossia il luogo dell'impiccagione.
  13. ↑ V. Zeni 1993.
  14. ↑ Cristina Belloni, Suppliche al pontefice. Diocesi di Trento 1566-1605, Il Mulino, Bologna, 2007, pag. 718.
  15. ↑ Ball 1866, p. 485.
  16. ↑ J. Ball, Quelques observations sur la frontière di Tyrol et de l'Italie depuis le Lac de Garda au passage di Tonale, et sur le moyens d'attaquer la position militaire Austriachienne de c'è coté, Relazione sui provvedimenti dell'Amministrazione della Guerra dal 1º gennaio al 20 agosto dell'anno 1866, Firenze, 1867.
  17. ↑ J. Ball, Quelques observations sur la frontière di Tyrol et de l'Italie depuis le Lac de Garda au passage di Tonale, et sur le moyens d'attaquer la position militaire Austriachienne de c'è coté, Relazione sui provvedimenti dell'Amministrazione della Guerra dal 1º gennaio al 20 agosto dell'anno 1866, Firenze, 1867, pag. 186.
  18. ↑ In realtà esistono nella parete sud del Monte nella Valle di Campei altri tre Torrioni alla stessa altezza, senza nome e di difficile accesso se non per cengia erbosa, possibili obiettivi di Reinl.
  19. ↑ Theodor Petersen, Mitteilungen des Deutschen und österreichischen Alpenvarcina, n.24, pag.292, 1903.
  20. ↑ Fausto Camerini, Prealpi Bresciane, 2004, pag. 256.
  21. ↑ Rivista mensile, vol.28 e 29, 1909.
  22. 1 2 F. Schiavone, I fossili e i rettili volanti della Valvestino.
  23. ↑ A. D'Aversa, Forme biologiche non sicuramente identificabili e strutture inorganiche secondarie non comuni ai Prati di Rest nell'Alta Valvestino, in "Natura Bresciana", Museo Civico di Scienze Naturali di Brescia, vol. 10, pp. 76-90, tavv. I - V, Brescia, 1973.
  24. ↑ A. Tintori e L. Olivetti, Paralepidotus ornatus nel Norico della Val Vestino (Magasa, Brescia), in "Natura Bresciana", Museo Civico di Scienze Naturali di Brescia, 1988.
  25. ↑ L'Archeopalinurus è genere di crostaceo simile ai gamberi attuali.
  26. ↑ L'Acanthinopus è una specie estinta di gamber. L'Acanthinopus gibbosus è stato rinvenuto insediamenti norici (Triassico superiore) del calcare di Zorzino nell'Italia settentrionale.
  27. ↑ Museo etnografico e naturalistico Val Sanagra, scheda regno Animali (pesci), classe Osteichthi; neme scientifico Parapholidophorus sp.
  28. ↑ Richard Lepsius, Das westliche Süd-Tirol geologish dargestellt, 1878.
  29. ↑ Legno fossile.
  30. ↑ La Cardita è un genere di molluschi bivalvi marini della famiglia Carditidae.
  31. ↑ Monte Denai e Cima Rest
  32. ↑ R. Lepsius, L'Alto Adige occidentale, Berlino, 1878, pag. 254.
  33. ↑ N. Arietti, A. Crescini Gli endemismi della flora insubrica. La Daphne petrea Leybold. Storia areale, affinità e caratteri bio-geografici in Natura Bresciana. 1973. pagine3 – 24
  34. ↑ Friedrich Leybold, Botanische Skizzen von den Grenzen Südtirols, 1854.
  35. ↑ Filippo Prosser, I fiori che hanno reso celebre il Monte Tombea in Tombea, Giardino sulle Alpi, Storo, CAI SAT sezione di Storo, 1999.
  36. 1 2 La presenza dell’orso bruno in provincia di Brescia e breve cenno a lupo e lince, Relazione 2014 della Provincia di Brescia.
  37. ↑ La presenza dell’orso bruno in provincia di Brescia e breve cenno a lupo e lince, Relazione 2014 della Provincia di Brescia.
  38. ↑ "L'Eco dei tribunali", anno 1858.
  39. ↑ Comune di Magasa, Relazione della Giunta Comunale al conto consuntivo per l'anno 2007.

Bibliografia

Voci correlate

Altri progetti

Collegamenti esterni

  Portale Brescia: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di Brescia